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mercoledì 20 aprile 2016

IL PESCE CHE CAMMINA



Il Periophthalmus non fa parte della classe degli anfibi, come si potrebbe pensare, ma di quella dei pesci. Questi pesci, noti anche come mudskipper (saltafango) fanno parte della famiglia dei gobidi e comprendono circa 35 specie, di cui solo 15 sono quelle descritte accuratamente e conosciute in tutto il mondo. Tra queste troviamo il P.argentilineatus, P.barbarus, P.chrysospilos, P.gracilis, P.kalolo, P.magnuspinnatus, P.malaccensis, P.minutus, P.modestus, P.novaguineaensis, P.novemradiatus, P.spilotus, P. walailakae, P.waltoni e P.weberi.
Quasi tutte le specie di Periophthalmus vivono in acque salmastre, occupando quasi tutta la fascia territoriale che va dall’equatore ai tropici. Il tipico ecosistema è rappresentato dalle foci dei fiumi, meglio se in presenza di mangrovieti.
A causa dei continui cambiamenti della concentrazione del sale nell’acqua, legata ai fenomeni di marea, i perioftalmi vengono considerati pesci eurialini, come molte altre specie che occupano le medesime aree. In particolare, in queste zone, il flusso delle maree è così accentuato da creare periodi di acqua alta e periodi di secca.
Per questo motivo i Periophthalmus hanno adattato il loro corpo in modo da potersi muovere agevolmente anche all'asciutto: le pinne anteriori si sono trasformate in vere zampette con cui i pesci possono spostarsi sulla terraferma ed hanno adottato un sistema molto ingegnoso di respirazione immagazzinando l’acqua nella grossa bocca e nelle camere branchiali (per questo gli orifizi branchiali sono estremamente ridotti) per potersi ossigenare sulla terraferma senza polmoni. Inoltre, per lubrificare gli occhi che sono posti sulla sommità del capo, li ritraggono all'interno di esso.

Maestro di agilità, appollaiato su un ramo Ogni specie colonizza luoghi diversi. Il P.barbarus è l’unico a vivere in Africa occidentale, mentre gli altri occupano piccoli arcipelaghi, coste e grandi isole (Africa orientale, Arabia Saudita orientale, India meridionale, Malesia, Vietnam, Filippine, Indonesia, Giappone e Korea).
In natura questi simpatici pesci amano sostare sotto i raggi solari, mentre non amano molto restare in acqua. Il cibo più apprezzato dal Periophthalmus è il granchio, che viene catturato compiendo prodigiosi salti con l'ausilio della coda (anche 1,5 m). Altre prede gradite sono piccoli pesci, anellidi ed artropodi.
Quando la marea si alza i Periophthalmus, da predatori, si ritrovano nel ruolo di prede di varie specie di pesci; è questa la principale ragione della loro preferenza istintiva per l'ambiente asciutto. Non a caso quindi questi pesci preferiscono colonizzare i mangrovieti, sui cui rami e radici possono rifugiarsi anche in condizioni di "acqua alta".

Questi simpatici gobidi hanno un'indole piuttosto aggressiva a causa di una spiccata territorialità che compare nell'età adulta. Questa è particolarmente presente nei maschi, che segnalano l'occupazione del proprio territorio ai rivali usando i primi raggi della pinna dorsale come una "bandiera". I piccoli passano invece insieme tutte le ore della giornata senza manifestazioni combattive.
In particolare il P.barbarus da adulto è particolarmente "antisociale", divorando gli avannotti della propria specie ed arrivando addirittura a mangiare, quando affamato, esemplari di poco inferiori alla propria taglia.

Le dimensioni di questi pesci variano notevolmente a seconda della specie (dai 20 cm dei P.barbarus ai 5 cm dei P.novemradiatus). Riconoscere le varie specie di Periophthalmus non è difficile: i caratteri generali di ogni specie si distinguono dalla forma e colore della pinna dorsale e dalla colorazione e la grandezza del corpo che assumono in età adulta.

Vengono talvolta allevati negli acquari domestici.



In un lontanissimo passato, tra i 350 e 400 milioni di anni fa, un gruppo dei nostri antenati pesci cominciò a strisciare sulla terraferma. Dalle pinne che usavano per nuotare si svilupparono gradualmente arti robusti, in grado di sostenerne il peso. Le zampe posteriori si collegarono direttamente alle anche, che divennero più grosse. I pesci diventarono tetrapodi, animali a quattro zampe in grado di camminare, come rettili, anfibi e mammiferi.

L'evoluzione degli arti dei tetrapodi è stata studiata a lungo e in notevole dettaglio, ma altri aspetti della conquista della terraferma sono ancora poco chiari.

Molti pesci si nutrono succhiando. Quando spalancano le fauci lo ioide, un osso a forma di cavallo, spinge sul fondo della bocca, espandendolo, e creando un flusso d'acqua che attira la preda all'interno. Anche le specie che mordono o sbocconcellano le loro vittime contano su questo sistema di suzione per ingoiare il cibo una volta che è entrato nella bocca. (I pesci hanno una "lingua", ma si tratta di un organo molto diverso dal nostro: di solito non può protendersi fuori dalla bocca e non serve a ingoiare, anche se a volte è provvisto di denti che contribuiscono alla masticazione).

La tecnica funziona perché i pesci sono sempre circondati dall'acqua.Sulla terraferma i tetrapodi, con un organo muscolare, spostano il cibo dalla bocca alla gola: la lingua, appunto. Krijn Michel dell'Università di Anversa ha provato una tattica diversa: si è messo a studiare un simpatico pesce, il perioftalmo atlantico (Periophthalmus barbarus). Questa piccola creatura - che somiglia a un fermaporta con le pinne e gli occhi a palla - vive nelle paludi di mangrovie dell'Africa orientale, dell'Oceano Indiano e del Pacifico occidentale. Come tutti i perioftalmi (detti per questo anche saltafango), passa sulla terraferma una sorprendente quantità di tempo. Si sposta trascinandosi sulle pinne e si accoppia, si nutre e combatte all'aria aperta.

Michel ha filmato con una telecamera ad altissima velocità perioftalmi atlantici che risucchiavano bocconi di gambero piazzati su una superficie asciutta. Riguardando i video, lo studioso ha notato un particolare curioso. Nei momenti in cui un perioftalmo si sporge in avanti e apre la bocca, una bollicina d'acqua si protende dalle fauci aperte. L'acqua si stende sul pezzetto di cibo; il pesce lo avvolge con la bocca per poi inghiottirlo insieme all'acqua. Insomma l'acqua agisce come una lingua - "una lingua idrodinamica", la chiama Michel - che consente al perioftalmo di risucchiare il cibo e poi mandarlo giù.

Michel ha dimostrato l'importanza di questa "lingua" mettendo i pezzetti di gambero su una superficie assorbente e poi filmando i perioftalmi con una telecamera a raggi X. Questa volta la "lingua" acquosa si asciugava, e i pesci riuscivano solo ad afferrare i gamberi senza poterli inghiottire. Nel 70 per cento dei casi dovevano tornare in acqua prima di poter mandare giù il boccone.
Ecco perché quasi sempre i perioftalmi si riempiono la bocca d'acqua prima di avventurarsi sulla terraferma. Portando con sé la loro "lingua" acquosa, si assicurano di poter inghiottire diversi bocconi prima di dover tornare in acqua. a differenza di un'altra specie, Channallabes apus o pescegatto anguilla, un siluriforme che si avventura anch'esso sulla terraferma ma non usa lo stesso trucco, e quindi deve sempre riimmergersi dopo aver afferrato la preda.

"Queste scoperte fanno pensare che ingoiare il cibo nell'aria potrebbe essere sempre stato un problema per i vertebrati durante la transizione dall'acqua alla terraferma", sommenta Beth Brainerd della Brown University. "Quando cominciarono a nutrirsi sulla terra, i primi tetrapodi hanno dovuto evolvere un nuovo sistema per spostare il cibo dalla bocca alla gola". Usarono una "lingua d'acqua", come il perioftalmo? Può darsi, ma non dimentichiamo che i perioftalmi sono pesci moderni, e non tetrapodi primitivi. Centinaia di milioni di anni di evoluzione li separano dai nostri antenati che colonizzarono la terraferma: al massimo possono darci qualche indizio sulle strategie che i tetrapodi potrebbero aver usato quando si trasferirono all'asciutto. La "lingua d'acqua" potrebbe essere stata una soluzione temporanea durante la trasformazione dell'osso ioide e l'evoluzione della lingua vera e propria. Una conferma viene da altre riprese compiute da Michel con la sua telecamera a raggi X: i movimenti che fa il perioftalmo mentre mangia sono più simili a quelli di un tritone che a quelli di un pesce. In pratica, nel perioftalmo lo ioide si muove come se ci fosse già una lingua muscolare attaccata.




lunedì 14 dicembre 2015

ISOLA DI LACHEA



L'isola Lachea è la maggiore delle isole che compongono l'arcipelago dei Ciclopi, poco al largo di Aci Trezza, in Sicilia.

L'isola Lachea è di forma vagamente ellissoidale, lunga 250 metri e larga 150, per una superficie totale di poco inferiore ai 2 ettari. L'altezza massima è di 35 metri. Essa corrisponderebbe all'isoletta abitata solo da capre del libro IX dell'Odissea di Omero, e i luoghi trovano rispondenza in Euripide, Plinio, Ovidio, Virgilio e tanti altri.

L'isola, come le altre dell'arcipelago, è di origine subvulcanica, fa parte di un unico laccolite lungo circa un chilometro, formatosi per l'intrusione del magma nelle rocce preesistenti dei fondali marini e in seguito parzialmente eroso dall'azione delle onde del mare. Il lento procedimento erosivo infine ha formato le varie isolette. La roccia basaltica dell'isola principale, la Lachea, è a sua volta coperta da uno strato di argilla biancastra che, venendo a contatto con la lava, ha dato origine a minerali caratteristici come l'analcime e si è indurita per uno spessore di 10-15 metri.

Rilevante interesse rivestono alcune scoperte archeologiche: nel 1869 fu rinvenuta un'ascia in diorite di epoca preistorica, mentre nel 1919 furono identificate due tombe a grotticella, ricavate nella roccia dalla mano dell'uomo. Di epoca tardo-romana sono invece gli oggetti rinvenuti all'interno di una delle due grandi buche circolari (circa un metro di profondità) presenti sull'isola: pentole, anfore, pesi da telaio, aghi in osso, frammenti di un pettine osseo e una piccola lucerna.

Alla sommità dell'isola si trovano il museo, una cisterna e la Grotta del Monaco. A proposito di quest'ultima, il Vigo, riferendosi alle opere di San Pier Damiani, ricorda che vi abitò un santo uomo, nato in Aquitania, che conosceva S. Odilone, vissuto tra il 974 e il 1044, cioè in epoca araba. Il museo naturalistico ospita una ricca collezione che dà un'idea al visitatore della fauna e della flora dell'isola, ed espone i reperti archeologici e geologici ritrovati sul luogo.



Dal punto di vista naturalistico l'isola Lachea si pregia di ospitare una rigogliosa vegetazione con piante endemiche della Sicilia e dell'Italia meridionale, come l'eliotropio e la carlina raggio d'oro. Per quanto riguarda la fauna, invece, sono di particolare interesse due specie di ragno, la Zelotes messinai (endemica in Sicilia) e l'Urozelotes mysticus (osservata solo sull'isola Lachea). L'animale che però ha suscitato maggiore ammirazione è senza dubbio un rettile, la lucertola della sottospecie Podarcis sicula ciclopica, avvistata unicamente sull'isola; questa lucertola, isolatasi dalle cugine di terraferma, si è via via differenziata da esse acquistando una sua tipicità.

Anche i volatili sono molto rappresentati sull'isola, che rappresenta il luogo su cui nidificare o sostare occasionalmente. Tra gli uccelli più frequentemente avvistati abbiamo la ballerina gialla, la passera sarda, la gazza, il fanello, la sterpazzola, la tottavilla, l'occhiocotto, il cormorano, il gabbiano reale, il falco di palude e il falco pellegrino.

L'isola Lachea è sede di una stazione per gli studi biologici dell'Università degli Studi di Catania. L'isola fa parte della Riserva naturale integrale Isola Lachea e faraglioni dei Ciclopi, l'area protetta istituita dalla Regione Siciliana nel 1998 e affidata in gestione al Cutgana (Centro interfacoltà dell'Università di Catania).

La Riserva Naturale Integrale "Isola Lachea e Faraglioni dei Ciclopi" è stata istituita nel 1998 al fine di "conservare e tutelare la vegetazione algale e la fauna dei piani dal sopralitorale all'infralitorale, nonché al fine di salvaguardare la lucertola endemica Podarcis sicula ciclopica, Taddei".
Oltre agli uccelli, presenti sia con specie stanziali che di passo, ed alla lucertola endemica Podarcis sicula ciclopica la fauna della riserva annovera numerosi invertebrati tra cui Isopodi, Diplopodi, Collemboli, Coleotteri, Imenotteri, Ortotteri e Lepidotteri, ed una ricca fauna e flora sommerse.
La ricchezza faunistica dei fondali dei Ciclopi è data dalla presenza di numerosi pesci e di tutti i gruppi di Invertebrati; già a pochi metri di profondità è possibile ammirare Bavose, Salpe e Cefali, mentre tra le rocce del fondale è facile distinguere colonie di Idrozoi, Ascidie rosse, il Verme cane e l’argenteo balenio dei Saraghi. Verso i 15, 20 metri è comune la Gorgonia gialla.
Oltre, è possibile ammirare colonie arborescenti di polipi che possono superare anche il metro di altezza, ma fra tutti chi spicca per singolarità e bellezza, è l'Alicia mirabilis, la più grande attinia del Mediterraneo.

Nel mare dei Ciclopi e nei suoi fondali di roccia lavica trova posto e riparo buona parte della fauna ittica del Mediterraneo: variopinte spugne e grandi stelle rosse, lucci marini, saraghi, cernie.
E' possibile scoprire le coloratissime colonie di Astroides calycularis, le arborescenti Eunicella cavolinii, oppure scontrarsi con gli argentei esemplari di Seriola dumerili.
Ma non è da escludere gli incontri ravvicinati con cavallucci marini e torpedini.
I fondali sabbiosi sono il regno dei pesci 'pettine': attenzione a non spaventarli!
In profondità è facile ammirare i bellissimi ventagli delle paramuricee, rosse colonie arborescenti che superano il metro di altezza e le aragoste con le lunghe antenne che fuoriescono dalle tane in cui trovano rifugio.

Invece, tra i Vertebrati, è frequente la presenza del Rombo.




sabato 21 novembre 2015

L'ISOLA ARGENTAROLA



L'isola Argentarola è situata di fronte alla costa occidentale del monte Argentario. La sua ubicazione è a ovest del promontorio su cui sorge la torre di Cala Moresca e della vicina omonima cala nel mar Tirreno.

La piccola isola, priva di strutture architettoniche, presenta sulla sponda settentrionale bassa vegetazione tipica della gariga, mentre sul versante opposto ne risulta priva.

L'isola è famosa per una grotta che si apre a 23 metri di profondità, sito rilevante nell’ambito delle ricerche condotte per lo studio del clima ed in particolare dei cambiamenti che si sono verificati nel passato cui sono correlati abbassamenti ed innalzamenti del livello del mare.

La grotta oggi sommersa situata nell’isolotto dell’Argentarola è stata una preziosa testimone dell’evoluzione della linea di costa.

Durante le fasi di trasgressione (avanzamento dei mari nei periodi interglaciali) la cavità veniva sommersa e tutti i processi fisico-chimici di formazione delle concrezioni si interrompevano. Quando il livello del mare si riabbassava (regressioni marine, nei periodi glaciali) nella grotta si riattivava la formazione di stalattiti e stalagmiti.
Lo studio di questi speleotemi ha fornito dati di grande precisione sui livelli marini e la conseguente evoluzione della linea costiera durante il Quaternario. L’analisi fine delle stalagmiti ha inoltre permesso di ricostruire le paleotemperature dell’aria durante le fasi glaciali e dell’acqua del mare nei momenti di sommersione.

Le stalattiti e le stalagmiti sono completamente ricoperte da uno strato di organismi: vermi tubicoli, spugne, polipi di celenterati, ecc. che, illuminati da una torcia elettrica, mostrano tutti i loro spettacolari colori. L’interno della grotta è frequentato da pesci come le corvine, forti nuotatori e da specie schive come i re di triglie, o castagnole rosse.
Il fondo della grotta è ricoperto di uno strato di sedimenti finissimi che un minimo movimento dell’acqua riporta in sospensione, annullando del tutto la visibilità (immergersi nella grotta è molto pericoloso per un subacqueo inesperto).

Sul versante Sud-Sud Est dell’isolotto c'è una bellissima parete, con degli speroni di roccia che escono verso il mare aperto, un paio di grotte e delle profonde spaccature e rientranze della roccia.
La base della parete arriva intorno ai 30 metri, poi il fondale diventa sabbioso e degrada verso Sud-Sud Ovest, fino a 45 metri ed oltre di profondità dove si trovano rami di gorgonie rosse davvero imponenti. Su questo versante la parete dello scoglio è un'esplosione di colori ed è ricchissima di vita, e questo rende l'immersione veramente indimenticabile.
La parete Sud dello scoglio dell'Argentarola è tutta ricoperta di grandi rami di paramuricea clavata e di eunicella cavolini (cioè di gorgonie rosse e gialle), in particolare verso la punta Sud-Ovest dello scoglio; mentre negli anfratti più protetti ci sono dei bei rametti di corallo rosso, con i polipi bianchi spesso estroflessi per catturare i microrganismi trasportati dalla corrente.
Osservando attentamente la parete è facile vedere affacciarsi dalle loro tane murene e gronghi, mentre grosse musdee si nascondono nei tanti anfratti. Nelle spaccature della roccia si scorgono frequentemente le antenne delle aragoste, che si trovano anche nelle fessure e nelle cavità alla base della parete, intorno ai 35 metri di profondità, dove comincia il fondale sabbioso.
Un occhio attento riesce a scorgere anche diverse varietà di coloratissimi nudibranchi (dondici, flabelline, discodoris, ecc.), mentre sui rami delle gorgonie si trovano attaccate le uova di gattuccio, all'interno delle quali si può vedere in trasparenza l'embrione del pesce che si muove.
Tra i grossi massi franati ai piedi della parete è frequente l’incontro con delle grosse cernie brune stanziali; mentre dando le spalle alla parete e osservando nel blu si vedono spesso nuotare branchi di saraghi e di barracuda e di frequente si incontrano anche grossi esemplari di dentici e di ricciole. L’immersione lungo questa bellissima parete è adatta ai subacquei di tutti i livelli, dato che ognuno può scegliere la propria quota, sicuro di fare comunque un'immersione entusiasmante; ma la parte esterna e più profonda dello scoglio  che raggiunge rapidamente i 50 metri di profondità è consigliata solo ai subacquei più esperti, dato che facilmente si esce fuori curva.


 
Nuotando lungo la parete Sud dello scoglio dell’Argentarola in direzione del promontorio dell'Argentario, si incontrano anche due belle grotte marine sommerse.
La prima è solamente una caverna poco profonda, con l’ingresso sempre ben visibile dall’interno, perciò la sua esplorazione è adatta anche ai subacquei meno esperti. L’ingresso di questa piccola caverna si trova attorno ai 12 metri di profondità, è molto ampio ed ha uno sviluppo verticale. Si penetra all’interno per una ventina di metri, risalendo poi gradatamente fino ad una bolla d’aria nella quale è possibile emergere e respirare tranquillamente per ammirare la piccola volta della caverna di colore rossiccio. All’interno della caverna, tra i massi accatastati vicino all’ingresso, è facile trovare dei gronghi e, a volte, anche qualche cernia che solitamente si nasconde tra i blocchi di roccia franati davanti all’ingresso; mentre sul fondo si possono scorgere caratteristici e coloratissimi esemplari di stenopus spinosus (il cosiddetto “gambero meccanico”, con le sue lunghe chele di colore rosso arancio) e qualche bell'esemplare di ciprea (luria lurida, quella conchiglia che sembra fatta di porcellana).
La seconda cavità sommersa (chiamata anche “Grotta Cattedrale”) è invece una vera e propria grotta che penetra profondamente all'interno dello scoglio e si trova verso l’estremità Est dell’isolotto. L’ingresso della grotta è piuttosto stretto ed è ad appena 4 metri di profondità, nascosto da alcuni massi. Una volta entrati all’interno, si scavalca un gradino sul quale si trova un bellissimo esemplare di cerianthus e si entra in una vasta sala ricca di stalattiti e stalagmiti, che  testimoniano come in un tempo lontanissimo la grotta fosse emersa.
La sala principale della “Cattedrale” è tutta contornata da un colonnato di stalattiti e stalagmiti e vi sono anche alcune diramazioni in sale minori, visibili attraverso varie finestre formate dagli speleotemi che caratterizzano tutta la stanza principale e la rendono molto suggestiva. Al centro della sala, poco sotto l’ingresso, è tesa una sagola guida che divide a metà la camera e, dopo una trentina di metri, raggiunge una grande stalagmite che si erge per alcuni metri dal fondo sino alla quota di -10 metri. Il fondo della grotta arriva attorno ai 16 metri di profondità ed è coperto da uno spesso strato di finissimo limo, perciò abbassandosi verso il fondo è consigliata una pinneggiata molto attenta. Sul fondo della sala principale, verso la destra rivolgendo le spalle all’ingresso, si trova un pozzo piuttosto profondo che scende fino a circa 30 metri di profondità, nel quale non è consigliabile calarsi se non sì è degli esperti speleosub dotati di un’attrezzatura adeguata, dato che il fondo del pozzo è completamente infangato e anche le pareti sono ricoperte da uno strato di finissimo limo che si solleva al minimo movimento rendendo difficile la vista.



venerdì 13 novembre 2015

MARE NERO



La perdita del petrolio dalle petroliere, in inglese oil spills ed in ambito specialistico italiano frequentemente traslato in spillamento (o meglio: versamento), compromette gravemente l'ambiente terrestre. Il petrolio ha un peso specifico minore dell'acqua, per cui inizialmente forma una pellicola impermeabile all'ossigeno sopra il pelo libero dell'acqua, causando oltre agli evidenti danni per fenomeni fisici e tossici diretti alla macrofauna, un'anaerobiosi che uccide il plancton. La successiva precipitazione sul fondale replica l'effetto sugli organismi bentonici. La bonifica dell'ambiente danneggiato richiede mesi o anni.

Il rilascio del petrolio è in genere causato dagli umani, tuttavia può in certi casi essere causato da eventi naturali, quali ad esempio fratture del fondo marino. Non è facile stabilire la quantità di idrocarburi che si perde ogni anno in mare, tuttavia le stime di tali perdite sembra che si aggirino su una media di 4 milioni di tonnellate l'anno per tutto il pianeta e di 600.000 tonnellate per il solo Mediterraneo.

Il petrolio ha effetti dannosi agli animali che si immergono in queste perdite delle navi petrolifere. Negli uccelli il petrolio penetra nel piumaggio, riducendo la capacità di isolante termico (rendendo gli animali vulnerabili alle escursioni termiche ambientali) e rendendo le piume inadatte al nuoto e al volo, per cui gli uccelli non hanno la possibilità di procacciarsi il cibo e di fuggire dai predatori.

L'istinto degli uccelli li porta a pulirsi il piumaggio con l'uso del becco, ma in questa maniera ingeriscono il petrolio, con effetti nocivi per i reni, il fegato e l'apparato digerente; questi ultimi effetti all'organismo, assieme all'incapacità di procurarsi il cibo, porta alla disidratazione e a squilibri nel metabolismo. A questi disturbi possono aggiungersi effetti, che per un meccanismo a cascata si ripercuotono in alterazioni ormonali. Il petrolio grezzo infatti possiede spesso una carica elevata di composti aromatici policiclici, spesso coinvolti in meccanismi biologici nel vasto ambito degli interferenti endocrini.

Allo stesso modo degli uccelli, i mammiferi marini che sono esposti al petrolio presentano sintomi simili a quelli che si hanno negli uccelli: in particolare la pelliccia delle lontre di mare e delle foche perdono il loro potere di isolante termico, causando ipotermia. Sono successi molti disastri a causa del petrolio ma quelli che ne hanno disperso maggiormente sono: quello di Lakeview Gusher in California nel 1911, seguito da quello della piattaforma Deepwater Horizon e conseguente perdita del Pozzo Macondo del 2010 (nel Golfo del Messico) e dal disastro della Guerra del Golfo (nel Golfo Persico nel 1991); vi sono poi, sempre per importanza del tonnellaggio di petrolio disperso, quello causato dalla la piattaforma petrolifera Ixtoc 1 (nel Golfo del Messico nel 1979-1980) e il naufragio dell'Amoco Cadiz (in Bretagna) nel 1978.

Molti uccelli muoiono prima dell'arrivo dei soccorsi umani.

Allo stesso modo degli uccelli, i mammiferi marini che sono esposti al petrolio presentano sintomi simili a quelli che si hanno negli uccelli: in particolare la pelliccia delle lontre di mare e delle foche perde il suo potere di isolante termico, causando ipotermia.



Il 21 gennaio del 1991, nel corso della prima Guerra del Golfo, si verifica una gravissima fuoriuscita di petrolio nel Golfo Persico: ben presto si scoprirà che l’esercito iracheno ha aperto deliberatamente le valvole delle condutture di petrolio in Kuwait, allo scopo di impedire o, quantomeno, di ostacolare lo sbarco dei soldati americani. La marea nera colpisce le coste di Kuwait, Arabia Saudita e Iran, causando danni pesantissimi agli ecosistemi di quelle regioni. Stando alle stime di analisti e ricercatori, la quantità di petrolio disperso nell’ambiente in questa occasione si attesterebbe tra 1.360.000 e 1.500.000 tonnellate.

Alla fuoriuscita di greggio si accompagna anche un secondo disastro ecologico: l’incendio di 732 pozzi petroliferi, sempre ad opera dell’esercito iracheno, per far sì che il fumo rendesse più difficili le operazioni aeree delle forze militari della Coalizione.

Il 3 giugno 1979 la piattaforma petrolifera messicana Ixtoc I è impegnata in alcune operazioni di esplorazione nel Golfo del Messico, a 600 miglia dalla costa del Texas. Per un errore nelle manovre, la piattaforma prende fuoco e comincia a disperdere petrolio in mare: la perdita, che va avanti per ben 9 mesi, fino al 23 marzo del 1980, si attesta tra le 454.000 e le 480.000 tonnellate.

Un disastro ambientale meno noto ma di enormi proporzioni è l’incidente che il 2 marzo 1992 porta alla dispersione di circa 285.000 tonnellate di greggio nella valle di Fergana, in Uzbekistan. La valle di Fergana è una regione dall’economia prevalentemente agricola, ma ricca di giacimenti di petrolio e di gas, tanto da essere soggetta a trivellazioni a scopo estrattivo sin dai primi anni del XX secolo. È proprio nel corso di questa ordinaria attività estrattiva che si verifica la perdita, probabilmente a causa di un guasto.

Nel maggio del 1991 si verifica una violenta esplosione a bordo della nave cisterna liberiana Abt Summer, in navigazione al largo dell’Angola. Lo scoppio uccide anche alcuni membri dell’equipaggio e provoca un terribile incendio: l’imbarcazione arde per tre giorni prima di colare a picco e disperde a nell’Oceano Atlantico circa 260.000 tonnellate di petrolio.

Il 6 agosto del 1983 la petroliera spagnola Castillo de Beliver prende fuoco mentre è in navigazione al largo del Sudafrica. All’incendio segue una violentissima esplosione, che causa l’affondamento dell’imbarcazione. L’incidente provoca lo sversamento in mare di circa 227mila tonnellate di greggio.

Il 16 marzo del 1978 l'Amoco Cadiz, una superpetroliera liberiana di 330 metri facente capo alla compagnia americana Amoco, si incaglia al largo delle coste bretoni, di fronte al litorale del piccolo borgo di Portsall. L’incidente provoca la dispersione in mare di circa 223.000 tonnellate di greggio e colpisce circa 150 km di costa, con danni ingenti per gli ecosistemi locali e in particolare per la fauna marina.

Nel novembre del 1988 sulla piattaforma di trivellazione americana Odyssey, al largo della costa orientale del Canada, si verifica una violentissima esplosione. L’incidente provoca lo sversamento in mare di circa 132.000 tonnellate di petrolio.
Tutti gli episodi hanno avuto tutti ripercussioni gravissime sull’ambiente circostante, e in particolare sull’atmosfera e sulla fauna marina. Proprio come la famigerata petroliera Exxon Valdez, che nel marzo del 1989 si è arenata nelle acque dello stretto del Principe William, in Alaska, disperdendo in mare circa 38.000 tonnellate di greggio.


Nel 1985 un'onda nera di petrolio sporcò l'acqua chiara dello Ionio, tra Messina e Capo Sant'Alessio, a poco meno di tre miglia dalla costa. Tutto è successo di prima mattina, in una giornata in cui la nebbia ha fatto sì che due navi, la petroliera greca Patmos e la spagnola Castillo de Monte Aragona, si scontrassero emettendo circa 5000 litri di greggio. Subito dopo lo scontro divampò un incendio causando la morte di tre marinai sudamericani della nave spagnola, i cui corpi non vennero ritrovati, eccetto quello del marinaio Paolo Antonio Leitao che galleggiava in mezzo al petrolio; l' SOS venne lanciato subito dal comandante della nave greca e nell'attesa dei soccorsi i marinai tentarono invano di chiudere lo squarcio, poiché le condizioni atmosferiche non erano favorevoli e la quantità di petrolio che ne fuoriusciva era enorme. I tentativi continuarono per tutto il pomeriggio, anche con l'aiuto dei soccorsi, ma solamente verso sera, grazie a una squadra specializzata, si riuscì a tamponare la falla; tuttavia il danno era già consistente. Molti proposero di irrorare subito la chiazza (larga più di mezzo miglio e lunga 800 metri) con potenti solventi, ma i naturalisti si opposero, sostenendo che molti di essi contenevano elementi assai dannosi per l'ecosistema. Più avanti si scoprì che la collisione era largamente prevista: infatti il Wwf sventolò un documento datato 20 giugno 1982 secondo cui bisognava controllare le zone di maggiore traffico marittimo per la difesa del mare,tra cui vi era anche lo Stretto di Messina.

La sera del 10 Aprile 1991, il traghetto Moby Prince si scontrò con la petroliera Agip Abruzzo. Quest'ultima venne costruita nel 1976 nei cantieri di Monfalcone e, nel 1977, consegnata all'Eni per il trasporto del greggio. Venne sottoposta a lavori di ristrutturazione nel 1987 a Genova, che portarono all'accorciamento della nave. Il Moby Prince era, invece, un traghetto in servizio di linea tra Livorno e Olbia che, durante l'uscita dal porto di Livorno , colpì con la prua la petroliera. Parte del petrolio fuoriuscì allargandosi in mare e, tra le 100 e le 300 tonnellate, vennero "spruzzate" sul Moby Prince, incendiandolo. Dopo lo scontro la petroliera accese i motori e si disincagliò dal traghetto, favorendo però una maggiore fuoriuscita del petrolio. L'incidente causò la morte di 140 persone, tutte passeggere del traghetto. L'Agip Abruzzo mandò ripetute richieste d'aiuto, ma i soccorsi arrivarono quando il Moby Prince era affondato con i motori ancora in funzione, si era allontanato dal punto d'impatto, rendendo ancora più difficile la sua identificazione. L'incidente è considerato il più grave nella storia della marina mercantile italiana; ancora oggi è difficile far luce sulle cause che hanno portato alla tragica collisione. Sono state individuate alcune possibili cause, tra cui:
LA NEBBIA, che quella sera gravava sulla zona; molti si sono espressi in favore del cosiddetto fenomeno della nebbia da avvezione (formazione di un banco molto fitto causato dalla discesa di aria calda e umida sulla superficie fredda del mare.). Probabilmente questo impedì questo impedì al Moby Prince di individuare la petroliera Agip Abruzzo.



L'Amoco Milford Haven, petroliera da 250 000 tonnellate fu colpita nel 1988 nel Golfo Persico da un missile iraniano. Tra il 1988 e il 1990 la nave fu riparata a Singapore; dopo le riparazioni la nave fece un solo viaggio giungendo a Genova dove rimase alcuni giorni scaricando parte del greggio. L'11 aprile, intorno alle 12.30, si verificò un'esplosione che fece saltare 100 metri di coperta in un braccio di mare di 94 metri vicino a Voltri. Durante la notte la nave in fiamme si spostò al largo di Savona e, il giorno dopo, fu trainata da Cogoleto a Arenzano. Durante l'operazione si staccò la parte di prua interessata dall'esplosione che si adagiò sul fondale. Il mattino del 13 aprile, altre esplosioni scossero il relitto causate probabilmente dal surriscaldamento delle cisterne non ancora incendiate; il vento da Nord fece sì che solo pochi litri di petrolio si spargessero sulla spiaggia e impedì al fumo di raggiungere la costa. Il 14 aprile ci fu l'ennesima esplosione a un miglio e mezzo da Arenzano e, nei giorni successivi, vennero sistemati da numerosi volontari alcune barriere per limitare lo spargimento di greggio, ma lo Scirocco le travolse causando numerosi spiaggiamenti. Fu il più grave disastro ecologico di tutto il mar Mediterraneo; una parte del carico (10 000 o 50 000 tonnellate circa) inquina tuttora i fondali tra Genova e Savona. Dal 2001 una commissione è incaricata di realizzare interventi e sperimentazioni di bonifica anche sul relitto stesso, che giace oggi a 80 metri di profondità.

Una notte di febbraio, probabilmente qualcuno si è intrufolato nella ex raffineria Lombarda Petroli, (provincia di Monza)  mettendo fuori uso le telecamere di sorveglianza ed evitando ogni tipo di controllo, sabotando le 7 cisterne ancora in funzione ma l'unica ipotesi non è quella di sabotaggio, infatti si pensa anche a una possibile speculazione edilizia. I carabinieri si sono recati alla lombarda subito dopo l'allarme, ma al loro arrivo i dipendenti fanno resistenza dicendo che vogliono gestire da soli l'emergenza, ma riescono a chiudere i rubinetti solo alle 8.00.
Alle prime luci del mattino (circa alle 4.00) il liquido uscito dalle cisterne ha percorso 6 km attraverso le falde acquifere di Monza, fino al depuratore delle acque; in pochi minuti la macchina del filtraggio è andata in tilt ed è traboccato riversando la marea nera nel fiume. Nel Lambro sono finiti 10 milioni di litri di petrolio più altri gas e liquidi altamente inquinanti come combustibili e sostanze cancerogene, originando una macchia oleosa spessa 50 cm! Intorno alle 10.00 di mattina la macchia è arrivata a Milano, dove sono morte moltissime anatre, l'aria è diventata irrespirabile e gli argini sono stati imbrattati dal gasolio, proseguendo poi per San Maurizio, Cologno Monzese, Bolgiano , dove il gasolio è esondato riempiendo i cortili riempiendo cortili e campi coltivati, e dove, per fortuna, viene serrata la chiusa che ritarda maggiormente l'arrivo del petrolio al Po, dove le possibilità di fermarlo sono pochissime a causa della corrente e della larghezza del fiume. Arriva poi a Vidardo, in provincia di Lodi, a soli 25 km dal Po.
Alla fine della giornata, nonostante il duro lavoro di sommozzatori, elicotteri, Protezione Civile, vigili del fuoco, prefettura, Provincia, Regione, e l'utilizzo di boe che avrebbero dovuto fermare, almeno in parte, il petrolio, ma rivelatesi inutili, non sono stati portati al centro di bonifica nemmeno due litri d'olio; nonostante tutto questo, l'allarme di "disastro ambientale" non viene lanciato fino a sera, quando il petrolio ormai è arrivato a Lodi. Il giorno successivo continuano i tentativi di bonifica senza grande successo: all'inizio della giornata il petrolio giunge alla confluenza del Lambro con il Po che percorre durante il corso della giornata fino alla diga dell'Enel di isola Serafini, l'ultimo ostacolo prima del Mar Adriatico, che ha bloccato l'80 % del petrolio.  Ma le associazione avvertono che non basta fermare il petrolio per poter dichiare terminata l'emergenza, poichè è il passaggio del petrolio ha danneggiato anche la fauna e la flora del luogo. Continua intanto il processo di bonifica: L'ARPA ( Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale), in collaborazione con le province di Milano e Monza - Brianza coordinerà un intervento innovativo per neutralizzare gli idrocarburi, riducendoli in materiale biodegradabile con speciali enzimi; questo esperimento avverrà nel depuratore e esteso su tutto il percorso del fiume se produttivo. Il 27 febbraio una squadra composta da Legambiente, WWF, Italia Nostra Milano, Slow Food e altri enti nazionali, dopo aver ripulito le rive del Lambro nel parco, si è spostata a San Donato e a San Giuliano Milanese. Il 28 aprile nuove sostanze inquinanti sono state versate nel fiume. Nel tardo pomeriggio, infatti, è avvistata nel Lambro una macchia scura di schiuma bluastra che punta al depuratore di San Rocco. Un team di tecnici si mette subito al lavoro per individuarne la provenienza, l'hovercraft della protezione civile risale la corrente e si alza anche un elicottero. Il sospetto, per i tecnici dell'ARPA è che si tratti di materiale di scarico da tintoria versato nelle acque da un'azienda tessile della zona. Le prime analisi confermano le ipotesi; ciò significa, con molta probabilità, che qualcuno ha approfittato del disastro sul Lambro per sbarazzarsi di rifiuti pericolosi, evitando così il pagamento di poche migliaia di euro. Le tonnellate di gasolio fuori uscito dalla raffineria, trasformata in un centro di stoccaggio, ammontano a 3000; dipendenti ed ex dipendenti sono stati interrogati nella procura di Monza.





martedì 10 novembre 2015

LA PESCA A STRASCICO



La pesca a strascico di fondo viene comunemente definita come una pratica irresponsabile, che danneggia gravemente i fondali ed è quindi da evitare, se si vuole essere sostenibili.

Le reti a strascico hanno generalmente forma conica; la parte terminale, apribile per estrarre il pescato, prende il nome di sacco, l'apertura invece prende il nome di bocca e la parte centrale di ventre. Sovente ai lati della bocca sono presenti due lunghe strisce di rete di forma triangolare con funzioni di "invito" che prendono il nome di ali e che, se la pesca viene praticata da due pescherecci in coppia, vengono mantenute aperte da entrambe le barche, con un tonneggio attaccato ad ognuna di esse; nella pesca a strascico compiuta da una sola barca, il tipo più comune, la rete è invece mantenuta aperta da strutture chiamate porte, tavoloni o divergenti. Le porte sono disponibili in diverse forme e misure e possono essere adatte a tenere la rete a contatto col fondo o sollevate da esso. Affinché le porte compiano bene il loro dovere, è necessario che la barca o la nave viaggi ad una certa velocità, in genere di 2,5-4 nodi. La parte della bocca e delle ali che strascica il fondale è in genere armata di piombi e catene con la funzione di smuovere il sedimento e di farne venir fuori pesci ed altri animali che vi fossero intanati mentre la parte superiore degli stessi è dotata di galleggianti con lo scopo di tenere aperta la bocca.

Il tipo più comune di rete a strascico bentonica (utilizzata per prede che stiano sul o nei pressi del fondale) è la paranza, in origine manovrata da due imbarcazioni ma oggi in genere messa in pesca da un solo peschereccio. Il rapido o sogliolara o sfogliara è una rete piccola, senza ali e dotata di una cornice rigida attorno alla bocca, che nella parte inferiore è armata di denti. Questa rete è impiegata principalmente per la pesca di pesci piatti, di razze e di molluschi bivalvi come telline e vongole.

La gangamella è invece una piccolissima rete (poco più di un retino) che viene lentamente strascicata di notte sulle praterie di Posidonia oceanica allo scopo di catturare i gamberetti. La sciabica e lo sciabichello hanno struttura simile alla paranza, con la differenza che vengono trasportate a mare da un'imbarcazione ma poi vengono salpate da terra. Altri tipi di rete sono impiegati per la cattura di pesci di mezz'acqua come cefali e latterini, soprattutto in lagune o ambienti salmastri.



La pesca a strascico bentonica è fonte di notevole impatto sull'ambiente marino. Le reti a strascico infatti distruggono o asportano qualunque cosa incontrino sul fondale, pesci, invertebrati, coralli, alghe, posidonie, eccetera e lasciano un ambiente devastato dove le comunità biotiche originarie si potranno reimpiantare solo dopo molto tempo. Peraltro, la pesca a strascico fornisce la maggioranza del pescato di specie demersali, e ciò anche a paragone del numero di operatori.

Questo è particolarmente grave nel caso di ecosistemi complessi e di fondamentale ruolo biologico come quello della prateria di Posidonia oceanica, che possono essere totalmente distrutti anche con una sola passata. Proprio per evitare questo in alcuni paesi, ad esempio in Italia, si è deciso di vietare la pesca a strascico sottocosta (entro le 3 miglia marine o al di sopra della batimetrica dei 50 metri), dove queste comunità complesse si sviluppano, ma ciò nonostante è frequente leggere sui quotidiani di pescherecci che strascicano impunemente nelle zone vietate facendo danni irreparabili e minando le loro stesse possibilità di pesca future.

Un altro serio problema della pesca a strascico è la sua non selettività, lo strascico raccoglie tutto, specie commerciali e non commerciali, adulti e giovani. La cattura di specie o esemplari di nessun interesse commerciale prende il nome di bycatch e può riguardare anche giovanili di specie pregiate, il che può portare ad un tracollo degli stock ittici, oltre a numerosi organismi non commestibili ma lo stesso importanti per l'ecosistema. Un sistema per evitare il bycatch di giovanili (soprattutto per quanto riguarda il nasello) è quello di aumentare le dimensioni delle maglie della rete costituente il sacco. Data la difficile controllabilità dell'attività di pesca in mare aperto si tendono ad usare altre tecniche dissuasive come le barriere artificiali, ovvero l'affondamento in aree di particolare interesse biologico di grandi blocchi di cemento armati di tondini d'acciaio piegati a gancio, capaci di danneggiare seriamente l'attrezzo da pesca. Oltre all'effetto di allontanare lo strascico illegale dall'area interessata questi blocchi forniscono supporto agli organismi bentonici incrementando la biodiversità dell'area, con conseguenze positive anche per la pesca. Un altro sistema di salvaguardia della fauna dalla pesca distruttiva è quello di istituire periodi di fermo biologico (durante periodi riproduttivi dei principali organismi oggetto di pesca o di bycatch) in cui la pesca a strascico è completamente vietata ovunque in modo da consentire la riproduzione di questi animali.

Molte specie, anche in via di estinzione, sono raccolte senza ragione e poi rigettate in mare, spesso già morte. Queste perdite “collaterali” (bycatch) raggiungono, in certi casi, l’80% o perfino il 90% del pescato. Per di più, ampie superfici sul fondo degli oceani, che costituiscono l’habitat dove i pesci trovano cibo e protezione, vengono schiacciate e distrutte. La pesca a strascico, inoltre, lascia in sospensione sedimenti (a volte tossici) responsabili di una torbidità dell’acqua sfavorevole alla vita. Questo genere di pesca cancella le caratteristiche naturali dell’ambiente che in condizioni normali permettono agli animali marini di vivere, riposarsi, nascondersi.




I rigetti sono degli aspetti più importanti e scandalosi del degrado degli oceani.

Si chiamano rigetti tutte le forme di vita marina pescate diverse dalle prede intenzionali. Sono “scarti”, comprendono gli esemplari della specie ricercata la cui taglia non è conforme, più altre specie che non si mangiano o non hanno mercato, specie vietate o a rischio d’estinzione, come certi uccelli, le tartarughe e i mammiferi marini. Alcuni pesci sono rigettati unicamente perché il peschereccio non ha la licenza per portarli a terra, perché non c’è spazio sull’imbarcazione o perché non sono della specie che il capitano ha deciso di catturare. Tutti, e parliamo di MILIONI DI TONNELLATE di pesce, sono rigettati in mare, morti o feriti.

Un recente rapporto del WWF stima che i rigetti siano il 40% del totale del pescato e precisa che in molti casi si tratta di esemplari giovani. È facile comprendere le drammatiche conseguenze sulla capacità delle specie di riprodursi e rigenerare gli stock.

Al di là della pressione sulle specie, si tratta di uno spreco enorme di cibo, sia per il consumo umano, sia per quello dei predatori marini.

Inoltre, gli specialisti sottolineano che mentre le navi da pesca industriali rigettano ogni anno MILIONI DI TONNELLATE di pesce non desiderato, la pesca artigianale ne rigetta molto poco.

Secondo uno studio ministeriale italiano, effettuato nel 2001 su alcune specie ritenute tra i principali target di questa pratica (nasello e triglia di fango), la rete del sacco ha in genere una maglia di 60mm mentre la rete del coprisacco ha maglia da 50mm. Questo studio intendeva comparare il pescato con l'una e con l'altra dimensione di maglia, giungendo a rilevare che, per le due specie traguardate, alla maggior larghezza (60mm) corrispondeva una taglia media di cattura più lunga di un cm. Secondo questa ricerca però all'incremento delle taglie, con la maglia più grossa non corrispondeva anche un vantaggio economico, riducendosi il fatturato (del 22,8%), il reddito da capitale (di più del 50%) e la redditività dell'investimento (del 9%).

L’impiego di veleni per uccidere o stordire il pesce è molto diffuso, in mare così come in acqua dolce, comprese le lagune costiere e le barriere coralline. La pesca al cianuro, per esempio, si pratica dalle scogliere decimate e devastate delle Filippine – dove si calcola che siano versate 65 tonnellate di cianuro all’anno – fino a quelle isolate a est dell’Indonesia e in altri paesi del Pacifico occidentale. In molti luoghi l’uso di veleni nella pesca è una tecnica tradizionale, ma gli effetti negativi si sono accentuati da quando alle sostanze di origine vegetale si sono sostituiti pesticidi chimici. I veleni uccidono tutti gli organismi dell’ecosistema, tra cui i coralli che formano le barriere.
Anche l’uso degli esplosivi esiste da secoli ed è in espansione. Le esplosioni possono produrre crateri molto grossi, che devastano dai 10 ai 20 m2 di fondo marino. Non uccidono solo i pesci ricercati, ma anche la fauna e la flora circostanti. Nelle scogliere coralline la ricostruzione degli habitat danneggiati richiede decenni. Gli esplosivi sono facilmente reperibili e a buon mercato. Spesso provengono dall’industria mineraria o edilizia. In molte regioni si estraggono esplosivi da vecchie munizioni recuperate da guerre del passato o conflitti in corso. Altrove, i pescatori se li procurano attraverso il traffico illegale d’armi.

Per pesca fantasma s'intende l’abbandono in acqua, in genere accidentale (ma a volte volontario), di reti e altro materiale, che continuano a catturare inutilmente pesci, molluschi, ma anche grandi mammiferi marini che muoiono per sfinimento dopo ore di lotta per risalire in superficie a respirare. Il problema delle attrezzature abbandonate o perse è amplificato dall’intensificarsi delle operazioni di pesca e dall’introduzione di equipaggiamenti prodotti con materiali sintetici resistenti.


Secondo uno studio ministeriale italiano, effettuato nel 2001 su alcune specie ritenute tra i principali target di questa pratica (nasello e triglia di fango), la rete del sacco ha in genere una maglia di 60mm mentre la rete del coprisacco ha maglia da 50mm. Questo studio intendeva comparare il pescato con l'una e con l'altra dimensione di maglia, giungendo a rilevare che, per le due specie traguardate, alla maggior larghezza (60mm) corrispondeva una taglia media di cattura più lunga di un cm. Secondo questa ricerca però all'incremento delle taglie, con la maglia più grossa non corrispondeva anche un vantaggio economico, riducendosi il fatturato (del 22,8%), il reddito da capitale (di più del 50%) e la redditività dell'investimento (del 9%).






giovedì 15 ottobre 2015

L' ACQUARIO



Allevare pesci voleva dire avere una nuova e costante fonte di cibo a disposizione, ma significava anche saper costruire e mantenere vasche adatte alla vita di questi animali.
per questo motivo i primi allevamenti di pesci sono attestati in zone costiere o nei pressi di fiumi e laghi, dove fosse facile collegare le vasche ad una perenne fonte d'acqua.
Nell'antico Egitto e nell'antica Roma l'allevamento dei pesci era già pratica comune. In Egitto era famoso l'allevamento della perca nilotica. Nell'impero romano, poi, l'allevamento dei pesci era considerato indispensabile per rifornire la tavola di prelibatezze, tanto che non c'era villa che non fosse fornita di vasche con dighe e chiuse che permettevano un ottimale ricambio d'acqua al fine di avere sempre a disposizione i pesci migliori. Le murene, in particolare, erano considerate una leccornia e venivano allevate con amore dai ricchi patrizi.
Durante il medioevo, l'allevamento dei pesci continuò in Europa e nel vicino oriente sempre per scopi alimentari.
In Cina, invece, tra il X e il XII secolo, durante la dinastia Sung, per la prima volta si iniziò ad allevare pesci per scopi ornamentali. Apparvero vasche e laghetti nei giardini e i primi acquari casalinghi nei quali iniziavano a nuotare gli antenati dei nostri pesci rossi. Selezionati e allevati per la loro bellezza, i pesci rossi cinesi derivano da alcune specie di carpe, animali resistenti e abituati a vivere in acqua stagnante, che dunque ben si adattavano alla cattività.
E' solo nel corso del XIX secolo che sorgono in Europa i primi acquari pubblici. Il più antico è quello di Londra, del 1837, mentre l'acquario di Milano, inaugurato nel 1906 per festeggiare l'apertura del traforo del Sempione, è il terzo ad essere stato aperto.
In quel periodo, però, gli acquari, sopratutto quelli che ospitavano pesci tropicali, non erano affatto dei congegni sicuri: per illuminare e scaldare l'acqua si usavano delle lampade a gas o a petrolio. E' solo dagli anni quaranta che la tecnologia dell'acquario si è affinata, permettendo di costruire vasche sempre più grandi e spettacolari, dove i pesci possano vivere in un ambiente quanto più simile possibile a quello naturale.



In Italia l’evoluzione dell’acquario avviene solo in un secondo tempo rispetto a ciò che invece accade nel resto d’Europa, in particolar modo Germania e Olanda. Negli anni Cinquanta e Sessanta il panorama dell’acquariofilia in Italia è abbastanza desolante, con pochissimi negozi e aziende specializzate e un mercato decisamente poco sviluppato.
Negli anni Settanta il numero degli appassionati comincia a crescere anche se le tecniche disponibili sono ancora abbastanza primitive: gli acquari sono molto rustici, incollati a mastice, con sistemi di filtraggio molto rudimentali, per lo più ad aria e pochissimi pesci importati, quasi tutti di acqua salmastra.

È a partire dalla fine anni Settanta - inizi anni Ottanta che scoppia il vero boom dell’acquariologia: sempre più aziende credono nel settore e cominciano ad investire nella ricerca e nella tecnologia, nuovi prodotti vengono creati per facilitare la vita di coloro che scelgono di ospitare in casa i primi acquari prodotti in serie a livello industriale.
Le importazioni di pesci crescono notevolmente, si affacciano sul mercato nuovi esportatori soprattutto dall’Asia che arricchiscono il numero di specie commercializzate.

Quando si tratta di acquistare i pesci molte volte gli acquariofili ricercano solo il negoziante che fa il prezzo più basso anche se questo il più delle volte è sinonimo di poca cura nel mantenimento degli animali, poco tempo di quarantena e quindi di poche garanzie sul loro stato di salute.

Dagli anni Ottanta ad oggi il mercato si è sviluppato in maniera esponenziale, l’acquario si è trasformato da oggetto di culto riservato a pochi facoltosi, nell’acquario facile, con costi alla portata di tutti ed accessibile anche alle persone meno abbienti. Di anno in anno le mode si sono alternate, si è passati dagli acquari salmastri e dai biotopi degli anni Settanta, all’acquario olandese degli anni Ottanta, fino all’acquario naturale degli anni Novanta (con le concezioni zen di professionisti asiatici) per arrivare ai giorni nostri dove spopolano le tecniche di aquascaping con la creazione di panorami subacquei mozzafiato.
Se da una parte la tecnica ha continuato ad evolversi, con l’invenzione costante di nuovi sistemi di filtraggio, di illuminazione e sistemi di manutenzione degli acquari di nuova concezione, dall’altra lo sviluppo di una cultura dell’acquario fra le persone comuni non è cresciuto di pari passo.

Purtroppo ad oggi i veri appassionati dell’acquario e dei pesci sono ancora relativamente pochi e per appassionati intendiamo non chi acquista l’acquario d’impulso, magari al supermercato, ma piuttosto colui che cerca di ricreare in cinque vetri un piccolo mondo acquatico, che non sceglie i pesci in base al colore ma che si interessa, si informa e cerca di ospitare in pochi litri d’acqua animali che possano convivere tranquillamente, originari delle stesse zone tropicali quindi con necessità ed esigenze similari di allevamento.

Purtroppo molte persone sono disposte a spendere centinaia di euro per la vasca e per gli accessori da utilizzare come lampade ultra-tecnologiche, sistemi di filtraggio all’ultimo grido, ma lesinano quando si tratta di spendere qualche euro in più per l’acquisto degli animali.
Se un pesce costa al di sopra di una certa cifra è da scartare a priori, l’elemento di discriminazione nell’acquisto di pesce è il più delle volte solo il prezzo e non il suo stato di salute che spesso viene messo in secondo piano.



L'acquario di acqua dolce è di gran lunga il tipo più diffuso e anche i piccoli negozi di animali spesso vendono alcune specie d'acqua dolce come pesci rossi, Guppy o Scalari. Anche se la maggior parte degli acquari d'acqua dolce sono allestiti come acquari di comunità dove vengono allevati pesci di varie specie che possono convivere pacificamente, molti acquariofili scelgono di allevare una sola specie, spesso con il proposito di ottenerne la riproduzione. Tra i pesci più semplici da riprodurre in cattività ci sono i Guppy ed altri Poecelidi che non depongono uova ma partoriscono direttamente gli avannotti, ma gli acquariofili riescono a far riprodurre numerose altre specie, tra cui varie specie di Ciclidi, Siluriformi, Caracidi e Killifish.
L'acquario marino è generalmente più difficile da gestire e mantenere e i pesci e gli invertebrati da introdurre sono significativamente più costosi rispetto a quelli d'acqua dolce; di conseguenza questo tipo d'acquario tende ad attrarre soprattutto gli acquariofili più esperti. Tuttavia gli acquari marini possono risultare straordinariamente belli da vedere, grazie alle vivaci forme e colori dei coralli e dei pesci originari delle barriere coralline che solitamente vi si allevano. Acquari marini di zone temperate come gli acquari mediterranei non sono molto diffusi nell'acquariofilia casalinga principalmente perché non si sviluppano bene alla temperatura ambiente delle abitazioni. Un acquario che contenga specie marine di acque fredde necessita quindi o di essere collocato in stanze molto fresche come cantine non riscaldate o raffreddati artificialmente con un refrigeratore.
L'acquario di acqua salmastra combina insieme elementi dei due acquari precedentemente descritti, in quanto contiene acqua con un grado di salinità medio tra quello dell'acqua marina e quello di acqua dolce. I pesci che vengono allevati negli acquari di acqua salmastra provengono da habitat diversi che hanno un grado di salinità variabile, come le foreste di mangrovie e gli estuari dei fiumi e quindi non possono essere allevati costantemente in acqua dolce. Anche se gli acquari di acqua salmastra non sono molto conosciuti, in realtà un numero sorprendente di pesci abitualmente posti in commercio come pesci d'acqua dolce o marina in realtà preferirebbero un ambiente di questo tipo, tra i quali alcuni Pecilidi, diversi Gobidi, pesci palla e Scatofagidi e praticamente tutte le specie di Soleidi d'acqua dolce.
Le persone che allevano pesci sono noti con il nome di acquariofili perché il loro interesse non è rivolto soltanto ai pesci. Molti di loro allestiscono vasche in cui l'attenzione è concentrata sulle piante acquatiche piuttosto che sui pesci. Un acquario di questo tipo è conosciuto come acquario olandese, riferendosi al fatto che gli acquariofili nordeuropei furono tra i primi a progettare tali vasche. Uno dei più popolari acquariofili a dedicarsi a vasche incentrate sulle piante è il giapponese Takashi Amano. Gli acquariofili marini spesso cercano di riprodurre l'ambiente della barriera corallina servendosi di grosse quantità di rocce vive, ovvero pietre calcaree e porose ricoperte ed incrostate da alghe, spugne, vermi ed altri piccoli organismi marini. Più tardi, quando l'acquario è maturato, aggiungono altri invertebrati di dimensioni maggiori, gamberi, granchi, ricci e molluschi, oltre ad una certa varietà di piccoli pesci. Questo è il cosiddetto acquario di barriera.

I laghetti da giardino sono sotto certi aspetti simili agli acquari d'acqua dolce, ma di solito sono molto più grandi ed esposti alle stesse condizioni climatiche dell'ambiente in cui si trovano. Ai tropici è possibile allevare nei laghetti anche pesci tipici di quelle zone, ma nelle aree temperate in genere si allevano specie come il pesce rosso, la Carpa koi e altri Ciprinidi.



domenica 13 settembre 2015

LA MIGRAZIONE LESSEPSIANA



La migrazione lessepsiana è l'ingresso e la stabilizzazione di specie animali e vegetali dal Mar Rosso nelle acque del Mar Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Il nome deriva da quello di Ferdinand de Lesseps, progettista del canale che unisce i mari Rosso e Mediterraneo.

A partire dal 1869, anno di apertura al traffico del Canale, alcune centinaia di specie appartenenti a tutti i principali gruppi di organismi marini, sia vegetali sia animali, sono state ritrovate nel Mediterraneo.

Nei primi anni di apertura l'immigrazione fu contenuta. Le teorie a spiegazione di ciò sono diverse, ma non necessariamente si escludono a vicenda. Una è l'originaria forte salinità dei cosiddetti Laghi amari del canale di Suez, che impediva la migrazione delle specie marine verso il Mediterraneo. Dopo alcuni anni dall'inizio della navigazione, il flusso d'acqua mossa dal traffico marittimo avrebbe fatto sì che il contenuto salino dei laghi si uniformasse. Un'altra tesi è che l'acqua dolce trasportata dal Nilo, la cui foce è a pochi chilometri dallo sbocco del canale di Suez, abbia formato un'importante barriera fino alla costruzione della diga di Assuan, nella seconda metà del XX secolo, la quale ha ridotto la portata del Nilo e, di conseguenza, l'apporto di acque dolci al delta del Nilo.

Mentre numerosissime specie del mar Rosso si sono diffuse in Mediterraneo formando molto spesso popolazioni stabili e, non di rado, soppiantando le specie atlanto-mediterranee, la migrazione inversa dal Mediterraneo al Mar Rosso è stata di entità molto inferiore. Si suppone che la causa di questo sia da ascriversi nella povertà di specie nel Mediterraneo orientale dovuta a una incompleta ricolonizzazione di questo bacino a seguito della crisi di salinità del Messiniano, le specie eritree hanno quindi trovato molte nicchie ecologiche libere che hanno prontamente occupato. C'è da dire che i bacini est del Mediterraneo sono fortemente caratterizzati in senso subtropicale e quindi la colonizzazione da parte degli organismi, principalmente di origine temperata, del bacino occidentale è stata spesso modesta. In effetti solo poche specie lessepsiane hanno raggiunto le regioni occidentali del Mediterraneo, maggiormente occupate da specie atlantiche e quindi, con meno nicchie ecologiche vacanti.



Testimonianza di questi continui mutamenti sono le caverne presenti nei fondali, sommerse grazie ai cambiamenti del livello delle acque. Non è raro, infatti, imbattersi in caverne con stupende sculture naturali costituite da stalattiti e stalagmiti, tanto belle e superbe da essere paragonate a cattedrali subacquee, dove la natura si è sbizzarrita a modellare forme suggestive.

A questo fenomeno di mutamenti non si sono sottratte la flora e la fauna che nel corso dei secoli si sono succeduti sui fondali del mar Mediterraneo.
Da qualche tempo stiamo assistendo alla comparsa di specie “aliene”, ossia di specie tipiche di altre regioni del mondo e di altri mari che iniziano a fare la loro comparsa nel Mediterraneo o di altre che vi si sono stabilite da tempo.

Essenzialmente sono due i fattori che hanno determinato il proliferare di tale fenomeno:
i cambiamenti climatici con il relativo innalzamento della temperatura delle acque e la migrazione lessepsiana (dal nome di Ferdinand De Lesseps) attraverso il canale di Suez.
C’è da dire che quest’ultimo fattore risulta particolarmente rilevante per la migrazione di molte specie; questi “migranti” non sono solo pesci ma anche vegetali come la Caulerpa racemosa o nudibranchi, molluschi senza conchiglia, come il Chromodoris quadricolor.

Tale “invasione” contaminante può essere il retaggio di un passato geologicamente prossimo in cui esisteva solo la Tetide, unico oceano di acqua abbastanza calda in cui sguazzavano e vivevano specie tipiche dei reefs tropicali e del mar Rosso o piuttosto una conseguenza dei veloci cambiamenti climatici di cui ogni angolo del nostro pianeta è affetto.

Con la creazione del canale di Suez terminò l’isolamento del mar “chiuso” Mediterraneo ed iniziò una lenta migrazione dal mar Rosso; sono poche le specie che hanno percorso il tragitto inverso sia a causa delle correnti che spingono verso nord per la quasi totalità dell’anno sia per l’enorme quantità di diversità presente nel mar Rosso che non permette fenomeni di colonizzazioni.
Ecco che nelle acque della Calabria e della Sicilia appaiono i pesci Pappagallo (Sparisoma cretense), pesci Balestra (Balistes capriscus), Barracuda (Sphyraena sphyraena) vivere accanto ed in sintonia con specie nostrane. Proprio osservando il proliferare di tali specie “aliene” ci sorprende la straordinaria capacità di adattamento a queste continue e veloci trasformazioni da parte del Mediterraneo.
Anche in forza di tali fenomeni si parla sempre più spesso di tropicalizzazione delle acque del Mediterraneo.



Elemento determinate di tali mutamenti della biodiversità e dei cambiamenti climatici è l’attività dell’uomo; con l’apertura del canale di Suez per favorire le rotte commerciali, si sono favorite le vie di migrazioni di specie tipiche dell’oceano Indiano come la Melibe fimbriata, osservabile sui fondali della costa calabrese del Reggino e del canale di Sicilia. Altre specie giungono, sempre attraverso il canale di Suez, attraverso le navi che vi transitano divenendo i mezzi di locomozione come per la Oculina patagonica che si può trovare nel mar Ligure.

Le continue immissioni in atmosfera di gas serra contribuiscono notevolmente all’innalzamento della temperatura delle acque del mar Mediterraneo ed alla sua relativa tropicalizzazione diventando l’habitat ideale e quasi endemico della Donzella pavonina (Thalassoma pavo) o la Bursatella leachi un simpatico nudibranco dal corpo ricco di crescenze dalle dimensioni di circa 8 cm che è ormai diffuso anche nelle aree settentrionali del Mediterraneo.

Paradossalmente si può parlare di ricolonizzazione da parte di queste specie tropicali ed Indo-Pacifiche perché milioni di anni fa, quando esisteva solo la Tetide, queste erano già presenti come testimoniano rinvenimenti fossili in alcune aree dell’Italia del Nord.
Queste specie, dette lessepsiane, entrano nel Mediterraneo attraverso questa “porta aperta” e trovando acque con temperature simili alla loro provenienza trovano un habitat favorevole alla loro permanenza. Al momento la presenza di queste specie non rappresenta un problema in quanto la loro quantità non è tale, se si esclude qualche specie come la Donzella pavonina, da indurre a parlare di fenomeni di colonizzazione.

Un fenomeno naturalmente tutt’altro che limitato al nostro mare, ma piuttosto molto diffuso e quanto mai accresciuto negli ultimi anni per effetto dell’incremento esponenziale della densità del traffico marittimo commerciale. In termini probabilistici, il singolo essere vivente è difficile che riesca a sopravvivere adattandosi all’ambiente nuovo in cui viene a trovarsi quando le acque vengono scaricate, ma il numero molto elevato di “tentativi” certamente alza le probabilità di sopravvivenza e adattamento delle specie, con elevati rischi di alterazione delle catene alimentari e di sopravvivenza per le specie indigene. Con una eccezione piuttosto ovvia, quella del Mare del Nord, dove l’habitat è certamente molto ostile per la maggior parte delle specie non indigene.


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IL MAR ROSSO



Il Mar Rosso è un mare compreso tra l'Africa e la Penisola arabica comunicante con il Mar Mediterraneo attraverso il canale di Suez, e con l'Oceano Indiano tramite lo stretto di Bab el-Mandeb.
Il Mar Rosso si biforca in corrispondenza della penisola del Sinai, dando luogo al Golfo di Aqaba ad oriente, e al Golfo di Suez ad occidente. Sul mar Rosso si affacciano Egitto, Israele, Giordania, Arabia Saudita, Yemen, Gibuti, Eritrea e Sudan.Nell'Antico Egitto era conosciuto con il nome di Verdissimo.
Naturalmente il nome non indica un colore rosso permanente dell’acqua, che invece è solitamente definita blu se vista da lontano, verde dorato attorno ai reef e trasparente quando si prende in mano. Perché il Mar Rosso venga chiamato così è un mistero complesso, sul quale ci sono numerose teorie, nessuna di queste definitiva.Il mare è stato conosciuto con più nomi attraverso la storia come “Golfo Arabico” o “Mare d’Eritrea”. Infatti gli antichi marinai Egiziani si riferivano alla stessa massa d’acqua come al “Grande Verde” o al “Mar Verde”. Contemporaneamente il nome “Mare d’ Eritrea” è stato anche applicato alle acque attorno la Penisola Sud Arabica, attualmente conosciute come Oceano Indiano. Il nome “Mar Rosso” appare anche allo stesso tempo per indicare l’intera area marittima fra Africa, Arabia e Sud Asia.La spiegazione più comunemente accettata per l’attuale nome del Mar Rosso è la frequente marea rossa di plankton, causata dalla fioritura di un tipo di alga chiamata Trichodesmium Erythraeum.
Al termine della fioritura dell’alga, il colore azzurro-verde del mare sembra mutarsi in un rossiccio-marrone.



All’estremità meridionale della penisola del Sinai comincia il solco principale, in cui si raggiungono i fondali massimi di 2835 m all’altezza di Bur Sudan. Le coste, a tratti rocciose, sono costituite e orlate da vaste scogliere madreporiche e cosparse di isole, che nei settori centrale e meridionale formano estesi arcipelaghi (Dahlak, Farasan, Kamaran, Hanish), mentre la sola zona assiale, che va restringendosi verso S, è libera da scogli. A S il canale, con meno di 200 m di profondità, si insinua nello Stretto di Bab al-Mandab, ove sorge l’isolotto di Perim. Il Mar Rosso non riceve fiumi perenni e sulla sua superficie e lungo le sue coste le precipitazioni sono scarse; la temperatura delle acque superficiali è di 25-35° e l’evaporazione è molto elevata e compensata dagli afflussi dall’Oceano Indiano. La salinità per la forte evaporazione sale al 40‰, fino a raggiungere il 50‰ nei Laghi Amari. Le maree hanno valori massimi di 210 cm a Suez, 80 cm a Bur Sudan, 130 cm nel bacino di Massaua e 200 in quello di Assab, e si presentano con ciclo mensile. Il regime delle correnti dipende dalle maree e risente delle influenze dei monsoni. Biologicamente è un mare ricco di specie animali di tipo tropicale, che risentono di influssi mediterranei; notevoli le risorse della pesca. La flora marina è scarsa: tipiche alcune alghe, fra cui Trichodesmium erythraeum a cui sono dovute le velature superficiali che formano estesissime macchie rosso-brune, da cui la denominazione. Il percorso Mar Rosso-Canale di Suez è una delle principali rotte marittime mondiali.
Da un punto di vista geologico, il Mar Rosso costituisce una struttura legata sia ai rift dell’Africa orientale sia al Golfo di Aden, e insieme rappresentano un’area della superficie terrestre particolarmente importante per la tettonica a zolle, dove si può osservare la fase di separazione continentale, la transizione da un rift continentale a uno oceanico e l’iniziale fase di espansione del fondo oceanico. In particolar modo il Mar Rosso occupa una posizione intermedia in questo schema evolutivo: esso si trova infatti nello stadio giovanile di formazione di un proto-oceano che iniziò a svilupparsi a partire dall’Oligocene con l’assottigliamento della litosfera continentale, seguito da due fasi di espansione del fondale oceanico comprese rispettivamente tra 25 e 15 milioni di anni fa e tra 4,5 milioni di anni fa e l’epoca attuale. Nel periodo tra 15 e 4,5 milioni di anni fa, costituì un bacino semichiuso, in cui si depositarono ingenti spessori di sedimenti evaporitici.


Fin dall'apertura del canale di Suez si è avuto un intenso fenomeno di immigrazione nel Mediterraneo da parte di organismi marini originari del mar Rosso. Questo fenomeno prende il nome di migrazione lessepsiana.

Sul mar Rosso si affacciano alcune importanti località di villeggiatura egiziane, (Sharm el-Sheikh, Hurghada, Marsa Alam, Berenice) e Aqaba che ospitano ogni anno moltissimi turisti, soprattutto europei.

Importanti geopoliticamente anche il porto di Elat, che costituisce l'unico sbocco su questo mare di Israele, e lo stato dell'Eritrea che impedisce l'accesso al mare all'Etiopia.

Il mar Rosso riveste anche un'importanza storico-religiosa: nel libro dell'Esodo dell'Antico Testamento è narrato infatti il passaggio del mar Rosso da parte degli Ebrei guidati da Mosè in fuga dall'Egitto. In questa occasione si racconta che Dio aprì le acque di fronte agli Ebrei per poi richiuderle nel momento in cui lo attraversavano le truppe egizie che li inseguivano.



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lunedì 7 settembre 2015

UNA VISITA ALL'ISOLA DI PLASTICA



L'esistenza dell'isola del Pacifico fu preconizzata in un documento pubblicato nel 1988 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti. Le predizioni erano basate su risultati ottenuti da diversi ricercatori con base in Alaska che, fra il 1985 e il 1988, misurarono le aggregazioni di materiali plastici nel nord dell'Oceano Pacifico.

Queste indagini trovarono elevate concentrazioni di detriti marini accumulati nelle regioni dominate dalle correnti marine. Basandosi su ricerche effettuate nel Mar del Giappone, i ricercatori ipotizzarono che condizioni similari dovessero verificarsi in altre porzioni dell'Oceano Pacifico, dove le correnti prevalenti propiziavano lo sviluppo di masse d'acqua relativamente stabili. I ricercatori indicarono specificamente la zona di convergenza del Vortice subtropicale del Nord pacifico.

Per diversi anni alcuni ricercatori oceanici, tra cui Charles J. Moore, hanno investigato a fondo la diffusione e la concentrazione dei detriti plastici presenti nel Vortice subtropicale del Nord Pacifico.

La concentrazione stimata della plastica è di 3,34 × 106  frammenti per km², con una media di 5,1 kg/km² raccolti utilizzando una rete a strascico rettangolare delle dimensioni di 0,9×0,15 m. A 10 m di profondità è stata individuata una concentrazione pari a poco meno la metà di quella in superficie, con detriti che consistono principalmente di monofilamenti, fibre di polimeri incrostati di plancton e diatomee.

Si tratta di un'immensa massa di spazzatura che vaga nell'Oceano Pacifico: oltre 21 mila tonnellate di microplastica, in un’area di qualche milione di kmq con una concentrazione massima di oltre un milione di oggetti per kmq. L’accumulo è noto da parecchio tempo, perlomeno dalla fine degli anni ’80, e ha un'età di oltre 60 anni. Un gigantesco vortice di correnti superficiali ha concentrato in quest’area i rifiuti formati principalmente da materiali plastici gettati o persi da navi in transito, o scaricati in mare dalle coste del Nord America e dall’Asia. Questa concentrazione, oltre che dall’effetto focalizzante delle correnti, dipende dal fatto che la plastica non è biodegradabile e permane per tempi lunghissimi nell’ambiente. Una lentissima degradazione a opera principalmente della luce del Sole, scompone i frammenti plastici in sottili filamenti caratteristici delle catene di polimeri. Questi residui, non sono metabolizzabili dagli organismi, e finiscono per formare un vero e proprio “brodo” nell’acqua salata dell’oceano.
Mentre i rifiuti galleggianti di origine biologica sono spontaneamente sottoposti a biodegradazione, in questa zona oceanica si sta accumulando una enorme quantità di materiali non biodegradabili come la plastica e rottami marini. Anziché biodegradarsi, la plastica si fotodegrada, ovvero si disintegra in pezzi sempre più piccoli fino alle dimensioni dei polimeri che la compongono; nondimeno, questi ultimi restano plastica e la loro biodegradazione resta comunque molto difficile. La fotodegradazione della plastica può produrre inquinamento da PCB.



Il galleggiamento delle particelle plastiche, che hanno un comportamento idrostatico simile a quello del plancton, ne induce l'ingestione da parte degli animali planctofagi, causandone l'introduzione nella catena alimentare. In alcuni campioni di acqua marina presi nel 2001 il rapporto tra la quantità di plastica e quella dello zooplancton, la vita animale dominante dell'area, era superiore a sei parti di plastica per ogni parte di zooplancton.

Ricerche compiute dalla Woods Hole Oceanografic Institution hanno rivelato che il sistema costituisce una nuova nicchia ecologica, informalmente chiamata "platisfera", dove la plastica è colonizzata da circa mille tipi diversi di organismi, eterotrofi, autotrofi, predatori e simbionti, tra cui diatomee e batteri, alcuni dei quali apparentemente in grado di degradare la materia plastica e gli idrocarburi. Nella "platisfera" si ritrovano anche agenti potenzialmente patogeni, come batteri del genere vibrio. La plastica, a causa della sua superficie idrofobica, presenta una maggior resistenza alla degradazione e si presta a essere ricoperta da strati di colonie microbiche.

Occasionalmente, improvvisi mutamenti nelle correnti oceaniche provocano la caduta di interi container trasportati da navi cargo, il cui contenuto non solo va ad alimentare il Nord Pacific Gyre, ma anche ad arenarsi su spiagge poste ai confini del PTV. La più famosa perdita di carico è avvenuta nel 1990, quando dalla nave Hansa Carrier sono caduti in mare ben 80.000 articoli, tra stivali e scarpe da ginnastica della Nike che, nei tre anni successivi, si sono arenati tra le spiagge degli stati della British Columbia, Washington, Oregon e Hawaii. E questo non è stato l'unico caso: nel 1992 sono caduti in mare decine di migliaia di giocattoli da vasca da bagno e nel 1994 attrezzature per hockey su ghiaccio. Questi eventi notevoli sono molto utili per determinare, da parte delle diverse istituzioni interessate, i flussi delle correnti oceaniche su scala globale.

Il maremoto che ha colpito la costa orientale giapponese l'11 marzo 2011 ha provocato un enorme afflusso di detriti nell'oceano, questi galleggiando, spinti dalle correnti si sono distribuiti nell'oceano Pacifico, raggiungendo anche la costa americana. Uno studio condotto nel luglio 2012, ha rivelato che parte dei detriti galleggianti si sono accumulati nel Pacific Trash Vortex accrescendolo fino ad una larghezza di 2000 miglia, di questi solo il 2% non è costituito da plastica.

A seguito di ricerche condotte con una serie ventennale di crociere scientifiche svolte fra il Golfo del Maine e il Mar dei Caraibi, la ricercatrice Kara Lavender Law ha riscontrato anche nell'oceano Atlantico un'elevata concentrazione di frammenti plastici, in una zona compresa fra le latitudini di 22°N e 38°N, corrispondente all'incirca al Mar dei Sargassi. Simulazioni al computer hanno individuato due altre possibili zone di accumulo di rifiuti oceanici nell'emisfero meridionale: una nell'oceano Pacifico a ovest delle coste del Cile e una seconda allungata tra l'Argentina e il Sud Africa attraverso l'Atlantico.



L’Isola di Plastica non e’ presente solo nell’Oceano Pacifico ma anche in Atlantico e probabilmente in Mediterraneo, non è solo un disastro ambientale incalcolabile ma è la metafora più precisa e terribile del fallimento del nostro modello di sviluppo. E’ un’ isola in mezzo all’oceano, quindi non è di nessuno, e nessuno se ne assume la responsabilità, tanto che i dati scientifici sono frammentari e acquisiti per la maggior parte con il contributo di associazioni ambientaliste come la SEA (Sea Education Association) che ha raccolto i dati dell’ultimo studio pubblicato su Environmental Science & Technology. E’, infine, la materializzazione del nostro incubo da “apprendisti stregoni” in un Pianeta che pretendiamo di controllare attraverso scorciatoie di comodo, che non prendono in considerazione l’impatto delle nostre azioni sull’ambiente e che, inevitabilmente, ci si ripercuotono contro.

Studi recenti hanno stimato che solo il vortice del nord Pacifico ha generato un’isola formata da almeno 15mila tonnellate di plastica. La maggior partre dei detriti rimane nel vortice, ma ogni giorno un’importante percentuale arriva sulle coste e riprende a vagare nel mare.

A causa dei raggi ultravioletti che fotodegradano i pezzi di plastica e all’azione delle onde i rifiuti si riducono in pezzetti che i pesci e gli uccelli marini scambiano per cibo.

Sebbene sia difficile stabilire il reale impatto di questo tipo di inquinamento, uno studio del Wspa (World Society for the Protection of Animal) risalente al 2012 indica che ogni anno, tra le 57 e le 135mila balene rimangono intrappolate da rifiuti plastici. Questo in aggiunta all’inestimabile quantità -ma si ipotizza siano milioni- di uccelli, tartarughe, pesci e altre specie vittime dell’inquinamento da plastica.

C’è un particolare di cui tener conto: secondo quanto recentemente verificato, la plastica ingerita danneggia gli organi interni dei pesci oltre a rilasciare sostanze velenose nei tessuti degli animali e questo ricade immediatamente nella questione della sicurezza di quello che mangiamo. Se non vogliamo farlo per i pesci, facciamolo almeno per noi: che il prossimo dentice che mangiate sappia solo di dentice e non sia aromatizzato agli ftalati, dipende anche da noi.


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domenica 6 settembre 2015

I PESCI PIU' COLORATI



I maschi dei guppy, pesciolini tropicali, sono considerati dalle femmine sessualmente attraenti se colorati. Inoltre i maschi, nella fase del corteggiamento, scelgono le femmine che hanno i pretendenti meno “attraenti“.
A svelare i segreti del corteggiamento dei guppy è Andrea Pilastro, biologo dell’Università di Padova e autore dello studio pubblicato sui Proceedings della Royal Society B Biological Sciences. Pilastro spiega come sia prevedibile che un maschio che ha l’opportunità di corteggiare più femmine, scelga quella circondata da maschi meno colorati.
La ricerca di Pilastro è una conferma alle teorie già ipotizzate da Charles Darwin nell‘Origine della specie, oltre 150 anni fa, che le femmine scelgano un compagno in base al colore.
Pilastro ha spiegato: “Con una serie di esperimenti condotti in apposite arene di scelta abbiamo dimostrato che effettivamente i maschi di guppy preferiscono corteggiare la femmina che ha accanto altri maschi meno colorati di lui. Questa preferenza è più pronunciata quando il maschio che sceglie è poco colorato, mentre quando esso è molto attraente corteggia indifferentemente le due femmine”.
D’altro canto, pare che il maschio guppy sviluppi questa ‘‘furbizia di corteggiamento” con l’esperienza. Già in una precedente ricerca il gruppo padovano aveva osservato come le femmine di guppy favoriscano nell’accoppiamento maschi con colorazione intermedia che sono stati precedentemente osservati accanto a un maschio poco colorato.



I pesci con un cervello piu’ grande hanno maggiori capacita’ cognitive e riescono per questo a sfuggire con maggiori probabilita’ agli attacchi dei predatori. Ma solo se sono femmine. Lo sostiene uno studio condotto da ricercatori dell’Universita’ di Medicina Veterinaria di Vienna, che ha dimostrato con un esperimento che le femmine di pesci con una testa piu’ grande hanno maggiori possibilita’ di sopravvivenza rispetto a quelle con cervello piu’ piccolo. La ricerca e’ stata pubblicata su Ecology Letters. I ricercatori hanno studiato il Guppy; gli scienziati hanno messo 4.800 esemplari di questa specie, alcuni con una testa piu’ grande, altri con un cervello piu’ piccolo, in sei ruscelli semi-naturali, dove erano presenti i predatori tipici di quelle acque. E dopo un’analisi durata cinque mesi sono giunti alla conclusione che le femmine con un cervello piu’ grande avevano il 13,5% in piu’ di possibilita’ di sopravvivere rispetto a quelle con una testa piu’ piccola. Secondo gli scienziati, le femmine con un cervello piu’ grande hanno un vantaggio cognitivo che ha permesso loro di eludere meglio i predatori. Nei maschi, invece, le dimensioni del cervello non hanno influito sul tasso di sopravvivenza; secondo gli studiosi, i potenziali benefici potrebbero essere stati contrastati dal fatto che i maschi, essendo piu’ colorati, sono piu’ esposti al rischio di essere vittima dei predatori. “Abbiamo dato la prima prova sperimentale che un cervello di grandi dimensioni offre un vantaggio evolutivo”, ha sottolineato Alexander Kotrschal, tra gli autori dello studio.

Il pesce mandarino è uno dei più belli e colorati animali che vivono nei mari della terra. Il nome comune del Mandarinfish deriva dalla sua colorazione molto vivace, che evoca le vesti di un imperiale cinese (mandarino).

Il pesce appartiene alla famiglia dei Callionymidae e vive principalmente in lagune costiere e nelle barriere coralline del Pacifico orientale. Le sue misure sono ridotte, esso presenta infatti un corpo allungato e cilindriforme lungo circa 6 centimetri. La sua testa ha una forma tondeggiante con occhi abbastanza sporgenti. È dotato di due pinne dorsali di cui una a ventaglio, mentre quelle ventrali, pettorali e quella caudale ed anale sono arrotondate e molto robuste.

La sua colorazione caratteristica lo rende unico e gli ha fatto ricevere la fama di “pesce più bello del mondo” . Esso presenta infatti una splendida livrea, il colore di fondo varia dal verde all’arancione vivo ed il corpo, pinne comprese, presenta delle linee curve di un azzurro intenso, come se fosse stato disegnato da un pittore.

Le sue ridotte dimensioni, il suo atteggiamento mite e gli splendidi colori lo hanno fatto diventare uno dei pesci più popolari e ricercati per allestire le vasche degli acquari marini tropicali.



Tra i pesci più belli del reef, ci sono i pesci farfalla ma sono spesso più grandi, colorati e maestosi. La famiglia comprende 7 generi e circa 80 specie, di taglia da piccola a media. Soprattutto tra le specie di taglia media nei colori prevalgono il giallo e il blu. Molto spesso la posizione dell'occhio è celata da una maschera colorata.

La forma è compressa lateralmente, con bocca piccola e sporgente, provvista di denti a spazzolino. Le pinne dorsale e anale, simmetriche, possono terminare con un filamento. Nuotatori lenti ma dotati di grandi capacità di manovra, i pesci angelo usano la pinna caudale per la propulsione, le mobilissime pinne pettorali e le ondulazioni delle pinne dorsale e anale per manovrare in spazi stretti.
Si trovano in tutte le zone del reef, in particolare le specie di grossa taglia (Pomacanthus, Pygoplites) sono più comuni lungo il reef esterno e reef profondo, gli ambienti delle grosse spugne, di cui si nutrono in prevalenza. Le specie piccole del genere Centropyge si nutrono prevalentemente di alghe filamentose e abbondano nel fronte del reef, reef interno e laguna. Le specie del genere Genicanthus sono mangiatori di plancton. Tutte le specie studiate finora sono ermafrodite protoginiche, con il maschio territoriale che difende un piccolo harem. Le uova sono planctoniche. Le specie di taglia media difendono il proprio territorio fronteggiando il subacqueo, e spesso emettendo dei forti schiocchi.