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sabato 12 agosto 2017
LA BAIA DEL SILENZIO
La baia del Silenzio di Sestri Levante è una spiaggia incorniciata da case in tinta pastello e animata dalle barche dei pescatori. Si apprezza al massimo la mattina presto o la sera al tramonto, quando la dimensione più intima ne fa cogliere la magia. Un vero e proprio angolo di paradiso: di sera, con le luci, è un gioiellino, molto romantico; di giorno un posto molto carino per fare un bagno, rilassarsi a prendere il sole distesi sulla sabbia, oppure fare due chiacchiere da uno dei pochi tavolini dei bar sui lati.
Il territorio di Sestri Levante sorge sulla piana alluvionale del torrente Gromolo, a ridosso di un promontorio roccioso che viene solitamente chiamato "l'isola", che, proteso verso il mare, è unito alla terraferma da un istmo e divide la "Baia delle Favole", dove è stato ricavato il porto turistico e il cui nome venne attribuito dallo scrittore Hans Christian Andersen (che soggiornò a Sestri Levante nel 1833), dalla più piccola ma ancora più suggestiva "Baia del Silenzio".
Il clima è temperato, le escursioni termiche limitate. Anche rispetto ad altre località di costa della Liguria, Sestri Levante gode di un microclima veramente particolare, che fa sì che durante il periodo invernale fenomeni comunque poco usuali per queste località, come la neve, siano ancora più rari.
Come molti altri borghi liguri la città sorse a partire dagli antichi popoli chiamati Liguri, più dettagliatamente detti Tigulli, da cui il nome dell'attuale zona geografica chiamata Tigullio.
Anticamente Sestri Levante era costituita da un isolotto che possedeva il promontorio attuale che a sud si trova a strapiombo sul mare. Questo isolotto fu, solamente in età moderna, unito alla terraferma da un sottile istmo formato dai depositi delle numerose e periodiche alluvioni del torrente Gromolo e dall'azione costante del mare.
In epoca romana è testimoniata con il nome di Segesta Tigulliorum o Segeste e divenne un importante centro commerciale, specie per i traffici marittimi; i vicini collegamenti stradali con il passo del Bracco e il colle di Velva permettevano infatti un notevole scambio di materie prime con l'entroterra delle valli Petronio, Graveglia, Vara e con la Lunigiana. In questo centro dalla Via Aurelia si diramava la Via Sara che collegava Sestri a Parma attraversando il passo di Centro Croci.
Il borgo è citato in un diploma del 909 del re Berengario, nel quale si cedeva parte del territorio alla basilica di san Giovanni di Pavia.
Decaduto durante il periodo delle invasioni barbariche, nell'epoca medievale il comune si espanse, allargandosi nella terraferma; precedentemente il nucleo era nato a ridosso del promontorio costruendo una fortezza naturale. Interessata nel 1070 come gli altri borghi del Tigullio dagli scontri navali tra Genova e la rivale Pisa, nel 1072, grazie all'alleanza delle due famiglie Malaspina e Fieschi, la proprietà del feudo fu assoggettata a queste famiglie sottraendolo, di fatto, dall'orbita politica genovese.
Ritornata sotto il controllo politico della Repubblica di Genova nel 1134, fu scelta come capoluogo della locale podesteria dal 1212 sotto la giurisdizione del capitaneato di Chiavari. Nel 1145, Genova acquistò dall'abbazia di San Colombano di Bobbio la parte più alta di Sestri e vi costruì un castello.
Un tentativo di assedio fu avviato dall'esercito di Lucca nel 1327, capitanato dal signore lucchese Castruccio Castracani, ma si concluse negativamente. Riuscirono invece nell'intento i Visconti nel 1365, che, assediato il borgo, costituirono in zona un piccolo dominio territoriale. Sempre in epoca feudale anche Sestri Levante subì la rivalità tra le famiglie guelfe (i Solari) e ghibelline (i De Castello), con notevoli tafferugli locali. Fu la flotta navale della Repubblica di Venezia a tentare un nuovo assalto al feudo sestrese nel 1432, ma con un esito negativo come i toscani cent'anni prima. Danni e saccheggi crearono invece le due successive invasioni da parte dei pirati turchi e saraceni, rispettivamente nel 1542 e nel 1607.
Nel 1797, con la dominazione francese di Napoleone Bonaparte, rientrò dal 2 dicembre nel Dipartimento dell'Entella, con capoluogo Chiavari, all'interno della Repubblica Ligure. Dal 28 aprile 1798, Sestri Levante rientrò nel I cantone, come capoluogo, della Giurisdizione del Gromolo e Vara e dal 1803 centro principale del VII cantone del Gromolo nella Giurisdizione dell'Entella. Annesso al Primo Impero francese, dal 13 giugno 1805 al 1814 venne inserito nel Dipartimento degli Appennini.
Nel 1815 fu inglobato nel Regno di Sardegna, secondo le decisioni del Congresso di Vienna, e successivamente nel Regno d'Italia dal 1861. Dal 1859 al 1926 il territorio fu compreso nel III mandamento omonimo del circondario di Chiavari facente parte dell'allora provincia di Genova.
Dal 1973 al 31 dicembre 2008 ha fatto parte della Comunità montana Val Petronio, fino allo scioglimento della comunità.
Grazie alla bellezza naturale del luogo, Sestri Levante ha un rilevante apporto dal turismo, sia italiano che straniero. Di pregio è il settore balneare, grazie alle due spiagge presenti o alle scogliere tipiche di molte località liguri.
In passato vi era una forte presenza dell'industria. I cantieri navali nella frazione di Riva sono sorti negli ultimi anni dell'Ottocento, diventando ben presto tra i più importanti d'Italia. Nel secondo dopoguerra, complice la vicinanza al triangolo industriale (Genova-Torino-Milano), Sestri Levante ospitava oltre alla cantieristica navale (e il suo indotto) una delle più grandi acciaierie, la F.I.T. (Fabbrica Italiana Tubi), chiusa nel 1982 durante la crisi del settore, la cui area è stata oggi recuperata a uso commerciale. Successivamente gli investimenti si sono orientati sull'edilizia residenziale.
Una tradizione del passato era la costruzione dei leudi, imbarcazioni in legno a vela latina, di cui oggi si trova ancora uno splendido esempio ristrutturato e posizionato a scopo espositivo sulla spiaggia dei "Balin", nella Baia delle Favole.
La Fincantieri, presso il locale stabilimento rivano, ha continuato l'attività dell'importante cantiere navale, costruttore di molte navi militari addette al servizio difensivo della Marina Militare Italiana. Un primo periodo di crisi sfociato nel 1992 causò un ridimensionamento della forza operaia del cantiere navale con ricorso alla cassa integrazione per molti operai e addetti; il cantiere riprese l'attività grazie a nuove commissioni, soprattutto dall'estero. Ulteriori crisi economiche che hanno riguardato pure il settore nautico sono sfociate ancora a partire dal 2008.
La pesca, tradizionalmente importante , ha avuto il suo ruolo molto ridimensionato. Il passo delle acciughe dava, importanti pescate (da qui la sagra del bagnun). Nel 2016 da questo punto di vista è stato un passo eccezionale. Le acciughe sottosale del mar Ligure hanno il riconoscimento del marchio IGP.
martedì 16 agosto 2016
IL MARINAIO
Il marinaio è chi fa la vita del mare, e quindi chi è imbarcato su qualunque bastimento; più precisamente, chi è capace di dirigere la navigazione di un galleggiante o di coadiuvare efficacemente chi la dirige. Nella marina mercantile italiana, è qualifica professionale del personale di coperta con più di 18 anni d’età e almeno 24 mesi di navigazione; marinaio autorizzato è il titolo professionale di chi, dopo quattro anni di navigazione e dopo aver superato un apposito esame, può legalmente comandare nel Mediterraneo centrale un bastimento fino a 50 t di stazza (piccolo traffico), ovvero una nave da pesca di limitata grandezza e potenza (pesca mediterranea). Nella marina militare italiana, la categoria dei marinai è formata esclusivamente da militari di leva destinati ai servizi non strettamente marinareschi, con varie abilitazioni: autisti, telefonisti, servizio antincendio, servizi logistici.
A Te, o grande eterno Iddio,
Signore del cielo e dell'abisso,
cui obbediscono i venti e le onde, noi,
uomini di mare e di guerra,Ufficiali e Marinai d'Italia,
da questa sacra nave armata della Patria leviamo i cuori.
Salva ed esalta, nella Tua fede, o gran Dio, la nostra Nazione.
Dà giusta gloria e potenza alla nostra bandiera,
comanda che la tempesta ed i flutti servano a lei;
poni sul nemico il terrore di lei;
fa che per sempre la cingano in difesa petti di ferro,
più forti del ferro che cinge questa nave,
a lei per sempre dona vittoria.
Benedici , o Signore, le nostre case lontane, le care genti.
Benedici nella cadente notte il riposo del popolo,
benedici noi che, per esso, vegliamo in armi sul mare.
Benedici!
Il comandante del “Giuseppe Garibaldi” Capitano di Vascello Cesari Agnelli, colpito dalle parole della preghiera del Fogazzaro, chiese e ottenne nel Marzo di quell’anno, dall'allora ministro della Marina, Ammiraglio Costantino Morin, l’autorizzazione a recitarla in navigazione prima dell’ammaina bandiera, quando l’equipaggio è schierato a poppa. Da allora tale consuetudine si diffuse rapidamente su tutte le navi della flotta, tanto che nel 1909 la “Preghiera Vespertina” era già comunemente conosciuta come “Preghiera del marinaio italiano” e ne era stata resa obbligatoria la lettura a bordo.
La “Preghiera del marinaio” viene attualmente letta, oltre che prima dell’ammaina bandiera in navigazione, anche al termine delle messe a bordo, nelle caserme e negli stabilimenti della marina e alla conclusione delle funzioni religiose celebrate in suffragio di marinai deceduti.
Sulle prime navi il numero di marinai era molto ridotto, ma con lo sviluppo dei transatlantici e in seguito delle navi da crociera il numero dei membri dell'equipaggio è notevolmente cresciuto, ma in realtà la maggior parte è costituita da personale di cabina, alberghiero e di ristorante rispetto al personale di navigazione e di manovra addetto ai servizi di coperta, di macchina e in genere ai servizi tecnici di bordo.
In Italia nella Marina Militare i marinai semplici, detti comuni di seconda classe, compresi i fanti di Marina, sono detti marò (dall'abbreviazione burocratica scritta mar.o per marinaio). Il termine è spesso usato impropriamente dai media per indicare indistintamente anche i graduati di Marina, specie della Brigata marina "San Marco".
Nei secoli più remoti la propulsione delle navi da guerra e da trasporto era spesso fornita dalle vigorose braccia di prigionieri trasformati in schiavi che vivevano tra grandi privazioni al limite della sopravvivenza. La situazione a bordo dei grandi velieri dell’epoca d’oro non era molto migliore: i marinai che sceglievano l’imbarco per vocazione erano davvero pochi e molto spesso le marine ricorrevano all’uso della leva forzata o almeno incentivata con premi di arruolamento. In pratica, soprattutto in tempi di guerra, la ronda reclutava senza troppi complimenti chi trovava al posto sbagliato nel momento sbagliato: taverne, vicoli, prigioni, anche negozi. In pochi minuti la vita di un uomo poteva cambiare radicalmente, poteva esser strappato da famiglia e lavoro. Ed è facile immaginare quali sforzi costasse mantenere la disciplina a bordo, andare per mare era insomma come stare in prigione con in più il rischio di annegare o comunque di ritrovarsi con una gamba o un braccio di meno. Le infrazioni ai durissimi regolamenti erano punite con la frusta, tipicamente il gatto a nove code, oppure con le bacchette, sistema con il quale ogni membro dell’equipaggio assestava un colpo al punito, infine non mancava il giro di chiglia, cioè il passaggio sotto lo scafo da prua a poppa trascinati da una cima. In effetti la punizione, soprattutto quest’ultima, portava spesso alla morte del punito e quindi prima di arrivare a queste conseguenze “dimostrative”, che comunque avrebbero privato l’equipaggio di un effettivo, ci si pensava due volte. L’equipaggio di una nave da battaglia dell’ottocento era di circa ottocentocinquanta persone, compreso gli ufficiali. In tutta la nave la ventilazione era scarsa e mancavano gli impianti idraulici. Il problema igienico era uno dei più gravi anche per l’efficienza della nave, oltre alle condizioni sanitarie, perfino l’Ammiraglio aveva diritto ad un solo bagno alla settimana, c’erano i gravi problemi di alimentazione che solo dopo la metà del settecento si iniziò a risolvere con successo. Ma i comandanti impararono anche che con un buon equipaggio che sentisse suo il risultato in battaglia si navigava meglio. Questa sorta di motivazione si ritrova ad esempio sui clipper inglesi dell’ottocento, sui quali l’equipaggio partecipava alla corsa al record e teneva in modo particolare alla propria nave.
Tanto per fare qualche numero dei 176000 uomini che presero il mare tra il 1774 e il 1780 solo 1243 furono uccisi in azione di guerra: 18451 finirono per malattia, gran parte per scorbuto, e 42000 disertarono. Per fortuna in questo quadro di privazioni qualche piacere era anche concesso. Le donne innanzi tutto, che i marinai incontravano a terra, soprattutto nei grandi porti, e anche a bordo. Durante le soste ogni uomo poteva portare a bordo una donna che era ammessa nelle brande che affollavano lo spazio tra i cannoni. Da qui la definizione “son of a gun”, figlio di un cannone, per definire un padre incerto. Alcune restavano e talvolta oltre a fare il bucato nella stiva andavano persino all’attacco. Poi c’era la razione di grog, rhum allungato, e il tabacco da masticare. Per evitare che troppi si fingessero malati per saltare il turno la razione di rhum era negata agli occupanti dell’infermeria. Gli hobbies erano la costruzione di modellini di navi in osso o legno e non mancava chi suonava il violino. Quello che possedeva un marinaio era davvero poco, e spesso stava tutto raccolto in un fazzoletto. Gli ufficiali avevano la cassa con anche gli strumenti di navigazione. Gli oggetti che vi entravano erano anche coltelli, pipe, scacchi e dama, rasoio. Gli indumenti erano venduti dallo spaccio di bordo e il loro costo trattenuto dalla busta paga.
La bravura del chirurgo variava da una nave all’altra, ma in ogni caso aveva la missione di amputare gli arti “irreparabili”. Una frattura, una scheggia nemica, una ferita troppo difficile mettevano in azione la sega, e un intervento rapido riduceva il pericolo di infezione. Il rhum era l’unico rimedio contro il dolore concesso allo sfortunato, assieme ad un morso di tela che gli impediva di mordersi la lingua gridando. Per il resto gli attrezzi erano affilati coltelli, la sega, molto simile a quella dei falegnami, e la pece bollente che serviva per “cauterizzare” la ferita. La sala operatoria era appena sotto la linea del galleggiamento, poco illuminata da lampade a petrolio ma relativamente più sicura da colpi di cannone in battaglia. I feriti venivano portati a braccia e depositati sul pavimento prima di essere trattati.
Nell'età medievale il marittimo è un libero e rispettabile lavoratore, che non di rado ha capitali propri da impiegare nell'armamento della nave e nel finanziamento di imprese commerciali. Perfino i vogatori, la categoria più umile, è formata da uomini liberi, mentre i galeotti vengono impiegati solo per colmare eventuali vuoti di personale che non si riesce a coprire con l'ingaggio regolare. Il marinaio di professione attende a terra, nelle osterie vicino al porto, l'occasione per un imbarco. In procinto di salpare per una certa impresa commerciale, l'armatore mette in giro la notizia della prossima partenza della sua imbarcazione, la rotta prevista e la durata presunta del viaggio, oltre che naturalmente il numero e la qualifica del personale di cui ha bisogno, nonché l'ammontare dell'ingaggio. Anche i vari mercanti che trasportano le loro merci sulla nave si mettono in cerca di buoni marinai da assoldare, per cui l'equipaggio risulta composto da personale alle dipendenze di diversi individui. La difficoltà di trovare marinai in numero adeguato, a causa dei pericoli e delle incognite del viaggio, fa nascere una particolare figura professionale, quella del "procacciatore di marittimi", che, in cambio di un certo compenso, batte le osterie e i luoghi di ritrovo nella zona del porto, magnificando le prospettive dell'impresa. Il salario fissato è detto marinaricia o marinarezza.
In ogni caso le parti si ritrovano di fronte allo scriba navis, scrivano con il compito di conservare memoria, in appositi registri, di tutto quello che riguarda una certa imbarcazione, fissando sulla carta quanto stabilito a voce. Anche se non si tratta proprio di un notaio, le carte dello scriba navis sono considerate attendibili anche in tribunale, in caso di contestazioni. Lo scrivano annova in due registri uguali, uno da conservare a terra, l'altro da portare in viaggio, i termini del contratto di ingaggio: vengono specificati la data di partenza della nave, lo scopo e la durata del viaggio, le mansioni da espletare, l'ingaggio e l'anticipo in contanti rilasciato. Quest'ultimo è necessario in primo luogo per la sopravvivenza della famiglia del marittimo durante il periodo della sua assenza, ma viene anche impiegato per acquistare piccole quantità di merce che il marinaio rivende poi nel porto di arrivo per arrotondare la paga. Altre volte, se il servizio viene effettuato su una nave da guerra o si pensa di poter avere a che fare con dei pirati, l'ingaggio serve anche per l'acquisto di corazza e armamento difensivo leggero. A bordo le mansioni sono diversificate.
Al gradino più basso stanno i rematori, che svolgono un lavoro veramente duro: il ritmo della voga spesso procura vesciche e abrasioni alle mani, curate dal barbiere-chirurgo sempre presente tra i membri dell'equipaggio.
Tra i marinai non addetti ai remi gli allieri sono addetti alla manovra di cime e gomene per azionare le vele.
I marinai sono aiutati da uomini di fatica chiamati serviatales o famuli.
Ci sono anche dei mozzi a bordo, detti pueri cioè ragazzi, in rapporto di uno ogni sei otto marinai.
Tra il personale più qualificato c'è il timoniere a cui spetta anche la responsabilità della buona preparazione della nave, in particolare lo stivaggio delle merci da cui dipende la stabilità della nave, e il pilotus, l'ufficiale di rotta dalla cui bravura ed esperienza spesso dipende la buona riuscita di un viaggio. L'equipaggio comprende anche artigiani specializzati nelle riparazioni di emergenza allo scafo, come il maestro d'ascia o il carpentiere e il calafato, spesso aiutati da garzoni e apprendisti.
Nelle galere dove si impiegano numerosi rematori esiste la figura del remolar, specializzato nella riparazione e costruzione dei remi.
venerdì 5 agosto 2016
ALGA SCINTILLANTE
L'alga scintillante, il cui nome scientifico è noctiluca scintillans, è una dinoflagellata eterotrofica, sprovvista di teca, che vive nelle zone marino-costiere. È nota principalmente per la sua caratteristica bioluminescenza e per i suoi effetti dannosi sugli altri organismi marini durante le fioriture algali (bloom).
Noctiluca scintillans possiede una forma tondeggiante con diametro di 200-2000 μm. Ha un solo flagello trasversale e un tentacolo striato che si estende posteriormente.
In natura è stata riscontrata in due differenti forme chiamate rispettivamente "rossa" e "verde". La forma rossa è eterotrofica e si nutre comunemente di diatomee, ciliati, detrito e uova di pesce che fagocita all'interno dei suoi vacuoli. L'altra forma viene definita "verde" a causa della simbiosi con specie fotosintetiche come Pedinomonas noctilucae, pur continuandosi a nutrire di plancton nei casi in cui tale alimento abbondi.
Noctiluca scintillans si riproduce sia asessualmente tramite scissione binaria sia sessualmente attraverso isogameti. Possiede un ciclo vitale diplonte, con cellula vegetativa diploide e gameti aploidi.
La specie è cosmopolita e predilige le zone costiere delle regioni tropicali e subtropicali. Abbonda nei punti in cui la corrente oceanica risale in superficie (upwelling) e nelle zone eutrofiche ricche di nutrimento. L'intervallo di temperatura in cui si presenta varia da circa 10 °C ai 30 °C (la forma verde ha un intervallo maggiormente ristretto di 25–30 °C).
La reazione avviene in organelli sferici chiamati scintilloni.
La sua fioritura si verifica preferibilmente tra maggio e giugno quando l'aumento di temperatura favorisce la massima crescita algale, perciò spesso in primavera è causa di maree colorate rosa-arancio. In estate la crescita si riduce, tuttavia l’alga è stata segnalata anche in periodo invernale seppur in basse concentrazioni.
Noctiluca scintillans genera bioluminescenza, per difendersi dai predatori, quando le sue cellule sono sottoposte a uno stimolo meccanico esterno: l'enzima luciferasi catalizza la reazione di ossidoriduzione, in cui interviene la luciferina, con emissione di luce. Così trasforma energia chimica in energia luminosa.
La bioluminescenza è l'emissione di luce da parte di organismi viventi, animali e vegetali, che richiede la presenza di ossigeno per far sì che avvenga una particolare reazione chimica. La bioluminescenza è stata osservata nei fotobatteri, in alcuni funghi Basidiomiceti e in molte specie animali (in particolare le lucciole). Talora la luce è emessa da tutto il corpo dell'animale, in altri casi tale facoltà è propria di particolari organi luminosi, i fotofori, situati in vari punti del corpo. Tipici fotofori si hanno nei Cefalopodi, nei Crostacei e nei Pesci abissali (Scopelidi e Stomiatidi). Il principio alla base della bioluminescenza è lo stesso di quello della chemiluminescenza, in cui alcune molecole, prodotte in uno stato elettronico eccitato, emettono parte di energia sotto forma di radiazione luminosa (fotoni) tornando allo stato fondamentale.
L'intensità della luce emessa dagli organismi viventi dipende dalla temperatura, aumentando con questa fino a un optimum, diverso per le varie specie. Nelle onde marine la bioluminescenza viene prodotta da minuscole forme di vita vegetale marina, cioè varie specie di fitoplancton. Il tipo più diffuso è prodotto dai cosiddetti dinoflagellati, alghe microscopiche acquatiche contenenti clorofilla. Un recente studio ha identificato nella membrana cellulare dei dinoflagellati una particolare conformazione a canale che risponde ai segnali elettrici, e che potrebbe essere alla base del meccanismo che consente ai microrganismi di produrre luce. Ecco dunque il motivo per il quale si assiste, in particolari zone e periodi dell'anno, ad una luminosità notturna delle onde davvero spettacolare sulla battigia, dove il mare sembra quasi riflettere in bluastro le stelle.
domenica 17 luglio 2016
LA RIVIERA ROMAGNOLA
La Riviera romagnola intesa come area turistica attrezzata ha la sua origine a Rimini. Il primo “Stabilimento privilegiato dei Bagni Marittimi”, fu inaugurato il 30 luglio 1843, sotto il governo pontificio. Tappe successive dell'ampliamento dell'offerta turistica di Rimini furono la costruzione del Kursaal (1873) e dello Stabilimento Idroterapico (1876). I bagni di mare, intesi inizialmente come attività di carattere terapeutico, assunsero una nuova funzione e divennero parte del soggiorno aristocratico e mondano dell'alta borghesia.
Nel 1911 fu realizzata la zona balneare del comune di Cervia. A Nord della cittadina fu edificata sul litorale una nuova area composta di villini, parchi e giardini: nasceva Milano Marittima. Sul versante meridionale, in cambio dell'edificabilità, gli oneri di urbanizzazione portarono alla costruzione della linea tramviaria Rimini-Riccione lungo la strada litoranea.
Gli anni trenta videro la nascita del turismo di massa, con la costruzione di numerosi alberghi, pensioni e villini sia a Rimini-Riccione (divenuto comune autonomo nel 1922) che a Milano Marittima. Furono aperte le prime colonie balneari per i figli delle famiglie meno abbienti. Nel 1935 fu iniziata la costruzione del lungomare di Rimini, il primo lungomare della Riviera romagnola.
Il secondo dopoguerra fu caratterizzato da una rapida ricostruzione e da un'enorme crescita del settore turistico. Rimini divenne una delle più importanti località turistiche d'Italia e d'Europa. Anche Milano Marittima si affermò come uno dei più rinomati centri balneari d'Italia.
Fino agli anni trenta lo sfruttamento dell'area rimase limitato: le aree attrezzate (con stabilimenti balneari, ecc.) erano distanziate tra loro da km di spiagge libere. A partire dagli anni Cinquanta, tutto lo spazio disponibile venne progressivamente riempito.
A sud di Rimini, nel 1959 sorge Rivaverde. Marina Romea sorge a partire dal 1957 riempiendo lo spazio tra Casal Borsetti e Porto Corsini; a sud di Punta Marina si assiste alla rapida edificazione di Lido di Savio (1958), Lido di Classe (1962), Lido di Dante (toponimo scelto appositamente per il turismo) e infine Lido Adriano (1965);
Milano Marittima si espande fino a toccare, a nord, Lido di Savio (il primo dei lidi ravennati).
Gli anni sessanta sono il periodo in cui si consolida l'offerta turistica romagnola. Capitale del turismo balneare è Rimini, celebrata anche nei film dell'epoca.
Negli anni ottanta inizia una fase involutiva: l'offerta non si rinnova, ripropone prodotti-vacanza ormai superati. Anche la mancata attenzione all'ambiente si fa sentire. Si verificano contemporaneamente due fenomeni negativi: l'aumento della cementificazione e l'aumento dell'inquinamento atmosferico. Ne risente la qualità dell'acqua: le cattive condizioni del mare non sono il miglior biglietto da visita dei lidi romagnoli.
A poco a poco, la Riviera romagnola perde attrattiva nei mercati europei, riducendosi a luogo privilegiato per il turismo nazionale. Alla fine del XX secolo a Rimini, per esempio, la quota delle presenze straniere è del 25% (contro il 70% della Costa Brava). Nello stesso periodo avviene l'ascesa di Ravenna, città d'arte che custodisce tesori millenari. La città bizantina, con i suoi eventi culturali, attira nuovi turisti, compensando la perdita riminese.
La vita nella costa romagnola è stata resa famosa da film come Amarcord di Federico Fellini (nato a Rimini), "Rimini Rimini" di Sergio Corbucci e "Abbronzatissimi" di Bruno Gaburro; dalla poesia di Giovanni Pascoli (nato a San Mauro), Olindo Guerrini, Aldo Spallicci, Carlo Borsani e Tonino Guerra; dalle canzoni intramontabili di Secondo Casadei (una su tutte: Romagna mia).
La costa romagnola va dalla foce del fiume Reno (Regione Emilia-Romagna) al promontorio di Gabicce Monte, (comune di Gabicce Mare), provincia di Pesaro-Urbino (Regione Marche). Il litorale attraversa la provincia di Ravenna, la provincia di Forlì-Cesena e la provincia di Rimini, per terminare a Gabicce Mare, cioè all'inizio della provincia di Pesaro-Urbino della quale include l'estremità nord-occidentale. È caratterizzata da spiagge ampie e sabbiose, con la presenza a nord di frequenti zone naturalistiche (valli e pinete), mentre a sud si è assistito, negli ultimi 30-40 anni, ad una progressiva cementificazione dovuta al turismo. Dal dopoguerra in avanti lo sviluppo del turismo in questa area è stato infatti inarrestabile.
I centri più famosi e importanti della costa Romagnola da nord sono: Ravenna (Casal Borsetti, Marina Romea, Porto Corsini, Marina di Ravenna, Punta Marina Terme, Lido Adriano, Lido di Dante, Lido di Classe, Lido di Savio), Cervia (Milano Marittima, Pinarella, Tagliata), Cesenatico, (Zadina, Valverde, Villamarina), Gatteo a Mare, Savignano a Mare, San Mauro Mare, Bellaria-Igea Marina, Rimini (da Torre Pedrera a nord, fino a Miramare a sud), Riccione, Misano Adriatico (Misano Brasile e Portoverde), Cattolica e Gabicce Mare, ultima località prima del Promontorio di Gabicce Monte.
Edificato in sostituzione del primo Stabilimento Bagni (demolito nel 1870), fu il luogo che lanciò Rimini come località di divertimento. Progettato da Gaetano Urbani in stile neoclassico, ispirato al teatro della città, il Comune investì un milione di lire per acquistare l'area di 40.000 m² e finanziare la costruzione.
Il Kursaal fu inaugurato il 1º luglio 1873. L'edificio, su due piani, sorgeva in mezzo a un magnifico parco. Un pontile lo collegava con un'ampia piattaforma sul mare, al cui centro sorgeva un chiosco a forma di pagoda cinese.
Il nome, che in tedesco significa Sala di cure, era ripreso dalla tradizione termale mitteleuropea. Anche la destinazione originaria doveva essere quella di luogo di cura. Invece il patron dello stabilimento, Paolo Mantegazza, ebbe l'idea di farne un luogo di feste, balli e giochi. Così il Kursaal divenne il punto di riferimento della vita mondana della città e tale rimase per circa settant'anni.
Pur essendo sopravvissuto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, fu raso al suolo nel 1948.
Edificato negli anni 1906-1908, il Grand Hotel Rimini è il più prestigioso albergo di Rimini. Contribuì a rafforzare l'immagine della città come località balneare alla moda.
Edificato negli anni 1929–1935, il Grand Hotel Riccione è uno dei più prestigiosi alberghi di Riccione. Contribuì anch'esso a rafforzare l'immagine della città come località balneare alla moda.
Impossibile esaurire la molteplicità delle suggestioni e la ricchezza del patrimonio artistico della riviera romagnola. Già il paesaggio di per sé, con le sue dolci colline punteggiate da antichi borghi, merita un'attenzione particolare; se si considera che la riviera ospita tante località diverse, ciascuna con la sua storia e le sue peculiarità, è facile rendersi conto della varietà delle esperienze possibili sulla costa e nell'immediato entroterra. A Rimini non si può non soffermarsi sotto l'arco di Augusto o non passeggiare sul ponte di Tiberio, l'uno a segnare la fine della Via Flaminia e l'altro l'inizio della Via Emilia, entrambi memoria del passato romano della città. Sempre a Rimini, si può ammirare la sobria eleganza del Tempio Malatestiano, antica chiesa francescana del XV secolo, scelta dalla potente famiglia come luogo di sepoltura e decorata da importanti artisti e architetti, da Leon Battista Alberti a Piero della Francesca. Vestigia della dominazione dei Malatesta è anche la Rocca malatestiana di Cattolica, la cui costruzione inizia nel 1490. Infine, chi si reca per una vacanza sulla riviera romagnola, non può prescindere da una visita alla più antica repubblica del mondo, la Repubblica di San Marino, con il suo sorprendente sistema fortilizio composto da tre rocche collegate da mura, risalenti al XII secolo.
La riviera offre un gran numero di eventi, sagre e feste tradizionali: non solo mare, dunque, per chi decide di trascorrere qualche giorno sull'Adriatico. Tra gli appuntamenti ricorrenti, senza dubbio merita di essere citato il Festival internazionale degli Aquiloni, che dal 1981 richiama a Cervia un gran numero di appassionati e di curiosi. A San Giovanni in Marignano, in provincia di Rimini, si celebra invece ogni anno a giugno la Notte delle streghe, che mescola la tradizione cristiana e quella pagana in cinque giornate di spettacoli di strada e mercatini.
lunedì 27 giugno 2016
LE ISOLE SARONICHE
Le isole Saroniche sono un arcipelago della Grecia, situate nell'omonimo golfo ed in parte attorno alla penisola dell'Argolide.
A parte la popolazione locale, le isole sono una popolare destinazione per i turisti provenienti dalla Grecia continentale, collegata con frequenti traghetti dal Peloponneso e dal Pireo.
L'arcipelago è formato da sette isole principali e diverse isole minori. Le isole sono situate principalmente nel golfo Saronico; le isole di Idra e Dokos, situate appena al largo delle coste dell'Argolide, sono spesso incluse nell'arcipelago.
La storia in quest' area è strettamente legata al mare. I nomi topografici sono parte della storia mitologica, ma i nomi degli abitanti si sono persi nel tempo. Salamina, all'ingresso del golfo di Eleusi, era strettamente legata con la sua vicina, Egina, fino a quando non fu annessa da Solone allo Stato di Atene.
Nel 480 aC, l'isola ha dato il nome ad una delle più grandi battaglie del mare nella storia del mondo tra la flotta greca e quella persiana. La forma triangolare del Mar Egeo, quasi al centro del Golfo Saronico, era un crocevia di culture e fazioni in conflitto da migliaia di anni. Da tempi antichi, le potenti forze navali erano in conflitto con Atene e, come ha detto Aristotele, sono stati un mal di testa permanente.
Tracce di tutti i periodi si possono trovare ancora oggi, come le mura e le fondazioni dell'età del bronzo, reperti micenei, classiche chiese pre-bizantine, rovine della città medievale e monumenti di storia antica greca.
Poros, di fronte alla costa settentrionale della penisola, Ermionidas, è sempre stata considerata l'isola di Poseidone, dove fu tenuto in grande riverenza.
Le ultime della serie delle isole Argosaroniche, Hydra e Spetses, sono meglio conosciute per la loro tradizione marittima moderna, ricchezza e prosperità, alla fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX. Durante questo periodo hanno monopolizzato il commercio marittimo e con i profitti hanno costruito fortezze e palazzi. Hanno preso parte attiva nella battaglia navale durante la Rivoluzione del 1821 per l'indipendenza.
L'isola più grande e popolosa è Salamina che contribuisce con più della metà della popolazione dell'arcipelago.
Le isole hanno in comune un mare pulitissimo e le coste incantevoli, la gradevole atmosfera insulare, gli abitanti ospitali, buone infrastrutture turistiche, i costumi locali, il rispetto dell’ambiente e numerose occasioni di divertimento.
Idra svetta sulle altre isole del Saronico per la caratteristica architettura, perfettamente armonizzata con l’ambiente naturale. Ciò le regala una singolarità ed un fascino particolari che, insieme al suo carattere cosmopolita, le strutture di alto livello, i lussuosi negozi, le gallerie d’ arte, i numerosi ristoranti, i locali di divertimento e le possibilità per sport nautici e vita notturna, l’hanno resa come una delle mete turistiche più frequentate in tutta la Grecia. A ovest della città odierna, gli scavi hanno portato alla luce un insediamento miceneo.
La città capoluogo è la pittoresca Idra, con la singolarità del suo insieme edilizio unito al paesaggio: kapetanospita, case dei capitani di mare in pietra, a due e tre piani, con i tetti di tegole sono costruite ad anfiteatro, attorno al porto su due spoglie colline. La maggior parte di queste case è stata restaurata e conserva l’arredamento e la decorazione interna: soffitti dipinti in legno, fontane di marmo e mobili d’epoca. Tra le località di interesse si consiglia il vecchio porto con le feritoie ed i cannoni. Le coste sono rocciose e scoscese.
Una spiaggia organizzata si trova a Mandraki, e altre magnifiche spiagge si trovano a Kaminia, Vlyhos, Molos, Bisti, Limnioniza ed Agios Nikolaos. Si consiglia di soggiornare a Idra durante la Pasqua, festa molto sentita e festeggiata con particolari usanze, mentre a giugno si organizzano le manifestazioni “Miaoulia”. Tra i vantaggi dell’isola c’è il divieto di circolazione dei veicoli a motore e si possono effettuare piacevoli escursioni in groppa agli asinelli. Infine, Idra è rinomata per i suoi deliziosi dolci di mandorle.
Un sottile lembo di mare separa l’isola di Poros da Galatà, sull’opposta costa peloponnesiaca della Trezenia. Secondo la mitologia su questa lussureggiante isola nacque Teseo.
L’incantevole omonima cittadina è il capoluogo e il porto dell’isola. Ad est del porto si trova la verdeggiante isoletta di Bourtzi, con un piccolo castello costruito nel 1827 per la sua protezione. Nell’interessante Museo Archeologico di Poros sono custoditi importanti reperti provenienti dall’isola e dall’antica Trezenia. Vicino al porto, verso Sud, si trova l’affascinante Askeli con un mare meraviglioso e la fitta pineta.
A nord di Poros si trovano Mikro e Megalo Neorio, belle spiagge sabbiose, dove i pini vengono bagnati dal limpido mare. Nella prima quindicina di luglio, si organizza la Settimana Nautica con manifestazioni artistiche ed esposizioni inerenti la storia marittima dell’isola.
In età storica l’isola di Salamina, per la sua posizione strategica a contatto con Atene, costituì il pomo della discordia tra Ateniesi e Megaresi. L’evento più importante del suo passato storico fu la battaglia navale tra la flotta greca e quella persiana, durante le Guerre Persiane, nel 480 a.C., che si concluse con la sconfitta dei Persiani.
L’isola è molto vicina alla capitale Atene e il suo capoluogo è Salamina o Koulouri. Nella città si trova un importante Museo Archeologico di Salamina, dove sono conservati i reperti provenienti dall’isola, e il Museo Etnologico che conserva costumi locali, arnesi, suppellettili, ecc..
La località più antica dell’isola è Ambelakia nel cui tratto di mare si svolse la storica battaglia navale di Salamina. La città è anche nota per aver dato i natali al poeta tragico Euripide.
Spetses è l’isola più meridionale dell’arcipelago delle isole Saroniche. Spetses fu abitata fin dalla prima età del Bronzo, tra il 2500 e il 2000 a.C., come testimoniano resti di mura, statuine ed utensili, rinvenuti in località Agia Marina.
La caratteristica città di Spetses è uno dei più eleganti e signorili capoluoghi insulari. Le sue case neoclassiche le donano un’atmosfera di vecchia “belle epoque“. Il cuore della piccola cittadina è la storica piazza di Dapia con i cannoni, a testimonianza delle battaglie contro i turchi ottomani. Spetses dispone di ottime infrastrutture turistiche e di molti locali di divertimento e ristoranti.
Offre, inoltre, possibilità di praticare sport nautici e molte opzioni per il divertimento notturno. In agosto si organizza il festival Anargyria, ricco manifestazioni culturali, e durante l’estate si tengono numerose rappresentazioni teatrali nell’antico teatro di Epidauro.
Angistri è una piccola isola che si trova nel cuore del golfo Saronico, molto vicina all’isola di Egina e non lontana da Atene, un vero e proprio paradiso lontano dal turismo di massa, ricco di vegetazione, con un mare splendido e spiagge molto curate.
Skala è il porto più importante dell’isola, dove trovare numerosi hotel, negozi e taverne, e qui attraccano i traghetti provenienti dal Pireo mentre Mylos, o Megalohori, a ovest del primo, è il secondo porto, dove attraccano i caicchi che collegano l’isola con Egina, e il cuore amministrativo di Angistri.
Quando l’isola di Egina era una grande centro mercantile, nel VI a.C., le arti, soprattutto la scultura, conobbero un notevole sviluppo nell’isola e i famosi vasi egineti di ceramica sono ancora oggi molto rinomati.
La città di Egina, capoluogo e porto dell’isola, è una cittadina attraente con case neoclassiche di vari colori. Interessante da visitare è la pittoresca chiesetta di Agios Nikolaos al porto, la cattedrale di Agios Demetrios, il Palazzo del Governo di Kapodistrias, sede oggi di una importante biblioteca. Vicino al porto, sulla pittoresca altura di Kolona, si trova una colonna dorica, l’unica conservatasi dal tempio di Apollo che si ergeva in questo luogo, risalente al VI secolo a.C..
Il Museo Archeologico di Egina conserva rilevanti reperti della zona. A 4 chilometri da Agia Marina, su una collina, è situato il più importante sito archeologico di Egina: il tempio di Afea, una divinità antichissima, protettrice dell’isola. È un tempio periptero, in stile dorico; nelle fondamenta, si distinguono vestigia di un tempio precedente.
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domenica 26 giugno 2016
IL BAGNINO
Nel 1918 una circolare del Ministero dei Trasporti Marittimi e Ferroviari, imponeva alla Capitanerie di Porto del regno di fare obbligo a tutto il personale addetto agli stabilimenti balneari di comprovare l’idoneità nel nuoto, nella pratica del primo soccorso e della respirazione artificiale.
Le Capitanerie di porto si rivolsero alla S.N.S. che, dopo un propedeutico corso ed un esame di idoneità, rilasciava un brevetto di “Soccorritore di spiaggia”, antesignano del Bagnino di Salvataggio.
Si arriva successivamente ad ipotizzare la figura del Bagnino di Salvataggio che, vista la sua utilità, diventa, con Legge dello stato dei primi anni ’30, obbligatoria in tutti gli stabilimenti balneari.
Il Ministero delle Comunicazioni – Marina Mercantile con Foglio d’Ordine n. 43 del 6 maggio 1929 concede alla S.N.S. l’autorizzazione al rilascio del “certificato di abilitazione all’esercizio del mestiere di bagnino”.
Il bagnino di salvataggio è colui che vigila sulla sicurezza di chi frequenta piscine, stabilimenti balneari al mare o al lago.
Nello specifico deve:
prevenire gli incidenti in acqua o farvi fronte se avvenuti, mettendo in atto quelle tecniche di salvataggio e di primo soccorso acquisite nel corso di formazione e periodicamente aggiornate;
regolare le attività di balneazione vegliando sul comportamento degli utenti;
applicare e far rispettare le ordinanze della Capitaneria di porto o il regolamento della piscina;
verificare periodicamente la chimica delle acque nelle piscine e le condizioni igieniche dell'ambiente.
Le competenze acquisite nel corso di formazione gli consentono di intervenire in modo adeguato per praticare le tecniche di primo soccorso, anche in caso di asfissia e arresto cardiaco (Basic Life Support).
In Italia necessita dell'abilitazione dalla Società Nazionale di Salvamento di Genova, dalla Federazione Italiana Nuoto sezione salvamento, o dalla Federazione Italiana Salvamento Acquatico, ed ha compiti di soccorso verso chi si trova in situazione di pericolo in acqua.
Le prove devono essere sostenute in un tempo massimo di 8 minuti (le prove per il superamento del corso di assistente bagnino per la piscina hanno invece il tempo massimo di 5 minuti).
Primo soccorso e parte medica:
avere nozioni di primo soccorso valutate da un medico (ufficiale sanitario)
abilitazione a B.L.S. (basic life support in conformità agli standard della E.R.C. - European Resuscitation Council) e P.B.L.S. (pediatric basic life support).
Esistono anche dei corsi per la somministrazione dell'ossigeno e all'uso del defibrillatore semiautomatico, ciascuno di essi con esami a parte.
Spingere il pattìno in acqua e saltarci sopra, iniziando la voga verso il gavitello
Voga a banco o scia verso il gavitello posto a 70-100 metri dalla banchina
Inforcare la boa (avvicinamento da prua), agguantare e dimostrare di saper sollevare il gavitello
Voga a banco o scia di ritorno verso la banchina.
Rientrare posizionando i remi del pattino sugli scafi di prua e attraccare eseguendo un nodo a gassa d'amante all'estremità della cima legata alla barca e un nodo parlato attorno ad un palo dall'estremità opposta.
Durante la prova l'ufficiale della Capitaneria di porto può chiedere di effettuare una manovra a 360°. Nel caso il concorrente non sia in grado di eseguire le indicazioni sopra citate, la Capitaneria di porto si riserva il diritto di interrogare il concorrente su nodi marinareschi, meteorologia di base ed altri elementi di teoria.
La prova pratica segue le linee guida dell'ILS - International Life Saving, per questo il brevetto rilasciato dalla FIN è riconosciuto in tutti gli Stati facenti parte dell'ILS.
L'esame teorico pratico consiste in un colloquio con la commissione d'esame, oppure con la compilazione di un test a quiz. In seguito si procede all'esecuzione completa della sequenza BLS (Basic Life Support, rianimazione cardio-polmonare) con simulatore (manichino)
Il superamento della prova di salvataggio a nuoto, unitamente alle prove teoriche e di simulazione del protocollo BLS sul manichino, consentono il conseguimento del brevetto P (Pool - piscina).
La prova in mare è effettuata con l'ausilio dell'attrezzatura idonea, come il moscone di salvataggio o pattino. Consiste nel simulare un intervento raggiungendo un gavitello a circa 150 m da riva ed effettuare una doppia rotazione con l'imbarcazione intorno allo stesso senza mai toccarlo, ritorno e riposizionamento corretto del moscone (pattino).
Il superamento di questa prova, permette di estendere la validità del brevetto P, valido solo per le piscine, anche alle acque interne e alle spiagge marine. Il brevetto è denominato MIP (Mare, acque Interne, Piscina).
Il bagnino di salvataggio è un incaricato di pubblico servizio, non è un pubblico ufficiale.
Il bagnino di salvataggio è una professione che richiede particolare attenzione ed una discreta preparazione tecnica.
Chi desidera diventare bagnino di salvataggio deve frequentare un corso al termine del quale il candidato deve sostenere un esame che, se superato, permetterà di ottenere un brevetto. Con questo brevetto il candidato potrà operare all'interno delle piscine e nei parchi acquatici. Per poter lavorare in mare occorre sostenere un ulteriore esame.
Il termine "bagnino di salvataggio" viene usato solo ed esclusivamente per indicare i brevettati dalla Società Nazionale di Salvamento mentre il termine "assistente bagnanti" per i brevettati dalla FIN Salvamento. Entrambi i termini corrispondono alle stesse mansioni e agli stessi diritti/doveri. I rispettivi brevetti sono equipollenti.
Il bagnino di salvataggio vigila sull'incolumità dei bagnanti. Risponde, infatti, in prima persona della loro sicurezza, sia sotto il punto di vista civile sia penale. Dovrà, inoltre, mantenersi costantemente aggiornato e sempre in allenamento.
In Italia sono tre gli enti che possono preparare i futuri bagnini: S.N.S. (Società Nazionale di Salvamento), F.I.N. Salvamento (Federazione Italiana Nuoto, Sezione Salvamento) e F.I.S.A. (Federazione Italiana Salvamento Acquatico).
Per poter frequentare i corsi sono necessari determinati requisiti: età compresa tra i 16 e i 65 anni (dipende dalla didattica dell'ente), idoneità al nuoto, idoneità fisica (mediante un certificato rilasciato dal medico di famiglia).
Il candidato ritenuto idoneo deve poi presentare la domanda di partecipazione al corso, ricevute di pagamento delle quote, e una foto–tessera.
I Bagnini di Salvataggio possono fare molto per la sicurezza degli altri, non solo dal punto di vista professionale, ma anche di aiuto concreto e di solidarietà, vivendo un’esperienza unica, di apertura verso il prossimo.
I giovani, attraverso i corsi della S.N.S., sviluppano la loro crescita personale creandosi una mentalità di approccio attivo nel volontariato di Protezione Civile, maturando il senso di responsabilità nei confronti dell’ambiente, acquisendo il senso della cittadinanza solidale e attiva.
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lunedì 21 marzo 2016
LE MALDIVE
I reperti archeologici ritrovati alle Maldive sono stati tutti datati ad epoche successive al 1500 a.C.; si ritiene infatti che in precedenza l'arcipelago fosse disabitato. La popolazione attuale discende da popoli di religione buddhista migrate dall'India meridionale e dallo Sri Lanka intorno ai secoli IV e V.
Quando gli arabi iniziarono a percorrere frequentemente le rotte commerciali verso il sud-est asiatico, le Maldive divennero un importante punto di scalo. I commercianti arabi esercitarono una forte influenza culturale sulla popolazione locale, che a partire dall'XI secolo si convertì gradualmente all'Islam. Nel 1153 le Maldive divennero un sultanato. Una revisione della costituzione del 2008 stabilisce che "un non-musulmano non può diventare cittadino delle Maldive." (Art. 9, Sez. D).
Nel XVI secolo le potenze europee iniziarono a minacciare le Maldive. I primi a conquistare l'arcipelago furono i Portoghesi, che vi crearono un insediamento nel 1558. Questi furono però cacciati nel 1573 dai Devehi guidati da Muhammad Thakurufar Al-Azam. Il sultanato rimase poi indipendente fino al 1887, anno in cui esso fu dichiarato protettorato britannico.
Durante la seconda guerra mondiale le Maldive rappresentarono un possedimento strategico per la marina britannica. Negli anni successivi alla guerra, la vita politica e sociale del sultanato fu sostanzialmente stabile, fatta eccezione per un fallito tentativo di instaurazione del sistema repubblicano nel 1953. Nei primi anni sessanta si formò uno Stato separatista: la Repubblica Unita di Suradiva. La neo repubblica comprendeva le isole più meridionali dell'arcipelago, a sud dell'One and Half Degree Channel, e cioè gli atolli di Suradiva, Addu e Gan più una serie di isolotti minori. La Repubblica fu riassorbita nel 1963 e scomparve.
L'indipendenza dal Regno Unito fu sancita il 26 luglio 1965; nel 1968, il sultanato divenne una Repubblica presidenziale. Dal 1978 al 2008 il presidente è stato Maumoon Abdul Gayoom; egli ha governato il paese in modo totalitario, esercitando un rigoroso controllo dei mezzi di informazione e impedendo di fatto l'esistenza di un movimento di opposizione. Gayoom denunciò due abortiti tentativi di colpo di Stato per spodestarlo, nel 1980 e nel 1983. Il 3 novembre 1988 un gruppo di suoi oppositori politici, spalleggiati da mercenari tamil del People's Liberation Organisation of Tamil Eelam, mise in atto un tentativo di golpe impossessandosi della capitale Malé; Gayoom richiese assistenza militare all'estero, e con l'operazione Cactus un contingente di truppe scelte dell'esercito indiano fu inviato dal primo ministro Rajiv Gandhi a ristabilire l'ordine nell'arcipelago: i mercenari furono rapidamente sconfitti e Gayoom reintegrato nelle sue piene funzioni.
Nel luglio del 2003 Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime del presidente Gayoom; esso cita casi di maltrattamenti nelle carceri maldiviane, imprigionamenti di giornalisti e politici dell'opposizione e sviluppo di numerose carceri negli atolli più distanti. Nel settembre dello stesso anno, in seguito al decesso di tre carcerati, vi sono state alcune manifestazioni. Il presidente Gayoom ha annunciato lo studio di riforme del sistema giudiziario e dei poteri del parlamento.
Nell'agosto 2004 vi è stata una imponente manifestazione a Malé per chiedere il rilascio dei prigionieri politici e una riforma del sistema politico. La manifestazione è stata dispersa dalle forze dell'ordine e nel Paese è stato dichiarato lo stato di emergenza; in seguito a queste vicende si sono accese altre manifestazioni contro il regime che, secondo l'opposizione esiliata all'estero, hanno portato a ulteriori arresti di massa. Ciononostante parte della popolazione maldiviana riteneva che il progresso raggiunto dall'arcipelago negli ultimi due decenni sia merito del presidente Gayoom. Nel 2008 vi fu una transizione, in parte pilotata dallo stesso Gayoom (che nel 2000 aveva garantito le prime elezioni parzialmente libere), alla democrazia plurale, sebbene la costituzione garantisse i vecchi esponenti del regime e una sostanziale mancanza di libertà di culto. Nel 2008 il partito democratico delle Maldive prese il potere e tentò di modernizzare le isole in senso liberale e liberista, senza però fare i conti con il trentennio di dittatura precedente, né incarcerando o processando Gayoom ed i suoi uomini. In compensò varò diverse riforme sulla libertà d'espressione, il rispetto dei diritti umani, la riforma del sistema carcerario, la libertà di riunione ecc. Presidente divenne un oppositore di lungo corso di Gayoom, l'avvocato e giornalista Mohamed Nasheed (è stato incarcerato per reati d'oppinione a singhiozzo tra il 1990 e il 1998, dopo aver denunciato in alcuni articoli giornalistici gli scandali del regime e le elezioni truffa del 1989), fu eletto parlamentare nel 2000 (prima della liberalizzazione dei partiti politici), ma immediatamente dopo nuovamente incarcerato con vari pretesti fino al 2003, quando, uscito di prigione, entrò nel partito democratico (che non era ancora ammesso dal regime), anche se fu costretto ad un breve esilio in Gran Bretagna. Rientrò nell'arcipelago nel 2005, quando il partito democratico venne riconosciuto dal governo, impegnato in una lenta e titubante transizione verso la democrazia. Nel 2005 il partito democratico, ormai guidato da Mohamed Nasheed ha organizzato alcune grandi manifestazioni contro il regime, cui il governo rispose con l'incarcerazione di molti dirigenti (ufficialmente "per proteggere la loro incolumità"), mentre Mohamed Nasheed fu accusato di terrorismo e posto nuovamente in isolamento.
Scarcerato nel 2007 poté concorrere alle elezioni del 2008, che vinse a capo di un'eterogenea coalizione che raggruppava tutti i partiti d'opposizione "storici", ovvero il Gaumee Party (centro), il Jumhoory Party, l'Adhaalath Party, (Partito Islamico), il Social Democratic Party e il Gaumee Ithihaad (centro, nato da una scissione dell'ala moderata del partito democratico), ottenendo il 54% dei voti. La coalizione si è però sciolta nel corso dei successivi due anni, sia per questioni inerenti alle politiche sociali (sottovalutate dal governo), sia per il carattere laico (mal visto dal Adhaalath Party) del governo. Inoltre nel 2010 tutti i ministri si dimisero e vi furono numerosi arresti di parlamentari accusati di corruzione, oltre a varie contestazioni che furono stigmatizzate come derivanti dalle macchinazioni del passato regime. Da allora Mohamed Nasheed guida un monocolore del partito democratico, che è quello di maggioranza relativa con circa il 30% dei voti (35,3% alle politiche del 2009). Uno dei successi del primo governo democratico delle isole è stata la trasformazione dell'economia maldiviana nella prima economia verde del mondo, ovvero in un'economia indipendente da tutte le fonti d'energia fossili, e basata soprattutto sul vento, il sole e piccole quantità di biodiesel autoprodotto o importato; questo dipende anche dal fatto che le Maldive sono lo Stato a maggior rischio in caso di riscaldamento globale e conseguente aumento del livello del mare. Notevoli sono state anche le politiche di difesa dell'ambiente e della biodiversità della barriera corallina, unite al blocco di diversi progetti di speculazione edilizia, anche se quest'ultimo punto, in un paese che vive di turismo, ha provocato la dura opposizione di diversi esponenti della borghesia dell'arcipelago (e di grandi compagnie internazionali) molto interessati a costruire grandi alberghi senza regole stringenti a difesa delle coste. Nel 2012, in vista anche di alcune possibili riforme costituzionali che avrebbero abolito la preminenza assoluta della religione islamica nella costituzione maldiviana, liberalizzato alcune professioni e consentito l'apertura di centro di massaggio anche al di fuori dei grandi alberghi, si ebbe un duro scontro politico tra il governo e Mohamed Abdulla, capo della suprema corte, che si risolse con l'incarcerazione di quest'ultimo con l'accusa di corruzione. L'opposizione sostenne che l'accusa di corruzione era stata artefatta per rimuovere uno scomodo sostenitore del carattere islamico della costituzione. In conseguenza di questo fatto i sostenitori del passato regime, le forze di polizia, e i movimenti islamici hanno eseguito un colpo di stato (7-9 febbraio 2012), preceduto da piccole manifestazioni e scontri di piazza (1-7 febbraio 2012), che ha provocato il ferimento di diversi deputati, l'arresto la scarcerazione e le dimissioni del presidente Nasheed. Le piccole forze militari dell'arcipelago si sono dichiarate invece favorevoli al governo, mentre alcuni esponenti politici sono andati in esilio volontario in Sri Lanka o hanno chiesto l'aiuto della comunità internazionale. Gli USA hanno tuttavia riconosciuto il governo golpista l'11 febbraio 2012. A capo del governo vi è Mohamed Waheed Hassan Manik, ex vice presidente, ex importante burocrate delle nazioni unite, ex membro del partito democratico che aveva abbandonato nel decennio precedente, anche dopo un duro scontro per la leadership con Nasheed per fondare il Gaumee Itthihaad (partito d'unità nazionale, centro). Malgrado il Gaumee Itthihaad non sia più al governo dal 2010 era rimasto comunque vice presidente in carica fino al colpo di stato, quando giurò subito dopo che le forze di polizia avevano costretto con la minaccia delle armi (anche verso alcuni collaboratori) Nasheed a firmare le proprie dimissioni.
L'arcipelago dista 735 km dallo Sri Lanka ed è orientato in direzione nord-sud, estendendosi per 754 km in lunghezza e 188 in larghezza. È posizionato in buona parte prossimo all'Equatore (Malé è in una zona "di confine" comunque ancora vicina alla linea immaginaria equatoriale) e la parte estrema meridionale ne è a cavallo; fra 7°6'N e 0°41'S e fra 72°31'E e 73° 48'E.
Compongono l'arcipelago 1.192 isole coralline poggiate su basamenti di roccia calcarea e corallina, formatasi con evoluzioni periodiche e caratterizzata da molteplici strati di calcare e coralli formatesi con le numerose variazioni di livello delle acque ad iniziare da circa 60 milioni di anni fa, a seguito dell'emersione d'imponenti montagne dal fondo dell'Oceano Indiano.
Gli atolli naturali sono 26, ognuno è formato da diverse centinaia di isole, di cui solo alcune abitate. Nell'intero arcipelago, le isole abitate sono circa 200, mentre poco più di 100 sono adibite a villaggi turistici; le rimanenti sono deserte e talvolta costituite solo da un banco di sabbia in emersione. L'isola più grande è Fua Mulaku, situata nell'atollo di Gnaviyani, nel sud dell'arcipelago.
Le isole sono situate sia all'interno degli atolli sia lungo la barriera oceanica che delimita l'atollo separandolo dalle profonde acque oceaniche e proteggendo le acque interne dalle mareggiate. Le barriere oceaniche sono interrotte da canali detti pass (kandu in dhivehi) che permettono il ricambio delle acque interne dell'atollo, determinando però forti correnti in entrata e in uscita, specialmente durante le maree. In aggiunta a ciò, quasi tutte le isole sono circondate da una propria barriera corallina che racchiude una laguna.
Le isole sono formate da una base di sabbia bianca risultante dall'erosione delle barriere coralline ad opera del mare, ma anche di alcune specie ittiche (come il pesce pappagallo o il pesce balestra titano) che mangiano il corallo per restituirlo sotto forma di sabbia insieme con le feci; l'elevazione massima è di 2 m s.l.m., non vi sono sorgenti d'acqua dolce e solo nelle isole di dimensioni maggiori è possibile scavare pozzi per raccogliere l'acqua filtrata dagli strati di sabbia. Nell'isola di Fua Mulaku si trovano laghi di acqua dolce.
Il clima delle Maldive è di carattere monsonico. Il monsone secco s'instaura da dicembre ad aprile ed è caratterizzato da piogge deboli e poco frequenti; il cielo risalta nel suo azzurro intenso più facilmente. Il monsone umido, da maggio a novembre, porta piogge torrenziali più frequenti che possono durare alcune ore e talvolta giorni interi; il cielo risulta più spesso velato o soggetto a passaggi nuvolosi. Il vento è generalmente a regime di brezza debole (5-10 nodi), ma può divenire moderato (15-20 nodi) anche per giorni o settimane, specialmente nei periodi di cambio del monsone; raramente i picchi superano i 40-50 nodi e il più delle volte ciò avviene prima di una breve pioggia torrenziale. Poiché sono situate nella fascia tropicale equatoriale, le Maldive normalmente non sono soggette agli uragani.
La temperature medie oscillano tra i 26° (min) e i 31 °C (max) tutto l'anno nelle zone intermedie tra il nord ed il sud dell'arcipelago, con ovunque escursioni termiche giornaliere e notturne molto contenute; la minima temperatura mai registrata fu di 17,2 gradi (probabilmente molto vicina alla minima assoluta che si sarebbe mai potuta registrare all'interno dell'intera area dell'arcipelago) l'11 aprile 1978, mentre una famosa alta, 36,8 °C, fu raggiunta il 19 maggio 1991. Ma è accertato sia stata superata in qualche altra occasione, però dove non fossero presenti rilevatori sufficientemente attendibili per divulgare un dato preciso, il tutto per deduzione (vi sono stati sprazzi veramente molto caldi e afosi, e ci sono periodicamente, comunque tutt'altro che di frequente). Il mese più caldo è aprile, anche se i più secchi e soleggiati risultano febbraio e marzo; inoltre la costante presenza della brezza monsonica attenua la sensazione di calore e di afa, rendendo il clima, al di fuori dei periodi molto piovosi, sicuramente apprezzabile nonostante l'umidità relativa media decisamente elevata (però costante nel corso della giornata, quindi attorno al 75%-80% sia di notte che di giorno). La temperatura dell'acqua oscilla fra i 28-29 °C delle acque extralagunari e i 30-32 °C delle lagune; inoltre all'interno degli atolli il termoclino è pressoché nullo.
Le massime precipitazioni si verificano nei mesi fra maggio e dicembre (200–250 mm/mese), mentre in febbraio e marzo sono molto ridotte (50–80 mm/mese); gennaio e aprile sono mesi di transizione, con precipitazioni che variano di anno in anno (intorno ai 160 mm/mese). In corrispondenza del cambio del monsone (metà maggio e fine novembre) si producono spesso violenti acquazzoni o temporali, con venti intensi costanti o a raffica che possono durare diversi giorni.
Il fenomeno climatico periodico chiamato El Niño porta alla morte e allo sbiancamento dei coralli a causa dell’aumento della temperatura degli oceani. Il suo picco nell’arcipelago è stato nel 1998. Da allora, secondo i dati degli studiosi, c’è stata una buona ripresa anche se l’allerta del WMO, l’organizzazione mondiale della meteorologia, resta ancora alto.
La popolazione maldiviana è ritenuta di origine indiana o araba, in seguito mescolatasi con ondate migratorie provenienti dall'Africa del Nord e dallo Sri Lanka.
L'unica minoranza etnica è costituita da un gruppo di commercianti indiani insediatisi a Malé nei primi anni del XIX secolo; essa è composta da alcune centinaia di individui che costituiscono anche l'unica minoranza religiosa, essendo di fede sciita.
Negli ultimi anni si è verificata una notevole immigrazione dallo Sri Lanka, dall'India e dal Bangladesh a scopo d'impiego presso i villaggi turistici.
L'unica religione praticata nelle Maldive è l'Islam sunnita. Nel paese non esiste libertà di culto, nel 2008 un emendamento costituzionale ha negato ai non musulmani di poter ottenere la cittadinanza maldiviana. Nonostante ciò la Chiesa cattolica, almeno a livello formale, considera il territorio maldiviano facente parte dell'arcidiocesi di Colombo, nello Sri Lanka, a partire dal 1886.
L'islamismo praticato alle Maldive ha caratteristiche particolari a causa del fatto di essere venuto a contatto sia con le antiche tradizioni locali che con i costumi e gli stili di vita dei molti turisti occidentali che visitano le isole. Le donne, ad esempio, nella capitale usano camminare anche senza velo, mentre nei villaggi, più isolati, le ragazze dopo la pubertà usano coprirsi su tutto il corpo ad eccezione del volto.
Il sistema sanitario ospita 21 centri ospedalieri, che servono tutti gli atolli. Le cure mediche specializzate si trovano nei due ospedali della capitale. Solo i resort più lussuosi hanno medici presenti direttamente sull’isola. In caso di emergenza subacquea sono presenti 4 camere iperbariche.
In tutto l’arcipelago sono proibiti il nudismo e il topless. L’unica eccezione è rappresentata dai resort con bungalow a palafitta o spiaggia privata che permettono di vivere la propria privacy al riparo da sguardi indiscreti. Durante le visite ai villaggi locali è richiesto alle donne di coprirsi le spalle (vanno benissimo anche le normali t-shirt con le maniche corte) e le gambe almeno fino al ginocchio. Nel caso di visite alle moschee bisogna coprire bene braccia e gambe.
È assolutamente vietato portare con sé madrepore, coralli, conchiglie, oggetti in tartaruga, pesci e sabbia presi sia dal mare che dalle spiagge. La pena sono multe salatissime, sequestro della merce e rischio di perdere il volo di ritorno.
A scopo amministrativo i 26 atolli naturali sono stati divisi in 19 atolli amministrativi, nominati secondo le lettere dell'alfabeto dhivehi, più la capitale Malè. Ogni atollo porta anche un nome popolare; per esempio, l'atollo di Baa ha conservato anche il nome popolare di Maalhosmadulu.
L'amministrazione locale è affidata al Ministero dell'amministrazione degli Atolli che ha due uffici regionali, quello settentrionale e quello meridionale. Vi sono inoltre uffici per ogni atollo e isola abitata. Ciascun atollo è amministrato da un Capo dell'Atollo (Atholhu Veriyaa) nominato dal presidente mentre l'amministrazione di ogni isola è affidata a un Capo dell'isola (Katheeb), nominato dal ministero dell'amministrazione degli atolli e direttamente dipendente dal capo dell'atollo.
La risorsa economica principale è il turismo che costituisce circa il 20% del PIL. Gran parte delle entrate statali sono costituite da imposte e tasse legate al turismo o a dazi sulle importazioni.
Le isole destinate a divenire resort turistici, con o senza animazione vengono date in concessione a società estere, spesso basate negli Emirati Arabi Uniti, che vi costruiscono il resort e lo gestiscono per un certo numero di anni, stringendo accordi commerciali con le agenzie o gli operatori turistici esteri che inviano i propri clienti. Allo scadere della concessione, l'isola e tutto ciò che vi è stato costruito ritorna in possesso del governo maldiviano che solitamente rinnova la concessione o l'affida ad un'altra società.
Lo sfruttamento delle risorse marine è l'attività tradizionale della popolazione maldiviana.
L'attività principale è la pesca ma è rilevante anche lo sfruttamento dei coralli per ricavarne materiale da costruzione.
Per la pesca vengono usate le tipiche imbarcazioni a fondo piatto e costruite col legno di cocco e senza l'uso di chiodi, i cosiddetti dhoni. La pesca viene effettuata col bolentino, con le reti o al traino. Il pescato, costituito prevalentemente da tonni, squali, barracuda e marlin, viene consumato o conservato essiccato per l'esportazione.
Il governo maldiviano ha in corso da decenni un programma di sviluppo della pesca, che ha portato alla costruzione di alcune fabbriche di inscatolamento.
L'agricoltura risente ovviamente della scarsità di terreno coltivabile; su ogni isola abitata vi sono piccole piantagioni di palme da cocco, papaya e alberi del pane. Il cocco rappresenta la risorsa agricola principale: ne vengono lavorate le fibre e se ne ricava la copra. Il valore di un'isola viene stabilito in base al numero di palme da cocco esistenti, che viene controllato rigorosamente e annualmente dal capo dell'isola. Sulle isole più grandi vi sono piantagioni di verdure e frutta, che risentono però della scarsità d'acqua e dell'elevata alcalinità del terreno. Su alcune isole sono in fase di sperimentazione colture idroponiche
Un'importante risorsa tradizionale dell'economia maldiviana era, fino al XVI secolo, il commercio delle conchiglie della specie Monetaria moneta, molto apprezzate nei paesi affacciati sull'Oceano Indiano.
Il pesce e il riso sono gli ingredienti principali della cucina delle Maldive, carne e pollo sono mangiati solo in occasioni particolari. Il turista, scegliendo un viaggio alle Maldive, troverà fra i piatti nazionali pesce fritto, pesce al curry e zuppa di pesce. La bevanda locale è il raa, un vino di palma dolce. Fatta eccezione per il cocco, sulle isole delle Maldive non cresce molta frutta e verdura, quindi la maggior parte è importata.
Sono le isole più basse del mondo: il loro problema, fino ad ora, è stato che rischiano di finire sotto il livello del mare, sommersi dall'innalzamento delle acque, provocato dallo scioglimento dei ghiacci, causato dal cambiamento climatico. Ma adesso un pericolo minaccia le Maldive: di affondare, non solo metaforicamente, sotto una montagna di rifiuti. Le paradisiache isole dell'oceano Indiano, infatti, sprofondano nella spazzatura. Il formidabile aumento del turismo (1 milione di visitatori nel 2014) sommato alla mancanza di inceneritori o altri metodi per disfarsi dei detriti hanno già trasformato uno degli atolli, Thilafushi, in una collina alta 15 metri e che continua a crescere di giorno in giorno. Dentro c'è di tutto: plastica, siringhe usate, elettrodomestici rotti, ogni genere di spazzatura medica, industriale e privata, che va ad aggiungersi a quella gettata direttamente in mare dagli abitanti di Malè, capitale dell'arcipelago, sede dell'aeroporto a cui arrivano tutti i voli internazionali e ormai così piena di gente e di case da scoppiare. Così, oltre alle barriere coralline, una nuova barriera artificiale di spazzatura galleggia attorno alle isole e comincia a sbatterci contro, mentre sul "monte Thilafushi", come qualcuno dei locali l'ha soprannominato, si alzano maleodoranti fumi e sostanze tossiche.
Il problema dei rifiuti rischia di diventare un drammatico ostacolo allo sviluppo delle Maldive, che dipendono dal turismo per più di un terzo della propria ricchezza nazionale. Da un lato, la spazzatura rappresenta una minaccia ecologica all'ambiente delle isole. Dall'altro, rischia di tenere lontani i turisti: è già successo che qualcuno dei resort di lusso sia stato agganciato dalla disgustosa barriera di detriti, compreso tutto quello che esce dalle fogne, che viene scaricato ad appena 200 metri di distanza dalla costa e riportato a riva dalle correnti, per cui le acque possono apparire cristalline a occhio nudo ma potrebbero essere assai meno salubri dal punto di vista batteriologico.
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martedì 15 marzo 2016
I PINGUINI
10.000 pinguini Adelaide stanno resistendo alla fame e a lunghissime camminate sul ghiaccio nell'Antartide orientale. È un'odissea che inizia nel dicembre 2010, quando la baia sopra Cape Denison - dove normalmente i ghiacci superficiali che si formavano sul mare venivano portati al largo dalla corrente, lasciando libero il mare ricco di pesci - si è trovata ostruita da un gigantesco tappo di 2.900 km quadrati di ghiaccio (quasi quanto la Val d'Aosta): l'iceberg B09B, che vagava lungo la costa da circa 20 anni. L'incagliarsi di questa montagna viaggiante - evento raro, in quanto il riscaldamento globale non causa, di norma, il distacco di iceberg così grandi - ha fatto sì che le acque della baia si gelassero di un ghiaccio permanente spesso fino a tre metri, e i pinguini di Adelia (Pygoscelis adeliae) locali, che per sopravvivere hanno bisogno di mare aperto o perlomeno di buchi nel pack entro due chilometri dalle loro colonie, non hanno più potuto nutrirsi in zona.
Per trovare cibo per sé e soprattutto per i propri piccoli, sono stati costretti a lunghi itinerari di oltre 60 chilometri in cerca di mare libero, cosa che col tempo ne ha decimato il numero: perché la capacità dei genitori di riportare cibo ai nidi varia in funzione della distanza che devono ricoprire per approvvigionarsi, e l'ordalia in mezzo al ghiaccio significa malnutrizione.
A rivelare tutto questo è lo studio pubblicato dai biologi Kerry-Jayne Wilson e Christopher Fogwill, che ha un valore scientifico notevole: a oggi sono pochissimi gli studi che mostrano gli effetti dell'arrivo di un iceberg in prossimità di un ecosistema marino. Ma quello che è un gigantesco esperimento naturale per gli scienziati, che può darci indicazioni importanti su come difenderci dagli impatti più seri del cambiamento climatico, per le colonie di pinguini di Adelia della Commonwealth Bay si è rivelato un calo drammatico dai circa 200.000 individui stimati nell'area prima del 2010 ai circa 10.000 di oggi, che occupano 5520 nidi: 4319 nidi a Cape Denison e 1201 nidi sulla vicina Petrel Hill.
È un conto approssimativo, fatto dai biologi considerando soltanto i pinguini osservati nei pressi dei nidi, ma si stima accurato al 90-95%. Testimonianze della sparizione di pinguini nella zona si erano già notate durante osservazioni del dicembre 2013, quando erano stati trovati nidi vuoti e uova abbandonate, e nessun segno visibile che i pinguini fossero riusciti a forare il denso ghiaccio presente nella baia per riconquistare i loro pesci. Molto migliori erano le condizioni dei pinguini di Adelia nella colonia delle vicine isole Hodgeman, risparmiate dall'impatto raggelante dell'iceberg, che i biologi hanno trovato "rumorosi e aggressivi come al solito", come dice lo studio, e senza uova abbandonate o carcasse di pulcini.
Sono proprio le colonie vicine a Cape Denison che danno le maggiori speranze per la sopravvivenza dei pinguini della baia: l'allarme che i biologi della University of New South Wales e dell'associazione animalista West Coast Penguin Trust hanno lanciato è che se l'iceberg non si scioglierà, e in assenza di una mobilitazione per salvarla, entro vent'anni la popolazione locale di Cape Denison potrebbe azzerarsi. Anche perché loro, i pinguini, non danno segno di voler migrare: nonostante il mutato paesaggio della baia, molti pinguini continuano a tornare a Cape Denison per riprodursi. Chissà, forse hanno notato anche loro un piccolo segno di speranza visto dagli esperti: da circa un anno sono comparse delle crepe nell'iceberg invasore.
Il dramma è che per salvare i pinguini Adelaide si dovrebbe eliminare l’iceberg… ma ciò è sbagliato, sia perchè non si deve mai interferire con la natura e sia perchè gli scienziati stanno studiando con molto interesse questo “incastramento” anomalo che non si verificava da anni.
venerdì 4 marzo 2016
GLI SCARICHI IN MARE
Lo smaltimento dei reflui in una città come in un qualunque altro agglomerato di abitazioni è un problema della massima importanza. Le deiezioni contengono sempre miliardi di germi molti dei quali possono essere causa di gravi malattie, pertanto devono essere allontanate dai centri abitati nel più breve tempo possibile.
Nelle fattorie isolate, nei villaggi e in tutte le località in cui manca un impianto pubblico di fognatura, si usano le cosiddette "fosse biologiche". Nelle comunità più grandi, le deiezioni vengono allontanate per mezzo di apposite condotte che sfociano in mare, nei laghi e nei corsi d'acqua. In altre comunità, le deiezioni vengono trattate secondo precisi piani di smaltimento.
Le fogne italiane non hanno le carte in regola. Non abbiamo mai costruito sistemi di depurazione adeguati e adesso l’Europa ci stanga. E non a torto, a quanto pare.
La mancanza è tutta nostra: un’eredità velenosa che vede tre italiani su dieci ancora privi di fognature e depurazione, e il 40 per cento di fiumi e laghi inquinati da scarichi urbani in libertà, per non parlare del mare.
Per anni la politica ha rimosso il problema o solo annunciato grandi progetti ma non si è fatto nulla.
L’elenco degli enti locali messi sotto accusa dalla Ue è impressionante: soprattutto nel Mezzogiorno.
La disciplina comunitaria prevede, in caso di violazione delle norme, una penalità di mora, che per l’Italia va da un minimo di 11.904 euro, a un massimo di 714.240 euro, per ogni giorno di ritardo nell’adeguamento, a decorrere dalla pronuncia della sentenza emessa.
Inoltre, una somma forfetaria verrà calcolata sulla base del Pil nazionale, e per l’Italia è pari a un minimo di 9.920.000 euro. Potrebbe essere già troppo, ma non basta perché nel corso della procedura di mora i finanziamenti europei per i Comuni morosi possono essere sospesi fino all’attuazione della sentenza.
Sarebbe un dramma per circa un terzo del territorio nazionale. In caso di sentenza definitiva di condanna da parte della Corte di Giustizia Europea, infatti, lo Stato Italiano riporterà il contesto sanzionatorio sui soggetti istituzionali inadempienti (leggi enti locali) lavandosene le mani, o almeno così si dice negli ambienti ministeriali. Ci sarà insomma uno scaricabarile tra Stato, Regione, Comuni e gestori del servizio. A maggio dello scorso anno la Commissione Europea ha inviato al Governo italiano una prima lista di 159 agglomerati urbani sopra i 15 mila abitanti che sono inadempienti per la mancanza di un trattamento secondario delle acque reflue.
Nessuno ne ha parlato perché il governo Berlusconi ha tenuto tutto nascosto nei cassetti e il governo Monti, su questo tema, i cassetti non li ha ancora aperti. Eppure già nel 1998 Milano venne multata per 9 miliardi di lire al mese per mancata depurazione delle acque reflue.
La depurazione nel nostro paese non è mai diventata una priorità nazionale. Nemmeno nella battaglia referendaria della scorsa estate.
Eppure ogni giorno ci sono quartieri, paesi e città che scaricano direttamente nei fiumi e in mare, spesso senza alcun controllo delle autorità. E mettendo a rischio della salute pubblica.
Quel che è possibile vedere ogni giorno semplicemente facendo una passeggiata in spiaggia, soprattutto in corrispondenza delle foci dei torrenti, è uno spettacolo impietoso. Le immagini parlano chiaro, anche se non riescono a trasmettere anche gli odori nauseabondi che ammorbano l’aria.
Copiose quantità di acqua maleodorante si riversano in mare di continuo, scarichi fognari che vanno in mare aperto, in barba all’inevitabile impatto inquinante sul mare e sull’ambiente. Topi, carcasse di animali, rifiuti di ogni genere, fanno da cornice al fiumiciattolo di acqua melmosa che scorre indisturbato verso il mare.
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giovedì 3 marzo 2016
FARE LA PIPI' IN MARE.....
Molti lo fanno, pochi lo ammettono. Durante il bagno nel mare capita proprio che scappi... la pipì. Il galateo di certo non lo consiglia ma quanto al rispetto per l'ambiente non ci sarebbero controindicazioni. A dirlo è la American Chemical Society che suggerisce che la discutibile pratica possa apportare addirittura dei vantaggi all'ecosistema marino.
La prima ragione per cui non si creano danni è la composizione simile. L'urina è composta per circa il 95% da acqua e contiene sodio e ioni cloruro. L'acqua del mare, di contro, è composta dal 96,5% d'acqua e contiene sodio e cloruri anche se in concentrazione più alta. Entrambe contengono potassio. Dunque, dopotutto, l'urina non altera drammaticamente l'acqua del mare.
Un altro fattore in gioco è l'urea, il principale prodotto di scarto dell'urina. La quantità, però, è molto scarsa, specie in relazione ai mari. Inoltre, l'urea contiene molto nitrogeno che si combina con l'acqua per produrre l'ammonio. L'ammonio, a sua volta, nutre le piante marine, quindi è benefico. Inoltre, tutti gli animali che vivono nell'oceano fanno la pipì al suo interno. Una balena, per esempio, ne può fare 970 litri al giorno. Gli esperti, però ammoniscono: "Non fare la pipì in piccoli specchi d'acqua e, soprattutto, non in piscina".
Gli esseri umani, comunque, eliminano anche tracce di altri elementi, come i prodotti derivati dalla decomposizione dei farmaci. Ci sono studi che testimoniano la "femminilizzazione" di pesci a causa di ormoni per il controllo delle nascite. Inoltre, si sono verificati casi di cambiamenti comportamentali in pesci esposti ad ansiolitici. Per queste ragioni, è meglio evitare di fare pipì in piccoli tratti di mare dove l'acqua non circola.
E anche nello scenario estremamente raro che tutta la popolazione mondiale "andasse in bagno" nello stesso momento lungo la battigia di un oceano, la quantità di urea emessa sarebbe comunque minima rispetto alla quantità d'acqua presente.
Senza contare che l'azoto è un concime importante che contribuisce alla sopravvivenza di alcune specie di piante all'interno della biosfera acquatica.
venerdì 26 febbraio 2016
PORTO RICO
La storia dell'isola di Porto Rico prima dell'arrivo di Cristoforo Colombo non è molto chiara. Ciò che oggi si sa viene fondamentalmente dalle scoperte archeologiche e dalle trascrizioni dei racconti orali degli spagnoli. Il primo libro approfondito sulla storia di Porto Rico fu scritto da Fray Íñigo Abbad y Lasierra soltanto nel 1776, ovvero 283 anni dopo l'insediamento degli spagnoli sull'isola.
La prima colonia indigena di Porto Rico fu costituita dagli Ortoiroid, un popolo dell'era arcaica, stanziatosi sull'isola già intorno al 2000 a.C. Successivamente, tra il 120 e il 400, gli Igneri, provenienti dalla regione dell'Orinoco, arrivarono sull'isola. Tra il VII e l'XI secolo la cultura dei Taino si sviluppò notevolmente e, approssimativamente attorno all'anno 1000, divennero il popolo dominante di Porto Rico. Essi mantennero questo dominio fino all'arrivo degli spagnoli, nel 1493.
Quando gli europei giunsero per la prima volta, l'isola era ancora abitata dalle tribù indiane Arawak dei Taino; il nome che essi avevano dato all'isola era Borikén. Il primo contatto con gli europei avvenne per opera di Cristoforo Colombo, durante il suo secondo viaggio alle Antille, il 19 novembre del 1493. Tuttavia alcuni sostengono che non fu Colombo a scoprire Porto Rico, bensì Martín Alonso Pinzón, che nel 1492 si era separato da Colombo continuando da solo le sue esplorazioni. La Corte spagnola diede quindi alla famiglia Pinzón un anno di tempo per poter iniziare l'opera di insediamento e colonizzazione che avrebbe permesso loro la rivendicazione dell'isola, ma essi fallirono.
Originariamente battezzata San Juan Bautista, dallo stesso Colombo, in onore di San Giovanni Battista, l'isola alla fine prese il nome di Puerto Rico (che letteralmente significa "porto ricco"); il nome originale rimase a designare la città più grande, nonché capitale, San Juan. Il conquistador spagnolo Juan Ponce de León divenne l'effettivo governatore in carica di Porto Rico, poiché Vicente Yáñez Pinzón, eletto governatore prima di Juan Ponce, non raggiunse mai l'isola.
Porto Rico fu subito colonizzata dagli spagnoli, i quali vi portarono un gran numero di schiavi africani che furono obbligati a lavorare per la corona spagnola, rimpiazzando così la popolazione indigena dei Taino, che stava progressivamente scomparendo. L'isola divenne in breve un'importante roccaforte e porto strategico dell'Impero spagnolo nei Caraibi. Preoccupati per la continua minaccia dei nemici europei, nel corso dei secoli gli spagnoli costruirono numerosi forti e muraglioni per proteggere la capitale: furono erette fortezze quali La Fortaleza, il forte San Felipe del Morro e il forte San Cristóbal; fu grazie a queste opere di difesa che gli olandesi, i francesi e gli inglesi fallirono nei loro tentativi di conquistare l'isola.
Nel 1809, mentre Napoleone occupava la maggior parte della penisola iberica, un'assemblea popolare tenutasi a Cadice riconobbe Porto Rico come territorio spagnolo d'oltreoceano con il diritto di inviare deputati alla Corte spagnola. Il deputato Ramón Power y Giralt divenne vice presidente della corte di Cadice e le sue riforme costituzionali del XIX secolo favorirono l'incremento demografico e la crescita economica, e soprattutto conferirono una maggiore notorietà all'isola. In seguito all'indipendenza nazionale ottenuta dai paesi del centro e sud America, Porto Rico e Cuba rimanevano le uniche due colonie del Nuovo Mondo appartenenti al grande Impero spagnolo. La povertà e l'allontanamento politico dalla Spagna portarono a una piccola ma significativa insurrezione, nel 1868, conosciuta come Grito de Lares (Pianto di Lares): la sommossa fu facilmente e prontamente stroncata.
Promotori di questo movimento indipendentista furono Ramón Emeterio Betances, considerato il "padre" della nazione portoricana, e altri personaggi politici, tra i quali Segundo Ruiz Belvis. Pochi anni dopo sorse il movimento autonomo portoricano, iniziato da Román Baldorioty de Castro e portato avanti da Luis Muñoz Rivera verso la fine del secolo. Nel 1897, Muñoz Rivera e altri indipendentisti persuasero il governo liberale spagnolo a riconoscere e accettare lo Statuto per l'autonomia di Porto Rico. L'anno seguente venne organizzato il primo, anche se di breve durata, governo autonomo portoricano. Si raggiunse quindi il compromesso di mantenere un governatore nominato dalla Spagna, il quale aveva il potere di annullare qualsiasi decisione legislativa con cui non era d'accordo, e una struttura parlamentare parzialmente eletta.
Il 25 luglio 1898, con lo scoppio della guerra ispano-americana, Porto Rico, essendo una colonia spagnola, fu invasa dagli Stati Uniti d'America con uno sbarco a Guánica. Con il trattato di Parigi del 1898 la Spagna fu obbligata a cedere Porto Rico, assieme a Guam e alle Filippine, agli USA. Il XX secolo iniziò sotto il regime militare statunitense con i funzionari statali, incluso il governatore, nominati dal presidente degli Stati Uniti. Nel 1917, la legge Jones-Shafroth approvata dal Congresso americano garantiva ai cittadini portoricani la nazionalità statunitense, in modo che essi potessero essere arruolati come soldati nella prima guerra mondiale.
Negli anni successivi alla grande depressione del 1929 alcuni leader politici pretesero dei cambiamenti e tra questi spiccò Pedro Albizu Campos che capeggiò un importante movimento nazionale a favore dell'indipendenza: il Partito Nazionalista Portoricano. Ma per assistere a un radicale cambiamento nella struttura governativa del paese bisogna attendere gli ultimi anni delle amministrazioni Roosevelt e Truman. In tale periodo ci fu una sorta di compromesso, portato avanti da Luis Muñoz Marín e altri politici, che culminò nel 1946 con la nomina, da parte del presidente Truman, del primo governatore di origine portoricana, Jesus Piñero. Nel 1947 gli Stati Uniti concessero il diritto di eleggere democraticamente il governatore di Porto Rico ed il 2 gennaio 1949 Luis Muñoz Marín divenne il primo governatore di Porto Rico ad essere eletto dal popolo.
Il 1º novembre 1950 due nazionalisti portoricani, Griselio Torresola e Oscar Collazo, tentarono di assassinare il presidente Truman. Era evidente il desiderio di una maggiore autonomia, e come conseguenza immediata egli autorizzò un autentico referendum democratico in Porto Rico, al fine di stabilire se desiderassero una sorta di propria costituzione. Ciò avvenne nel 1952, e tale costituzione assunse i connotati di un Commonwealth politico, termine spesso usato a designare l'attuale rapporto tra i due stati. Finalmente durante gli anni cinquanta l'isola conobbe una rapida industrializzazione, grazie ad ambiziosi progetti quali l'operazione Bootstrap, che si proponeva di cambiare le basi dell'economia portoricana da agricole a manifatturiere.
Oggi l'isola è diventata una rinomata meta turistica e un importante centro industriale farmaceutico e manifatturiero. Tuttavia la "lotta" per definire lo status politico non si è mai arrestata. Negli ultimi decenni sono stati autorizzati localmente tre plebisciti per decidere se Porto Rico dovesse consolidare il Commonwealth oppure richiedere di diventare uno stato federato statunitense a tutti gli effetti; ma dopo tre vittorie di stretta misura, da parte dei sostenitori del Commonwealth, di fatto nulla è mutato nei rapporti con gli Stati Uniti.
In due referendum tenutisi nel 1967 e 1993 i portoricani hanno rifiutato di unirsi agli Stati Uniti d'America.
Nel referendum statale del 1998, il Commonwealth ha vinto contro lo Stato federato con il 50,3% dei voti, e grossomodo si sono divisi con le stesse percentuali i sostenitori del partito a favore della federazione (Nuovo Partito Progressista o PNP) e del partito a favore del Commonwealth (Partito Popolare Democratico o PPD). Il Partito Indipendentista Portoricano o PIP ha raggiunto il 2,5% dei voti ed è stato per questo confermato tra i tre partiti politici più importanti di Porto Rico.
Il 6 novembre 2012 Porto Rico ha votato due referendum sullo status dell'isola. In un primo quesito il 54% si è espresso per il cambiamento dello status. Nel secondo quesito il 61,1% dei portoricani si è dichiarato a favore dell'adesione agli Stati Uniti d'America come 51º stato federale, il 5,5% per l'indipendenza e il 33,3% per il mantenimento dello status. Grosso modo i favorevoli all'adesione sono stati i repubblicani e i favorevoli al mantenimento dello status i democratici.
In una splendida posizione nella zona nord orientale del mar dei Caraibi, tra le isole Vergini e la Repubblica Domenicana, sorge l’isola di Porto Rico, la più piccola delle Grandi Antille.
Con le infrastrutture più avanzate dei Caraibi e dell’ America centrale, l’alto numero di scuole ed università, Porto Rico si presenta come una destinazione in cui modernità e tradizione convivono in splendida sinergia.
La sua straordinaria cultura ha avuto origine dalla commistione di popoli con lingua e storia diversa: oggi Porto Rico si presenta come un mix unico di caratteri spagnoli, africani, statunitensi e Taino. Durante il vostro viaggio a Porto Rico andate alla scoperta di questo vasto repertorio di usi e costumi: la capitale San Juan vanta edifici in stile coloniale, un centro storico di grande interesse ma anche moderni grattacieli ed un’animata vita notturna.
Certamente chi sceglie una casa vacanze a Porto Rico lo fa anche per godere del suo status di isola caraibica: non mancano acque limpide e lunghissime distese sabbiose puntellate da palma, come nel caso della Boquerón Beach e della Luquillo Beach, perfetta per i più piccoli. Tra le meraviglie naturali di Porto Rico si segnalano le oltre 200 grotte del parco del Río Camuy, suggerite per i più audaci e gli speleologici che qui potranno nuotare nel fiume sotterraneo ed arrampicarsi e la cosiddetta “Foresta Nazionale dei Caraibi”, ovvero la foresta pluviale di El Yunque, nel nord del paese.
Da non perdere per la loro deliziosa architettura le cittadine di San Germán e Ponce e le testimonianze archeologiche visibili nei siti di Caguana e Tibes
Uno degli aspetti più caratteristici della cultura di Porto Rico è la fede cattolica. Per farsi un’idea di quanto il cattolicesimo sia radicato si può prendere parte alle feste tradizionali dell’isola: una casa vacanze a Porto Rico, oltre a regalarvi il privilegio di un angolo di paradiso esclusivo nel Mar dei Caraibi, rappresenta anche la soluzione più comoda per respirare l’atmosfera del posto. Non è difficile imbattersi nelle celebrazioni in onore dei santi ed assistere a manifestazioni con processioni e canti tipici. Il Natale si festeggia da metà dicembre all’Epifania ed i “parrandas”, simpatiche compagnie di giullari, rallegrano le strade.
Il territorio portoricano è costituito da rocce vulcaniche e plutoniche del Cretaceo e dell'Eocene, sepolte dai più recenti carbonati dell'Oligocene e da altre rocce sedimentarie. La maggior parte delle caverne e delle formazioni carsiche si trovano nella regione settentrionale che risale al periodo dell'Oligocene e dei recenti carbonati. Le rocce più antiche, che appartengono al Giurassico e hanno approssimativamente centonovanta milioni di anni, sono localizzate nella Sierra Bermeja, una piccola catena montuosa nella zona sud-occidentale dell'isola.
Queste rocce possono far parte della crosta oceanica e si pensa che siano giunte dalla piattaforma oceanica del Pacifico. Porto Rico si trova praticamente lungo il margine di subduzione tra la placca caraibica e la placca nordamericana. Ciò significa che è in continua trasformazione a causa dei movimenti tettonici causati dall'attrito di queste due zolle, e che, proprio a causa di questi movimenti, possono verificarsi terremoti e tsunami. Questi eventi sismici, assieme agli smottamenti del terreno, rappresentano i disastri naturali potenzialmente più pericolosi per l'isola e per i Caraibi nord-orientali.
L'ultimo terremoto di notevole entità avvenne l'11 ottobre 1918 quando fu registrata una magnitudine pari a 7,5 della Scala Richter. L'epicentro fu localizzato al largo di Aguadilla e il sisma fu accompagnato da uno tsunami.
Circa 127 km a nord della costa portoricana, esattamente al margine di confine tra le zolle caraibica e nordamericana, giace la fossa di Porto Rico, la più grande e la più profonda dell'Atlantico: è lunga 1754 km e larga 96 km; il suo punto più profondo, chiamato abisso Milwaukee (Milwaukee Deep o Milwaukee Depth), si trova a 8.380 metri sotto il livello del mare.
L'etnia dominante è rappresentata dai bianchi meticci, nati dall'incrocio principalmente tra spagnoli (ed altri europei) e dai taino, gli indigeni dell'isola, ma anche dagli abitanti delle Canarie. Recentemente, infatti, l'università di Porto Rico ha fatto una ricerca sul DNA mitocondriale degli abitanti dell'isola caraibica ed è risultato che il 61% dei portoricani vanta discendenze dirette dai taino, il 27% dagli africani ed il 12% di origine europea, quindi questo gruppo etnico di bianchi (o sarebbe meglio dire bianco-taino) possiede un'alta percentuale di tratti somatici degli amerindi Taino.
L'altra importante etnia dell'isola è rappresentata dai discendenti degli schiavi neri africani, portati sull'isola dai conquistadores spagnoli. Tra questi si possono individuare le etnie yoruba e bantu originarie dell'Africa Occidentale. L'ultima etnia, che corrisponde a circa l'1% della popolazione totale, è rappresentata dagli asiatici provenienti soprattutto dalla Cina e dal Giappone.
Tra le minoranze etniche vanno infine citati gli immigrati cubani, dominicani, colombiani e venezuelani giunti sull'isola in tempi molto recenti.
Le lingue ufficiali di Porto Rico sono lo spagnolo e l'inglese: lo spagnolo è la lingua principale mentre l'inglese viene insegnato nelle scuole come lingua straniera. Nel 1996 furono stimate in 3.437.120 le persone che parlavano spagnolo come madrelingua, e solamente in 82.000 quelle che invece consideravano l'inglese la loro lingua principale. La maggioranza dei residenti nelle aree metropolitane è bilingue. Nel 1991 il governatore Rafael Hernández Colón firmò una legge secondo la quale si stabiliva che l'unica lingua ufficiale dell'isola dovesse essere lo spagnolo. L'effetto immediato fu che l'inglese non era più la seconda lingua ufficiale. Se da un lato furono in molti ad applaudire la decisione del governatore, dall'altro i sostenitori del Commonwealth e dei partiti a favore dello Stato federato statunitense interpretarono questa legge come una minaccia per le loro ideologie. Ma la nuova legge trovò anche il consenso unanime dell'isola, dal momento che i portoricani, nello stesso anno, vinsero il prestigioso premio Principe delle Asturie per la letteratura (Premios Príncipe de Asturias), un'onorificenza che viene conferita annualmente dal Principe delle Asturie ad individui o ad organizzazioni di livello mondiale che contribuiscono alla crescita della lingua spagnola. Tuttavia il monopolio della lingua spagnola durò solo fino al 1993, anno in cui il nuovo governatore Pedro Rosselló annullò la legge e ristabilì il bilinguismo; questo fatto fu inteso da molti come un passo molto significativo verso la federazione statunitense.
Il cattolicesimo è stato storicamente dominante per l'isola ed è, di fatto, la religione professata dalla maggioranza dei portoricani, con circa 2,8 milioni di battezzati, ovvero il 73% della popolazione. Tuttavia, sotto l'influenza statunitense, è aumentata considerevolmente la presenza di Protestanti, Mormoni (Santi degli Ultimi Giorni) e Testimoni di Geova. La sede metropolitana della Chiesa cattolica in Porto Rico è l'arcidiocesi di San Juan che ha cinque diocesi suffraganee: la diocesi di Arecibo, la diocesi di Caguas, la diocesi di Mayagüez, la diocesi di Ponce e la diocesi di Fajardo-Humacao.
Vi sono poi le comunità minori di fedeli e seguaci di altre dottrine religiose:
Ebraismo: a San Juan e nei suoi dintorni c'è una relativamente piccola comunità ebraica.
Islamismo: esiste anche una discreta comunità islamica con diversi luoghi di culto sparsi per tutta l'isola. Le tre moschee principali si trovano a Río Piedras, Ponce e Vega Alta.
Religioni indigene: le pratiche religiose dei Taino sono state riscoperte e reinventate, fino a un certo punto, da un ristretto numero di fedeli.
Religioni africane: sebbene la Santeria, più conosciuta e professata a Cuba, sia praticata da un certo numero di persone, è il Palo Mayombe della regione del Congo, religione africana di origine Bantu, ad avere il maggior numero di seguaci tra coloro che praticano una qualche forma di religione tradizionale africana. Questa religione, conosciuta comunemente come Palo, è infatti stata praticata sin dal primo arrivo degli schiavi africani sull'isola.
Essendo un territorio non incorporato, come stabilito dalla Casa Bianca, Porto Rico non può avere divisioni amministrative di "primo livello" (secondo la definizione del governo statunitense), ma solo divisioni amministrative di "secondo livello". Per questo motivo non ci sono regioni, dipartimenti e nemmeno province. Porto Rico è quindi suddiviso in 78 comuni (municipios) che vengono chiamati anche più semplicemente città. I comuni sono a loro volta suddivisi in circoscrizioni (barrios) che sono ulteriormente divise in quartieri, settori o zone. Ciascun comune elegge il proprio sindaco (alcalde) e un'assemblea legislativa (legislatura municipal) per un periodo di quattro anni. Il primo comune, San Juan, che è anche la capitale di Porto Rico, fu fondato nel 1521. Nel XVI secolo ne furono fondati altri due, Coamo e San Germán, entrambi nel 1570. I tre successivi risalgono al XVII secolo: Arecibo nel 1614, Aguada e Ponce nel 1692. I due secoli a venire registrano un notevole incremento: 30 nuovi comuni nel XVIII secolo e 36 nel XIX secolo. Solo 6 comuni sono stati fondati nel secolo scorso e l'ultimo, Florida, risale al 1971.
Il Porto Rico ha una forma di governo repubblicana, di tipo parlamentare, ma sui generis, poiché soggetta alla giurisdizione e sovranità degli Stati Uniti d'America. Pur esistendo la classica tripartizione dei poteri essi sono variamente divisi. Infatti, i suoi poteri sono esercitati dal Congresso federale statunitense, sotto la protezione della Costituzione degli Stati Uniti. Il capo dello Stato è il Presidente statunitense, ma nel territorio portoricano questi è rappresentato da un governatore, liberamente eletto, che detiene il potere esecutivo. Attualmente il Governatore è Alejandro García Padilla.
Il potere legislativo, in ambito locale, pur sottoposto alle leggi del Congresso USA, è rappresentato da un'Assemblea legislativa bicamerale, formata dal Senato e dalla Camera dei rappresentanti. Il Senato è presieduto dal presidente del Senato, mentre la Camera dei rappresentanti è presieduta dallo speaker, similmente alle istituzioni statali USA.
Il potere giudiziario è rappresentato dallo Chief Justice della Corte suprema di Puerto Rico, ma con poteri a metà strada tra un Procuratore generale ed un ministro della giustizia.
Il sistema giuridico fa riferimento a due ordinamenti: Civil law e Common Law, con una varia commistione. Le elezioni parlamentari e quelle per il Governatore si tengono ogni quattro anni, a suffragio universale. I giudici e i procuratori vengono nominati dal Governatore e approvati dal Senato.
Nel 1950 il Congresso degli Stati Uniti offrì ai portoricani il diritto di organizzare una convenzione costituzionale, dipendente dai risultati di un referendum, dove gli elettori avrebbero scelto se avere o meno un proprio governo, con una propria costituzione. Questo referendum venne organizzato nel 1951, e consisteva nella scelta di rafforzare o meno il Commonwealth, definito come una "associazione permanente con l'unione federale". Nel 1952 ci fu un secondo referendum per approvare la costituzione. Tuttavia, prima di approvarla, si rese necessario specificare il nome con il quale il nuovo ente statuale costituzionale sarebbe stato riconosciuto.
Il 4 febbraio 1952 venne approvata la "Risoluzione 22", la quale, per rappresentare l'accordo politico tra Porto Rico e gli Stati Uniti, scelse il termine inglese Commonwealth col significato di "comunità politicamente organizzata" o "Stato legato tramite un accordo o un trattato a un altro sistema politico". Non essendo in grado di tradurre tale concetto con una singola parola in spagnolo, per convenzione ci si ispirò al nome dello Stato Libero Irlandese, traducendolo come Estado Libre Asociado, ovvero Stato Libero Associato.
In qualità di Commonwealth, Porto Rico beneficia di alcuni aspetti legislativi degli Stati Uniti e possiede un grado di autonomia simile a quello di uno stato federato dell'unione. Tuttavia non è rappresentato nel Congresso americano e non ha nemmeno un elettore nel Collegio elettorale statunitense; di conseguenza i cittadini portoricani non possono partecipare direttamente alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, nonostante i partiti politici abbiano la possibilità, come per gli Stati federati, di avere delle delegazioni per la nomina di entrambi i partiti maggioritari nazionali. Un Delegato Residente, senza il diritto di voto, viene eletto al Congresso statunitense dai cittadini portoricani, in qualità di rappresentante delegato della popolazione portoricana.
Se da un lato i residenti sull'isola non pagano le tasse federali sul reddito, dall'altro tutta la rete commerciale d'importazione ed esportazione viene controllata e pesantemente tassata dagli Stati Uniti. Inoltre i portoricani pagano al governo americano un'imposta federale sui ruoli paga, che influenza quindi i dipendenti con un basso reddito salariale, e le tasse sulla sicurezza sociale e quelle federali, escluso il reddito. Nonostante ciò la popolazione è limitata o non ha diritto ad usufruire di alcuni programmi federali. Basti pensare che Porto Rico è escluso dal Supplemental Security Income (SSI) o che per il programma Medicaid riceve meno del 15% dei fondi che riceverebbe se fosse stato federato. Inoltre, per quanto concerne il programma Medicare, Porto Rico riceve benefici solo parziali, pur pagando la quota intera del servizio. I portoricani, infine, essendo considerati legalmente cittadini statunitensi, sono soggetti al servizio militare dello U.S. Army e alla maggior parte delle leggi federali.
Dagli anni sessanta una singolare questione ha dominato la politica portoricana: la sua posizione politica nei confronti degli Stati Uniti. Già stato associato agli USA dal 1952, Porto Rico è combattuto da profonde spaccature ideologiche, rappresentate dai partiti politici, i quali si dividono tra la situazione attuale e altri due possibili futuri scenari politici: il Partito Popolare Democratico (PPD) cerca di mantenere e di rinforzare l'attuale posizione politica, il Nuovo Partito Progressista (PNP) cerca di incorporare totalmente Porto Rico agli Stati Uniti, come 51º Stato federato, mentre il Partito Indipendentista Portoricano (PIP) cerca la totale indipendenza nazionale.
I leader dei partiti, per avere pari opportunità, fecero numerose pressioni negli anni dal 1898 al 1960 fino ad ottenere, nel 1967, ciò che volevano. In quell'anno l'Assemblea legislativa, per conoscere gli interessi politici dei portoricani, decretò un plebiscito dove si poteva votare per lo stato politico del paese; questo plebiscito fu il primo della storia della legislatura portoricana dove vennero proposte le tre scelte. La maggioranza confermò il desiderio di rimanere un Commonwealth e lo stesso risultato si ebbe con le successive votazioni, nei referendum del 1993 e 1998. Nel novembre del 2012, in concomitanza con le elezioni presidenziali negli U.S.A., si è tenuto a Porto Rico un referendum dove la popolazione ha espresso il proprio consenso ad un'adesione agli Stati Uniti.
Agli inizi del XX secolo l'economia di Porto Rico si basava essenzialmente sull'agricoltura, e in particolar modo era incentrata sulla canna da zucchero, che ne costituiva il raccolto principale. Verso la fine degli anni quaranta una serie di progetti, facenti parte dell'operazione Bootstrap, favorirono la nascita di numerose fabbriche, permettendo all'industria manifatturiera di prevalere sull'agricoltura. Infatti, dopo la grande depressione del 1929 le condizioni economiche di Porto Rico migliorarono nettamente, grazie agli investimenti stranieri nell'industria petrolchimica, farmaceutica e nella ricerca tecnologica. Tali industrie furono inizialmente avvantaggiate dal fatto che beneficiavano di un trattamento particolare da parte delle imposte statunitensi; successivamente si vennero a trovare a competere con le altre industrie di quei paesi economicamente arretrati nei quali non c'era la tassazione sui salari. Come conseguenza alcuni imprenditori stranieri rilevarono alcune industrie di Porto Rico per spostarle in altri paesi del centro e sud America o in Asia. Attualmente Porto Rico è soggetto a tutte le leggi e restrizioni commerciali degli Stati Uniti. Nel 2004 il prodotto interno lordo pro-capite dei portoricani è stato di 17.700 dollari, cifra che mette in risalto un notevole aumento considerando i 14.412 dollari del 2002, stimati dal censimento sulla popolazione ad opera del Puerto Rican Legal Defense and Education Fund. Dallo stesso censimento è emerso che il tasso di povertà si aggirava intorno al 48,2%. In termini di paragone, il Mississippi, lo Stato più povero della federazione americana, nel triennio 2002-2004 ha avuto un prodotto interno lordo medio pro-capite di 21.587 dollari. È dal 1952 che questo divario rimane tendenzialmente invariato; Il 1º maggio 2006 il governo portoricano ha dovuto far fronte a un significante deficit monetario, che lo ha costretto a chiudere il Dipartimento dell'educazione e altri 42 enti governativi, nonché tutti i 1.536 istituti scolastici pubblici, per un totale di 95.762 addetti statali mandati a casa in licenza, in quello che è stato il primo crollo parziale del governo nella storia dell'isola. Il 10 maggio 2006 la crisi finanziaria è stata risolta con l'introduzione di una tassa pari all'1% sull'acquisto di qualsiasi bene. Il 15 novembre, per stabilizzare il bilancio, il governo ha dovuto aumentare questa tassa al 5,5% lasciando la possibilità ai singoli comuni di incrementarla ulteriormente dell'1,5% come tassa municipale, fino ad un massimo, quindi, del 7%.
Il 1º agosto 2015 il governo portoricano ha dichiarato lo stato di insolvenza.
Un'altra importante componente dell'economia portoricana è il turismo, con un introito medio annuo di 1,8 miliardi di dollari. Si stima che i turisti che hanno visitato l'isola nel 1999, soprattutto provenienti dagli Stati Uniti, siano stati 5 milioni, di cui quasi un terzo croceristi. Dal 1998 si è registrato un costante incremento nella ricettività alberghiera, in termini di presenze e di nuovi esercizi costruiti. Inoltre la nascita di nuovi progetti turistici, tra cui il Centro Congressi di Porto Rico, evidenzia ancora una volta come questo fenomeno sia fondamentale per l'economia dell'isola. I maggiori luoghi d'interesse turistico sono le chilometriche e bianche spiagge caraibiche lungo tutti i litorali e in particolare le isole di Culebra e Vieques, la capitale San Juan con i forti coloniali spagnoli e il centro storico della Vecchia San Juan, l'osservatorio astronomico di Arecibo, dove si trova il più grande radiotelescopio del mondo, le grotte del Río Camuy, poste in una profonda dolina in mezzo alla giungla, le pittoresche città di Ponce e San Germán, la foresta pluviale caraibica del Yunque e i siti archeologici di Caguana e di Tibes.
Porto Rico vanta le infrastrutture più tecnologicamente avanzate dei Caraibi e dell'America Latina. Le sue principali città, tra cui San Juan, Bayamón, Caguas, Guaynabo, Carolina e Ponce, sono caratterizzate da edifici moderni e dalla presenza di numerose e importanti fabbriche industriali. Per lo stesso motivo la salute e l'istruzione hanno raggiunto un elevato standard qualitativo, grazie alla presenza su tutto il territorio di edifici ospedalieri, cliniche specializzate e istituti scolastici di ogni grado e livello, tra cui 47 centri universitari. Tuttavia la corsa all'innovazione e alla ricerca del benessere ha condotto Porto Rico al limite massimo di contenimento di infrastrutture, intaccando notevolmente l'ambiente; studi recenti hanno dimostrato che, se lo sviluppo continuerà con i ritmi attuali e senza imporsi delle determinate leggi a protezione delle risorse naturali, l'isola in meno di settant'anni diventerà un'enorme "città-isola".
Porto Rico possiede una rete di strade, superstrade e autostrade di competenza del Dipartimento dei Trasporti e delle Opere Pubbliche e sotto la sorveglianza della Polizia di Stato. L'area metropolitana dell'isola è interconnessa da un servizio pubblico di autobus e dalla metropolitana, chiamata Tren Urbano (treno urbano). I collegamenti pubblici tra le varie città sono garantiti dai taxi collettivi e privati che operano anche nei singoli comuni assieme agli autobus delle linee municipali. I collegamenti aerei sono ampiamente garantiti dalla presenza di 21 aeroporti, di cui 10 destinati ad uso privato o militare, 8 a scala nazionale (comprese le isole limitrofe), due a scala internazionale ad Aguadilla e a Ponce e uno a scala intercontinentale, l'aeroporto Luis Muñoz Marín, a Carolina, nelle immediate vicinanze di San Juan. Via mare i collegamenti sono supportati da un numero elevato di porti e moli d'attracco per qualsiasi nave commerciale e imbarcazione privata o turistica; il principale scalo marittimo è il porto di San Juan, in cui trovano ormeggio anche le navi crociera più grandi del mondo.
La presenza di numerose aree protette, foreste statali e riserve naturali ha permesso di preservare numerose specie a rischio e di limitare i danni ecologici che negli ultimi anni hanno intaccato l'ecosistema ambientale di Porto Rico.
La flora portoricana, come quella di molte altre isole, è caratterizzata da un elevato endemismo e da una bassa biodiversità. Il clima tropicale, con le sue abbondanti precipitazioni durante tutto l'arco dell'anno, permette la crescita di una rigogliosa e fitta vegetazione spontanea, in particolar modo nella regione centrale dell'isola. Si hanno quindi numerose specie di piante epifite e di felci, nonché di palme, soprattutto in prossimità delle zone costiere e nei litorali. Nella regione meridionale, che presenta un clima leggermente più secco e arido, vi sono alcune specie di piante succulente, tra cui molti cactus, e la vegetazione è, in media, più bassa e rada. La Ceiba e il Flor de Maga, entrambi simboli nazionali, sono presenti in tutto il territorio.
La fauna di Porto Rico, caratterizzata anch'essa da un elevato tasso di endemismo, soprattutto tra gli insetti, gli uccelli, gli anfibi e i rettili. Tra i mammiferi terrestri, gli unici ad essere autoctoni di Porto Rico sono i pipistrelli; tutti gli altri mammiferi presenti sul territorio sono stati introdotti dall'uomo nel corso dei secoli. Tra i mammiferi marini si trovano delfini, lamantini e balene. Delle 349 specie di uccelli presenti, circa 120 sono originarie dell'arcipelago e il 47,5% di esse sono specie assai rare. L'animale più famoso e conosciuto in Porto Rico è il coquí, una piccola rana arborea facente parte delle 87 specie che costituiscono la fauna erpetologica dell'isola, tra le quali ricordiamo anche l'iguana terrestre di Mona, la più grande lucertola terrestre di Porto Rico. Non esistono pesci d'acqua dolce nativi, e le specie che attualmente popolano i fiumi e i laghi sono state introdotte dall'uomo. Infine gli invertebrati, per la maggior parte insetti, costituiscono la maggioranza dell'intera fauna portoricana che, secondo uno studio dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, nel 2002 contava 21 specie a rischio di estinzione.
La cultura di Porto Rico è il risultato dell'unione di numerose altre culture, tra cui se ne distinguono quattro principali: Taino, spagnola, africana e statunitense. Dagli amerindi Taino i portoricani hanno ereditato molti nomi di città, di alimenti e di altri oggetti; dai coloni spagnoli hanno ereditato la lingua spagnola, la religione cattolica e la maggior parte delle loro tradizioni e dei loro valori culturali e morali; dagli schiavi africani hanno ereditato la bomba e la plena, particolari tipi di musica e di danza che includono l'utilizzo di strumenti di percussione e maracas; dagli statunitensi, infine, hanno ereditato la lingua inglese, il sistema universitario e svariate forme ibride culturali sviluppatesi tra il continente e l'isola. I simboli nazionali ufficiali sono tre: l'uccello reina mora, il fiore flor de maga e l'albero ceiba o kapok. Ma è la piccola rana arborea coquí il simbolo più noto e popolare, sebbene sia un simbolo non ufficiale, così come lo è la figura del jíbaro, anch'essa molto diffusa. Un aspetto molto conosciuto nonché invidiato della cultura portoricana è la bellezza femminile, rappresentata nei concorsi di Miss Mondo, con una vittoria nel 1975, e soprattutto di Miss Universo, con cinque vittorie nel 1970, 1985, 1993, 2001 e 2006.
La festa nazionale di Porto Rico si celebra il 25 luglio, giorno della costituzione dello Stato libero associato (Día de la Constitución del Estado Libre Asociado). Un'altra festività tipicamente locale riguarda la scoperta di Porto Rico (Descubrimiento de Puerto Rico) che si celebra il 19 novembre, giorno in cui Colombo, nel 1493, scoprì effettivamente l'isola. Altre festività nazionali derivano direttamente dalla cultura statunitense, come la festa dell'indipendenza del 4 luglio o il Giorno del Ringraziamento, e dalla cultura cattolica.
L'attuale bandiera di Porto Rico fu ideata nel 1892 da Francisco Gonzalo Marin che usò la bandiera di Cuba come modello e invertì i colori del triangolo e delle strisce. Essa è costituita da cinque strisce orizzontali, di uguale ampiezza, rosse (in alto, al centro e in basso) e bianche alternate; un triangolo isoscele blu, con la base adiacente al lato dell'asta, include al suo centro una grande stella bianca a cinque punte. Il rosso rappresenta il sangue degli uomini coraggiosi, il bianco rappresenta la vittoria e la pace, il blu rappresenta il cielo e le acque costiere. La stella solitaria rappresenta la nazione. Il triangolo rappresenta le tre suddivisioni del governo.
Lo stemma di Porto Rico fece la sua prima comparsa nel 1511, ad opera della corona spagnola, e oggi risulta essere il più antico stemma d'arme ancora utilizzato tra gli Stati del Nuovo Mondo. Nel 1976 è diventato lo stemma ufficiale del governo del Commonwealth di Porto Rico.
Porto Rico ha una squadra olimpica sia per i Giochi olimpici estivi sia per quelli invernali; gli atleti portoricani hanno vinto otto medaglie, due d'argento e sei di bronzo, la prima delle quali nel 1948 ad opera del pugile Juan Evangelista Venegas. Porto Rico possiede inoltre squadre di livello nazionale in molte altre manifestazioni ed eventi sportivi, tra cui i Giochi panamericani, le Serie dei Caraibi e i Giochi centramericani e caraibici, che nel 2010 si sono tenuti a Mayagüez. Gli sport più popolari sono il pugilato, il wrestling, la pallacanestro, la pallavolo e il baseball, che è anche quello più praticato ed è quindi considerato lo sport nazionale. Porto Rico ha un proprio torneo di baseball professionale che si gioca durante la stagione invernale. Porto Rico partecipa inoltre ai Campionati mondiali di baseball dove ha finora ottenuto una vittoria nel 1951, quattro secondi posti e quattro terzi posti. Il 29 settembre 2005 la Major League Baseball ha annunciato che lo stadio Hiram Bithorn di San Juan avrebbe ospitato una partita del primo turno del campionato e una partita del secondo turno del World Baseball Classic. La squadra portoricana ha partecipato all'evento ma è stata eliminata proprio durante il secondo turno. Il secondo sport più amato e praticato è la pallacanestro. L'8 agosto 2004 è diventata una data memorabile per lo sport a Porto Rico, dal momento che la nazionale di pallacanestro portoricana è riuscita a battere il Dream Team statunitense ad Atene, in Grecia, durante i Giochi olimpici estivi. Tra i protagonisti della vittoria portoricana figurano Carlos Arroyo, il campione degli Orlando Magic, e Daniel Santiago, conosciuto in Italia per aver giocato nella Pallacanestro Virtus Roma e per aver vinto uno scudetto con la Pallacanestro Varese.
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