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mercoledì 20 aprile 2016

IL PESCE CHE CAMMINA



Il Periophthalmus non fa parte della classe degli anfibi, come si potrebbe pensare, ma di quella dei pesci. Questi pesci, noti anche come mudskipper (saltafango) fanno parte della famiglia dei gobidi e comprendono circa 35 specie, di cui solo 15 sono quelle descritte accuratamente e conosciute in tutto il mondo. Tra queste troviamo il P.argentilineatus, P.barbarus, P.chrysospilos, P.gracilis, P.kalolo, P.magnuspinnatus, P.malaccensis, P.minutus, P.modestus, P.novaguineaensis, P.novemradiatus, P.spilotus, P. walailakae, P.waltoni e P.weberi.
Quasi tutte le specie di Periophthalmus vivono in acque salmastre, occupando quasi tutta la fascia territoriale che va dall’equatore ai tropici. Il tipico ecosistema è rappresentato dalle foci dei fiumi, meglio se in presenza di mangrovieti.
A causa dei continui cambiamenti della concentrazione del sale nell’acqua, legata ai fenomeni di marea, i perioftalmi vengono considerati pesci eurialini, come molte altre specie che occupano le medesime aree. In particolare, in queste zone, il flusso delle maree è così accentuato da creare periodi di acqua alta e periodi di secca.
Per questo motivo i Periophthalmus hanno adattato il loro corpo in modo da potersi muovere agevolmente anche all'asciutto: le pinne anteriori si sono trasformate in vere zampette con cui i pesci possono spostarsi sulla terraferma ed hanno adottato un sistema molto ingegnoso di respirazione immagazzinando l’acqua nella grossa bocca e nelle camere branchiali (per questo gli orifizi branchiali sono estremamente ridotti) per potersi ossigenare sulla terraferma senza polmoni. Inoltre, per lubrificare gli occhi che sono posti sulla sommità del capo, li ritraggono all'interno di esso.

Maestro di agilità, appollaiato su un ramo Ogni specie colonizza luoghi diversi. Il P.barbarus è l’unico a vivere in Africa occidentale, mentre gli altri occupano piccoli arcipelaghi, coste e grandi isole (Africa orientale, Arabia Saudita orientale, India meridionale, Malesia, Vietnam, Filippine, Indonesia, Giappone e Korea).
In natura questi simpatici pesci amano sostare sotto i raggi solari, mentre non amano molto restare in acqua. Il cibo più apprezzato dal Periophthalmus è il granchio, che viene catturato compiendo prodigiosi salti con l'ausilio della coda (anche 1,5 m). Altre prede gradite sono piccoli pesci, anellidi ed artropodi.
Quando la marea si alza i Periophthalmus, da predatori, si ritrovano nel ruolo di prede di varie specie di pesci; è questa la principale ragione della loro preferenza istintiva per l'ambiente asciutto. Non a caso quindi questi pesci preferiscono colonizzare i mangrovieti, sui cui rami e radici possono rifugiarsi anche in condizioni di "acqua alta".

Questi simpatici gobidi hanno un'indole piuttosto aggressiva a causa di una spiccata territorialità che compare nell'età adulta. Questa è particolarmente presente nei maschi, che segnalano l'occupazione del proprio territorio ai rivali usando i primi raggi della pinna dorsale come una "bandiera". I piccoli passano invece insieme tutte le ore della giornata senza manifestazioni combattive.
In particolare il P.barbarus da adulto è particolarmente "antisociale", divorando gli avannotti della propria specie ed arrivando addirittura a mangiare, quando affamato, esemplari di poco inferiori alla propria taglia.

Le dimensioni di questi pesci variano notevolmente a seconda della specie (dai 20 cm dei P.barbarus ai 5 cm dei P.novemradiatus). Riconoscere le varie specie di Periophthalmus non è difficile: i caratteri generali di ogni specie si distinguono dalla forma e colore della pinna dorsale e dalla colorazione e la grandezza del corpo che assumono in età adulta.

Vengono talvolta allevati negli acquari domestici.



In un lontanissimo passato, tra i 350 e 400 milioni di anni fa, un gruppo dei nostri antenati pesci cominciò a strisciare sulla terraferma. Dalle pinne che usavano per nuotare si svilupparono gradualmente arti robusti, in grado di sostenerne il peso. Le zampe posteriori si collegarono direttamente alle anche, che divennero più grosse. I pesci diventarono tetrapodi, animali a quattro zampe in grado di camminare, come rettili, anfibi e mammiferi.

L'evoluzione degli arti dei tetrapodi è stata studiata a lungo e in notevole dettaglio, ma altri aspetti della conquista della terraferma sono ancora poco chiari.

Molti pesci si nutrono succhiando. Quando spalancano le fauci lo ioide, un osso a forma di cavallo, spinge sul fondo della bocca, espandendolo, e creando un flusso d'acqua che attira la preda all'interno. Anche le specie che mordono o sbocconcellano le loro vittime contano su questo sistema di suzione per ingoiare il cibo una volta che è entrato nella bocca. (I pesci hanno una "lingua", ma si tratta di un organo molto diverso dal nostro: di solito non può protendersi fuori dalla bocca e non serve a ingoiare, anche se a volte è provvisto di denti che contribuiscono alla masticazione).

La tecnica funziona perché i pesci sono sempre circondati dall'acqua.Sulla terraferma i tetrapodi, con un organo muscolare, spostano il cibo dalla bocca alla gola: la lingua, appunto. Krijn Michel dell'Università di Anversa ha provato una tattica diversa: si è messo a studiare un simpatico pesce, il perioftalmo atlantico (Periophthalmus barbarus). Questa piccola creatura - che somiglia a un fermaporta con le pinne e gli occhi a palla - vive nelle paludi di mangrovie dell'Africa orientale, dell'Oceano Indiano e del Pacifico occidentale. Come tutti i perioftalmi (detti per questo anche saltafango), passa sulla terraferma una sorprendente quantità di tempo. Si sposta trascinandosi sulle pinne e si accoppia, si nutre e combatte all'aria aperta.

Michel ha filmato con una telecamera ad altissima velocità perioftalmi atlantici che risucchiavano bocconi di gambero piazzati su una superficie asciutta. Riguardando i video, lo studioso ha notato un particolare curioso. Nei momenti in cui un perioftalmo si sporge in avanti e apre la bocca, una bollicina d'acqua si protende dalle fauci aperte. L'acqua si stende sul pezzetto di cibo; il pesce lo avvolge con la bocca per poi inghiottirlo insieme all'acqua. Insomma l'acqua agisce come una lingua - "una lingua idrodinamica", la chiama Michel - che consente al perioftalmo di risucchiare il cibo e poi mandarlo giù.

Michel ha dimostrato l'importanza di questa "lingua" mettendo i pezzetti di gambero su una superficie assorbente e poi filmando i perioftalmi con una telecamera a raggi X. Questa volta la "lingua" acquosa si asciugava, e i pesci riuscivano solo ad afferrare i gamberi senza poterli inghiottire. Nel 70 per cento dei casi dovevano tornare in acqua prima di poter mandare giù il boccone.
Ecco perché quasi sempre i perioftalmi si riempiono la bocca d'acqua prima di avventurarsi sulla terraferma. Portando con sé la loro "lingua" acquosa, si assicurano di poter inghiottire diversi bocconi prima di dover tornare in acqua. a differenza di un'altra specie, Channallabes apus o pescegatto anguilla, un siluriforme che si avventura anch'esso sulla terraferma ma non usa lo stesso trucco, e quindi deve sempre riimmergersi dopo aver afferrato la preda.

"Queste scoperte fanno pensare che ingoiare il cibo nell'aria potrebbe essere sempre stato un problema per i vertebrati durante la transizione dall'acqua alla terraferma", sommenta Beth Brainerd della Brown University. "Quando cominciarono a nutrirsi sulla terra, i primi tetrapodi hanno dovuto evolvere un nuovo sistema per spostare il cibo dalla bocca alla gola". Usarono una "lingua d'acqua", come il perioftalmo? Può darsi, ma non dimentichiamo che i perioftalmi sono pesci moderni, e non tetrapodi primitivi. Centinaia di milioni di anni di evoluzione li separano dai nostri antenati che colonizzarono la terraferma: al massimo possono darci qualche indizio sulle strategie che i tetrapodi potrebbero aver usato quando si trasferirono all'asciutto. La "lingua d'acqua" potrebbe essere stata una soluzione temporanea durante la trasformazione dell'osso ioide e l'evoluzione della lingua vera e propria. Una conferma viene da altre riprese compiute da Michel con la sua telecamera a raggi X: i movimenti che fa il perioftalmo mentre mangia sono più simili a quelli di un tritone che a quelli di un pesce. In pratica, nel perioftalmo lo ioide si muove come se ci fosse già una lingua muscolare attaccata.




sabato 12 settembre 2015

IL TRIANGOLO DELLE BERMUDA



Conoscono tutti oramai, almeno per sentito dire, quel tratto di Oceano Atlantico, racchiuso idealmente in un triangolo, che ha come vertici  il punto più meridionale della costa dell’Arcipelago delle Bermude, il punto più occidentale dell’isola di Porto Rico e il punto più a Sud della penisola della Florida, detto proprio Triangolo delle Bermude.

Dagli anni’50 in poi una cospicua letteratura popolare ha infarcito il mistero attraverso racconti metropolitani di sparizioni di navi e aerei che transitavano nei pressi, o nel triangolo; come anche numerosi sono gli aneddoti di piloti ed equipaggi di navi che hanno assistito a fenomeni anomali di natura metereologica e magnetica. Trait d’union di quasi tutti i racconti di coloro che sono entrati, e usciti indenni dal triangolo, sono:
la perdita dell’orientamento;
del controllo degli strumenti;
anomalie sui segnali della bussola;
improvvisi sbalzi climatici e riduzioni della visibilità.
Sulle possibili cause di questi fenomeni si è detto di tutto e di più e le versioni ufficiali parlano di una percentuale di incidenti nella norma, se paragonata a qualunque altra tratta di Oceano, attribuendo le sparizioni a errori umani o guasti meccanici.

Ma in realtà una vera anomalia oggettiva nel triangolo c’è, ed è nota fin dagli anni’70, ma come spesso accade, viene poche volte evidenziata e quasi mai raccontata. Un po’ come accade per la Piramide di Cheope (che in qualche modo c’entra anche con il Triangolo delle Bermude) che malgrado presenti evidenti elementi che fanno presupporre ad una datazione più remota e funzione diversa da quella di monumento funebre, la storia che si racconta è sempre la stessa.
Nel 1970 il dottor Ray Brown impegnato in una ricerca di relitti a largo delle isole Bahamas si trova dinanzi ad una scoperta sensazionale: una struttura piramidale fatta completamente di materiale translucido, forse vetro o cristallo, di proporzioni ben maggiori della piramide di Cheope, di circa 200 metri per 100.

L’area in cui sorge la Piramide è assai difficoltosa da esplorare dato il picco dei fenomeni su citati e una serie di altre anomalie che investono i sub durante le investigazioni. Inoltre il fondale è assai irregolare; profondo mediamente alcune decine di metri diventa improvvisamente un muro d’acqua di 4000 metri. Attorno alla Piramide sono presenti numerose altri resti di costruzioni la cui architettura richiama tanto l’antico Egitto, quanto i villaggi sud-americani precolombiani. La scoperta del dott. Brown non finisce qui. Trovata un’apertura sul bordo della Piramide vi entra trovandosi prima in un lungo corridoio e quindi una una grande sala. All’interno di questa si distinguono nitidamente una sorta di Ara votiva su cui delle mani in metallo reggono una sfera e sette sedute sistemate attorno ad essa. Il Dottor Brown decise così di prelevare la sfera di cristallo per portarla in superficie.

Da una prima analisi il cristallo si presenta come una sfera perfetta al cui interno delle sfumatura cristalline compongono altre forme piramidali. Sembra inoltre presente all’interno un’incrinatura, come se fosse rotto o danneggiato, anche se la superficie esterna risulta perfettamente liscia.

Fu immediato collegare questa scoperta con la leggenda del mito di Atlantide, l’antico continente scomparso. Si narra infatti che gli abitanti di Atlantide utilizzassero una forma di energia magnetica convogliata sulla Terra per mezzo proprio delle Piramidi. La leggenda vuole che proprio un’imprudente utilizzo di questa fonte energetica abbia addirittura influito sui poli magnetici, invertendoli e creando una serie di cataclismi che poi determinarono la scomparsa stessa del continente.


Ed eccoci quindi al collegamento con gli attuali misteri del Triangolo delle Bermude.

E se questa fantomatica forma di energia in qualche modo non si sia esaurita con lo sprofondamento del continente ma continui a generare sbalzi tali da procurare il mal funzionamento degli apparecchi di bordo e quindi l’inabbissamento di navi e aerei?
E’ possibile che la Piramide di Cheope sia quindi in qualche modo un altro polo destinato all’utilizzo di quella famosa energia e si trovi non casualmente nei pressi dello stesso meridiano che attraversa il Triangolo delle Bermude?
Come mai tra le tante leggende che circondano il mistero del Triangolo delle Bermude quasi nessuno annovera questa scoperta ne tanto meno il reperimento di questa sfera?
Il cristallo si trova attualmente custodito dal Dott. Ray Brown.

Il triangolo delle Bermuda è una zona dell'Oceano Atlantico settentrionale i cui vertici sono: vertice Nord – il punto più meridionale della costa dell'arcipelago delle Bermude; vertice Sud – il punto più occidentale dell'isola di Porto Rico; vertice Ovest – il punto più a Sud della penisola della Florida. In relazione a questa vasta zona di mare, di circa 1 100 000 km², a partire dagli anni cinquanta la cultura di massa ha fatto sì che nascesse la convinzione che si fossero verificati dal 1800 in poi numerosi episodi di sparizioni di navi e aeromobili, motivo per cui alcuni autori hanno soprannominato la zona "Triangolo maledetto" o "Triangolo del diavolo".

Il 29 novembre 1925 aveva lasciato il porto di Charleston, Carolina del Sud, per dirigersi alla volta dell’Avana, Cuba. A bordo della nave c’era un equipaggio composto da 32 marinai comandati del capitano WJ Meyer, e  trasportava un carico di 2.340 tonnellate di carbone. Due giorni dopo, il primo dicembre 1925, la nave veniva data per dispersa e non è più stata vista per i successivi 90 anni. "E molto importante capire cosa è successo veramente" – ha dichiarato il Vice Presidente del Consiglio dei Ministri cubano, Abelardo Colomé – "Tali incidenti potrebbe essere davvero dannosi per la nostra economia, quindi dobbiamo fare in modo che questo tipo di perdite non accadano di nuovo. È il momento di risolvere il mistero del triangolo delle Bermuda, una volta per tutte".

Il triangolo ha vissuto particolare popolarità nei media soprattutto a partire dal libro best seller Bermuda, il triangolo maledetto (The Bermuda Triangle) del 1974 di Charles Berlitz, secondo il quale nella zona avverrebbero misteriosi fenomeni che sono stati accostati al paranormale e agli UFO.

Nonostante la reputazione "maledetta", derivante soprattutto da opere di divulgazione misteriologica come quelle di Berlitz, il numero di incidenti nel Triangolo non è affatto superiore a quello di una qualsiasi altra regione ad alta densità di traffico aeronavale: come confermato dalla Guardia costiera degli Stati Uniti, l'incidentalità è nella norma per la quantità di traffico e molti degli incidenti avvenuti sono derivati da normali cause fisiche e meccaniche.

Le prime notizie di sparizioni inusuali nel triangolo delle Bermuda risalgono al 1950 ad opera di Edward Van Winkle Jones in un articolo del 30 settembre per Associated Press. Due anni dopo il magazine Fate pubblicò "Sea Mystery At Our Back Door", breve articolo di George X. Sand che riportava la presunta sparizione di molti aerei e navi inclusa la sparizione del Volo 19 e di un gruppo di cinque navi della United States Navy. Questo articolo segna l'inizio del mito del triangolo delle Bermuda per come è conosciuto oggi. Tale articolo inoltre fu il primo a formulare una ipotesi soprannaturale per le presunte sparizioni. Un ulteriore articolo fu pubblicato nel 1964 da Vincent Gaddis che l'anno seguente pubblicò anche un libro intitolato Invisible Horizons dove approfondiva i temi trattati nell'articolo.

Negli anni seguenti furono pubblicate altre opere sul presunto mistero: John Wallace Spencer (Limbo of the Lost, 1969, rist. 1973); Charles Berlitz (Bermuda, il Triangolo maledetto, 1974); Richard Winer (The Devil's Triangle, 1974), e molte altre, tutte per lo più facenti leva su presunti fenomeni soprannaturali. Il libro rimasto più famoso è quello di Berlitz.

Lawrence David Kusche, autore del libro The Bermuda Triangle Mystery: Solved del 1975, mise in luce gravi imprecisioni e alterazioni nell'opera di Berlitz: spesso il resoconto non coincideva con i racconti di testimoni o di persone coinvolte negli incidenti e sopravvissuti. In molti casi informazioni importanti erano omesse, come ad esempio nella scomparsa di Donald Crowhurst, riportata come mistero nonostante già allora fosse chiaro che Crowhurst aveva inventato i racconti delle sue imprese e si era suicidato. Oppure come nel caso del cargo che lo scrittore Charles Berlitz nei suoi libri colloca come disperso nei pressi di un porto nell'Atlantico, quando in realtà era andato perso nei pressi di un porto dallo stesso nome ma nel Pacifico. Kusche dimostrò inoltre, tramite documentazione, come numerosi incidenti indicati come "vittime del triangolo" si fossero in realtà verificati a moltissima distanza e fossero stati inclusi in malafede.



La ricerca di Kusche portò ad alcune conclusioni:
Il numero di navi disperse è paragonabile, percentualmente, a quello di ogni altra zona dell'oceano.
In una zona di tempeste tropicali, molte delle scomparse sono facilmente spiegabili, oltre che per nulla misteriose.
Il numero di perdite è stato enormemente esagerato da una ricerca falsata.
Le circostanze delle scomparse sono state riportate in modo falsato da Berlitz: il caso più comune riguarda navi che sono date per disperse con mare calmo e assenza di vento, quando in realtà le registrazioni dell'epoca mostrano tempeste o peggio.
"La leggenda del Triangolo delle Bermuda è un mistero fatto ad arte... mantenuto in vita da scrittori che volontariamente o meno fanno uso di dati errati, argomentazioni falsate, ragionamenti svianti e sensazionalismo".
Nonostante la fama dell'area, le statistiche dei Lloyd's di Londra affermano con certezza che il "triangolo" non è né più né meno pericolosa di ogni altra zona dell'oceano, valutando il numero di incidenti e perdite per la quantità di traffico sostenuto: l'area è una delle vie commerciali più affollate al mondo e le percentuali di sparizione sono insignificanti se esaminate nel complesso.

I dati disponibili presso la United States Coast Guard confermano tali conclusioni: il numero di sparizioni e incidenti è insignificante se paragonato al traffico nell'area. La grande maggioranza delle scomparse è ricollegabile ad avverse condizioni meteomarine spesso unite a debolezza strutturale o vetustà delle navi coinvolte, nonché a ritardi nei soccorsi: gran parte delle sparizioni si sono verificate in epoche (XIX secolo e primi decenni del XX) in cui i sistemi di ricerca e salvataggio erano molto arretrati o pressoché inesistenti (l'ultima nave di dimensioni medie o grandi scomparsa nel Triangolo è stata infatti il mercantile Poet, disperso nel 1980 probabilmente per una burrasca, mentre le sparizioni in epoca successiva hanno coinvolto solo unità delle dimensioni di yacht o pescherecci).

Dando per certe le sparizioni narrate nei libri e nei giornali, vari autori legati all'ufologia hanno avanzato l'ipotesi che le sparizioni misteriose di aerei e navi nel Triangolo delle Bermude siano da imputare agli extraterrestri. Secondo gli ufologi, gli alieni considerano come loro territorio di volo l'area del triangolo delle Bermude, essendo area da loro frequentata da secoli (è ciò che disse George Adamski, il più famoso dei contattisti) e non tollerano la presenza di nessuno.

Altri autori hanno parlato di inusuali anomalie magnetiche, oppure di strati di metano che avrebbero imprigionato aerei e navi.




giovedì 10 settembre 2015

IL MOSTRO DI LOCH NESS



Tanto era il fascino per il mostro di Loch Ness negli anni Cinquanta e Sessanta da portare un noto studioso del fenomeno, Sir Peter Scott, a scrivere a Buckingham Palace nel 1960 chiedendo alla regina di dare il suo nome alla creatura mitica che secondo la leggenda vivrebbe in un lago della Scozia settentrionale. Scott propose anche un nome per il mostro, 'Elizabethia Nessiae', che tuttavia fu rigettato dalla casa reale nel timore che la regina potesse incappare in uno scherzo di cattivo gusto oppure diventare lo zimbello di mezzo mondo.
La notizia e' stata rivelata dopo che i documenti dello scambio epistolare sono stati scoperti nell'archivio dell'Universita' di Cambridge da Zac Baynham-Herd, uno storico della scienza. "Non siamo completamente sicuri che sia genericamente appropriato dare all'essere il nome di Sua Maesta', in quanto per cosi' tanti anni e' stato conosciuto come 'il Mostro'", scrisse in risposta alla singolare richiesta Martin Charteris, allora assistente personale di Elisabetta.
Tuttavia, dai documenti emerge anche come la sovrana in realta' fosse assai incuriosita e affascinata dalla caccia a 'Nessie', che in quegli anni riempiva le pagine dei giornali di tutto il mondo. (AGI)

Ha trascorso 24 anni della sua vita a scrutare le acque di Loch Ness, il lago scozzese che da decenni custodisce la leggenda del mostro “Nessie”. Ma alla fine si è arreso pure lui, Steve Feltham, l’ultimo irriducibile: non ci sono misteri da scoprire - ammette ora - tutto potrebbe essere nato da banali avvistamenti di grandi pesci gatto, scambiati per creature minacciose e ignote a causa della distanza o della suggestione.

Una conclusione prosaica che sa di beffa, dopo un quarto di secolo di caccia instancabile e osservazioni certosine con binocoli sempre più sofisticati, talora persino telescopi. E che presta il fianco a qualche ironia. Ma il Times non nega l’onore delle armi a un personaggio eccentrico e un po’ strampalato, accampato permanentemente in una roulotte sulle rive del lago, che da quelle parti - e fra gli appassionati del genere - si è guadagnato negli anni un’aura quasi epica.



«Ho cambiato idea lentamente», ammette Feltham, che per anni è stato un cultore del mito di Loch Ness. Poi, come racconta al giornale, ha capito che una spiegazione era a portata di mano: i pesci gatto gallesi introdotti nel lago in epoca vittoriana come prede da pesca per il bel mondo in vacanza. Pesci che vivono a lungo e possono crescere fino a dimensioni notevoli, ma che nella zona erano fino ad allora sconosciuti.

Non è un caso - argomenta l’ormai ex cacciatore di mostri - che i presunti avvistamenti di presenze misteriose, destinati ad alimentare l’immagine fantomatica di Nessie, siano in effetti «cominciati negli anni ’30, quando i primi esemplari raggiunsero la maturità».

La delusione, se c’è, viene in ogni caso dissimulata bene. Steve Feltham, che adesso ha 52 anni, si è giocato a causa dell’insana mania di Nessie - nomignolo popolare attribuito con il tempo all’immaginario mostro di Loch Ness - legami e affetti. Ventottenne, lasciò casa e si fece piantare dalla fidanzata pur di seguire la sua idea fissa. E tuttavia oggi non si piange addosso. O almeno prova a consolarsi.
«Devo essere onesto - confessa infine al Times senza giri di parole - non credo più che Nessie sia un mostro preistorico. Ma il mistero del mostro resisterà per sempre e continuerà ad attrarre persone quassù. Io certamente non ho rimpianti per questi 24 anni».
Il primo avvistamento di questo mostro lacustre viene fatto da alcuni risalire al 566: il monaco irlandese Adamnano di Iona descrive, nella sua Vita Sancti Columbae, il funerale di un abitante delle coste del fiume Ness, emissario del Loch Ness, assalito ed ucciso da una "selvaggia bestia marina", uscita strisciando dalle acque, che San Columba scacciò con le preghiere. Fino al ventesimo secolo non esistono altre testimonianze in merito. Alcuni avvistamenti, in cui la sagoma era confusa, sarebbero avvenuti anche sulla terraferma, a partire dal 1930.

Il 2 maggio 1933 l'Inverness Courier riferì che nel Loch Ness era stato avvistato uno strano animale: i coniugi MacKay, proprietari di un albergo a Drumnadrochit, una località sulla riva del lago, avevano scorto due strane gobbe emergere dall'acqua. Il "mostro" era stato osservato dalla nuova strada appena costruita sulla riva settentrionale. Nel novembre 1933 venne scattata la prima fotografia da Hugh Gray; essa mostra un lungo "oggetto" sinuoso che nuota in superficie facendo ribollire l'acqua all'intorno.



In dicembre, un cineasta della Scottish Film Productions, Malcolm Irvine, riuscì a girare un film: il "mostro" è visibile per quasi un minuto mentre nuota alla velocità di quindici chilometri l'ora. Irvine nel 1936 fece anche un secondo filmato nel quale si vede quella che può sembrare la testa di un animale alzarsi e abbassarsi a ogni movimento del corpo. Una delle testimonianze più influenti riguardo al mostro è "La foto del chirurgo" scattata da Robert Kenneth Wilson nei pressi di Invermoriston con l'ausilio dell'amico Maurice Chambers il 19 aprile 1934. La foto finì in prima pagina dello Scottish Daily Record con il titolo "Misterioso oggetto nel Loch Ness".

Wilson, in realtà, di fotografie ne scattò diverse; la più importante mostra una silhouette nera, leggermente ricurva all'estremità, circondata di mulinelli concentrici. Alla base della silhouette sembra apparire quello che potrebbe essere un corpo. Su un'altra foto, "l'oggetto" in questione è quasi sparito nell'acqua. Ad ogni modo nel 1994, sessant'anni più tardi, la foto fu smascherata dal Centro di Loch Ness come un falso: non era infatti un'autentica foto di Nessie, ma di un modellino creato dal patrigno del dottor Wilson aggiungendo a un sottomarino giocattolo una testa e una coda.

Un avvistamento tipico di "Nessie" si deve alla signora Marjory Moir ed è dell'ottobre 1936:

« Piovigginava leggermente, il lago era grigio, il cielo era grigio e il colore della creatura era grigio scurissimo, in netto contrasto con lo sfondo più chiaro dell'acqua e del cielo. Il mostro era immobile in superficie, rivolto in direzione di Inverness. La lunghezza era di quasi dieci metri; è difficile valutare la distanza esatta che ci separava, tuttavia era abbastanza vicino a noi perché potessimo vederlo molto distintamente. C'erano tre gobbe, la più grande nel mezzo e la più piccola dietro il collo, che era lungo e snello, con una testa piccola e priva di tratti visibili. Immergeva spesso la testa nell'acqua, come per mangiare o forse semplicemente per divertirsi.»
Quasi altrettanto celebre della foto del dottore, quella scattata nel 1951 dal boscaiolo Lachlan Stuart, mostra tre gobbe che emergono dall'acqua. Nel 1955, P. MacNab dichiarò di essersi fermato nei pressi del castello di Urquhart, che domina il lago, per scattare una foto, quando a un tratto sentì un rumore nell'acqua: ebbe appena il tempo di sostituire l'obiettivo con un teleobiettivo da 150 millimetri e un enorme animale uscì dall'acqua. MacNabb lo fotografò: la foto è interessante perché si vedono sia il mostro sia il castello. In confronto con l'altezza del castello, che è di venti metri circa, si può valutare intorno alla stessa lunghezza la parte emersa dell'animale, ma secondo alcuni la foto mostrerebbe due esemplari.

Infatti se la si esamina attentamente si può notare che le due gobbe non sono esattamente l'una sul prolungamento dell'altra: siccome la seconda è più piccola della prima, si è potuto pensare che si trattasse di un maschio accompagnato dalla femmina o di un giovane che seguiva la madre. Effettivamente, in varie occasioni dei testimoni hanno dichiarato di avere visto più animali insieme. Il guardiacoste Alexander Campbell asserì di aver visto il dorso di tre mostri apparire alla superficie del lago: il primo e il secondo erano nettamente più grandi del terzo, e mentre il movimento in avanti dei primi due era regolare, il terzo si muoveva a zig zag, come per divertimento. Nel giugno del 1937, due allievi dell'abbazia di Fort August videro tre piccoli mostri, lunghi appena un metro, che fuggirono via quando essi cercarono di acchiapparli.

Nell'aprile del 1960, un ingegnere dell'aeronautica, Tim Dinsdale, filmò una gobba che attraversa l'acqua in una scia potente a differenza di quella di una barca. La JARIC (centro di analisi delle immagini e di intelligence inglese storicamente conosciuta come MI4) dichiarò che l'oggetto era "probabilmente animato".
Nel 1993 Discovery Communications realizzò un documentario chiamato Loch Ness Discovered che si avvalse di un miglioramento digitale del film di Dinsdale. Un esperto di computer che aveva migliorato il film notò un'ombra nel negativo che non era molto evidente nel positivo. Attraverso il rafforzamento e la sovrapposizione dei fotogrammi, trovò quello che sembrava essere il corpo posteriore, le pinne posteriori e 1-2 gobbe aggiuntive del corpo simile a un plesiosauro. Egli affermò che: «Prima di vedere il film, pensavo che il mostro di Loch Ness fosse solo un mucchio di sciocchezze. Dopo aver fatto la valorizzazione, non sono così sicuro.»

Gli ultimi avvistamenti o testimonianze di un certo rilievo e riportate dai mass media risalgono agli anni ottanta del Novecento. Gli ultimi avvistamenti sono piuttosto recenti: un avvistamento del celebre mostro è avvenuto il 26 maggio 2007 ad opera di Gordon Holmes, un tecnico di laboratorio che ha filmato una sagoma nuotare nel lago, mentre l'ultimo risale a fine agosto 2009, ad opera di Jason Cooke, guardia di sicurezza che, per fotografare il presunto mostro, ha utilizzato Google Earth (Coordinate: Latitudine 57°12'52.13"N, Longitudine 4°34'14.16"W.)

La comunità scientifica degli zoologi pensa che il mostro semplicemente non esista, per due serie di ragioni, la seconda delle quali di ordine teorico:

Nessun ritrovamento di tracce, resti animali al di sopra di ogni ragionevole dubbio, è stato mai documentato.
La piramide alimentare di un lago relativamente piccolo come il Loch Ness non potrebbe sostenere la vita di una famiglia di predatori delle dimensioni del presunto mostro.
Se per assurdo esistesse un solo mostro di Loch Ness, la specie sarebbe da considerarsi irrimediabilmente estinta; al contrario, se ne esistesse una popolazione in grado di perpetuarsi, non si spiegherebbe il fatto che non vi siano prove più convincenti di quelle portate dai sostenitori.
Per tentare di controbattere i dubbi relativi all'alimentazione della creatura è stata avanzata l'ipotesi che vuole l'esistenza di un canale segreto che colleghi il lago al Mare del Nord. Questa teoria spiegherebbe anche l'assenza di ossa e altri resti sul fondale del lago. Non vi sono tuttavia prove dell'esistenza di canali che conducono al mare.

L'ipotesi che riscuote più successo fra i sostenitori dell'esistenza del "mostro" è che si tratti di uno o più esemplari di plesiosauro o di elasmosauro sopravvissuti in qualche modo all'estinzione. Bisogna precisare che, in ogni caso, la creatura non si potrebbe comunque definire un dinosauro, poiché i rettili marini dell'era mesozoica erano solo "parenti" dei dinosauri.

Alcuni sostenitori dell'esistenza del mostro affermano che vi sono testimonianze in cui Nessie sarebbe stata vista entrare in acqua con prede cacciate sulla terraferma, e che questo starebbe ad indicare che non si ciba (o almeno non in via esclusiva) di pesce, mentre riguardo agli spazi essa in tal modo non avrebbe a disposizione solo il piccolo Loch Ness ma anche la terraferma, dove avrebbe potuto rifugiarsi. Le pinne però indicherebbero che Nessie è un animale marino, e quindi avrebbe avuto bisogno di ritornare almeno periodicamente in acqua. Gli scettici fanno tuttavia notare che un animale della stazza di un dinosauro assai difficilmente potrebbe passare inosservato sulla terraferma e che nessuna testimonianza finora è risultata effettivamente credibile.

Dal 1956, attraverso l'uso di imbarcazioni dotate di ecoscandaglio, diverse volte e con diversi metodi si è scandagliato il lago con l'unico risultato di rilevare tre grandi masse in movimento, che gli scettici identificano come banchi di pesci, mentre secondo alcuni sostenitori della teoria del mostro potrebbero essere stati gli altri componenti della famiglia del mo

Il posizionamento di esche di vario tipo (soprattutto salmoni) non ha portato ad alcun risultato. I sostenitori dell'esistenza del mostro negano il fallimento ipotizzando che in quel momento il mostro potrebbe non essere stato in acqua o comunque non aver gradito il tipo di cibo. Riguardo alle esche ipotizzano invece che il presunto mostro sia un predatore attivo (che si nutre solo di prede vive) o che non si tratti affatto di un predatore.





domenica 6 settembre 2015

I PESCI PIU' COLORATI



I maschi dei guppy, pesciolini tropicali, sono considerati dalle femmine sessualmente attraenti se colorati. Inoltre i maschi, nella fase del corteggiamento, scelgono le femmine che hanno i pretendenti meno “attraenti“.
A svelare i segreti del corteggiamento dei guppy è Andrea Pilastro, biologo dell’Università di Padova e autore dello studio pubblicato sui Proceedings della Royal Society B Biological Sciences. Pilastro spiega come sia prevedibile che un maschio che ha l’opportunità di corteggiare più femmine, scelga quella circondata da maschi meno colorati.
La ricerca di Pilastro è una conferma alle teorie già ipotizzate da Charles Darwin nell‘Origine della specie, oltre 150 anni fa, che le femmine scelgano un compagno in base al colore.
Pilastro ha spiegato: “Con una serie di esperimenti condotti in apposite arene di scelta abbiamo dimostrato che effettivamente i maschi di guppy preferiscono corteggiare la femmina che ha accanto altri maschi meno colorati di lui. Questa preferenza è più pronunciata quando il maschio che sceglie è poco colorato, mentre quando esso è molto attraente corteggia indifferentemente le due femmine”.
D’altro canto, pare che il maschio guppy sviluppi questa ‘‘furbizia di corteggiamento” con l’esperienza. Già in una precedente ricerca il gruppo padovano aveva osservato come le femmine di guppy favoriscano nell’accoppiamento maschi con colorazione intermedia che sono stati precedentemente osservati accanto a un maschio poco colorato.



I pesci con un cervello piu’ grande hanno maggiori capacita’ cognitive e riescono per questo a sfuggire con maggiori probabilita’ agli attacchi dei predatori. Ma solo se sono femmine. Lo sostiene uno studio condotto da ricercatori dell’Universita’ di Medicina Veterinaria di Vienna, che ha dimostrato con un esperimento che le femmine di pesci con una testa piu’ grande hanno maggiori possibilita’ di sopravvivenza rispetto a quelle con cervello piu’ piccolo. La ricerca e’ stata pubblicata su Ecology Letters. I ricercatori hanno studiato il Guppy; gli scienziati hanno messo 4.800 esemplari di questa specie, alcuni con una testa piu’ grande, altri con un cervello piu’ piccolo, in sei ruscelli semi-naturali, dove erano presenti i predatori tipici di quelle acque. E dopo un’analisi durata cinque mesi sono giunti alla conclusione che le femmine con un cervello piu’ grande avevano il 13,5% in piu’ di possibilita’ di sopravvivere rispetto a quelle con una testa piu’ piccola. Secondo gli scienziati, le femmine con un cervello piu’ grande hanno un vantaggio cognitivo che ha permesso loro di eludere meglio i predatori. Nei maschi, invece, le dimensioni del cervello non hanno influito sul tasso di sopravvivenza; secondo gli studiosi, i potenziali benefici potrebbero essere stati contrastati dal fatto che i maschi, essendo piu’ colorati, sono piu’ esposti al rischio di essere vittima dei predatori. “Abbiamo dato la prima prova sperimentale che un cervello di grandi dimensioni offre un vantaggio evolutivo”, ha sottolineato Alexander Kotrschal, tra gli autori dello studio.

Il pesce mandarino è uno dei più belli e colorati animali che vivono nei mari della terra. Il nome comune del Mandarinfish deriva dalla sua colorazione molto vivace, che evoca le vesti di un imperiale cinese (mandarino).

Il pesce appartiene alla famiglia dei Callionymidae e vive principalmente in lagune costiere e nelle barriere coralline del Pacifico orientale. Le sue misure sono ridotte, esso presenta infatti un corpo allungato e cilindriforme lungo circa 6 centimetri. La sua testa ha una forma tondeggiante con occhi abbastanza sporgenti. È dotato di due pinne dorsali di cui una a ventaglio, mentre quelle ventrali, pettorali e quella caudale ed anale sono arrotondate e molto robuste.

La sua colorazione caratteristica lo rende unico e gli ha fatto ricevere la fama di “pesce più bello del mondo” . Esso presenta infatti una splendida livrea, il colore di fondo varia dal verde all’arancione vivo ed il corpo, pinne comprese, presenta delle linee curve di un azzurro intenso, come se fosse stato disegnato da un pittore.

Le sue ridotte dimensioni, il suo atteggiamento mite e gli splendidi colori lo hanno fatto diventare uno dei pesci più popolari e ricercati per allestire le vasche degli acquari marini tropicali.



Tra i pesci più belli del reef, ci sono i pesci farfalla ma sono spesso più grandi, colorati e maestosi. La famiglia comprende 7 generi e circa 80 specie, di taglia da piccola a media. Soprattutto tra le specie di taglia media nei colori prevalgono il giallo e il blu. Molto spesso la posizione dell'occhio è celata da una maschera colorata.

La forma è compressa lateralmente, con bocca piccola e sporgente, provvista di denti a spazzolino. Le pinne dorsale e anale, simmetriche, possono terminare con un filamento. Nuotatori lenti ma dotati di grandi capacità di manovra, i pesci angelo usano la pinna caudale per la propulsione, le mobilissime pinne pettorali e le ondulazioni delle pinne dorsale e anale per manovrare in spazi stretti.
Si trovano in tutte le zone del reef, in particolare le specie di grossa taglia (Pomacanthus, Pygoplites) sono più comuni lungo il reef esterno e reef profondo, gli ambienti delle grosse spugne, di cui si nutrono in prevalenza. Le specie piccole del genere Centropyge si nutrono prevalentemente di alghe filamentose e abbondano nel fronte del reef, reef interno e laguna. Le specie del genere Genicanthus sono mangiatori di plancton. Tutte le specie studiate finora sono ermafrodite protoginiche, con il maschio territoriale che difende un piccolo harem. Le uova sono planctoniche. Le specie di taglia media difendono il proprio territorio fronteggiando il subacqueo, e spesso emettendo dei forti schiocchi.




mercoledì 12 agosto 2015

I GHIACCI DEI POLI



L'Antartide è il continente più meridionale della Terra e comprende le terre e i mari che circondano il Polo sud.

Situato nell'emisfero australe a sud del Circolo polare antartico, circondato dai mari antartici, con una superficie complessiva di circa 14 milioni di km² è il quarto continente in ordine di grandezza, dopo Asia, Africa e America. Il 98% del territorio è coperto dai ghiacci della calotta glaciale antartica il cui spessore medio è di 1 600 m, rappresentando il continente più freddo e inospitale del Pianeta.

Per convenzione il confine geografico è delimitato dalla cosiddetta convergenza antartica, la latitudine (circa 50° S) dove si inabissano le acque di superficie subtropicali. L'area compresa fra i 50° e il circolo polare antartico viene definita subantartica.

In media è il luogo più freddo della Terra e con le maggiori riserve di acqua dolce del pianeta. Il territorio presenta la più elevata media altimetrica sul livello del mare di tutti i continenti. L'Antartide è considerata un deserto, con precipitazioni annue di soli 200 mm lungo la costa, e molto meno nelle regioni interne.

L'Antartide, assieme ai suoi ghiacci, ha un importante compito nell'equilibrio climatico-ambientale del pianeta, visto che ogni variazione della calotta si ripercuote sull'equilibrio termico planetario, sulla circolazione oceanica e atmosferica nonché sul livello del mare.

Il continente non è stato abitato in passato e non è abitato permanentemente nemmeno in epoca contemporanea da alcuna popolazione umana; nonostante ciò si contano, durante l'anno, tra le 1 000 e le 5 000 persone che risiedono nelle varie stazioni di ricerca scientifica sparse in tutto l'Antartide.

Nel continente vivono solo piante e animali che si sono adattati al clima rigido, tra cui al 1993 si conoscevano pinguini, foche, 85 specie di muschi, 200 specie di licheni, 28 specie di funghi, 25 specie di Marchantiophyta, e molti tipi di alghe.

Il continente è attraversato dalla Catena Transantartica lunga 3 500 km che si estende da Cape Adare (Terra Vittoria affacciato sul Mare di Ross) alla Terra di Coats (sul Mare di Weddell).

Il meridiano di Greenwich (0° di longitudine) divide l'Antartide in due parti:

l'Antartide Occidentale, o Antartide Minore che comprende grossomodo il territorio situato a ovest del meridiano di Greenwich e a est dei 180° di longitudine (Penisola Antartica, Terra di Mary Bird e Terra di Ellsworth)
l'Antartide Orientale o Antartide Maggiore, un altopiano di circa 10 milioni km² anticamente unito all'Australia e situato nell'area a est del meridiano di Greenwich e a ovest dei 180° di longitudine.
L'elevazione maggiore si ha in corrispondenza del Massiccio Vinson (4 897 m s.l.m.) facente parte dei Monti Ellsworth nella Penisola Antartica mentre la depressione maggiore è la Fossa subglaciale di Bentley a 2 538 m sotto il livello del mare, situata nella parte orientale del continente. Nel continente sono presenti anche alcuni vulcani, il più alto dei quali è il Monte Sidley (4 181 m s.l.m.).

La calotta di ghiaccio, che ricopre l'Antartide è suddivisa in calotta orientale (con uno spessore medio di 2 500 m) e calotta occidentale (con uno spessore medio di 1 700 m) dalla Catena Transantartica, i massimi spessori della calotta si trovano presso la Terra di Adelia a soli 400 km dalla costa: qui vi è una profonda depressione colmata da 4 776 m di ghiaccio. Se si considera la massa dei ghiacci che ricopre la superficie, l'Antartide è il continente mediamente più alto sul livello del mare. Escludendo invece il profilo dato dalle calotte glaciali e considerando esclusivamente il livello medio dello strato roccioso, questo continente è mediamente il più basso.

Il continente è circondato da un'ampia zona ghiacciata, la banchisa (pack), nella quale si sviluppa uno dei più interessanti ecosistemi del pianeta e che rappresenta la fonte di cibo per cetacei, pinguini, pesci, foche e molti uccelli.

In Antartide si trovano oltre 70 laghi situati a migliaia di metri sotto la coltre gelata. Il maggiore di questi laghi sub-glaciali è il lago Vostok, scoperto dal geografo russo Andrey Kapitsa durante una serie di spedizioni scientifiche sovietiche che si tennero fra il 1959 e il 1964 nei pressi della stazione russa Vostok. Si ritiene che il lago sia stato sigillato dai ghiacci fra i 500 000 e il milione di anni fa. Vi sono prove derivanti da carotamenti effettuati a circa 400 m sopra la superficie dell'acqua del lago che le sue acque possano contenere forme di vita (microbi). Ciò è stato portato a supporto delle teorie sulla possibilità di esistenza di forme di vita su Europa, una della lune di Giove in quanto la superficie gelata del lago ha molti tratti in comune con la superficie del corpo celeste.

Caratteristica del clima antartico è il cosiddetto Kernlose winter, un vistoso raffreddamento che si realizza con la scomparsa del sole sotto l'orizzonte e rimane pressoché costante per tutto l'arco del semestre: una dinamica che non ha riscontro nell'emisfero boreale, tranne forse in alcune delle aree più interne della Groenlandia. Perciò la classica suddivisione stagionale, pur mantenuta per omogeneità di confronti, nella realtà ha poco senso: nell'Area interiore fredda e nel Nucleo centrale freddo, che inglobano circa la metà della superficie continentale, si può parlare di un bimestre estivo (dicembre e gennaio), preceduto e seguito da due stagioni di transizione (seconda metà di ottobre e novembre, febbraio e prima metà di marzo), i restanti sette mesi (dalla metà di marzo a metà ottobre) sono quelli invernali.

Durante l'estate la temperatura raramente supera i −20 °C. Il mese più caldo (dicembre) ad Amundsen-Scott fa registrare una media di −28,0 °C, a Vostok di −31,9 °C. Il crollo termico, che comincia con la discesa del sole sull'orizzonte, comporta che già ad aprile la media di Amundsen-Scott sia di −57,3 °C, quella di Vostok di −64,8 °C, a luglio la media di Amundsen-Scott è di −60,1 °C, ad agosto quella di Vostok di −68,0 °C. Ciò fa sì che in qualsiasi periodo dell'inverno si possano toccare i valori estremi: il record ad Amundsen-Scott si colloca a −82,8 °C (23 giugno 1982), a Vostok a −89,2 °C (21 luglio 1983); quest'ultima è ufficialmente la temperatura più bassa registrata sulla Terra.

Altro elemento caratterizzante dell'Antartide è il vento: in particolare, le correnti catabatiche che, in estrema sintesi, si originano per via della densità dell'aria fredda che staziona sul Plateau Antartico, e che tende a "scivolare" verso le coste. Studi cominciati fin dal primo Novecento hanno dimostrato che esistono vie preferenziali in cui si incanalano i venti catabatici, che possono superare i 300 km/h (il 16 maggio 2004 la stazione McMurdo è stata devastata dalla tempesta più intensa degli ultimi trent'anni, con raffiche fino a 188,4 mph). Proprio riguardo ai venti che battono i mari antartici il Sailing Direction for Antarctica della Marina degli Stati Uniti specifica che «hanno spesso l'intensità di un uragano, con raffiche che raggiungono a volte la velocità di 150-200 miglia all'ora. Non si conoscono altrove venti di tale violenza, salvo forse nei cicloni tropicali».

Per quanto riguarda le precipitazioni, la scarsa umidità sul continente le rende quasi assenti. Notevole è la differenza tra le isole antartiche e il plateau. Riguardo alle prime si può portare come esempio il dato della Stazione Bellingshausen (base russa sull'Isola di re George) in cui, nel periodo 1969-2005, si va da un minimo annuale di 471,8 mm (2003) a un massimo di 991,6 mm (1998), a Vostok, invece, si passa da un massimo di 66,4 mm (1958), a un minimo di 0,2 mm (1982 e 1995).

L'importanza del monitoraggio climatico è giustificata anche dalle conseguenze che avrebbe uno scioglimento dei ghiacci antartici sul livello del mare planetario; inoltre bisogna considerare che la relazione tra ghiaccio e mare è interlacciata e che i due elementi si influenzano reciprocamente. In generale va detto che nella regione antartica esistono grandi differenze tra le varie zone: ad esempio le parti più a nord (come la penisola antartica) sono le zone dove in generale si realizza il passaggio del ghiaccio all’oceano mentre le parti più interne sono quelle dove si ha un accumulo e ispessimento dei ghiacci.

I mari sono molto ricchi di zooplancton e di krill antartico (l'Euphausia superba ne è il componente principale). Il krill, a sua volta alimentato da poche specie di alghe che compongono il fitoplancton, rappresenta l'alimento base della catena alimentare per gli animali terrestri e marini, nutre infatti i pesci, balene, foche e leoni marini, i pinguini e i numerosi uccelli marini.

Sulla banchisa vivono e si riproducono due specie di pinguini: il pinguino imperatore e il pinguino di Adelia. Un'altra trentina di specie di uccelli (appartenenti alle famiglie dei procellariformi e caradriformi) si riproducono nel continente antartico, tra queste vi sono l'albatro reale, il petrello delle nevi, il fulmaro antartico, gli ultimi due nidificano nelle parti prive di neve, dette nunatak, delle montagne dell'interno, spingendosi nell'entroterra fino a 100 km dalle coste.



L'Artide non ha di fatto un'estensione definita perché non è un continente unico in quanto formata da varie parti di altri continenti (Europa, Asia e America) e dal Mar Glaciale Artico.

Convenzionalmente, da un punto di vista geografico, viene considerata Artide l'area situata a nord del Circolo polare artico, cioè della latitudine 66° 33' 44" Nord. A volte vengono considerate confini della regione artica il limite settentrionale della linea degli alberi o l'isoterma di 10 °C (50 °F) di luglio.

Questa regione include l'Oceano Artico, le estreme terre settentrionali di Russia, Alaska, Canada, Groenlandia, Islanda, Finlandia, Svezia, Norvegia e le isole che le fronteggiano tra le quali le isole Svalbard, l'arcipelago della Terra di Francesco Giuseppe, Novaja Zemlja, Severnaja Zemlja, le isole della Nuova Siberia, l'isola di Wrangel, le isole lungo la costa dell'Alaska e l'arcipelago artico canadese.

L'Artide non è dunque un continente, come lo è invece l'Antartide, in quanto si estende su terre appartenenti ad altri continenti e, per la maggior parte, sul Mar Glaciale Artico e sulla banchisa artica su di esso galleggiante.

Nell'Artide si verifica il fenomeno del Sole di mezzanotte: nel Circolo polare artico, durante la stagione estiva boreale, cioè da aprile a settembre, il sole tramonta verso mezzanotte e rimane nella linea dell'orizzonte.

Il clima è caratterizzato da lunghi inverni freddi e brevi estati fresche. Esistono una varietà di climi all'interno della regione, la quale si mantiene ai margini della zona interessata dalle radiazioni solari sia in inverno che in estate.

Alcune zone dell'Artico sono coperte da ghiacciai per tutto l'arco dell'anno, il resto della regione è comunque caratterizzato dalla presenza di qualche forma di ghiaccio per periodi considerevolmente lunghi.

Le temperature nel periodo invernale possono scendere sotto i −58 °C per alcune zone, mentre nel periodo estivo oscillano dai −10 ai 10 °C.

Essendo l'Artico sostanzialmente un oceano circondato da terre, il clima è mitigato dall'acqua che non ha mai una temperatura inferiore a −2 °C. In inverno la presenza dell'acqua mantiene il clima rigido seppure sia sempre più mite rispetto a quello dell'Antartide. Questa è sostanzialmente la ragione per cui il clima dell'Antartide è ben più rigido dell'Artico. Nella stagione estiva il mare contribuisce invece a mantenere le zone costiere più calde rispetto all'entroterra, così come avviene per le regioni temperate con clima marittimo.

Man mano che si sale verso nord la luce e il calore disponibile per la crescita e la riproduzione diminuisce rapidamente, e nelle zone più settentrionali dell'artide le piante si trovano al limite delle loro possibilità metaboliche. Gli alberi non possono crescere, e le piante vascolari attecchiscono soltanto nelle zone meno fredde, crescendo molto vicine al suolo sotto forma di cespugli; l'erba è molto rara e le specie non vascolari, come muschi e licheni, formano spessi strati. La flora artica comprende circa 400 specie di angiosperme, piccoli arbusti nani, piante erbacee, licheni e muschi, che formano vaste distese di tundra. Ai suoi estremi settentrionali resistono solo muschi e licheni, le uniche forme vegetali in grado di sopravvivere a un clima così duro e freddo.

Un gran numero di specie animali, sia marine sia terrestri, si sono adattate alle rigide temperature di questo territorio.
Fra i mammiferi terrestri vi sono l'orso polare (Ursus maritimus), la volpe artica (Alopex lagopus), il caribù (Rangifer tarandus), il bue muschiato (Ovibos moschatus), l'ermellino (Mustela erminea) e la lepre artica (Lepus arcticus); tra le specie marine vi sono diverse foche (Pagophilus groenlandicus, Pusa hispida e Histriophoca fasciata), il tricheco (Odobenus rosmarus) e diverse specie di cetacei tra cui la balena della Groenlandia (Balaena mysticetus), il calamaro gigante (Architeuthis), il narvalo (Monodon monoceros) e il beluga (Delphinapterus leucas).
Molto ricca anche l'avifauna, come ad esempio la sterna artica e la fregata, e la fauna ittica comprendente, ad esempio, il grande squalo della groenlandia e il piccolo capelin.

L’Artide è la regione della Terra che risente per prima degli effetti del riscaldamento climatico. Il ghiaccio si scioglie a vista d’occhio, nel vero senso della parola, e ciò rappresenta un pericolo non solo per l’Artide. Infatti, sebbene questo deserto di neve sia popolato quasi soltanto da orsi bianchi e volpi artiche, le regioni polari influiscono sul bilancio climatico dell’intero pianeta.



L’orso bianco subisce direttamente gli effetti dell’innalzamento delle temperature nell’Artide. Durante l’inverno va a caccia di foche sulla banchisa polare, mentre in estate si ritira sulla terraferma, dove rimane a lungo senza cibarsi. Poiché, per via del riscaldamento climatico, lo scioglimento dei ghiacci inizia con sempre maggiore anticipo, il digiuno dell’orso bianco si prolunga a dismisura. Ciò rappresenta una minaccia per la salute di questa specie, nonché la principale causa di morte dei giovani esemplari.

In Antartide, ovvero al Polo Sud, il rischio principale è legato allo scioglimento della calotta occidentale. Se questo fenomeno dovesse verificarsi, il livello del mare salirebbe, con effetti catastrofici sulle regioni costiere di tutto il mondo. In base alle rilevazioni, nel periodo compreso tra il 1993 e il 2005 il livello del mare è salito di ben 3.6 cm.

Lo scioglimento dei ghiacci al Polo Nord non provocherebbe un innalzamento del livello del mare, poiché l’Artide è formato da una banchisa spessa circa 10 m che galleggia sull’acqua. Il volume del ghiaccio, pertanto, corrisponde esattamente al volume dell’acqua spostata. Tuttavia, un eccessivo surriscaldamento al Polo Nord porterebbe con sé altri devastanti effetti.

Il biancore dei ghiacci agisce come un riflettore, che restituisce all’atmosfera la luce solare. Se il ghiaccio si scioglie, la luce solare non viene più riflessa e l’Oceano Artico assorbe il calore, con drammatiche ripercussioni sui mari e sull’atmosfera.

Le regioni polari, inoltre, sono immense riserve di acqua dolce. Lo scioglimento dei ghiacci polari influisce sulla salinità dell’acqua di mare provocando cambiamenti nelle correnti marine, che svolgono un ruolo fondamentale per la regolazione delle temperature delle regioni costiere.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Nature Geoscience, i rilevamenti e gli studi sono stati condotti da una squadra di scienziati statunitensi, britannici, francesi e australiani, che si sono avvalsi di strumenti all’avanguardia per condurre diverse misurazioni del ghiaccio antartico, misure gravitazionali, radar e rilevamento laser dell’altimetria.
Quello che hanno scoperto è che due massicci ghiacciai dell’Antartide, uno a Est e uno a Ovest, si stanno sciogliendo a una velocità superiore alle attese e che ciascuno continue abbastanza acqua da far aumentare il livello dei mari di 3 metri, oltre sei tra tutti e due. Ora gli scienziati hanno scoperto che al di sotto di questi ghiacciai si stanno insinuando le acque calde dell’Oceano, che hanno aperto al di sotto della superficie marina veri e propri canyon nel ghiaccio. Aperture attraverso le quali l’acqua (più) calda dell’oceano sta sciogliendo il ghiaccio al riparo della vista a una velocità inattesa e finora imprevista.
Del ghiacciaio a Est si sapeva, ora anche quello a Ovest, il Totten, appare interessato dallo stesso fenomeno, che qualora si completi avrebbe conseguenze enormi, soprattutto sull’emisfero Nord, perché sciogliendosi il ghiaccio determina anche una ridistribuzione del peso sulla superficie terrestre, cambiandone anche l’assetto gravitazionale.

La forza di gravità sulla superficie terrestre varia leggermente da un luogo all’altro a causa di fattori come la rotazione del pianeta e la posizione delle montagne e delle fosse oceaniche e il Goce ha dimostrato che anche il ghiaccio scomparso dall’Antartide occidentale ha causato una piccola variazione. Il satellite è stato in grado di fornire informazioni molto più dettagliate rispetto a quanto fatto in precedenza dalla missione congiunta Grace tra Nasa e Agenzia spaziale tedesca. Gli scienziati hanno elaborato il modello gravitazionale più preciso di sempre ottenendo anche una migliore comprensione anche di altri aspetti del nostro pianeta, come il confine tra la crosta terrestre e il mantello superiore e la densità dell’atmosfera. Le misurazioni del satellite sono state analizzate dagli scienziati dell’Istituto geodetico tedesco, della Delft University of Technology, nei Paesi Bassi, del Jet Propulsion Lab, negli Stati Uniti, e dell’Università Tecnica di Monaco di Baviera. Dati recenti, infine, indicano che dal 2011 al 2014 il ghiaccio dell’Antartide nel suo complesso è diminuito di circa 125 chilometri cubi l’anno.