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domenica 25 settembre 2016

POZZE DI MAREA



Le pozze di marea sono limitate raccolte di acqua marina che si possono trovare tra gli scogli e che sono permanentemente piene di acqua marina. Possono risentire per brevi periodi di maggiori concentrazioni o diluizione dei sali disciolti in concomitanza di basse maree e insolazione o continue piogge.

Questa tipologia di ambienti è alquanto diffusa lungo le coste rocciose dell'Atlantico, dove l'escursione di marea può raggiungere diversi metri, ma lo è meno in Mediterraneo perlomeno relativamente a pozze di una certa estensione perchè l'escursione di marea è assai ridotta.
L'ambiente delle pozze tende ad essere instabile, tanto più quanto le dimensioni del bacino siano ridotte e quanto sia scarso il ricambio di acqua dal mare aperto: l'escursione termica è qui in generale molto maggiore che in mare aperto, con riscaldamento diurno sensibile soprattutto nei mesi estivi e raffreddamento notturno altrettanto importante.
Analogamente la salinità può facilmente alterarsi a seguito di acquazzoni o di altro apporto di acque dolci di qualunque origine (ruscelli etc.). Conseguentemente prevarranno in queste pozze individui di specie eurialine ed euriterme, tolleranti cioè a variazioni anche consistenti di temperatura e salinità.

Una pozza di marea litoranea è un particolare habitat, nel quale alghe e piccoli animali condividono più o meno forzatamente il poco spazio a disposizione, tant'è vero che Johnn Steinbek le definì "ambienti ferocemente brulicanti di vita".
In estate, l'acqua presente in questi ambienti, può raggiungere a causa dell'insolazione, addirittura la temperatura di 45° C, mentre la pioggia e la forte evaporazione possono creare repentini sbalzi di salinità.
Fra gli organismi presenti in questi ambienti e negli scogli adiacenti, sicuramente primeggiano i gasteropodi prosobranchi come le patelle, che sono molto comuni nella zona di marea della costa rocciosa e anche in prossimità delle opere portuali create dall'uomo. Questi organismi marini, presentano una conchiglia conica, appiattita, facilmente riconoscibile; usano il loro piede muscoloso come una ventosa e, grazie a questo, sono in grado di aderire fortemente al substrato. Possono spingersi a profondità vicine ai 10 metri. È tipico delle patelle pascolare le alghe che formano un substrato più o meno omogeneo sulle rocce, per poi tornare esattamente nello stesso punto di partenza, il punto ove la conchiglia si adatta perfettamente alle caratteristiche del substrato, permettendo di aderirvi senza che rimanga alcuna fessura o spazio tra la conchiglia stessa e appunto, la roccia.
Altri gasteropodi presenti in questo ambiente, sono le littorine, quest'ultime sono dotate da una piccola conchiglia dal colore molto variabile, tra il violetto e il marrone scuro, con margine spirale blù-bianca; si trovano perlopiù a gruppi nelle piccole fessure degli scogli, a volte frammischiate ad altri gasteropodi come i trochidi, dalla conchiglia spiralata e con punteggiature e fasce colorate.




Abbastanza comuni anche i pomodori di mare, curiosi organismi appartenenti all'ordine degli Attiniari, che sono esacoralli con corpo cilindrico, provvisto di circa 200 tentacoli brevi, retrattili, disposti su più cerchi presenti sul suo corpo rossastro, che quando non è bagnato è poco visibile, poiché si chiude a palla espellendo tutta l'acqua ma, se si ha pazienza, soprattutto verso il crepuscolo, apre in maniera sbalorditiva la corona rossa dei suoi tentacoli manifestandosi in tutta la sua bellezza.
Tra gli artropodi,  dei piccolissimi granchi (Pachygrapsus marmoratus), caratterizzati da un carapace quadrangolare con dorso piatto, liscio e da un corpo di colore verde scuro, con evidenti screziature. Questi piccoli organismi (5 cm circa), possono resistere fuori dall’acqua per alcune ore, purché l'ambiente circostante sia umido. Tra i pesci, si possono trovare dei piccoli succiascoglio, con mandibole sporgenti, bocca ampia e con labbra carnose rivolte verso il basso. Altri pesci presenti in questo luogo, dei piccoli gobidi, che amano rifugiarsi in cavità e piccoli crepacci delle rocce appena sommerse. Presenti anche ricci di mare (Paracentrotus lividus e Arbacia lixula).

Le alghe più comuni nelle pozze di marea sono Cystoseira sp., Sargassum sp., Corallina elongata e altre corallinales ramificate; spesso si rinviene anche Dictyota dichotoma e alcune volte Padina pavonica e Sphaerococcus sp., un alga riconoscibile per il suo bel colore rosso. Nelle pozze dove la concentrazione di nutrienti è maggiore, per apporti di vario tipo, si possono osservare alghe verdi filamentose e Ulvacee come l'Ulva rigida. Si tratta comunque di alghe che non risentono ovviamente troppo di variazioni nei sali disciolti e di temperatura.



martedì 10 novembre 2015

LA PESCA A STRASCICO



La pesca a strascico di fondo viene comunemente definita come una pratica irresponsabile, che danneggia gravemente i fondali ed è quindi da evitare, se si vuole essere sostenibili.

Le reti a strascico hanno generalmente forma conica; la parte terminale, apribile per estrarre il pescato, prende il nome di sacco, l'apertura invece prende il nome di bocca e la parte centrale di ventre. Sovente ai lati della bocca sono presenti due lunghe strisce di rete di forma triangolare con funzioni di "invito" che prendono il nome di ali e che, se la pesca viene praticata da due pescherecci in coppia, vengono mantenute aperte da entrambe le barche, con un tonneggio attaccato ad ognuna di esse; nella pesca a strascico compiuta da una sola barca, il tipo più comune, la rete è invece mantenuta aperta da strutture chiamate porte, tavoloni o divergenti. Le porte sono disponibili in diverse forme e misure e possono essere adatte a tenere la rete a contatto col fondo o sollevate da esso. Affinché le porte compiano bene il loro dovere, è necessario che la barca o la nave viaggi ad una certa velocità, in genere di 2,5-4 nodi. La parte della bocca e delle ali che strascica il fondale è in genere armata di piombi e catene con la funzione di smuovere il sedimento e di farne venir fuori pesci ed altri animali che vi fossero intanati mentre la parte superiore degli stessi è dotata di galleggianti con lo scopo di tenere aperta la bocca.

Il tipo più comune di rete a strascico bentonica (utilizzata per prede che stiano sul o nei pressi del fondale) è la paranza, in origine manovrata da due imbarcazioni ma oggi in genere messa in pesca da un solo peschereccio. Il rapido o sogliolara o sfogliara è una rete piccola, senza ali e dotata di una cornice rigida attorno alla bocca, che nella parte inferiore è armata di denti. Questa rete è impiegata principalmente per la pesca di pesci piatti, di razze e di molluschi bivalvi come telline e vongole.

La gangamella è invece una piccolissima rete (poco più di un retino) che viene lentamente strascicata di notte sulle praterie di Posidonia oceanica allo scopo di catturare i gamberetti. La sciabica e lo sciabichello hanno struttura simile alla paranza, con la differenza che vengono trasportate a mare da un'imbarcazione ma poi vengono salpate da terra. Altri tipi di rete sono impiegati per la cattura di pesci di mezz'acqua come cefali e latterini, soprattutto in lagune o ambienti salmastri.



La pesca a strascico bentonica è fonte di notevole impatto sull'ambiente marino. Le reti a strascico infatti distruggono o asportano qualunque cosa incontrino sul fondale, pesci, invertebrati, coralli, alghe, posidonie, eccetera e lasciano un ambiente devastato dove le comunità biotiche originarie si potranno reimpiantare solo dopo molto tempo. Peraltro, la pesca a strascico fornisce la maggioranza del pescato di specie demersali, e ciò anche a paragone del numero di operatori.

Questo è particolarmente grave nel caso di ecosistemi complessi e di fondamentale ruolo biologico come quello della prateria di Posidonia oceanica, che possono essere totalmente distrutti anche con una sola passata. Proprio per evitare questo in alcuni paesi, ad esempio in Italia, si è deciso di vietare la pesca a strascico sottocosta (entro le 3 miglia marine o al di sopra della batimetrica dei 50 metri), dove queste comunità complesse si sviluppano, ma ciò nonostante è frequente leggere sui quotidiani di pescherecci che strascicano impunemente nelle zone vietate facendo danni irreparabili e minando le loro stesse possibilità di pesca future.

Un altro serio problema della pesca a strascico è la sua non selettività, lo strascico raccoglie tutto, specie commerciali e non commerciali, adulti e giovani. La cattura di specie o esemplari di nessun interesse commerciale prende il nome di bycatch e può riguardare anche giovanili di specie pregiate, il che può portare ad un tracollo degli stock ittici, oltre a numerosi organismi non commestibili ma lo stesso importanti per l'ecosistema. Un sistema per evitare il bycatch di giovanili (soprattutto per quanto riguarda il nasello) è quello di aumentare le dimensioni delle maglie della rete costituente il sacco. Data la difficile controllabilità dell'attività di pesca in mare aperto si tendono ad usare altre tecniche dissuasive come le barriere artificiali, ovvero l'affondamento in aree di particolare interesse biologico di grandi blocchi di cemento armati di tondini d'acciaio piegati a gancio, capaci di danneggiare seriamente l'attrezzo da pesca. Oltre all'effetto di allontanare lo strascico illegale dall'area interessata questi blocchi forniscono supporto agli organismi bentonici incrementando la biodiversità dell'area, con conseguenze positive anche per la pesca. Un altro sistema di salvaguardia della fauna dalla pesca distruttiva è quello di istituire periodi di fermo biologico (durante periodi riproduttivi dei principali organismi oggetto di pesca o di bycatch) in cui la pesca a strascico è completamente vietata ovunque in modo da consentire la riproduzione di questi animali.

Molte specie, anche in via di estinzione, sono raccolte senza ragione e poi rigettate in mare, spesso già morte. Queste perdite “collaterali” (bycatch) raggiungono, in certi casi, l’80% o perfino il 90% del pescato. Per di più, ampie superfici sul fondo degli oceani, che costituiscono l’habitat dove i pesci trovano cibo e protezione, vengono schiacciate e distrutte. La pesca a strascico, inoltre, lascia in sospensione sedimenti (a volte tossici) responsabili di una torbidità dell’acqua sfavorevole alla vita. Questo genere di pesca cancella le caratteristiche naturali dell’ambiente che in condizioni normali permettono agli animali marini di vivere, riposarsi, nascondersi.




I rigetti sono degli aspetti più importanti e scandalosi del degrado degli oceani.

Si chiamano rigetti tutte le forme di vita marina pescate diverse dalle prede intenzionali. Sono “scarti”, comprendono gli esemplari della specie ricercata la cui taglia non è conforme, più altre specie che non si mangiano o non hanno mercato, specie vietate o a rischio d’estinzione, come certi uccelli, le tartarughe e i mammiferi marini. Alcuni pesci sono rigettati unicamente perché il peschereccio non ha la licenza per portarli a terra, perché non c’è spazio sull’imbarcazione o perché non sono della specie che il capitano ha deciso di catturare. Tutti, e parliamo di MILIONI DI TONNELLATE di pesce, sono rigettati in mare, morti o feriti.

Un recente rapporto del WWF stima che i rigetti siano il 40% del totale del pescato e precisa che in molti casi si tratta di esemplari giovani. È facile comprendere le drammatiche conseguenze sulla capacità delle specie di riprodursi e rigenerare gli stock.

Al di là della pressione sulle specie, si tratta di uno spreco enorme di cibo, sia per il consumo umano, sia per quello dei predatori marini.

Inoltre, gli specialisti sottolineano che mentre le navi da pesca industriali rigettano ogni anno MILIONI DI TONNELLATE di pesce non desiderato, la pesca artigianale ne rigetta molto poco.

Secondo uno studio ministeriale italiano, effettuato nel 2001 su alcune specie ritenute tra i principali target di questa pratica (nasello e triglia di fango), la rete del sacco ha in genere una maglia di 60mm mentre la rete del coprisacco ha maglia da 50mm. Questo studio intendeva comparare il pescato con l'una e con l'altra dimensione di maglia, giungendo a rilevare che, per le due specie traguardate, alla maggior larghezza (60mm) corrispondeva una taglia media di cattura più lunga di un cm. Secondo questa ricerca però all'incremento delle taglie, con la maglia più grossa non corrispondeva anche un vantaggio economico, riducendosi il fatturato (del 22,8%), il reddito da capitale (di più del 50%) e la redditività dell'investimento (del 9%).

L’impiego di veleni per uccidere o stordire il pesce è molto diffuso, in mare così come in acqua dolce, comprese le lagune costiere e le barriere coralline. La pesca al cianuro, per esempio, si pratica dalle scogliere decimate e devastate delle Filippine – dove si calcola che siano versate 65 tonnellate di cianuro all’anno – fino a quelle isolate a est dell’Indonesia e in altri paesi del Pacifico occidentale. In molti luoghi l’uso di veleni nella pesca è una tecnica tradizionale, ma gli effetti negativi si sono accentuati da quando alle sostanze di origine vegetale si sono sostituiti pesticidi chimici. I veleni uccidono tutti gli organismi dell’ecosistema, tra cui i coralli che formano le barriere.
Anche l’uso degli esplosivi esiste da secoli ed è in espansione. Le esplosioni possono produrre crateri molto grossi, che devastano dai 10 ai 20 m2 di fondo marino. Non uccidono solo i pesci ricercati, ma anche la fauna e la flora circostanti. Nelle scogliere coralline la ricostruzione degli habitat danneggiati richiede decenni. Gli esplosivi sono facilmente reperibili e a buon mercato. Spesso provengono dall’industria mineraria o edilizia. In molte regioni si estraggono esplosivi da vecchie munizioni recuperate da guerre del passato o conflitti in corso. Altrove, i pescatori se li procurano attraverso il traffico illegale d’armi.

Per pesca fantasma s'intende l’abbandono in acqua, in genere accidentale (ma a volte volontario), di reti e altro materiale, che continuano a catturare inutilmente pesci, molluschi, ma anche grandi mammiferi marini che muoiono per sfinimento dopo ore di lotta per risalire in superficie a respirare. Il problema delle attrezzature abbandonate o perse è amplificato dall’intensificarsi delle operazioni di pesca e dall’introduzione di equipaggiamenti prodotti con materiali sintetici resistenti.


Secondo uno studio ministeriale italiano, effettuato nel 2001 su alcune specie ritenute tra i principali target di questa pratica (nasello e triglia di fango), la rete del sacco ha in genere una maglia di 60mm mentre la rete del coprisacco ha maglia da 50mm. Questo studio intendeva comparare il pescato con l'una e con l'altra dimensione di maglia, giungendo a rilevare che, per le due specie traguardate, alla maggior larghezza (60mm) corrispondeva una taglia media di cattura più lunga di un cm. Secondo questa ricerca però all'incremento delle taglie, con la maglia più grossa non corrispondeva anche un vantaggio economico, riducendosi il fatturato (del 22,8%), il reddito da capitale (di più del 50%) e la redditività dell'investimento (del 9%).






venerdì 18 settembre 2015

I Coralli del Mediterraneo



La barriera corallina, tipico ambiente tropicale, è l’emblema del mare ricco e pulito. Foreste di animali-piante, con scheletri di carbonato di calcio, ospitano una vita brulicante e coloratissima. Intanto diciamo subito che i «coralli» delle formazioni coralline non hanno niente a che vedere col corallo rosso, usato in gioielleria. Gli zoologi li mettono nello stesso phylum (gli cnidari) e nella stessa classe (gli antozoi) ma i coralli delle formazioni coralline sono madreporari (è per questo che si chiamano madrepore) mentre il corallo rosso è un gorgonaceo, parente delle gorgonie che popolano il Mediterraneo, sui fondi rocciosi al di sotto di 10-15 m, fino a profondità rilevanti, quelle dove i corallari vanno in cerca dell’oro rosso.

In Mediterraneo non ci sono formazioni coralline simili a quelle tropicali, però qualcosa di analogo c’è. I coralli tropicali vivono in superficie, e hanno alghe simbionti nei loro tessuti. Sono carnivori e, con i tentacoli dei loro polipi (gli individui che formano le colonie), catturano prede, ma sono anche fotosintetici, grazie ai simbionti algali. Un misto tra piante e animali. Le alghe simbionti richiedono luce e, dove la luce non arriva, i coralli non vivono. Ma i nostri sì.

Da tempo si sapeva che, a qualche centinaio di metri di profondità, sul pendio che, lungo le coste, porta verso gli abissi marini, erano presenti formazioni coralline: i coralli bianchi. I pescherecci, ogni tanto, tiravano su grandi colonie morte di questi madreporari. Si pensava che oramai ci fossero solo tanatocenosi, un parolone per dire: tracce di comunità di organismi oramai morti. E invece, una decina di anni fa, l’uso dei sommergibili da ricerca ha permesso di scoprire che i coralli bianchi sono vivi anche nel  Mediterraneo.

Una formazione importante si trova al largo di Santa Maria di Leuca, e più a nord, nell’Adriatico meridionale, nel canyon sottomarino da cui esce un flusso d’acqua fredda che parte dal nord Adriatico e, ricca di ossigeno, rifornisce gli abissi dello Ionio. In questa corrente ci sono le condizioni per il rigoglio delle barriere coralline: le formazioni a coralli bianchi. L’Unione Europea ha finanziato un progetto, CoCoNet, per studiare la possibilità di creare reti di Aree Marine Protette in Mediterraneo e in Mar Nero, includendo non solo le zone costiere ma anche il mare profondo. Lo studio pilota si sta facendo nel Canale d’Otranto, dove le aree marine protette sulle due sponde, la italiana e quelle greche, albanesi, montenegrine e croate, sono idealmente congiunte ai coralli di Leuca e del Canyon di Bari. La prima rete potrebbe essere proprio quella, unendo la protezione delle coste con quella degli abissi. Perché, andando con i sottomarini da ricerca, il Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare e l’Istituto di Scienze Marine del CNR stanno scoprendo sempre maggiori porzioni della nostra barriera corallina.



Il coralligeno,il cui nome ricorda i coralli, ma il coralligeno è fatto principalmente di alghe, le alghe coralline. Anche loro hanno scheletro calcareo e formano concrezioni che innalzano il fondo del mare, sono biocostruzioni. Assieme agli scheletri delle alghe coralline, il coralligeno è formato da madreporari (simili a quelli delle formazioni tropicali), gorgonie, briozoi (animali bellissimi e coloratissimi), tantissime spugne dai colori più sgargianti, attinie, molluschi, anellidi, e ascidiacei. Le foreste di gorgonie, spugne e briozoi sono altrettanto emozionanti da vedere delle foreste di coralli. Il coralligeno ama le acque fredde ed è disturbato da temperature troppo alte. Lungo le coste del Mar Ligure, per esempio, le gorgonie e le spugne sono morte, qualche anno fa, perché la temperatura dell’acqua, alla profondità dove di solito il calore solare non arriva troppo intensamente, è salita troppo.

Il Corallium rubrum o semplicemente “Corallo Rosso” è molto diffuso nei mari di tutto il mondo ma specialmente nel mar Mediterraneo in Sicilia, Sardegna, Corsica e in Liguria ma in natura lo si può trovare diffuso anche nell’Oceano Atlantico in Marocco, Canarie e in Portogallo. Questo bellissimo corallo vive fino a 200 metri di profondità in luoghi con scarsa vegetazione e in zone poco illuminate. Il Corallium rubrum è un corallo che non mancherà di essere trovato dai sub che vogliono esplorare delle grotte sottomarine o dei luoghi ombrosi come strapiombi e fenditure tra le rocce. Solo partendo dai 20 metri di profondità possiamo incominciare a trovare questo corallo rosso. Il Corallium rubrum prende il suo nome da “Corallium” che significa appunto “Corallo” e da “rubrum” che significa “rubino” per via del suo color rosso acceso, infatti, molti lo conoscono semplicemente con il nome comune di “Corallo Rubino”.

Questi bellissimi coralli crescono molto lentamente, circa tre o quattro centimetri l’anno, ma con il tempo riescono a formare delle colonie molto ramificate che possono arrivare a crescere non oltre i trenta centimetri di altezza. Questo corallo rosso in realtà, può avere anche diversi colori a parte il rosso rubino come ad esempio neri, bianchi e molto raramente anche di color rosa pallido. I polipi del Corallium rubrum sono di color bianco e sono lunghi solo pochi millimetri, dotati di otto tentacoli che si possono vedere solo quando si estroflessono per poter catturare cibo come plancton e altre sostanze nutritive che possono riuscire a catturare.

Possiedono uno scheletro di tipo calcareo veramente molto duro che lo rende un ottimo materiale per poter realizzare dei gioielli, infatti, molti conoscono i coralli rossi solo perché li hanno visti in qualche gioielleria. Il “Corallium rubrum” si riproduce rilasciando delle larve che trasportate dalla corrente dell’acqua si poggiano sul substrato dando vita a un nuovo corallo. Questi coralli hanno una forma che li rende molto facili da poter spezzare, l’uomo ha abusato parecchio sulla raccolta di questi coralli.

I coralli duri sono quelli che costituiscono la vera barriera corallina; sono detti ermatipici e sono spesso associati a delle alghe unicellulari chiamate zooxantelle. Queste alghe simbiotiche, sono contenute in grande numero nei tessuti dei polipi corallini (si è stimato la presenza di oltre un milione di cellule per centimetro cubico) e queste ultime sono in grado di favorire la sintesi del calcare dei coralli stessi e, inoltre, hanno anche lo scopo di fornire e elaborare le sostanze nutrienti. Questi coralli costruttori o Madreporari, hanno anche un’altra caratteristica che li accomuna tra di loro: i tentacoli dei loro polipi sono sempre in numero di 6 o multipli di 6 e sono inclusi nella sottoclasse degli Esacoralli. A questa sottoclasse appartengono vari generi quali ad esempio: Acropora, Favites, Pachyseris, Goniastrea, Caryophyllia.



All’altro gruppo appartengono i coralli molli, termine comunque non proprio corretto. Questi animali possono crescere anche senza sostegni rigidi e nel corso della loro storia evolutiva, hanno quindi rinunciato ad avere uno scheletro, adottando strutture meno "pesanti". Infatti il loro corpo è composto di una massa di cellule dalla consistenza gelatinosa e compatta. I loro polipi hanno sempre 8 tentacoli e perciò appartengono alla sottoclasse degli Ottocoralli. Sono chiamati anche coralli aermatipici, coralli che non intervengono nelle costruzioni di scogliere. Ne fanno parte tra l’altro gli ordini Gorgonacea, con vari generi e specie quali ad esempio, il corallo rosso Corallium rubrum, Eunicella, etc. Negli altri ordini, vi troviamo gli Alcionacei con i generi Sarcophyton, Lythophyton, Alcyonium. Altro gruppo, è quello delle Pematulacea (penne di mare), con alcuni generi quali Pteroeides, Pinnatula, Veretillum.

Questi organismi hanno una lunga storia evolutiva alle spalle, apparvero già nel Cambriano 540 - 490 milioni di anni fa, primo periodo dell’era Paleozoica. Si trasformarono e prosperarono nelle successive ere superando indenni le varie estinzioni di massa, giungendo fino a noi con forme e colori di straordinaria bellezza. Termino ricordando che i coralli crescono da 1 millimetro a 3 centimetri l’anno, quindi per esempio, una formazione corallina di qualche metro può avere bisogno di millenni per formarsi, ma per far questo il corallo necessita di condizioni biologiche ben precise, quali acqua pulita, limpida, ben areata e a temperatura costante.

Per quanto riguarda le gorgonie, anche nella secca dei Francesi, ad una profondità di circa 60 mt, si osservano formazioni rare di corallo nero Antipathes dicotoma, queste amano un fondale duro e le correnti ricche di nutrienti. Una formazione particolarmente folta di questi organismi, che sono allo studio da parte dei ricercatori provenienti da tutto il mondo. Il falso corallo nero mediterraneo, Savaglia savaglia, è abbondante anche nei fondali del Mar Ligure, a Portofino.




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lunedì 14 settembre 2015

IL MARE GIALLO



Mare dell’Asia orientale (417.000 km2), dipendenza dell’Oceano Pacifico, compreso tra la costa della Cina settentrionale, quella della Manciuria e quella occidentale della Corea. Costituisce la parte più settentrionale del Mar Cinese Orientale, a N della linea che unisce le foci dello Chang Jiang all’estremità meridionale della Corea. Profondo al massimo 105 m, gela per vari mesi nella sua parte settentrionale. La marea vi raggiunge un’ampiezza di 10 m. I porti principali sono: Qingdao, Weihai, Yantai e Tianjin in Cina; Dalian in Manciuria; Inchon e Mokpo in Corea.

Il mar Giallo è chiamato mare Occidentale nelle due Coree. Il suo nome deriva dai sedimenti di colore giallo che colorano le sue acque, apportati da vari fiumi, in particolare dal fiume Giallo (Huáng Hé).


Le alghe invadono il Mar Giallo, lo specchio di mare tra Cina e le due Coree, e lo tingono di verde. E purtroppo non è la prima volta che succede, anzi la cosa inizia a diventare fin troppo frequente in Cina. Tutto dipende dalla Enteromorpha prolifera, meglio nota col nome comune di "Lattuga di mare".

Per fortuna non si tratta di un'alga tossica e pericolosa per l'uomo, ma ciò non toglie che l'eccessiva abbondanza di questa alga in un posto dove non dovrebbe esserci per natura stia stravolgendo l'ecosistema del Mar Giallo.

Anche perché le proporzioni del fenomeno sono allarmanti: 28.900 chilometri quadrati di mare invaso dalla lattuga, con gli operai della città di Qingdao costretti a usare i bulldozer per rimuovere 7.335 tonnellate di alghe in pochi giorni.



Come riporta il Guardian, poi, non è la prima volta che la Cina si trova invasa dalla Enteromorpha prolifera: è il sesto anno di fila e quest'anno la quantità di alghe è doppia rispetto al 2008. Come quasi sempre accade quando c'è un boom di alghe a mare, vuol dire che l'uomo ci ha messo lo zampino.

Inquinamento. Ecco la parola magica: i fiumi scaricano in mare tonnellate di concimi agricoli e scarti industriali, che le alghe usano come nutrimento per crescere a dismisura. L'effetto collaterale è che il tappeto di Enteromorpha fa ombra al fondale marino e divora ossigeno, causando la morte degli altri esseri viventi presenti nell'ex Mar Giallo.

La questione ambientale cinese, quindi, inizia a rivelare le dimensioni della catastrofe. Tanto che il Governo cinese ha ammesso l'esistenza dei "villaggi del cancro" dove vengono (de)portati i malati di tumore.




domenica 13 settembre 2015

IL MAR ROSSO



Il Mar Rosso è un mare compreso tra l'Africa e la Penisola arabica comunicante con il Mar Mediterraneo attraverso il canale di Suez, e con l'Oceano Indiano tramite lo stretto di Bab el-Mandeb.
Il Mar Rosso si biforca in corrispondenza della penisola del Sinai, dando luogo al Golfo di Aqaba ad oriente, e al Golfo di Suez ad occidente. Sul mar Rosso si affacciano Egitto, Israele, Giordania, Arabia Saudita, Yemen, Gibuti, Eritrea e Sudan.Nell'Antico Egitto era conosciuto con il nome di Verdissimo.
Naturalmente il nome non indica un colore rosso permanente dell’acqua, che invece è solitamente definita blu se vista da lontano, verde dorato attorno ai reef e trasparente quando si prende in mano. Perché il Mar Rosso venga chiamato così è un mistero complesso, sul quale ci sono numerose teorie, nessuna di queste definitiva.Il mare è stato conosciuto con più nomi attraverso la storia come “Golfo Arabico” o “Mare d’Eritrea”. Infatti gli antichi marinai Egiziani si riferivano alla stessa massa d’acqua come al “Grande Verde” o al “Mar Verde”. Contemporaneamente il nome “Mare d’ Eritrea” è stato anche applicato alle acque attorno la Penisola Sud Arabica, attualmente conosciute come Oceano Indiano. Il nome “Mar Rosso” appare anche allo stesso tempo per indicare l’intera area marittima fra Africa, Arabia e Sud Asia.La spiegazione più comunemente accettata per l’attuale nome del Mar Rosso è la frequente marea rossa di plankton, causata dalla fioritura di un tipo di alga chiamata Trichodesmium Erythraeum.
Al termine della fioritura dell’alga, il colore azzurro-verde del mare sembra mutarsi in un rossiccio-marrone.



All’estremità meridionale della penisola del Sinai comincia il solco principale, in cui si raggiungono i fondali massimi di 2835 m all’altezza di Bur Sudan. Le coste, a tratti rocciose, sono costituite e orlate da vaste scogliere madreporiche e cosparse di isole, che nei settori centrale e meridionale formano estesi arcipelaghi (Dahlak, Farasan, Kamaran, Hanish), mentre la sola zona assiale, che va restringendosi verso S, è libera da scogli. A S il canale, con meno di 200 m di profondità, si insinua nello Stretto di Bab al-Mandab, ove sorge l’isolotto di Perim. Il Mar Rosso non riceve fiumi perenni e sulla sua superficie e lungo le sue coste le precipitazioni sono scarse; la temperatura delle acque superficiali è di 25-35° e l’evaporazione è molto elevata e compensata dagli afflussi dall’Oceano Indiano. La salinità per la forte evaporazione sale al 40‰, fino a raggiungere il 50‰ nei Laghi Amari. Le maree hanno valori massimi di 210 cm a Suez, 80 cm a Bur Sudan, 130 cm nel bacino di Massaua e 200 in quello di Assab, e si presentano con ciclo mensile. Il regime delle correnti dipende dalle maree e risente delle influenze dei monsoni. Biologicamente è un mare ricco di specie animali di tipo tropicale, che risentono di influssi mediterranei; notevoli le risorse della pesca. La flora marina è scarsa: tipiche alcune alghe, fra cui Trichodesmium erythraeum a cui sono dovute le velature superficiali che formano estesissime macchie rosso-brune, da cui la denominazione. Il percorso Mar Rosso-Canale di Suez è una delle principali rotte marittime mondiali.
Da un punto di vista geologico, il Mar Rosso costituisce una struttura legata sia ai rift dell’Africa orientale sia al Golfo di Aden, e insieme rappresentano un’area della superficie terrestre particolarmente importante per la tettonica a zolle, dove si può osservare la fase di separazione continentale, la transizione da un rift continentale a uno oceanico e l’iniziale fase di espansione del fondo oceanico. In particolar modo il Mar Rosso occupa una posizione intermedia in questo schema evolutivo: esso si trova infatti nello stadio giovanile di formazione di un proto-oceano che iniziò a svilupparsi a partire dall’Oligocene con l’assottigliamento della litosfera continentale, seguito da due fasi di espansione del fondale oceanico comprese rispettivamente tra 25 e 15 milioni di anni fa e tra 4,5 milioni di anni fa e l’epoca attuale. Nel periodo tra 15 e 4,5 milioni di anni fa, costituì un bacino semichiuso, in cui si depositarono ingenti spessori di sedimenti evaporitici.


Fin dall'apertura del canale di Suez si è avuto un intenso fenomeno di immigrazione nel Mediterraneo da parte di organismi marini originari del mar Rosso. Questo fenomeno prende il nome di migrazione lessepsiana.

Sul mar Rosso si affacciano alcune importanti località di villeggiatura egiziane, (Sharm el-Sheikh, Hurghada, Marsa Alam, Berenice) e Aqaba che ospitano ogni anno moltissimi turisti, soprattutto europei.

Importanti geopoliticamente anche il porto di Elat, che costituisce l'unico sbocco su questo mare di Israele, e lo stato dell'Eritrea che impedisce l'accesso al mare all'Etiopia.

Il mar Rosso riveste anche un'importanza storico-religiosa: nel libro dell'Esodo dell'Antico Testamento è narrato infatti il passaggio del mar Rosso da parte degli Ebrei guidati da Mosè in fuga dall'Egitto. In questa occasione si racconta che Dio aprì le acque di fronte agli Ebrei per poi richiuderle nel momento in cui lo attraversavano le truppe egizie che li inseguivano.



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IL SARGASSUM



Il sargasso comune appartiene alla divisione delle alghe brune (cromofite). Le alghe brune sono macroalghe bentoniche marine con tallo prevalentemente filamentoso la cui colorazione spazia dal bruno al nero, passando dalle tonalità del verde. Le alghe brune sono capaci di sopravvivere alla insufficienza di luce fino a quote che si aggirano attorno ai 4o-50 metri. Il sargasso comune a sviluppo dicotomo frastagliato ed il tallo è munito di vescicole sferiche galleggianti (aerocisti) che, tra l’altro aiutano l’intero tallo a sostenersi eretto.



Esso dà il nome al Mar dei Sargassi, dove queste alghe sono particolarmente diffuse.



Alcune specie hanno delle vesciche contenenti gas che aiutano la pianta a dirigere le fronde verso l'alto dove la luce è più abbondante. Molte alghe di questo genere hanno un corpo robusto e flessibile che resiste a forti correnti marine. Questa caratteristica flessibilità è garantita dalla presenza di una parete cellulare simile alle piante più evolute, ma con minor presenza di fibrille di cellulosa e maggior presenza di sostanza amorfa di natura polisaccaridica.



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sabato 12 settembre 2015

IL MARE DEI SARGASSI



Il Mar dei Sargassi si trova nell’oceano Atlantico ed è compreso tra le Antille e le Azzorre.

Si chiama così per la cospicua presenza di una particolare alga, il sargassum appunto, che si aggrega alle altre alghe dello stesso genere, dando origine a quello che sembra un vero e proprio “prato”.




In questo mare amano riprodursi le anguille, nonostante sia una zona ad alta concentrazione di rifiuti plastici non biodegradabili. Una curiosità del mar dei Sargassi è quello di essere un mare senza spiagge, dato che è una porzione di oceano.



Esso costituisce infatti il naturale nido d'amore delle Anguille. Questi pesci catadromi sono soliti compiere centinaia di chilometri per raggiungere l'area a largo della Florida e qui riprodursi prima di morire. Le larve poi vengono trasportate nell'oceano dalle correnti fino a giungere nelle acque dolci Europee e nel Delta del Po.




domenica 6 settembre 2015

I GIARDINI DEL MEDITERRANEO



Il mediterraneo possiede una caratteristica biologica che non ha eguali in tutto il mondo. Passando per lo stretto di Gibilterra in direzione della Sicilia, guardando la cartina geografica, possiamo notare una conformazione a sacco, ciò che i pescatori siciliani chiamano "U' catu" (cioè il secchio), questo vuol dire che la flora marina non è disturbata nè dalle correnti oceaniche nè da forti mareggiate e un fondale di modeste profondità che facilita l'esposizione dei raggi solari, ne consegue un mare ricco di plancton nella fattispecie fitoplancton e un ecosistema marino equilibrato, ideale a favorire una biodiversità, ecco perchè la maggiorparte del mediterraneo è ritenuto area marina protetta. Tra le tanti specie di vegetazione marina abbiamo la Posidonia Oceanica, che a dispetto del nome è una specie endemica del Mediterraneo di cui ne possiede intere praterie. La Cystoseira sp., e la Cymodocea nodosa, oltre ovviamente ad un infinito elenco di specie come le rose di mare, le margherite di mare, le spugne, la padina pavonia, l'acetabularia acetabulum ecc.

Negli ecosistemi marini è possibile trovare un numero decisamente diverso di “piante”, la maggior parte delle quali sono abbastanza diverse da quelle terrestri.
Queste includono: mangrovie, fanerogame, alghe e licheni (una simbiosi tra funghi e alghe).

Per distinguere tra piante marine e animali bisogna considerare che le piante marine generalmente esibiscono alcune o tutte le seguenti caratteristiche:
Colore verde, bruno o rosso/rosa
Forme soffici, flessibili
Superfici lisce e consistenti (prive di pori o altri buchi o colonie di strutture più piccole
Crescita diritta e ramificata
Non reagiscono al tatto

Esistono delle eccezioni e anche buona parte della fauna marina mostra alcune delle caratteristiche menzionate.



Vengono in genere chiamate “macroalghe” per distinguerle dalle numerose “microalghe”, normalmente non visibili ad occhio nudo.Le alghe rappresentano in Mediterraneo i costituenti base di tutte le biocenosi che contraddistinguono questo ambiente. Basti pensare al coralligeno, l’habitat più caratteristico, meta delle immersioni subacquee più affascinanti. Alla base di tale struttura stanno infatti delle alghe rosse della famiglia corallinacee con l’apporto secondario di scheletri di alcuni animali.
In certe occasioni il proliferare delle alghe può determinare problemi e questo ha erroneamente contribuito a crearne un’immagine negativa.

Le alghe rappresentano nell’ambiente acquatico quello che le piante rappresentano in ambito terrestre e sarebbe quindi difficile immaginare dei fondali marini privi di questa vegetazione.Le alghe presentano una originale struttura, esse non hanno veri e propri tessuti ed organi ma un corpo chiamato tallo, poco o nulla differenziato. La colorazione è determinata dai differenti pigmenti che si aggiungono alla clorofilla (verde) per rendere più efficiente la fotosintesi. Questi pigmenti sono tipici dei principali tre gruppi: Rodofite (alghe rosse), Clorofite (alghe verdi), Feofite (alghe brune)

Nel Mediterraneo l’habitat più tipico è rappresentato dalla Posidonia oceanica, specie endemica che molti erroneamente considerano un’alga ma che in realtà è una pianta. Quasi sempre, quando dei subacquei si imbattono in un posidonieto si assiste a pinneggiate frenetiche allo scopo di oltrepassarlo nel più breve tempo possibile. Questi purtroppo ignorano che la Posidonia ha una grande importanza per il fatto che costituisce e mantiene un ecosistema particolarmente ricco di vita in grado inoltre di esportare risorse anche negli ecosistemi limitrofi.
La Posidonia innanzitutto fornisce cibo per numerosi organismi erbivori brucatori, pesci (es., le salpe) ed invertebrati, e inoltre ospita sulle foglie epifiti di vario tipo, animali e vegetali, anch’essi alimento per altri animali. Questa struttura permette l’origine ed il mantenimento di una ricca catena alimentare, ma le praterie ospitano anche numerosi organismi come spugne, briozoi, piccoli pesci ecc. che trovano riparo tra le “matte”, in più molti pesci trascorrono fasi di vita giovanile tra le foglie di Posidonia per poi allontanarsi raggiunta la forma adulta. Durante l’autunno, le foglie cadono e vanno a formare un detrito organico che viene riciclato fornendo un’ulteriore fonte di nutrimento per vari organismi.



Le foglie di Posidonia determinano un’importante riduzione dell’idrodinamismo, con conseguente mantenimento dell’equilibrio delle coste, grazie all’azione di smorzamento da parte della "matte" e dello strato fogliare; le foglie spiaggiate, staccatesi durante il periodo autunnale, costituiscono inoltre un’importante barriera naturale verso l’azione delle mareggiate invernali.

Purtroppo lungo molte coste del Mediterraneo si sta manifestando un diffuso fenomeno di regressione delle praterie, soprattutto nella fascia più superficiale della zona costiera soggetta maggiormente agli effetti dell’azione umana. L’attività di pesca, i frequenti ancoraggi, la costruzione lungo il litorale di porti e frangiflutti, sono tutti interventi che danneggiano, o meccanicamente o modificando i regimi sedimentari di alcune aree, l’originale struttura delle praterie.
La diffusione delle alghe tropicali appartenenti al genere Caulerpa, facilitata dalle condizioni di instabilità della Posidonia oceanica soprattutto nella fascia più superficiale della zona costiera, soggetta maggiormente agli effetti dell’azione umana, ha determinato purtroppo un diffuso fenomeno di regressione delle praterie.
Nel Mediterraneo la caulerpa taxifolia è affetta da gigantismo, nel senso che le fronde possono superare anche i 40cm. È in grado di colonizzare qualsiasi tipo di substrato e non viene assolutamente danneggiata dalle acque inquinate. Nelle zone occupate, la vita continua, ma fortemente banalizzata: scompare gran parte della fauna sessile e della fauna vagile associata alla Posidonia.

Quella delle alghe è una famiglia vastissima e ben differenziata, innanzitutto per le dimensioni. Esistono alghe minuscole, libere nel maree trasportate dalle correnti nella gran massa del plancton che costituiscono il fitoplancton. Altre, di solito fisse al substrato quasi sempre roccioso, raggiungono dimensioni notevoli: i sargassi, che vivono nel mare omonimo, sono alghe lunghe vari metri. Attaccate al substrato del fondale si ergono verso la superficie, sostenute da singolari vescichette piene di gas e, una volta a galla. formano vere e proprie distese che fanno assomigliare gli specchi d'acqua a zone paludose. Le alghe a differenza delle normali piante costituiscono un mondo a sè. Ad esempio, hanno l'attaccatura al substrato simile ad una radice, ma, mentre quest'ultima ha il compito di assorbire dal terreno le sostanze essenziali per la crescita della pianta, l'attaccatura dell'alga serve solo a fissarla sul fondale.Tra microscopiche, piccole, grandi ed enormi, le specie di alghe sono circa 25.000. Si dividono in tre grandi categorie: le verdi. le brune e le rosse. Le prime vivono negli strati d'acqua prossimi alla superficie; le brune crescono di solito un pò più in basso dove inizia la penombra; le rosse dove la luminosità è ancora più scarsa. Le alghe verdi devono vivere dove la luce solare giunge in quantità apprezzabile. Per questa ragione nei mari più limpidi, grazie alla profonda penetrazione della luce, si trovano alghe verdi a quote impensabili, ma anche nel Mediterraneo, nelle zone risparmiate dall'inquinamento, il fenomeno è comune. La colorazione delle alghe è dovuta a particolari pigmenti che ricoprono la clorofilla e che consentono di effettuare la fotosintesi in condizioni precarie di luce.




venerdì 28 agosto 2015

IL TROTTOIR A VERMETI



Il termine trottoir (letteralmente “marciapiede”), deriva dalla letteratura scientifica francofona, ed è quello impiegato più comunemente dai ricercatori italiani di biologia marina. Esistono in realtà termini italiani equivalenti. Il termine "piattaforma a vermeti" (senz’altro linguisticamente più corretto di trottoir), è utilizzato diffusamente in campo biologico, mentre nella letteratura geologica storica è generalmente preferito il termine "panchina" per indicare facies sedimentarie del tipo descritto in questa voce (sia dominate da Vermetidi che da altri taxa). Un esempio classico di queste ultime facies è la cosiddetta Panchina tirreniana, caratterizzata da estesi accumuli conchigliari, che caratterizza il sottopiano statigrafico Tirreniano (Pleistocene del mediterraneo) ed è costituita da specie atlantiche ad affinità tropicale (fra cui anche diverse specie di Vermetus) denotanti un clima più caldo dell’attuale.

Il Trottoir a vermeti o “piattaforma a vermeti” è una piattaforma carbonatica litoranea che si espande verso il mare, formata in seguito ad un processo di cementificazione di gusci di alcune specie di molluschi della famiglia dei Vermetidi. Si tratta di un’importante biostruttura tipica del Mar Mediterraneo, per molti versi simile alle barriere coralline. La sua crescita è legata principalmente all’azione di due specie di molluschi gasteropodi: Dendropoma petraeum e Vermetus triquetrus.

“ll trottoir fu descritto da Jean Louis Armand de Quatrefages de Bréau nel suo volume intitolato: “Souvenirs d’un naturaliste”, pubblicato a Parigi intorno al 1854. Nel 1952 Molinier e Picard si recavano in Sicilia per ritrovare i luoghi di Quatrefages, e non solo, e ridescrivevano il trottoir di Torre de l’Isola con molti più dettagli. Nel 1964 la formazione veniva ripresa da Pérés e Picard nel:” Nouveau manuel de bionomie benthique de la mer Méditerranée” pubblicato a Marsiglia. Negli ultimi venti anni l’argomento è stato trattato dai malacologi, che a Palermo sono ben rappresentati da Riccardo Giannuzzi e da Francesco Pusateri. Inoltre, Pandolfo A., Chemello R. & Riggio S. (1992) con: “Notes sur la signification écologique de la malacofaune d’un “Trottoir à Vermets” le long de la côte de Palerme (Sicile)” e con altri lavori.”



Il trottoir è edificato dal mollusco gasteropode vermetide Dendropoma (Novastoa) petraeum (Monterosato, 1892), considerato il principale biocostruttore del trottoir a vermeti (Chemello et al., 2000), in associazione con alcune alghe rosse incrostanti, come Neogoniolithon brassica – florida (Harvey) Setchell & Mason (Fig.2), considerata una componente importante dei trottoir a vermeti. Quest’ultimo è comune in “cuvettes” e pozze di marea, e non si trova mai su altre alghe. Alla piattaforma si associa spesso il Vermetus triquetrus (Bivona Ant., 1832) che, sia in forma solitaria che gregaria, occupa le porzioni perennemente immerse della struttura poiché, differentemente dal Dendropoma petraeum, presenta un opercolo vestigiale poco adatto per resistere ai periodi di secca.

Dendropoma petraeum può essere considerato una specie “strutturale”. Dendropoma petraeum è un mollusco gasteropode sessile endemico del Mediterrano che ha una robusta conchiglia di forma tubulare a crescita irregolare.

E’ una specie gregaria e coloniale adattata a vivere nella fascia intermareale grazie alla presenza di uno spesso opercolo corneo che chiude l’apertura della conchiglia nei periodi di emersione cui l’animale è sottoposto durante l’alternanza dei cicli di marea. La specie si nutre esclusivamente attraverso filtrazione per mezzo di ciglia, che con l’ausilio di sostanze mucillaginose intrappolano piccoli organismi contenuti nell’acqua (Calvo et al., 1998). D. petraeum può essere considerato la principale specie biocostruttrice (30%) del reef a vermeti (Chemello et al., 2000).

Dendropoma petraeum presenta le gonadi di entrambi i sessi. Le uova presentano uno sviluppo diretto (Calvo et al., 1998) e sono incubate all’interno della cavità del mantello in una capsula ovigera. La schiusa delle uova è diretta, ed i giovanili sono in grado di insediarsi sul substrato subito all’esterno della conchiglia materna.

In uno studio comparativo tra coste con trottoir a vermeti e coste nelle quali queste strutture sono assenti, è stato evidenziato come questa formazione contribuisce all’aumento della diversità.

La componente malacologica è costituita da circa 46 taxa, tra questi ad esempio Mytilaster minimum (Poli, 1795), Cardia caliculata (Linnaeus, 1758), Pisinna glabrata (Von Mühlfeldt, 1824)



Per quanto riguarda la componente algale, sono stati identificati 129 taxa.

I trottoir a vermeti sono distribuiti in tutto il Mediterraneo, anche se le strutture più imponenti sono descritte per il settore orientale, in particolare lungo le coste di Israele (Safriel, 1975) e del Libano (Dalongeville, 1977).

Nella Sicilia nord-occidentale la distribuzione delle biocostruzioni a vermeti coincide con le formazioni carbonatiche costiere a prevalente esposizione ad Ovest/Nord-Ovest (Dieli et al., 2001). I siti sono: Cefalù, Capo Zafferano, Capo Gallo, Punta Barcarello, Isola delle Femmine, Punta Raisi, Tonnara del Cofano e Isole Egadi.

Dall’osservazione dei trottoir siciliani è possibile definire uno schema morfologico generale in cui, secondo un transetto costa-largo, distinguiamo le seguenti componenti:

Cintura infralitorale a Cystoseira amentacea var. stricta: Posta inferiormente al bordo esterno della piattaforma.

Bordo esterno: Costituito da una spessa incrostazione di Dendropoma, a volte superiore ai 40 cm, molto articolata e fessurata, che rappresenta la vera porzione attiva del trottoir, in espansione verso il largo.

Cuvettes: Una o più depressioni dal diametro variabile da qualche decimetro ad oltre un metro ed una profondità generalmente inferiore ai 50 cm. Le cuvettes di dimensioni maggiori possono essere paragonate a piccole lagune retrorecifali.

Cornice prossimale: Di pochi centimetri di spessore, formata dalle incrostazioni di due rodoficee, Neogoniolithon brassica-florida (sin. Spongites notarisii) e Lithophyllum byssoides (sin. L. tortuosum), quest’ultima considerata un marcatore del trottoir.

Nella Convenzione di Berna del 1979 sulla “Conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale in Europa”, ratificata dall’Italia nel 1981 (L. 503 del 5/08/1981) e recepita con i suoi allegati soltanto dopo il 1996, viene elencato tra i molluschi il Dendropoma petraeum (Monterosato, 1884), principale costruttore di piattaforme a vermeti. Da sottolineare che la protezione delle specie elencate negli allegati I e II della Convenzione impone la protezione dell’habitat in cui queste si trovano. Tuttavia, questa Convenzione non ha lo stesso potere della Direttiva Habitat (Cinelli et al., 2009). La Convenzione di Barcellona del 16 febbraio 1976, modificata nel 1995, e i protocolli elaborati nell’ambito di tale Convenzione mirano a proteggere l’ambiente marino e costiero del Mediterraneo, incoraggiando la progettazione di piani regionali e nazionali che contribuiscono allo sviluppo sostenibile.

Nel protocollo SPA/BIO (Convenzione di Barcellona) troviamo una serie di criteri finalizzati ad individuare le aree di particolare interesse per la conservazione della biodiversità mediterranea, ASPIM (Aree Specialmente Protette di Importanza Mediterranea). La presenza e lo stato di associazioni animali e vegetali meritevoli di salvaguardia è uno dei requisiti più importanti che viene preso in considerazione per istituire una ASPIM.


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domenica 23 agosto 2015

LA CATENA ALIMENTARE



Una catena alimentare ha struttura piramidale suddivisa in vari livelli trofici, alla cui base sono situati gli organismi autotrofi (batteri fotosintetici, alghe azzurre e piante), più numerosi di tutti, che sono in grado, utilizzando l'energia solare, di produrre sostanze organiche e sono perciò detti produttori; seguono gli organismi eterotrofi detti consumatori primari, che si cibano dei produttori (per es. animali erbivori), e altri organismi eterotrofi, detti consumatori secondari, che si nutrono dei consumatori di primo ordine (per es. animali carnivori). Gli animali che si nutrono a loro volta dei consumatori secondari sono detti consumatori terziari e così via. Tutti gli organismi, sia produttori sia consumatori, vengono dopo la morte utilizzati dai decompositori (vari microrganismi, alcuni vermi e insetti) che, trasformando la materia organica in sostanze più semplici utilizzabili dalle piante, chiudono il ciclo. Negli ambienti acquatici, il livello dei produttori è costituito dal fitoplancton e quello dei consumatori primari dallo zooplancton.

Vicino alla superficie del mare, dove arriva molta luce solare e ci sono molte sostanze nutritive, galleggiano piccolissimi esseri viventi, trasportati dalle correnti: sono delle alghe, oppure delle larve di pesci o di crostacei, oppure altri organismi microscopici. Tutti insieme si chiamano plancton.
Il plancton è famoso per essere il cibo delle balene, ma è anche molto di più.
Il fitoplancton è composto da tantissime alghe microscopiche che galleggiano negli oceani e che nella catena alimentare sono dei produttori (come le alghe più grandi e ben visibili).

Il fitoplancton serve come nutrimento per i piccoli animali chiamati zooplancton.



Tutto il plancton è il cibo di piccoli crostacei (ad esempio i gamberetti) o di piccoli pesci, che, se mangiano del plancton vegetale, sono dei consumatori primari. Ma anche i gamberetti possono essere mangiati da un pesce come lo sgombro, che è il consumatore secondario; questo, a sua volta, può essere mangiato da uno squalo, che in questo caso è il consumatore terziario.

Anche l'uomo è un consumatore della catena alimentare marina: non vive nell'oceano, ma ne sfrutta le sue specie attraverso la pesca.
Alcuni pesci di cui ci cibiamo sono: il merluzzo, la sogliola, l'orata, lo sgombro, il tonno e la triglia.

Visto che prendiamo del cibo dal mare, bisogna stare attenti a non fare entrare delle sostanze inquinanti nella catena alimentare, o si corrono gravi rischi.

Anche nel mare, in realtà, è meglio parlare di reti alimentari, perché le varie catene alimentari s'intrecciano in continuazione e perché non è detto che il gamberetto e i pesci vengano mangiati: potrebbero morire di vecchiaia, cadere sul fondo e andare dritti dritti dai decompositori.

Una catena alimentare è l’insieme dei rapporti tra gli organismi di un ecosistema. Ogni ecosistema ha una sua catena alimentare e, siccome un individuo può appartenere a più di una catena alimentare, si crea una vera e propria rete alimentare. L’idea di catena alimentare nell’oceano potrebbe sembrare piuttosto semplice: il pesce grande si nutre di uno più piccolo, il quale a sua volta ne mangia uno piccolo, – e così via. In realtà negli oceani tutto è molto più complicato e le maglie della catena si diramano in tutte le direzioni. Innanzi tutto, non tutte le creature marine mangiano altre creature – molte si cibano di alghe. A differenza della catena alimentare a piramide che si verifi ca sulla terra (vegetali, erbivori, carnivori), in mare ve n’è una più complessa.



Ecco i protagonisti: gli autotrofi , o produttori primari, (fitoplancton, macroalghe e piante), che attraverso la fotosintesi utilizzano la luce e le sostanze minerali per formare composti organici; i consumatori primari (zooplancton e tutti gli organismi che si nutrono di vegetali); i consumatori secondari (tutti quegli organismi che si nutrono di altri animali); infine i decompositori, che trasformano le sostanze organiche di base in sostanze minerali (inorganiche), riutilizzate dai “produttori”. I microfagi si nutrono di particelle organiche trattenute per fi ltrazione e comunemente chiamate plancton (zooplancton e fitoplancton), ovvero di tutte quelle particelle che noi umani ad occhio nudo spesso non riusciamo a vedere. Si tratta di larve, piccoli organismi unicellulari vegetali e animali, ma anche di sostanze detritico-organiche, spugne e coralli. In questo raggruppamento sono da citare, come caso eccezionale, le balene. I macrofagi invece ingeriscono alimenti voluminosi come pesci, molluschi, crostacei.


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