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lunedì 21 marzo 2016

LE MALDIVE



I reperti archeologici ritrovati alle Maldive sono stati tutti datati ad epoche successive al 1500 a.C.; si ritiene infatti che in precedenza l'arcipelago fosse disabitato. La popolazione attuale discende da popoli di religione buddhista migrate dall'India meridionale e dallo Sri Lanka intorno ai secoli IV e V.

Quando gli arabi iniziarono a percorrere frequentemente le rotte commerciali verso il sud-est asiatico, le Maldive divennero un importante punto di scalo. I commercianti arabi esercitarono una forte influenza culturale sulla popolazione locale, che a partire dall'XI secolo si convertì gradualmente all'Islam. Nel 1153 le Maldive divennero un sultanato. Una revisione della costituzione del 2008 stabilisce che "un non-musulmano non può diventare cittadino delle Maldive." (Art. 9, Sez. D).

Nel XVI secolo le potenze europee iniziarono a minacciare le Maldive. I primi a conquistare l'arcipelago furono i Portoghesi, che vi crearono un insediamento nel 1558. Questi furono però cacciati nel 1573 dai Devehi guidati da Muhammad Thakurufar Al-Azam. Il sultanato rimase poi indipendente fino al 1887, anno in cui esso fu dichiarato protettorato britannico.

Durante la seconda guerra mondiale le Maldive rappresentarono un possedimento strategico per la marina britannica. Negli anni successivi alla guerra, la vita politica e sociale del sultanato fu sostanzialmente stabile, fatta eccezione per un fallito tentativo di instaurazione del sistema repubblicano nel 1953. Nei primi anni sessanta si formò uno Stato separatista: la Repubblica Unita di Suradiva. La neo repubblica comprendeva le isole più meridionali dell'arcipelago, a sud dell'One and Half Degree Channel, e cioè gli atolli di Suradiva, Addu e Gan più una serie di isolotti minori. La Repubblica fu riassorbita nel 1963 e scomparve.

L'indipendenza dal Regno Unito fu sancita il 26 luglio 1965; nel 1968, il sultanato divenne una Repubblica presidenziale. Dal 1978 al 2008 il presidente è stato Maumoon Abdul Gayoom; egli ha governato il paese in modo totalitario, esercitando un rigoroso controllo dei mezzi di informazione e impedendo di fatto l'esistenza di un movimento di opposizione. Gayoom denunciò due abortiti tentativi di colpo di Stato per spodestarlo, nel 1980 e nel 1983. Il 3 novembre 1988 un gruppo di suoi oppositori politici, spalleggiati da mercenari tamil del People's Liberation Organisation of Tamil Eelam, mise in atto un tentativo di golpe impossessandosi della capitale Malé; Gayoom richiese assistenza militare all'estero, e con l'operazione Cactus un contingente di truppe scelte dell'esercito indiano fu inviato dal primo ministro Rajiv Gandhi a ristabilire l'ordine nell'arcipelago: i mercenari furono rapidamente sconfitti e Gayoom reintegrato nelle sue piene funzioni.

Nel luglio del 2003 Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime del presidente Gayoom; esso cita casi di maltrattamenti nelle carceri maldiviane, imprigionamenti di giornalisti e politici dell'opposizione e sviluppo di numerose carceri negli atolli più distanti. Nel settembre dello stesso anno, in seguito al decesso di tre carcerati, vi sono state alcune manifestazioni. Il presidente Gayoom ha annunciato lo studio di riforme del sistema giudiziario e dei poteri del parlamento.

Nell'agosto 2004 vi è stata una imponente manifestazione a Malé per chiedere il rilascio dei prigionieri politici e una riforma del sistema politico. La manifestazione è stata dispersa dalle forze dell'ordine e nel Paese è stato dichiarato lo stato di emergenza; in seguito a queste vicende si sono accese altre manifestazioni contro il regime che, secondo l'opposizione esiliata all'estero, hanno portato a ulteriori arresti di massa. Ciononostante parte della popolazione maldiviana riteneva che il progresso raggiunto dall'arcipelago negli ultimi due decenni sia merito del presidente Gayoom. Nel 2008 vi fu una transizione, in parte pilotata dallo stesso Gayoom (che nel 2000 aveva garantito le prime elezioni parzialmente libere), alla democrazia plurale, sebbene la costituzione garantisse i vecchi esponenti del regime e una sostanziale mancanza di libertà di culto. Nel 2008 il partito democratico delle Maldive prese il potere e tentò di modernizzare le isole in senso liberale e liberista, senza però fare i conti con il trentennio di dittatura precedente, né incarcerando o processando Gayoom ed i suoi uomini. In compensò varò diverse riforme sulla libertà d'espressione, il rispetto dei diritti umani, la riforma del sistema carcerario, la libertà di riunione ecc. Presidente divenne un oppositore di lungo corso di Gayoom, l'avvocato e giornalista Mohamed Nasheed (è stato incarcerato per reati d'oppinione a singhiozzo tra il 1990 e il 1998, dopo aver denunciato in alcuni articoli giornalistici gli scandali del regime e le elezioni truffa del 1989), fu eletto parlamentare nel 2000 (prima della liberalizzazione dei partiti politici), ma immediatamente dopo nuovamente incarcerato con vari pretesti fino al 2003, quando, uscito di prigione, entrò nel partito democratico (che non era ancora ammesso dal regime), anche se fu costretto ad un breve esilio in Gran Bretagna. Rientrò nell'arcipelago nel 2005, quando il partito democratico venne riconosciuto dal governo, impegnato in una lenta e titubante transizione verso la democrazia. Nel 2005 il partito democratico, ormai guidato da Mohamed Nasheed ha organizzato alcune grandi manifestazioni contro il regime, cui il governo rispose con l'incarcerazione di molti dirigenti (ufficialmente "per proteggere la loro incolumità"), mentre Mohamed Nasheed fu accusato di terrorismo e posto nuovamente in isolamento.

Scarcerato nel 2007 poté concorrere alle elezioni del 2008, che vinse a capo di un'eterogenea coalizione che raggruppava tutti i partiti d'opposizione "storici", ovvero il Gaumee Party (centro), il Jumhoory Party, l'Adhaalath Party, (Partito Islamico), il Social Democratic Party e il Gaumee Ithihaad (centro, nato da una scissione dell'ala moderata del partito democratico), ottenendo il 54% dei voti. La coalizione si è però sciolta nel corso dei successivi due anni, sia per questioni inerenti alle politiche sociali (sottovalutate dal governo), sia per il carattere laico (mal visto dal Adhaalath Party) del governo. Inoltre nel 2010 tutti i ministri si dimisero e vi furono numerosi arresti di parlamentari accusati di corruzione, oltre a varie contestazioni che furono stigmatizzate come derivanti dalle macchinazioni del passato regime. Da allora Mohamed Nasheed guida un monocolore del partito democratico, che è quello di maggioranza relativa con circa il 30% dei voti (35,3% alle politiche del 2009). Uno dei successi del primo governo democratico delle isole è stata la trasformazione dell'economia maldiviana nella prima economia verde del mondo, ovvero in un'economia indipendente da tutte le fonti d'energia fossili, e basata soprattutto sul vento, il sole e piccole quantità di biodiesel autoprodotto o importato; questo dipende anche dal fatto che le Maldive sono lo Stato a maggior rischio in caso di riscaldamento globale e conseguente aumento del livello del mare. Notevoli sono state anche le politiche di difesa dell'ambiente e della biodiversità della barriera corallina, unite al blocco di diversi progetti di speculazione edilizia, anche se quest'ultimo punto, in un paese che vive di turismo, ha provocato la dura opposizione di diversi esponenti della borghesia dell'arcipelago (e di grandi compagnie internazionali) molto interessati a costruire grandi alberghi senza regole stringenti a difesa delle coste. Nel 2012, in vista anche di alcune possibili riforme costituzionali che avrebbero abolito la preminenza assoluta della religione islamica nella costituzione maldiviana, liberalizzato alcune professioni e consentito l'apertura di centro di massaggio anche al di fuori dei grandi alberghi, si ebbe un duro scontro politico tra il governo e Mohamed Abdulla, capo della suprema corte, che si risolse con l'incarcerazione di quest'ultimo con l'accusa di corruzione. L'opposizione sostenne che l'accusa di corruzione era stata artefatta per rimuovere uno scomodo sostenitore del carattere islamico della costituzione. In conseguenza di questo fatto i sostenitori del passato regime, le forze di polizia, e i movimenti islamici hanno eseguito un colpo di stato (7-9 febbraio 2012), preceduto da piccole manifestazioni e scontri di piazza (1-7 febbraio 2012), che ha provocato il ferimento di diversi deputati, l'arresto la scarcerazione e le dimissioni del presidente Nasheed. Le piccole forze militari dell'arcipelago si sono dichiarate invece favorevoli al governo, mentre alcuni esponenti politici sono andati in esilio volontario in Sri Lanka o hanno chiesto l'aiuto della comunità internazionale. Gli USA hanno tuttavia riconosciuto il governo golpista l'11 febbraio 2012. A capo del governo vi è Mohamed Waheed Hassan Manik, ex vice presidente, ex importante burocrate delle nazioni unite, ex membro del partito democratico che aveva abbandonato nel decennio precedente, anche dopo un duro scontro per la leadership con Nasheed per fondare il Gaumee Itthihaad (partito d'unità nazionale, centro). Malgrado il Gaumee Itthihaad non sia più al governo dal 2010 era rimasto comunque vice presidente in carica fino al colpo di stato, quando giurò subito dopo che le forze di polizia avevano costretto con la minaccia delle armi (anche verso alcuni collaboratori) Nasheed a firmare le proprie dimissioni.

L'arcipelago dista 735 km dallo Sri Lanka ed è orientato in direzione nord-sud, estendendosi per 754 km in lunghezza e 188 in larghezza. È posizionato in buona parte prossimo all'Equatore (Malé è in una zona "di confine" comunque ancora vicina alla linea immaginaria equatoriale) e la parte estrema meridionale ne è a cavallo; fra 7°6'N e 0°41'S e fra 72°31'E e 73° 48'E.

Compongono l'arcipelago 1.192 isole coralline poggiate su basamenti di roccia calcarea e corallina, formatasi con evoluzioni periodiche e caratterizzata da molteplici strati di calcare e coralli formatesi con le numerose variazioni di livello delle acque ad iniziare da circa 60 milioni di anni fa, a seguito dell'emersione d'imponenti montagne dal fondo dell'Oceano Indiano.

Gli atolli naturali sono 26, ognuno è formato da diverse centinaia di isole, di cui solo alcune abitate. Nell'intero arcipelago, le isole abitate sono circa 200, mentre poco più di 100 sono adibite a villaggi turistici; le rimanenti sono deserte e talvolta costituite solo da un banco di sabbia in emersione. L'isola più grande è Fua Mulaku, situata nell'atollo di Gnaviyani, nel sud dell'arcipelago.



Le isole sono situate sia all'interno degli atolli sia lungo la barriera oceanica che delimita l'atollo separandolo dalle profonde acque oceaniche e proteggendo le acque interne dalle mareggiate. Le barriere oceaniche sono interrotte da canali detti pass (kandu in dhivehi) che permettono il ricambio delle acque interne dell'atollo, determinando però forti correnti in entrata e in uscita, specialmente durante le maree. In aggiunta a ciò, quasi tutte le isole sono circondate da una propria barriera corallina che racchiude una laguna.

Le isole sono formate da una base di sabbia bianca risultante dall'erosione delle barriere coralline ad opera del mare, ma anche di alcune specie ittiche (come il pesce pappagallo o il pesce balestra titano) che mangiano il corallo per restituirlo sotto forma di sabbia insieme con le feci; l'elevazione massima è di 2 m s.l.m., non vi sono sorgenti d'acqua dolce e solo nelle isole di dimensioni maggiori è possibile scavare pozzi per raccogliere l'acqua filtrata dagli strati di sabbia. Nell'isola di Fua Mulaku si trovano laghi di acqua dolce.

Il clima delle Maldive è di carattere monsonico. Il monsone secco s'instaura da dicembre ad aprile ed è caratterizzato da piogge deboli e poco frequenti; il cielo risalta nel suo azzurro intenso più facilmente. Il monsone umido, da maggio a novembre, porta piogge torrenziali più frequenti che possono durare alcune ore e talvolta giorni interi; il cielo risulta più spesso velato o soggetto a passaggi nuvolosi. Il vento è generalmente a regime di brezza debole (5-10 nodi), ma può divenire moderato (15-20 nodi) anche per giorni o settimane, specialmente nei periodi di cambio del monsone; raramente i picchi superano i 40-50 nodi e il più delle volte ciò avviene prima di una breve pioggia torrenziale. Poiché sono situate nella fascia tropicale equatoriale, le Maldive normalmente non sono soggette agli uragani.

La temperature medie oscillano tra i 26° (min) e i 31 °C (max) tutto l'anno nelle zone intermedie tra il nord ed il sud dell'arcipelago, con ovunque escursioni termiche giornaliere e notturne molto contenute; la minima temperatura mai registrata fu di 17,2 gradi (probabilmente molto vicina alla minima assoluta che si sarebbe mai potuta registrare all'interno dell'intera area dell'arcipelago) l'11 aprile 1978, mentre una famosa alta, 36,8 °C, fu raggiunta il 19 maggio 1991. Ma è accertato sia stata superata in qualche altra occasione, però dove non fossero presenti rilevatori sufficientemente attendibili per divulgare un dato preciso, il tutto per deduzione (vi sono stati sprazzi veramente molto caldi e afosi, e ci sono periodicamente, comunque tutt'altro che di frequente). Il mese più caldo è aprile, anche se i più secchi e soleggiati risultano febbraio e marzo; inoltre la costante presenza della brezza monsonica attenua la sensazione di calore e di afa, rendendo il clima, al di fuori dei periodi molto piovosi, sicuramente apprezzabile nonostante l'umidità relativa media decisamente elevata (però costante nel corso della giornata, quindi attorno al 75%-80% sia di notte che di giorno). La temperatura dell'acqua oscilla fra i 28-29 °C delle acque extralagunari e i 30-32 °C delle lagune; inoltre all'interno degli atolli il termoclino è pressoché nullo.

Le massime precipitazioni si verificano nei mesi fra maggio e dicembre (200–250 mm/mese), mentre in febbraio e marzo sono molto ridotte (50–80 mm/mese); gennaio e aprile sono mesi di transizione, con precipitazioni che variano di anno in anno (intorno ai 160 mm/mese). In corrispondenza del cambio del monsone (metà maggio e fine novembre) si producono spesso violenti acquazzoni o temporali, con venti intensi costanti o a raffica che possono durare diversi giorni.

Il fenomeno climatico periodico chiamato El Niño porta alla morte e allo sbiancamento dei coralli a causa dell’aumento della temperatura degli oceani. Il suo picco nell’arcipelago è stato nel 1998. Da allora, secondo i dati degli studiosi, c’è stata una buona ripresa anche se l’allerta del WMO, l’organizzazione mondiale della meteorologia, resta ancora alto.

La popolazione maldiviana è ritenuta di origine indiana o araba, in seguito mescolatasi con ondate migratorie provenienti dall'Africa del Nord e dallo Sri Lanka.

L'unica minoranza etnica è costituita da un gruppo di commercianti indiani insediatisi a Malé nei primi anni del XIX secolo; essa è composta da alcune centinaia di individui che costituiscono anche l'unica minoranza religiosa, essendo di fede sciita.

Negli ultimi anni si è verificata una notevole immigrazione dallo Sri Lanka, dall'India e dal Bangladesh a scopo d'impiego presso i villaggi turistici.

L'unica religione praticata nelle Maldive è l'Islam sunnita. Nel paese non esiste libertà di culto, nel 2008 un emendamento costituzionale ha negato ai non musulmani di poter ottenere la cittadinanza maldiviana. Nonostante ciò la Chiesa cattolica, almeno a livello formale, considera il territorio maldiviano facente parte dell'arcidiocesi di Colombo, nello Sri Lanka, a partire dal 1886.

L'islamismo praticato alle Maldive ha caratteristiche particolari a causa del fatto di essere venuto a contatto sia con le antiche tradizioni locali che con i costumi e gli stili di vita dei molti turisti occidentali che visitano le isole. Le donne, ad esempio, nella capitale usano camminare anche senza velo, mentre nei villaggi, più isolati, le ragazze dopo la pubertà usano coprirsi su tutto il corpo ad eccezione del volto.

Il sistema sanitario ospita 21 centri ospedalieri, che servono tutti gli atolli. Le cure mediche specializzate si trovano nei due ospedali della capitale. Solo i resort più lussuosi hanno medici presenti direttamente sull’isola. In caso di emergenza subacquea sono presenti 4 camere iperbariche.

In tutto l’arcipelago sono proibiti il nudismo e il topless. L’unica eccezione è rappresentata dai resort con bungalow a palafitta o spiaggia privata che permettono di vivere la propria privacy al riparo da sguardi indiscreti. Durante le visite ai villaggi locali è richiesto alle donne di coprirsi le spalle (vanno benissimo anche le normali t-shirt con le maniche corte) e le gambe almeno fino al ginocchio. Nel caso di visite alle moschee bisogna coprire bene braccia e gambe.

È assolutamente vietato portare con sé madrepore, coralli, conchiglie, oggetti in tartaruga, pesci e sabbia presi sia dal mare che dalle spiagge. La pena sono multe salatissime, sequestro della merce e rischio di perdere il volo di ritorno.

A scopo amministrativo i 26 atolli naturali sono stati divisi in 19 atolli amministrativi, nominati secondo le lettere dell'alfabeto dhivehi, più la capitale Malè. Ogni atollo porta anche un nome popolare; per esempio, l'atollo di Baa ha conservato anche il nome popolare di Maalhosmadulu.

L'amministrazione locale è affidata al Ministero dell'amministrazione degli Atolli che ha due uffici regionali, quello settentrionale e quello meridionale. Vi sono inoltre uffici per ogni atollo e isola abitata. Ciascun atollo è amministrato da un Capo dell'Atollo (Atholhu Veriyaa) nominato dal presidente mentre l'amministrazione di ogni isola è affidata a un Capo dell'isola (Katheeb), nominato dal ministero dell'amministrazione degli atolli e direttamente dipendente dal capo dell'atollo.

La risorsa economica principale è il turismo che costituisce circa il 20% del PIL. Gran parte delle entrate statali sono costituite da imposte e tasse legate al turismo o a dazi sulle importazioni.

Le isole destinate a divenire resort turistici, con o senza animazione vengono date in concessione a società estere, spesso basate negli Emirati Arabi Uniti, che vi costruiscono il resort e lo gestiscono per un certo numero di anni, stringendo accordi commerciali con le agenzie o gli operatori turistici esteri che inviano i propri clienti. Allo scadere della concessione, l'isola e tutto ciò che vi è stato costruito ritorna in possesso del governo maldiviano che solitamente rinnova la concessione o l'affida ad un'altra società.

Lo sfruttamento delle risorse marine è l'attività tradizionale della popolazione maldiviana.

L'attività principale è la pesca ma è rilevante anche lo sfruttamento dei coralli per ricavarne materiale da costruzione.

Per la pesca vengono usate le tipiche imbarcazioni a fondo piatto e costruite col legno di cocco e senza l'uso di chiodi, i cosiddetti dhoni. La pesca viene effettuata col bolentino, con le reti o al traino. Il pescato, costituito prevalentemente da tonni, squali, barracuda e marlin, viene consumato o conservato essiccato per l'esportazione.

Il governo maldiviano ha in corso da decenni un programma di sviluppo della pesca, che ha portato alla costruzione di alcune fabbriche di inscatolamento.

L'agricoltura risente ovviamente della scarsità di terreno coltivabile; su ogni isola abitata vi sono piccole piantagioni di palme da cocco, papaya e alberi del pane. Il cocco rappresenta la risorsa agricola principale: ne vengono lavorate le fibre e se ne ricava la copra. Il valore di un'isola viene stabilito in base al numero di palme da cocco esistenti, che viene controllato rigorosamente e annualmente dal capo dell'isola. Sulle isole più grandi vi sono piantagioni di verdure e frutta, che risentono però della scarsità d'acqua e dell'elevata alcalinità del terreno. Su alcune isole sono in fase di sperimentazione colture idroponiche

Un'importante risorsa tradizionale dell'economia maldiviana era, fino al XVI secolo, il commercio delle conchiglie della specie Monetaria moneta, molto apprezzate nei paesi affacciati sull'Oceano Indiano.

Il pesce e il riso sono gli ingredienti principali della cucina delle Maldive, carne e pollo sono mangiati solo in occasioni particolari. Il turista, scegliendo un viaggio alle Maldive, troverà fra i piatti nazionali pesce fritto, pesce al curry e zuppa di pesce. La bevanda locale è il raa, un vino di palma dolce. Fatta eccezione per il cocco, sulle isole delle Maldive non cresce molta frutta e verdura, quindi la maggior parte è importata.

Sono le isole più basse del mondo: il loro problema, fino ad ora, è stato che rischiano di finire sotto il livello del mare, sommersi dall'innalzamento delle acque, provocato dallo scioglimento dei ghiacci, causato dal cambiamento climatico. Ma adesso un pericolo minaccia le Maldive: di affondare, non solo metaforicamente, sotto una montagna di rifiuti. Le paradisiache isole dell'oceano Indiano, infatti, sprofondano nella spazzatura. Il formidabile aumento del turismo (1 milione di visitatori nel 2014) sommato alla mancanza di inceneritori o altri metodi per disfarsi dei detriti hanno già trasformato uno degli atolli, Thilafushi, in una collina alta 15 metri e che continua a crescere di giorno in giorno. Dentro c'è di tutto: plastica, siringhe usate, elettrodomestici rotti, ogni genere di spazzatura medica, industriale e privata, che va ad aggiungersi a quella gettata direttamente in mare dagli abitanti di Malè, capitale dell'arcipelago, sede dell'aeroporto a cui arrivano tutti i voli internazionali e ormai così piena di gente e di case da scoppiare. Così, oltre alle barriere coralline, una nuova barriera artificiale di spazzatura galleggia attorno alle isole e comincia a sbatterci contro, mentre sul "monte Thilafushi", come qualcuno dei locali l'ha soprannominato, si alzano maleodoranti fumi e sostanze tossiche.

Il problema dei rifiuti rischia di diventare un drammatico ostacolo allo sviluppo delle Maldive, che dipendono dal turismo per più di un terzo della propria ricchezza nazionale. Da un lato, la spazzatura rappresenta una minaccia ecologica all'ambiente delle isole. Dall'altro, rischia di tenere lontani i turisti: è già successo che qualcuno dei resort di lusso sia stato agganciato dalla disgustosa barriera di detriti, compreso tutto quello che esce dalle fogne, che viene scaricato ad appena 200 metri di distanza dalla costa e riportato a riva dalle correnti, per cui le acque possono apparire cristalline a occhio nudo ma potrebbero essere assai meno salubri dal punto di vista batteriologico.




martedì 10 novembre 2015

LA PESCA A STRASCICO



La pesca a strascico di fondo viene comunemente definita come una pratica irresponsabile, che danneggia gravemente i fondali ed è quindi da evitare, se si vuole essere sostenibili.

Le reti a strascico hanno generalmente forma conica; la parte terminale, apribile per estrarre il pescato, prende il nome di sacco, l'apertura invece prende il nome di bocca e la parte centrale di ventre. Sovente ai lati della bocca sono presenti due lunghe strisce di rete di forma triangolare con funzioni di "invito" che prendono il nome di ali e che, se la pesca viene praticata da due pescherecci in coppia, vengono mantenute aperte da entrambe le barche, con un tonneggio attaccato ad ognuna di esse; nella pesca a strascico compiuta da una sola barca, il tipo più comune, la rete è invece mantenuta aperta da strutture chiamate porte, tavoloni o divergenti. Le porte sono disponibili in diverse forme e misure e possono essere adatte a tenere la rete a contatto col fondo o sollevate da esso. Affinché le porte compiano bene il loro dovere, è necessario che la barca o la nave viaggi ad una certa velocità, in genere di 2,5-4 nodi. La parte della bocca e delle ali che strascica il fondale è in genere armata di piombi e catene con la funzione di smuovere il sedimento e di farne venir fuori pesci ed altri animali che vi fossero intanati mentre la parte superiore degli stessi è dotata di galleggianti con lo scopo di tenere aperta la bocca.

Il tipo più comune di rete a strascico bentonica (utilizzata per prede che stiano sul o nei pressi del fondale) è la paranza, in origine manovrata da due imbarcazioni ma oggi in genere messa in pesca da un solo peschereccio. Il rapido o sogliolara o sfogliara è una rete piccola, senza ali e dotata di una cornice rigida attorno alla bocca, che nella parte inferiore è armata di denti. Questa rete è impiegata principalmente per la pesca di pesci piatti, di razze e di molluschi bivalvi come telline e vongole.

La gangamella è invece una piccolissima rete (poco più di un retino) che viene lentamente strascicata di notte sulle praterie di Posidonia oceanica allo scopo di catturare i gamberetti. La sciabica e lo sciabichello hanno struttura simile alla paranza, con la differenza che vengono trasportate a mare da un'imbarcazione ma poi vengono salpate da terra. Altri tipi di rete sono impiegati per la cattura di pesci di mezz'acqua come cefali e latterini, soprattutto in lagune o ambienti salmastri.



La pesca a strascico bentonica è fonte di notevole impatto sull'ambiente marino. Le reti a strascico infatti distruggono o asportano qualunque cosa incontrino sul fondale, pesci, invertebrati, coralli, alghe, posidonie, eccetera e lasciano un ambiente devastato dove le comunità biotiche originarie si potranno reimpiantare solo dopo molto tempo. Peraltro, la pesca a strascico fornisce la maggioranza del pescato di specie demersali, e ciò anche a paragone del numero di operatori.

Questo è particolarmente grave nel caso di ecosistemi complessi e di fondamentale ruolo biologico come quello della prateria di Posidonia oceanica, che possono essere totalmente distrutti anche con una sola passata. Proprio per evitare questo in alcuni paesi, ad esempio in Italia, si è deciso di vietare la pesca a strascico sottocosta (entro le 3 miglia marine o al di sopra della batimetrica dei 50 metri), dove queste comunità complesse si sviluppano, ma ciò nonostante è frequente leggere sui quotidiani di pescherecci che strascicano impunemente nelle zone vietate facendo danni irreparabili e minando le loro stesse possibilità di pesca future.

Un altro serio problema della pesca a strascico è la sua non selettività, lo strascico raccoglie tutto, specie commerciali e non commerciali, adulti e giovani. La cattura di specie o esemplari di nessun interesse commerciale prende il nome di bycatch e può riguardare anche giovanili di specie pregiate, il che può portare ad un tracollo degli stock ittici, oltre a numerosi organismi non commestibili ma lo stesso importanti per l'ecosistema. Un sistema per evitare il bycatch di giovanili (soprattutto per quanto riguarda il nasello) è quello di aumentare le dimensioni delle maglie della rete costituente il sacco. Data la difficile controllabilità dell'attività di pesca in mare aperto si tendono ad usare altre tecniche dissuasive come le barriere artificiali, ovvero l'affondamento in aree di particolare interesse biologico di grandi blocchi di cemento armati di tondini d'acciaio piegati a gancio, capaci di danneggiare seriamente l'attrezzo da pesca. Oltre all'effetto di allontanare lo strascico illegale dall'area interessata questi blocchi forniscono supporto agli organismi bentonici incrementando la biodiversità dell'area, con conseguenze positive anche per la pesca. Un altro sistema di salvaguardia della fauna dalla pesca distruttiva è quello di istituire periodi di fermo biologico (durante periodi riproduttivi dei principali organismi oggetto di pesca o di bycatch) in cui la pesca a strascico è completamente vietata ovunque in modo da consentire la riproduzione di questi animali.

Molte specie, anche in via di estinzione, sono raccolte senza ragione e poi rigettate in mare, spesso già morte. Queste perdite “collaterali” (bycatch) raggiungono, in certi casi, l’80% o perfino il 90% del pescato. Per di più, ampie superfici sul fondo degli oceani, che costituiscono l’habitat dove i pesci trovano cibo e protezione, vengono schiacciate e distrutte. La pesca a strascico, inoltre, lascia in sospensione sedimenti (a volte tossici) responsabili di una torbidità dell’acqua sfavorevole alla vita. Questo genere di pesca cancella le caratteristiche naturali dell’ambiente che in condizioni normali permettono agli animali marini di vivere, riposarsi, nascondersi.




I rigetti sono degli aspetti più importanti e scandalosi del degrado degli oceani.

Si chiamano rigetti tutte le forme di vita marina pescate diverse dalle prede intenzionali. Sono “scarti”, comprendono gli esemplari della specie ricercata la cui taglia non è conforme, più altre specie che non si mangiano o non hanno mercato, specie vietate o a rischio d’estinzione, come certi uccelli, le tartarughe e i mammiferi marini. Alcuni pesci sono rigettati unicamente perché il peschereccio non ha la licenza per portarli a terra, perché non c’è spazio sull’imbarcazione o perché non sono della specie che il capitano ha deciso di catturare. Tutti, e parliamo di MILIONI DI TONNELLATE di pesce, sono rigettati in mare, morti o feriti.

Un recente rapporto del WWF stima che i rigetti siano il 40% del totale del pescato e precisa che in molti casi si tratta di esemplari giovani. È facile comprendere le drammatiche conseguenze sulla capacità delle specie di riprodursi e rigenerare gli stock.

Al di là della pressione sulle specie, si tratta di uno spreco enorme di cibo, sia per il consumo umano, sia per quello dei predatori marini.

Inoltre, gli specialisti sottolineano che mentre le navi da pesca industriali rigettano ogni anno MILIONI DI TONNELLATE di pesce non desiderato, la pesca artigianale ne rigetta molto poco.

Secondo uno studio ministeriale italiano, effettuato nel 2001 su alcune specie ritenute tra i principali target di questa pratica (nasello e triglia di fango), la rete del sacco ha in genere una maglia di 60mm mentre la rete del coprisacco ha maglia da 50mm. Questo studio intendeva comparare il pescato con l'una e con l'altra dimensione di maglia, giungendo a rilevare che, per le due specie traguardate, alla maggior larghezza (60mm) corrispondeva una taglia media di cattura più lunga di un cm. Secondo questa ricerca però all'incremento delle taglie, con la maglia più grossa non corrispondeva anche un vantaggio economico, riducendosi il fatturato (del 22,8%), il reddito da capitale (di più del 50%) e la redditività dell'investimento (del 9%).

L’impiego di veleni per uccidere o stordire il pesce è molto diffuso, in mare così come in acqua dolce, comprese le lagune costiere e le barriere coralline. La pesca al cianuro, per esempio, si pratica dalle scogliere decimate e devastate delle Filippine – dove si calcola che siano versate 65 tonnellate di cianuro all’anno – fino a quelle isolate a est dell’Indonesia e in altri paesi del Pacifico occidentale. In molti luoghi l’uso di veleni nella pesca è una tecnica tradizionale, ma gli effetti negativi si sono accentuati da quando alle sostanze di origine vegetale si sono sostituiti pesticidi chimici. I veleni uccidono tutti gli organismi dell’ecosistema, tra cui i coralli che formano le barriere.
Anche l’uso degli esplosivi esiste da secoli ed è in espansione. Le esplosioni possono produrre crateri molto grossi, che devastano dai 10 ai 20 m2 di fondo marino. Non uccidono solo i pesci ricercati, ma anche la fauna e la flora circostanti. Nelle scogliere coralline la ricostruzione degli habitat danneggiati richiede decenni. Gli esplosivi sono facilmente reperibili e a buon mercato. Spesso provengono dall’industria mineraria o edilizia. In molte regioni si estraggono esplosivi da vecchie munizioni recuperate da guerre del passato o conflitti in corso. Altrove, i pescatori se li procurano attraverso il traffico illegale d’armi.

Per pesca fantasma s'intende l’abbandono in acqua, in genere accidentale (ma a volte volontario), di reti e altro materiale, che continuano a catturare inutilmente pesci, molluschi, ma anche grandi mammiferi marini che muoiono per sfinimento dopo ore di lotta per risalire in superficie a respirare. Il problema delle attrezzature abbandonate o perse è amplificato dall’intensificarsi delle operazioni di pesca e dall’introduzione di equipaggiamenti prodotti con materiali sintetici resistenti.


Secondo uno studio ministeriale italiano, effettuato nel 2001 su alcune specie ritenute tra i principali target di questa pratica (nasello e triglia di fango), la rete del sacco ha in genere una maglia di 60mm mentre la rete del coprisacco ha maglia da 50mm. Questo studio intendeva comparare il pescato con l'una e con l'altra dimensione di maglia, giungendo a rilevare che, per le due specie traguardate, alla maggior larghezza (60mm) corrispondeva una taglia media di cattura più lunga di un cm. Secondo questa ricerca però all'incremento delle taglie, con la maglia più grossa non corrispondeva anche un vantaggio economico, riducendosi il fatturato (del 22,8%), il reddito da capitale (di più del 50%) e la redditività dell'investimento (del 9%).






venerdì 18 settembre 2015

I Coralli del Mediterraneo



La barriera corallina, tipico ambiente tropicale, è l’emblema del mare ricco e pulito. Foreste di animali-piante, con scheletri di carbonato di calcio, ospitano una vita brulicante e coloratissima. Intanto diciamo subito che i «coralli» delle formazioni coralline non hanno niente a che vedere col corallo rosso, usato in gioielleria. Gli zoologi li mettono nello stesso phylum (gli cnidari) e nella stessa classe (gli antozoi) ma i coralli delle formazioni coralline sono madreporari (è per questo che si chiamano madrepore) mentre il corallo rosso è un gorgonaceo, parente delle gorgonie che popolano il Mediterraneo, sui fondi rocciosi al di sotto di 10-15 m, fino a profondità rilevanti, quelle dove i corallari vanno in cerca dell’oro rosso.

In Mediterraneo non ci sono formazioni coralline simili a quelle tropicali, però qualcosa di analogo c’è. I coralli tropicali vivono in superficie, e hanno alghe simbionti nei loro tessuti. Sono carnivori e, con i tentacoli dei loro polipi (gli individui che formano le colonie), catturano prede, ma sono anche fotosintetici, grazie ai simbionti algali. Un misto tra piante e animali. Le alghe simbionti richiedono luce e, dove la luce non arriva, i coralli non vivono. Ma i nostri sì.

Da tempo si sapeva che, a qualche centinaio di metri di profondità, sul pendio che, lungo le coste, porta verso gli abissi marini, erano presenti formazioni coralline: i coralli bianchi. I pescherecci, ogni tanto, tiravano su grandi colonie morte di questi madreporari. Si pensava che oramai ci fossero solo tanatocenosi, un parolone per dire: tracce di comunità di organismi oramai morti. E invece, una decina di anni fa, l’uso dei sommergibili da ricerca ha permesso di scoprire che i coralli bianchi sono vivi anche nel  Mediterraneo.

Una formazione importante si trova al largo di Santa Maria di Leuca, e più a nord, nell’Adriatico meridionale, nel canyon sottomarino da cui esce un flusso d’acqua fredda che parte dal nord Adriatico e, ricca di ossigeno, rifornisce gli abissi dello Ionio. In questa corrente ci sono le condizioni per il rigoglio delle barriere coralline: le formazioni a coralli bianchi. L’Unione Europea ha finanziato un progetto, CoCoNet, per studiare la possibilità di creare reti di Aree Marine Protette in Mediterraneo e in Mar Nero, includendo non solo le zone costiere ma anche il mare profondo. Lo studio pilota si sta facendo nel Canale d’Otranto, dove le aree marine protette sulle due sponde, la italiana e quelle greche, albanesi, montenegrine e croate, sono idealmente congiunte ai coralli di Leuca e del Canyon di Bari. La prima rete potrebbe essere proprio quella, unendo la protezione delle coste con quella degli abissi. Perché, andando con i sottomarini da ricerca, il Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare e l’Istituto di Scienze Marine del CNR stanno scoprendo sempre maggiori porzioni della nostra barriera corallina.



Il coralligeno,il cui nome ricorda i coralli, ma il coralligeno è fatto principalmente di alghe, le alghe coralline. Anche loro hanno scheletro calcareo e formano concrezioni che innalzano il fondo del mare, sono biocostruzioni. Assieme agli scheletri delle alghe coralline, il coralligeno è formato da madreporari (simili a quelli delle formazioni tropicali), gorgonie, briozoi (animali bellissimi e coloratissimi), tantissime spugne dai colori più sgargianti, attinie, molluschi, anellidi, e ascidiacei. Le foreste di gorgonie, spugne e briozoi sono altrettanto emozionanti da vedere delle foreste di coralli. Il coralligeno ama le acque fredde ed è disturbato da temperature troppo alte. Lungo le coste del Mar Ligure, per esempio, le gorgonie e le spugne sono morte, qualche anno fa, perché la temperatura dell’acqua, alla profondità dove di solito il calore solare non arriva troppo intensamente, è salita troppo.

Il Corallium rubrum o semplicemente “Corallo Rosso” è molto diffuso nei mari di tutto il mondo ma specialmente nel mar Mediterraneo in Sicilia, Sardegna, Corsica e in Liguria ma in natura lo si può trovare diffuso anche nell’Oceano Atlantico in Marocco, Canarie e in Portogallo. Questo bellissimo corallo vive fino a 200 metri di profondità in luoghi con scarsa vegetazione e in zone poco illuminate. Il Corallium rubrum è un corallo che non mancherà di essere trovato dai sub che vogliono esplorare delle grotte sottomarine o dei luoghi ombrosi come strapiombi e fenditure tra le rocce. Solo partendo dai 20 metri di profondità possiamo incominciare a trovare questo corallo rosso. Il Corallium rubrum prende il suo nome da “Corallium” che significa appunto “Corallo” e da “rubrum” che significa “rubino” per via del suo color rosso acceso, infatti, molti lo conoscono semplicemente con il nome comune di “Corallo Rubino”.

Questi bellissimi coralli crescono molto lentamente, circa tre o quattro centimetri l’anno, ma con il tempo riescono a formare delle colonie molto ramificate che possono arrivare a crescere non oltre i trenta centimetri di altezza. Questo corallo rosso in realtà, può avere anche diversi colori a parte il rosso rubino come ad esempio neri, bianchi e molto raramente anche di color rosa pallido. I polipi del Corallium rubrum sono di color bianco e sono lunghi solo pochi millimetri, dotati di otto tentacoli che si possono vedere solo quando si estroflessono per poter catturare cibo come plancton e altre sostanze nutritive che possono riuscire a catturare.

Possiedono uno scheletro di tipo calcareo veramente molto duro che lo rende un ottimo materiale per poter realizzare dei gioielli, infatti, molti conoscono i coralli rossi solo perché li hanno visti in qualche gioielleria. Il “Corallium rubrum” si riproduce rilasciando delle larve che trasportate dalla corrente dell’acqua si poggiano sul substrato dando vita a un nuovo corallo. Questi coralli hanno una forma che li rende molto facili da poter spezzare, l’uomo ha abusato parecchio sulla raccolta di questi coralli.

I coralli duri sono quelli che costituiscono la vera barriera corallina; sono detti ermatipici e sono spesso associati a delle alghe unicellulari chiamate zooxantelle. Queste alghe simbiotiche, sono contenute in grande numero nei tessuti dei polipi corallini (si è stimato la presenza di oltre un milione di cellule per centimetro cubico) e queste ultime sono in grado di favorire la sintesi del calcare dei coralli stessi e, inoltre, hanno anche lo scopo di fornire e elaborare le sostanze nutrienti. Questi coralli costruttori o Madreporari, hanno anche un’altra caratteristica che li accomuna tra di loro: i tentacoli dei loro polipi sono sempre in numero di 6 o multipli di 6 e sono inclusi nella sottoclasse degli Esacoralli. A questa sottoclasse appartengono vari generi quali ad esempio: Acropora, Favites, Pachyseris, Goniastrea, Caryophyllia.



All’altro gruppo appartengono i coralli molli, termine comunque non proprio corretto. Questi animali possono crescere anche senza sostegni rigidi e nel corso della loro storia evolutiva, hanno quindi rinunciato ad avere uno scheletro, adottando strutture meno "pesanti". Infatti il loro corpo è composto di una massa di cellule dalla consistenza gelatinosa e compatta. I loro polipi hanno sempre 8 tentacoli e perciò appartengono alla sottoclasse degli Ottocoralli. Sono chiamati anche coralli aermatipici, coralli che non intervengono nelle costruzioni di scogliere. Ne fanno parte tra l’altro gli ordini Gorgonacea, con vari generi e specie quali ad esempio, il corallo rosso Corallium rubrum, Eunicella, etc. Negli altri ordini, vi troviamo gli Alcionacei con i generi Sarcophyton, Lythophyton, Alcyonium. Altro gruppo, è quello delle Pematulacea (penne di mare), con alcuni generi quali Pteroeides, Pinnatula, Veretillum.

Questi organismi hanno una lunga storia evolutiva alle spalle, apparvero già nel Cambriano 540 - 490 milioni di anni fa, primo periodo dell’era Paleozoica. Si trasformarono e prosperarono nelle successive ere superando indenni le varie estinzioni di massa, giungendo fino a noi con forme e colori di straordinaria bellezza. Termino ricordando che i coralli crescono da 1 millimetro a 3 centimetri l’anno, quindi per esempio, una formazione corallina di qualche metro può avere bisogno di millenni per formarsi, ma per far questo il corallo necessita di condizioni biologiche ben precise, quali acqua pulita, limpida, ben areata e a temperatura costante.

Per quanto riguarda le gorgonie, anche nella secca dei Francesi, ad una profondità di circa 60 mt, si osservano formazioni rare di corallo nero Antipathes dicotoma, queste amano un fondale duro e le correnti ricche di nutrienti. Una formazione particolarmente folta di questi organismi, che sono allo studio da parte dei ricercatori provenienti da tutto il mondo. Il falso corallo nero mediterraneo, Savaglia savaglia, è abbondante anche nei fondali del Mar Ligure, a Portofino.




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sabato 22 agosto 2015

LA RISERVA DELLO ZINGARO



Fra le perle siciliane, c’è un luogo magico: sette chilometri di terra intatta, nella penisola di San Vito Lo Capo che si affaccia sul Tirreno, tra Castellamare del Golfo e Trapani. È la Riserva dello zingaro , famosa come una delle coste più belle d’Italia.  Entrando dal sentiero principale si possono ammirare scogliere a picco e imboccare percorsi più stretti che portano alle calette o sulle spiaggette intime, dove le acque cristalline celano fondali ricchi di coralli e pesci. Angoli memorabili che fondono il verde e l’azzurro, con le rocce bianche o d’un rosso intenso sono Cala Marinella, Cala Beretta o Punta della Capreria.

Nel 1976 erano già iniziati i lavori per la costruzione della litoranea Scopello-San Vito Lo Capo, ma in seguito ad una serie di iniziative del mondo ambientalista, culminate in una partecipatissima marcia di protesta che ebbe luogo il 18 maggio 1980, l'Azienda Regionale Foreste Demaniali della Regione Siciliana si impegnò ad espropriare l'area dello Zingaro riconosciuta di grande interesse ambientale.

Con la legge regionale 98/1981, venne ufficialmente istituita la riserva, la prima riserva naturale della Sicilia, affidata in gestione all'Azienda Regionale Foreste Demaniali.

La costa è formata da calcareniti quaternarie e da rilievi calcarei del Mesozoico di natura dolomitica, con falesie che da un'altezza massima di 913 m (Monte Speziale) degradano ripidamente verso il mare, intercalate da numerose calette.

La riserva ospita circa 670 taxa infragenerici vegetali, alcuni dei quali endemici e rari. Di questi 502 sono dicotiledoni, 153 monocotiledoni 3 gimnosperme e 10 pteridofite. Di notevole interesse la flora lichenica che annovera per la riserva 130 specie mentre per i muschi sono note 35 specie. Sono stati rilevati nel territorio della riserva anche 27 specie di funghi (macromiceti) di cui la famiglia più rappresentativa è quella delle Tricholomataceae. Le specie fanerogamiche endemiche costituiscono il 6,3% rispetto al totale delle specie della riserva e l'1,6% rispetto alla flora della Sicilia.

Sono rappresentati differenti ecosistemi mediterranei, parzialmente modificati da residui di attività agricole.

Il paesaggio originario era costituito in massima parte da foresta mediterranea sempreverde (foresta xerofila) le cui tracce sono tuttora rappresentate da zone di lecceta, dove trovano ospitalità piccole felci, ciclamini, cespugli di pungitopo (Ilex aquifolium) e, al limite ovest della riserva, anche da frammenti di sughereta, testimonianza di quella formazione forestale a sughera oramai quasi del tutto scomparsa nel resto della Sicilia occidentale.



L'aspetto attualmente più peculiare della riserva è tuttavia la gariga a palma nana, che caratterizza ampie zone del paesaggio costiero e che in contrada Zingaro, dove si trovano esemplari di Chamaerops humilis che raggiungono i 2–3 m di altezza, assume rilevanza di macchia.

Il paesaggio predominante nelle zone costiere è quello della macchia bassa caratterizzata dallo sparzio villoso (Calicotome villosa), la ginestra odorosa (Spartium junceum), il timo selvatico (Thymus vulgaris), l'Erica multiflora, l'olivastro (Olea europea var.sylvestris), l'euforbia arborea (Euphorbia dendroides) e l'euforbia di Bivona (Euphorbia bivonae). Sono presenti inoltre l'alloro (Laurus nobilis), la malva (Malva sylvestris), il cappero (Capparis spinosa), il finocchio selvatico (Foeniculum vulgare). Tra le rocce affioranti si sviluppano il ranuncolo (Ranunculus rupestris), l'issopo (Hyssopus officinalis) e l'endemico Allium lehmannii. Tra le specie introdotte per la coltivazione si annoverano infine il mandorlo (Prunus dulcis), il frassino da manna (Fraxinus ornus), il carrubo (Ceratonia siliqua) e la vite (Vitis vinifera).

La prateria mediterranea ad ampelodesma costituisce l'aspetto dominante del paesaggio vegetale della parte alta della riserva; è rappresentata principalmente dalla disa (Ampelodesmos mauritanicus) e dal barboncino mediterraneo (Hyparrhenia hirta); accoglie inoltre specie endemiche quali il timo spinosetto (Thymus spinulosus), il giaggiolo siciliano (Iris pseudopumila), lo zafferanetto di Linares (Romulea linaresii), la speronella (Delphinium emarginatum) e la Silene sicula, nonché specie non comuni quali la esoterica mandragola autunnale (Mandragora autumnalis).

Sono state descritte oltre 40 specie endemiche, tra cui merita una segnalazione particolare il rarissimo limonio di Todaro (Limonium todaroanum) rinvenibile a 750 m di altezza sulle rupi di Monte Passo del Lupo, esclusivo dello Zingaro. Sono inoltre rinvenibili Limonium flagellare, Helichrysum rupestre var. rupestre, Dianthus rupicola, Centaurea ucriae, Brassica bivoniana, Helichrysum pendulum, Seseli bocconi, Brassica drepanensis, Hieracium cophanense, Minuartia verna subsp. grandiflora, Lithodora rosmarinifolia, Convolvulus cneorum.

Si possono incontrare infine oltre 25 specie di orchidee selvatiche tra cui l'orchidea a mezzaluna (Ophrys lunulata), endemica della Sicilia, e le sub-endemiche Orchis brancifortii, Ophrys oxyrrhynchos e Neotinea commutata.

Nella riserva nidificano ben 39 specie di uccelli tra cui il falco pellegrino, una delle ultime dieci coppie presenti in Sicilia dell'aquila del Bonelli, la poiana e il gheppio ; incerta è invece la nidificazione del nibbio reale. Durante il periodo delle migrazioni sono stati avvistati anche esemplari di aquila reale e di falco pecchiaiolo. Altri uccelli presenti sono il corvo imperiale, lo zigolo nero, il passero solitario, la coturnice, il gabbiano, il piccione selvatico, il rondone comune, il rondone pallido, la cornacchia grigia, la gazza, il cardellino e l'usignolo. Fra gli uccelli notturni sono presenti la civetta e l'allocco.

Tra i mammiferi sono molto diffusi il coniglio e la volpe. Sono presenti anche la donnola, il riccio e l'istrice; tra i roditori, l'arvicola del Savi ed il topo quercino). Nelle numerose grotte presenti nella Riserva albergano otto differenti specie di pipistrelli tra cui il raro orecchione bruno, il ferro di cavallo, il miniottero e il pipistrello albolimbato. In passato era inoltre presente anche la foca monaca, avvistata per l'ultima volta nelle grotte marine dello Zingaro nel 1972.



Tra i rettili sono presenti la vipera, il biacco, il gongilo, il geco, il ramarro e due specie di lucertola, la Podarcis sicula e la meno comune Podarcis wagleriana.

In un'area della riserva ricca di pozze d'acqua (abbeveratoio di contrada Acci) è possibile incontrare l'endemico discoglosso dipinto (Discoglossus pictus), nonché uno degli artropodi più rari dell'Italia, il granchio di acqua dolce (Potamon fluviatile).

Sono individuabili numerose specie di insetti tra cui l'ape legnaiola, ape solitaria che deposita le sue larve in gallerie scavate nei tronchi d'albero morti, la bella Vanessa atalanta, l’unica farfalla che sverna in questi luoghi anche allo stato adulto, il panfago, una grossa cavalletta incapace di volare.

Un cenno particolare, con riferimento alla fauna marina costiera, merita infine la presenza nella riserva di ampie zone di trottoir a vermeti, un'importante biostruttura tipica del Mar Mediterraneo, per molti versi simile alle barriere coralline. La sua crescita è legata ad un processo di cementificazione di gusci di due specie di molluschi gasteropodi della famiglia dei Vermetidi: il Dendropoma petraeum e il Vermetus triquetrus. L'importanza di questa biostruttura è legata alla sua capacità di modificare l’aspetto e le caratteristiche ecologiche delle coste rocciose, ampliando lo spazio a disposizione delle specie, stimolando la biodiversità dei popolamenti associati.
Tra le forme di vita che popolano le pozze di scogliera si annoverano l'Actinia equina, comunemente nota come pomodoro di mare, e l'Anemonia sulcata detta capelli di Venere; diverse specie di madrepore dai colori intensissimi come le Astroides calycularis e i Parazoanthus axinellae, e numerose specie di piccoli pesci, tra cui varie specie di bavose e di labridi, il succiascoglio (Lepadogaster lepadogaster) e lo scorfano (Scorpaena scrofa).

Fra San Vito lo Capo e Scopello, sulla lunga costa dove vivono e nidificano i rapaci, si estende la Riserva Naturale dello Zingaro, una delle più famose d' Italia.
Gli antichi greci e i latini la chiamavano "Cetaria" per l'abbondanza dei tonni che si incontravano nelle sue acque.

Raccontare, in poche parole, questi sette chilometri di costa incontaminata non è facile, piccole baie pavimentate da candidi ciottoli, un mare che si tinge di inattesi toni di verde e di azzurro, scogli appuntiti che separano le diverse spiaggette, una vegetazione che sembra specchiarsi nel mare, antiche case coloniche costruite sulla roccia si susseguono tra profumi e colori indescrivibili.

Perché questa zona si chiami "zingaro" non è dato sapere, di nomadi che hanno vissuto qui non c'è alcuna notizia nelle fonti storiche, che invece indicano la presenza di una colonia di lombardi nel XIII secolo.

Lo Zingaro è famoso per il suo mare di un blu intenso, le sue calette silenziose e protette da rocce a picco dove il falco volteggia alla ricerca di prede, per i suoi fondali limpidi e ricchi di pesce e grotte sottomarine. Ma la riserva ci offre molto di più.
Nel suo territorio rientrano diverse vette, che raggiungono un'altezza massima di circa mille metri, e se a ridosso della costa sono rimaste le testimonianze della vita di ottomila anni fa - la grotta dell'Uzzo - al suo interno sono visibili ancora oggi i resti di una civiltà contadina molto più recente, che merita di essere ricordata.