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martedì 7 marzo 2017
MARE DEL NORD
Il mare del Nord è situato sulla piattaforma continentale europea.
I suoi fondali sono poco profondi: in media tra i 90 e i 100 m; maggiori profondità si hanno lungo le coste della Norvegia, dove si superano i 600 m. Le maree hanno escursione variabile da 2,4 a 4 m sulle coste meridionali e occidentali; sono più ridotte invece lungo le coste norvegesi. La temperatura delle sue acque, nella zona centrale, varia in media dai 6 °C nei mesi più freddi ai 14 °C nei mesi più caldi; in prossimità delle coste l’escursione termica è maggiore. Anche la salinità varia da luogo a luogo; passa dal 35‰ nella zona centrale e occidentale al 20‰ in prossimità delle foci dei grandi fiumi, numerose in particolare sulle coste sud-orientali (Schelda, Mosa, Reno, Ems, Weser, Elba). Numerose le isole o i gruppi di isole (le maggiori sono le Orcadi e le Shetland al N e le Frisone a SE); molto frastagliate le coste, dove si trovano diversi porti, tra i maggiori del mondo (Amburgo, Brema, Amsterdam, Rotterdam, Anversa, Londra).
Il Mare del Nord ha ricchi giacimenti di petrolio e di gas naturale; il primo rinvenimento importante si ebbe nel 1965, al largo delle coste orientali inglesi: a circa 70 miglia dalla foce del fiume Humber fu individuato un giacimento di gas naturale a circa 3000 m sotto il fondale marino. Nel 1969 venne scoperto il primo giacimento di petrolio e nel 1975 ebbe inizio lo sfruttamento dei giacimenti situati in gran parte nei settori britannico (petrolio di Forties e Brent; gas naturale di Leman Bank e Indefatigable) e norvegese (gas naturale e petrolio di Ekofisk, petrolio di Statfjord). Economicamente il Mare del Nord è importante anche per la pesca (soprattutto dell’aringa e del merluzzo).
Lo sviluppo della civiltà europea è stato fortemente influenzato dal traffico marittimo nel mare del Nord. I Romani prima e i Vichinghi poi cercarono di estendere i loro territori in tutto il mare. Più tardi sia la Lega Anseatica che i Paesi Bassi hanno cercato di dominarne il commercio marittimo e utilizzarlo come ponte per accedere ai mercati del resto del mondo.
Lo sviluppo della stessa Gran Bretagna nel passato come potenza marittima dipendeva fortemente della sua posizione dominante all'interno mare del Nord, dove s'affacciavano alcune delle potenze sue rivali, in primo luogo i Paesi Bassi e la Germania, ma anche le nazioni scandinave e in misura minore la Russia attraverso il vicino mar Baltico. Le imprese commerciali, l'aumento della popolazione e la presenza di risorse limitate, sono tutti fattori che hanno portato le nazioni che si affacciavano sul mare del Nord a desiderarne il controllo degli accessi per interessi commerciali, militari, o come collegamento indispensabile verso le colonie d'oltremare.
La sua importanza si è andata trasformando da militare a economica. Le attività economiche tradizionali, quali la pesca e il trasporto marittimo, hanno continuato a crescere, e altre di nuove si sono aggiunte e sono state sviluppate, come ad esempio le estrazioni di combustibili fossili e l'energia eolica.
Il nome di “mare del Nord” deriva originariamente dal suo rapporto alla terra dei frisoni. La Frisia si trova direttamente a sud del mare del Nord, a ovest del mare Orientale (Oostzee, il Mar Baltico), a nord dell'ex mare Meridionale (Zuiderzee, l'odierno Lago d'IJssel, la propaggine interna dei Paesi Bassi del mare del Nord). Il nome "mare del Nord" venne utilizzato nelle regioni centro-settentrionali della Germania (che effettivamente possiede parti delle coste meridionali del mare), probabilmente mutando il termine dato dai frisoni. Anche fra i primi nomi dati dagli spagnoli vi fu Mar del Norte.
Dal punto di vista della città anseatiche tedesche del Medioevo, il mare ad est era chiamato il "mare Orientale" (il mar Baltico in tedesco è letteralmente l'Ostsee), così come il mare a nord era il mare del Nord. La diffusione delle mappe utilizzate da mercanti anseatici favorì il diffondersi di questo nome nel resto dell'Europa.
I primi cenni al traffico marittimo nel mare del Nord provengono dall'Antica Roma, che cominciò ad esplorare il mare già nel 12 a.C. La Gran Bretagna venne formalmente invasa nel 43 d.C. e le sue regioni meridionali incorporate all'Impero Romano, cominciarono quindi in quel tempo gli scambi commerciali tra il mare del Nord e il Canale della Manica. I Romani abbandonarono successivamente il sud della Gran Bretagna nel 410 e nel vuoto di potere, popolazioni germaniche quali gli Angli e i Sassoni, iniziarono una grande migrazione attraverso il mare del Nord scacciando e soppiantando le popolazioni celtiche native delle isole.
L'espansione vichinga ebbe inizio nel 793 con l'attacco a Lindisfarne e nel successivo quarto di millennio i Vichinghi dominarono il mare del Nord creando colonie e avamposti lungo le coste.
Con il tramonto dell'era vichinga il commercio nel mare del Nord venne dominato dalla Lega Anseatica. La Lega, anche se centrata sul mar Baltico, ebbe importanti avamposti in questo mare. Merci provenienti da tutto il mondo attraversavano il mare del Nord lungo le rotte per la città anseatica.
Dal 1441 i Paesi Bassi, da un punto di vista economico e navale, iniziarono a configurarsi come la potenza rivale della Lega. Nel XVI secolo erano la principale potenza economica e il mare del Nord divenne crocevia del commercio tra le lontane colonie e i mercati di tutta Europa.
Il potere olandese durante la sua epoca di massimo splendore fu ragione di crescente preoccupazione per l'Inghilterra, che vedeva il suo futuro nella marina mercantile e nelle colonie d'oltremare. Ciò fu alla base delle primi tre guerre anglo-olandesi tra il 1652 e il 1673. Alla fine della Guerra di Successione spagnola nel 1714, gli olandesi non erano più un attore fondamentale della politica europea.
La supremazia navale della Gran Bretagna, prima del XX secolo, vedeva come unici seri contendenti solo la Francia napoleonica e i suoi alleati continentali. Nel 1800 un'unione di potenze navali minori, chiamata Lega di neutralità armata, si formò per proteggere il commercio neutrale nel corso del conflitto tra Gran Bretagna e Francia. La Marina britannica sconfisse le forze unite della Lega di neutralità armata nella battaglia di Copenaghen del 1801 nel Kattegat. La Gran Bretagna successivamente sconfisse la marina francese nella battaglia di Trafalgar al largo delle coste della Spagna.
Le tensioni nel Mare del Nord si aggravarono nel 1904 con l'incidente del Dogger Bank, in cui in navi da guerra russe scambiarono delle navi da pesca britanniche per navi giapponesi e sparato su di esse. L'incidente, che avveniva in uno scenario caratterizzato da un'alleanza tra la Gran Bretagna e il Giappone combinato con una guerra russo-giapponese in atto, portò ad un'intensa crisi diplomatica. La crisi si ridimensionò con la sconfitta russa ad opera dei giapponesi e il pagamento di indennizzi per i pescatori.
Durante la Prima guerra mondiale la marina della Gran Bretagna e quella della Germania (la Kaiserliche Marine) si fronteggiarono sul Mare del Nord facendolo diventare il principale teatro della guerra per superficie di azione. La marina britannica, con una flotta maggiore, fu in grado di stabilire un efficace blocco navale per la maggior parte del periodo bellico, limitando così l'approvvigionamento di risorse indispensabili agli Imperi centrali. Le principali battaglie furono la Battaglia di Helgoland Bight, la Battaglia di Dogger Bank, la Battaglia dello Jutland e la Seconda Battaglia di Helgoland Bight.
Anche la Seconda guerra mondiale ha visto operazioni nel Mare del Nord, anche se prevalentemente limitato alla caccia con sottomarini e a navi di più ridotte dimensioni. Il 9 aprile 1940 i tedeschi avviarono l'Operazione Weserübung in cui la quasi totalità del flotta tedesca si concentrò a nord verso la Scandinavia tra lo Skagerrak e il Kattegat. Durante l'occupazione tedesca della Norvegia, l'operazione Shetland Bus collegò segretamente la Gran Bretagna alla Norvegia.
Negli ultimi anni della guerra e nell'anno immediatamente successivo, enormi quantità di armi furono smaltite o affondate nelle acque del mare del Nord, rappresentate principalmente da granate, mine terrestri e navali, bazooka, cartucce, e armi chimiche. Anche se le stime variano ampiamente, centinaia di migliaia di tonnellate di munizioni furono qui disperse.
Dopo la guerra il Mare del Nord perse molto del suo significato militare, perché circondato esclusivamente da paesi membri della NATO. Acquisì però una notevole importanza economica a partire dagli anni sessanta con l'inizio dello sfruttamento petrolifero e dei giacimenti di gas metano.
Il letto del Mare del Nord forma due bacini. Il più settentrionale si trova a nord di un crinale tra Norfolk e la Frisia, e ha avuto la sua origine nel Devoniano. Il bacino meridionale si spinge verso lo Stretto di Dover e da là verso il Canale della Manica. Questo bacino risale al Carbonifero.
Nel corso della più recente glaciazione gran parte del bacino settentrionale fu coperto dai ghiacci, e il resto, compreso il bacino meridionale, si ricoprì di tundra. Durante il periodo interglaciale si creò una diga naturale di gesso, il “Weald-Artois Anticline”. Anche se la cresta probabilmente collassò, costituito la parte più alta del ponte di terra che collegò momentaneamente l'Europa continentale con la Gran Bretagna.
Gli Storegga Slides furono una serie di frane sottomarine, in cui un pezzo della piattaforma continentale norvegese scivolò nel Mare di Norvegia. Le immense frane si verificarono tra il 8150 a.C. e 6000 a.C., e provocarono uno tsunami alto fino a 20 metri che attraversò il Mare del Nord abbattendosi maggiormente sulla Scozia e sulle Isole Fær Øer.
Il Mare del Nord si trova sopra quello che era la giunzione fra tre placche tettoniche continentali risalenti all'inizio dell'Era Paleozoica. Successivamente, nel Mesozoico, si formò una faglia con andamento nord-sud al centro del Mare del Nord. Questa faglia che corre dal Canale della Manica causa terremoti occasionali, che possono anche provocare danni alle strutture sulla terraferma. Il terremoto che avvenne nello Stretto di Dover del 1580 è tra i primi terremoti storici registrati che provocarono ingenti danni sia in Francia che in Inghilterra, a cui si associò anche un maremoto. Il più grande terremoto mai registrato nel Regno Unito avvenne nel 1931 al largo delle sue coste verso il Dogger Bank, e misurò 6,1° sulla scala Richter e ha provocato uno tsunami che inondò parti della costa britannica.
Le tre placche continentali formate nel corso dell'Era Paleozoica sono l'Avalonia, la Laurentia e la Baltica. La placca Baltica forma ora la costa orientale, e s'affaccia verso i paesi scandinavi; Avalonia consiste nella costa meridionale e occidentale del Mare del Nord lungo l'Inghilterra, il nord della Germania e la Francia; Laurentia segna il perimetro settentrionale del Mare del Nord con l'Oceano Atlantico.
Lo scambio di acqua salata tra il Mare del Nord e Atlantico si verifica attraverso il Canale della Manica, come pure nella zona settentrionale del Mare del Nord, lungo la costa scozzese e attraverso il Mare di Norvegia. Il Mare del Nord riceve acqua dolce non solo dal flusso dei fiumi, ma anche dalla bassa salinità del Mar Baltico che ne è collegato attraverso lo Skagerrak. Il bacino idrografico dei fiumi che si gettano nel Mare del Nord misura una superficie di 841.500 km² e fornisce un volume di 296–354 km³ di acqua dolce ogni anno. Il bacino idrografico che getta nel Mar Baltico misura una superficie quasi doppia (1.650.000 km²) e contribuisce con 470 km³ di acqua dolce ogni anno.
A Skagen, nello Jutland, punta più estrema del Nord della Danimarca, dove si trova la penisola sabbiosa della lingua di terra di Grenen (a nord di Skagen) due mari si imbattono e le onde sulla spiaggia bagnano i piedi sia da sinistra che da destra.
Le onde del Mar Baltico e del Mare del Nord si incontrano, provenendo da opposte direzioni, senza potersi mescolare a causa della loro diversa densità, formando in tal modo un’increspatura costante che dalla costa si allontana pendicolarmente all’orizzonte.
Tutto ciò origina perenni turbolenze e violente correnti che impediscono la balneazione e la navigazione.
Delle semplici leggi idrodinamiche (branca della fisica che si occupa di descrivere il moto dei fluidi) sottostanno a questa strana manifestazione naturale che risulta provocata da una barriera che si interpone fra i due mari, generando due moti ondosi contrapposti che si scontrano allontanandosi reciprocamente nelle 2 rispettive direzioni opposte.
Questa barriera che divide il Mare del Nord e il Mar Baltico è dovuta alla differente temperatura, salinità e densità di ciascuno dei 2 mari.
Anche se in maniera più riduttiva ciò che accade in Danimarca si può spiegare meglio prendendo in esempio l’incontro tra il mar Mediterraneo e l’Oceano Atlantico.
E’ noto che l’acqua del mar Mediterraneo è calda, salata e più densa rispetto all’acqua dell’Oceano Atlantico, che quindi risulta essere più “leggera”.
A livello dello stretto di Gibilterra, quando le acque del Mediterraneo e dell’Atlantico si mischiano, le diverse correnti marine (moti convettivi) si muovono per diverse centinaia di chilometri, una più in profondità, e una più superficialmente, pur mantenendo le proprie peculiari caratteristiche chimiche e fisiche.Tutto ciò fa in modo che non accada nessuna separazione tra l’uno e l’altro, e si può osservare un continuum marino.
Se fra i due mari esistesse invece una barriera come quella tra lo Skagerrak e il Kattegat, le diverse correnti non potrebbero mescolarsi a diverse profondità e si scontrerebbero come avviene in Danimarca.
Circa 185 milioni di persone vivono nei bacini idrografici dei fiumi che si gettano nel Mare del Nord. Questi bacini ricoprono gran parte dell'Europa occidentale: un quarto della Francia, tre quarti di Germania, quasi tutta la Svizzera, una piccolissima porzione d'Italia, metà dello Jutland, la totalità dei Paesi Bassi e del Belgio, la parte meridionale della Norvegia, il bacino del Reno dell'Austria occidentale, e la parte orientale della Gran Bretagna. Questa area contiene una delle più grandi concentrazioni industriali del pianeta.
Il principale movimento delle acque all'interno del Mare del Nord è in senso anti-orario lungo le coste. L'acqua dalla Corrente del Golfo entra nel mare attraverso due direzioni: per il Canale della Manica verso la Norvegia, e aggirando a nord la Gran Bretagna e seguendone successivamente le coste verso sud. Questi movimenti generano altre piccole correnti che si dirigono verso est nella parte centrale del Mare del Nord. Un'altra corrente spazia a sud nella parte orientale del mare. Questa trasporta acqua fredda dal Nord Atlantico e nel periodo tra primavera e inizio dell'estate rinfresca le acque superficiali al largo dell'Inghilterra, mentre al largo delle Paesi Bassi e della Germania inizia una fase di riscaldamento. L'acqua che esce del Mar Baltico sale verso nord lungo la costa norvegese ritornando nell'Atlantico in quello che è chiamata Corrente norvegese.
Il tempo di permanenza medio dell'acqua all'interno del Mare del Nord è compresa tra 1 e due anni. Le acque più a nord sono scambiate più rapidamente, mentre per quelle meridionali possono passare anni prima di raggiungere le regioni settentrionali e fuoriuscirne verso l'Atlantico.
Fronti d'acqua basati sulla temperatura, salinità, nutrienti, e inquinamento possono essere chiaramente identificate, anche se con più facilità nel periodo estivo rispetto a quello invernale. Fra i principali si identificano il Fronte delle Frisone, che divide l'acqua proveniente dal Nord Atlantico da quella originaria della Manica, e il Fronte danese, che divide le acque costiere meridionali da quelle della parte centrale del Mare del Nord.
L'afflusso di acqua proveniente dai grandi fiumi si mescola molto lentamente con l'acqua marina. Le acque del Reno e dell'Elba, ad esempio, possono ancora essere chiaramente distinte in mare al largo della costa nord-ovest della Danimarca.
Le coste occidentali sono frastagliate, risultato dell'azione dei ghiacci durante le ere glaciali. I litorali lungo la parte meridionale sono più morbidi, ricoperti con i resti di depositati morenici che sono stati a loro volta scaricati in mare. Le montagne norvegesi si tuffano direttamente in mare e le coste sono caratterizzati da numerosi fiordi e arcipelaghi. A sud di Stavanger la costa si ammorbidisce e le isole si presentano in numero inferiore. La costa orientale scozzese è simile, anche se meno marcata rispetto a quella della Norvegia. A partire da Flamborough Head nel nord-est dell'Inghilterra, le scogliere diventano più basse e sono composte da minori depositi morenici, e le coste, erose più facilmente si presentano con contorni più arrotondati. Nei Paesi Bassi, nel Belgio e nell'Inghilterra orientale (East Anglia) il litorale è basso e paludoso. La costa orientale e sud-orientale del Mare del Nord (mare dei Wadden) hanno coste che sono principalmente di tipo sabbioso.
Le coste settentrionali portano ancora il segno degli immensi ghiacciai le ricoprivano durante le ere glaciali, creando il frastagliato paesaggio costiero. I fiordi sono nati dall'azione dei ghiacciai, che nel loro lento movimento verso il mare hanno raschiato e scavato profonde fenditure nel suolo. Con il ritirarsi dei ghiacci, l'innalzamento del livello dell'acqua tali solchi sono stati invasi dal mare. Il paesaggio si presenta spesso con coste ripide e le insenature marine possono essere anche profonde. I fiordi sono particolarmente comuni nella costa della Norvegia.
I firths sono simili ai fiordi, ma sono generalmente poco profondi e presentano baie più ampie all'interno delle quali possono essere presenti piccole isole. I ghiacciai hanno insistito qui su un'area più estesa e hanno scavato aree più ampie. I firths si trovano soprattutto nella Scozia settentrionale e lungo le coste inglesi.
Verso sud i firths cedono il passo alle scogliere, formatesi dalle morene glaciali. L'impatto delle onde sulla costa dà luogo a fenomeni di erosione. Il materiale eroso diviene fonte importante di sedimenti per la distese fangose che si trovano dall'altra parte del Mare del Nord. Il paesaggio delle scogliere è interrotta dai grandi estuari fluviali con i loro corrispondenti depositi di detriti, in particolare modo quelli del fiume Humber e Tamigi nel sud dell'Inghilterra.
Nel sud della Norvegia, come pure sulla costa svedese dello Skagerrak, si trovano fenomeni simili ai fiordi e ai firths. Qui l'azione dei ghiacci ha insistito e scavato su regioni ancora più vaste. Verso le coste si trovano dolci declivi che scendono dalle montagne e che si estendono per chilometri, tuffandosi poi sotto il mare, ma rimanendo ad una profondità di soli pochi metri.
Le scarsa profondità delle acque e la linea della coste meridionali e orientali fino alla Danimarca sebbene formate anch'esse dall'azione dei ghiacci nelle ere glaciali, devono maggiormente la loro forma all'azione del mare e al deposito dei sedimenti. Il mare dei Wadden che si estende tra Esbjerg nella Danimarca del nord e Den Helder nei Paesi Bassi deve la conformazione del suo paesaggio alla forte influenza esercitata dall'azione delle maree. La zona costiera presenta acque poco profonde e il costante apporto di sedimenti. Grandi opere di bonifica hanno interessato questa regione, soprattutto ad opera degli olandesi. Il più grande progetto di questo tipo è stata la bonifica del IJsselmeer.
Le zone costiere meridionali, inizialmente, erano soggette ai capricci del mare. I territori limitrofi alle coste, costituite da un innumerevole intrico di canali, isolotti, delta fluviali e zone umide venivano regolarmente allagati e sommersi. In settori particolarmente vulnerabili alle mareggiate, le persone tendevano allora ad insediarsi su terreni rialzati e più protetti. Già nel 500 a.C., gli insediamenti iniziarono ad essere costruiti su delle colline artificiali, alte anche diversi metri. Fu solo intorno agli inizi del Medioevo nel 1200 che si è iniziato a collegare tra loro piccole dighe in linea lungo l'intera costa, rendendo quindi permanenti e definite le zone di terra da quelle di mare.
Dighe in senso moderno hanno iniziato a prendere forma nel XVII e XVIII secolo, costruite da imprese private nei Paesi Bassi. I costruttori olandesi hanno quindi esportato i loro disegni e modelli verso altre regioni del Mare del Nord.
Le alluvioni verificatesi sulle coste del Mare del Nord nel 1953 e nel 1962 sono state ulteriore impulso per l'innalzamento delle dighe, la sostituzione delle vecchie dighe in linea, il recupero di terreni e sbarramenti fluviali, in modo da ottenere da poca superficie interessata un grande risultato nella lotta contro il mare e le tempeste. Attualmente il 27% dei Paesi Bassi è sotto il livello del mare e protetto da argini e dune.
La conservazione costiera oggi consiste di vari livelli. La pendenza delle dighe riduce l'energia del mare in entrata, in modo che la diga stessa non riceva il pieno impatto. Alcune dighe che si trovano direttamente in mare e queste sono particolarmente rafforzata. Nel corso degli anni sono state più volte sollevate, a volte anche di 10 m, e sono diventate più orizzontali, al fine di meglio ridurre l'erosione delle onde. Le moderne dighe possono raggiungere un'altezza anche di 100 m. Dietro la diga solitamente è presente una strada di accesso e, in generale, l'area più prossima è scarsamente abitata. In molti luoghi un altro sistema di dighe è presente verso l'entroterra dopo diversi chilometri.
Dove le dune sono sufficienti per proteggere la terra dall'avanzata del mare viene seminata dell'erba che cresca nella sabbia, in modo da proteggere le dune stesse dall'erosione del vento, dell'acqua e dal traffico a piedi.
Tra le specie che popolano questo mare e che per riprodursi risalgono i fiumi che sfociano in esso è da ricordare la cheppia (Alosa fallax).
Le spiagge e le acque costiere del Mare del Nord sono popolari destinazioni per il turismo balneare. In particolare modo le attività sono sviluppate lungo la costa belga, olandese, tedesca e danese, come pure su quella britannica.
Il windsurf e la vela sono sport popolari favoriti dai forti venti, ma anche la pesca sportiva e le immersioni subacquee. Un'altra attività praticata è il mudflat hiking che consiste nel camminare sul fango che viene a galla dal mare durante i periodi di bassa marea in alcune zone geografiche particolari.
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domenica 12 giugno 2016
IL PESCE CARABINIERE
Il pesce carabiniere conosciuto come donzella è diffuso nel mar Mediterraneo e nell'oceano Atlantico orientale dalla Manica all'Africa centrale.
La donzella vive in piccoli gruppi, più femmine con un solo maschio e quando questo viene meno prenderà il suo posto la femmina più vecchia.
Il corpo è lungo e affusolato, con muso appuntito e scaglie molto piccole. I denti sono sottili e aguzzi e quelli anteriori sono inclinati in avanti. Sia la pinna dorsale che quella anale sono lunghe ed hanno un’altezza uniforme. Nel maschio i primi due raggi spinosi della pinna dorsale sono invece più lunghi. Il maschio adulto raggiunge una lunghezza di 25 centimetri, mentre la femmina non supera generalmente i 18 centimetri. Anche per quanto riguarda la colorazione esiste una netta distinzione fra maschi e femmine e fra individui che vivono a basse profondità e quelli che si trovano invece a profondità maggiori. Le femmine e gli esemplari giovani (si è recentemente accertato che la donzella è ermafrodita proterogina e quindi i giovani sono tutti di sesso femminile e solo in seguito diventano maschi) hanno una macchia blu sull’opercolo, mentre una striscia gialla longitudinale percorre tutto il corpo dal naso alla pinna caudale. Il colore di fondo è invece un bruno olivastro negli esemplari che non scendono sotto i 20 metri di profondità, mentre in quelli che si trovano in acque più profonde assume una dominante sempre più rossa man mano che ci si immerge. Visti nel loro habitat apparentemente hanno tutti un colore simile perché, in realtà, l’aumento del rosso nella colorazione del pesce, compensa la diminuzione della quantità di luce rossa che penetra nell’acqua. Il maschio è invece caratterizzato da una striscia arancione a zig zag lungo i fianchi, da una macchia nera sotto la pinna pettorale e da una macchia nera e arancione sui raggi dorsali allungati. Accanto a queste caratteristiche di base, la colorazione delle Donzelle presenta però una varietà davvero indescrivibile dove i colori sfumano uno nell’altro e si presentano diversi con il cambiare della luce.
La Donzella si riproduce in estate e depone uova sferiche e galleggianti. Il suo cibo preferito sono piccoli pesci, crostacei e molluschi che stritola con i suoi denti robustissimi.
La Donzella è uno dei pesci più comuni nel Mediterraneo e la si può trovare un po’ ovunque: da pochi metri a un massimo di 120 metri di profondità. In ogni modo predilige gli scogli ricoperti da alghe e le grandi praterie di posidonie. Gli individui giovani svolgono un importante lavoro sociale: quello di pulitori, liberano cioè gli altri pesci dai parassiti. Il pesce che deve essere pulito si avvicina al centro di pulitura dove, con le Donzelle giovani, si possono trovare anche altri Labridi, come il Tordo codanera. Qui attirano l’attenzione dei pulitori stando fermi con le pinne distese e gli opercoli spalancati. Pulitori o no, le Donzelle lavorano comunque solo di giorno: di notte e nelle fredde giornate invernali spariscono dalla circolazione e si seppelliscono nella sabbia lasciando sporgere solo la testa.
Generalmente non è soggetto a pesca specifica vista la scarsa qualità delle carni, adatte solo a zuppe di pesce (ad esempio il cacciucco livornese), abbocca comunque voracemente a esche animali di ogni tipo causando spesso non poco disturbo a chi si vuole dedicare alla pesca di specie più pregiate.
mercoledì 8 giugno 2016
LA GIORNATA DEGLI OCEANI
L'impegno delle Nazioni Unite nella giornata mondiale degli Oceani è rivolto quest'anno soprattutto ai rifiuti, e in primis alla plastica. Si stima che ogni anno finiscano in acqua circa otto milioni di tonnellate di plastica. Rifiuti che si rimpiccioliscono gradualmente e vengono assimilati da numerosi organismi marini entrando in circolo nella catena alimentare (di cui fa parte anche l’uomo che si nutre di pesce). Secondo uno studio pubblicato lo scorso anno su Proceedings of the National Academy of Sciences, fino al 90 per cento degli uccelli marini di tutto il mondo ha residui di plastica nelle viscere.
Pesca eccessiva e insostenibile, distruzione degli ecosistemi marini e riscaldamento delle acque sono i gravi problemi del nostro Mediterraneo secondo il Wwf. Un chiaro segno del malessere del nostro mare è la grande diffusione delle meduse: mentre prima si registravano picchi di presenza di meduse ogni 10-15 anni oggi abbiamo cadenze annuali.
Un oceano pulito significa vivere in un pianeta più sano: questo è l’importante messaggio diffuso dalle Nazioni unite in occasione della Giornata mondiale degli oceani 2016. Il focus di quest’anno è l’inquinamento delle acque causato dalla plastica, fattore che ha avuto un forte impatto sia sugli ecosistemi che sulla fauna marina. Alcune tra le conseguenze più drammatiche dovute all’inquinamento sono lo sbiancamento delle barriere coralline, tra cui la Grande barriera australiana, e il cambiamento nella catena ecologica marina. Uno studio pubblicato di recente su Science ha permesso di evidenziare che alcune larve, cresciute in un ambiente marino saturo di plastica, hanno iniziato a modificare le proprie abitudini alimentari, preferendo la plastica al plancton. Comportamenti che conducono queste specie alla morte.
Secondo le stime attuali, ogni anno finiscono nel mare circa otto milioni di tonnellate di plastica, numeri sono destinati a duplicare nei prossimi vent’anni e a quadruplicare entro il 2050.
È come se, ogni minuto, venisse scaricato nei mari un camion pieno di plastica. Nonostante le raccomandazioni dei Governi, che premono per sistemi di riciclaggio più efficienti, i dati non sono incoraggianti: solo il 5% della plastica prodotta viene poi riciclata correttamente, il 40% finisce in discarica e un terzo finisce negli ecosistemi sensibili, tra cui gli oceani.
Gli oceani non sono solo una fondamentale risorsa ambientale, ma economica: in termini di risorse e industrie, gli oceani garantiscono oggi il 5% del Pil mondiale, generando circa 3mila miliardi di dollari l’anno.
Gli oceani coprono tre quarti della superficie terrestre, garantiscono la sopravvivenza di 3 miliardi di persone e generano circa 3 mila miliardi di dollari all'anno in termini di risorse e industrie, il 5% del Pil globale. Salvaguardare la loro salute è dunque essenziale per assicurare non soltanto la sopravvivenza delle specie che li abitano, ma anche la nostra. E la priorità, sottolinea l'Onu, è ridurre la quantità di plastica che viene gettata in mare, quantificata in circa 1,09 milioni di chili ogni ora, 8,8 milioni di tonnellate ogni anno. Soltanto nel nostro Paese la plastica rappresenta fino all'80 per cento dei rifiuti in mare aperto e sulle coste.
I danni di queste isole galleggianti di plastica sono spaventosi. I primi a farne le spese sono gli animali marini, che ingeriscono soprattutto i sacchetti, credendoli prede. La diminuzione nel Mediterraneo delle tartarughe dipende in gran parte dalla plastica, le Caretta caretta si cibano di meduse e scambiano le buste per cibo o finiscono impiglate in fili di plastica. Mancando le tartarughe marine, aumentano le meduse, con uno scompenso generale della catena alimentare che porta al progressivo depauperamento di tutta la fauna. Alcuni studi hanno inoltre accertato che, indirettamente, anche noi finiamo per "nutrirci di plastica", o meglio delle sostanze tossiche che la compongono. I pesci ingeriscono infatti quelli che gli esperti chiamano "coriandoli di plastica" e mangiando le loro carni assimiliamo microframmenti con sostanze tossiche.
L'Onu auspica una azione globale per ridurre l'uso della plastica, così come raccomandato anche dal World Economic Forum che nel suo dossier "La nuova economia della plastica - Ripensare il suo futuro" dello scorso gennaio, aveva sottolineato che è prioritario trovare un nuovo modello di utilizzo degli imballaggi e delle plastiche in genere. L'usa e getta provoca infatti una perdita per l’economia pari a 80-120 miliardi di dollari l’anno, il 95% del valore materiale di questi imballaggi. Trovare efficaci sistemi di riciclo e riutilizzo, riducendo il rilascio dei rifiuti nell'ambiente, farebbe dunque bene non soltanto agli oceani, ma all'economia in generale.
Non c'è Paese che possa dirsi innocente nell'azione di soffocamento degli oceani con la plastica, ma ci sono economie che incidono più di altre sullo stato di salute dei nostri mari. Cina, Filippine, Thailandia, Vietnam e Indonesia, da soli, sono responsabili per il 60% della plastica che ogni anno finisce negli oceani e sempre il rapporto del World Economic Forum prevede che se non ci sarà un deciso cambio di rotta entro il 2050 negli oceani ci sarà più plastica che pesci.
venerdì 3 giugno 2016
L'AQUILA DI MARE
L'aquila di mare è un pesce cartilagineo della famiglia Myliobatidae, diffuso anche nel Mediterraneo e comune nell'Adriatico.
Il suo corpo ha la classica forma discoidale, con il diametro orizzontale più largo di quello verticale; misura fino a 1,5 m di larghezza e 2,5 m di lunghezza. La testa sporge dal muso e la coda, a forma di frusta, è lunga più del doppio del corpo e presenta una spina dorsale munita di ghiandola velenifera. La pelle è liscia e ricoperta di muco scivoloso. Come le razze possiede due pinne laterali molto ampie e appuntite, leggermente arcuate, la ricorda delle ali falcate (da cui il nome scientifico).
Il colore dipende dall’habitat nel quale è inserito e spazia dal marrone, al grigio al colore giallastro. L’aquila di mare ha denti disposti su sette file.
L’habitat, oltre che sul colore, incide sulle dimensioni. L’aquila di mare in alcuni luoghi può raggiungere i due metri di lunghezza ed i due quintali di peso. Conduce la sua esistenza in acque dalle caratteristiche alquanto diversificate:Mar Mediterraneo, Atlantico orientale, mari della Scozia. A volte si spinge fino al mare della Norvegia. Si tratta di una specie costiera che vive a basse profondità piuttosto che in mare aperto e spesso nuota a livello della superficie. Viene pescato nell’Adriatico, anche con pesca di costa ma soprattutto con tecniche di pesca subacqua.
L’aquila di mare si nutre di piccoli molluschi che trova sul fondo e si muove in modo lento, portandosi anche in superficie e compiendo persino balzi fuori dall’acqua.
L'aquila di mare è ovovivipara e pertanto partorisce individui che hanno già l'aspetto degli adulti.
Viene pescata, soprattutto nell'Adriatico, ma la carne molle e viscosa non risulta particolarmente appetibile, limitandone il consumo localmente e agli esemplari appena pescati.
martedì 19 aprile 2016
IL PESCE VAMPIRO
Payara, Hydrolycus Scomberoides, appartiene alla famiglia dei Cynodontidi. Caratteristica più evidente del Payara è le due lunghe zanne sporgenti dalla sua bocca.
Queste zanne possono essere di 10 – 15 centimetri di lunghezza (da 4 a 6 pollici) e gli hanno fatto guadagnare il nickname di “pesce vampiro”. Questi denti enormi e sproporzionati ne hanno fatto in tempi antichi un pesce leggendario e temuto. I Paraya crescono fino a circa 3 metri di lunghezza, con una lunghezza media di 1.5 e può raggiungere e superare il peso di 20 chilogrammi.
Endemico del Venezuela (dove viene denominato cachorra o chambira) è un predatore ed è considerato uno dei pesci più aggressivi e pericolosi del mondo superando, per quanto riguarda queste particolari caratteristiche, anche i ben più famosi piranha dei quali, peraltro, si nutre voracemente.
Il payara è presente in particolare nel bacino amazzonico e lo si può spesso trovare alla foce del Rio Tapajós, nelle acque tropicali che costeggiano il Venezuela e in Ecuador. Nel corso delle sue migrazioni per favorire la riproduzione può percorrere comunque lunghe distanze.
Di un intenso colore argenteo, il payara è un pesce carnivoro che può arrivare fino ai 18 chilogrammi di peso. L’esemplare più lungo mai catturato misurava 110 centimetri di lunghezza ma si stima che questa specie posso arrivare fino ai 3 metri.
Nonostante l’aggressività, il payara si sta diffondendo negli ultimi anni anche presso gli hobbisti acquariofili. Una volta adattatosi alla vita da acquario, normalmente il pesce smette di crescere e non supera quasi mai i 6/12 mesi di età e i 12 cm di lunghezza.
Ciò che colpisce di questa specie è la velocità e l’aggressività con le quali attaccano gli altri pesci. Con le due grandi zanne inferiori, aguzze e taglienti, sono capaci di divorare prede lunghe quasi quanto il loro corpo ma attaccano anche prede più grandi di loro facendole a pezzi ed ingoiandole poco alla volta. Sono soliti nutrirsi di piranha e si segnalano proprio per essere l’unica specie predatrice di questi famosi pesci carnivori.
Questo predatore ha un corpo molto possente, con una colorazione argentata, ma al tempo stesso sono pesci molto delicati, una volta catturati devono essere rilasciati abbastanza in fretta, pena la morte del pesce in breve tempo.
La dieta del Payara consiste principalmente di pesci più piccoli di loro, ma la prevalenza della loro dieta è composta soprattutto dai piranhas, che impalano infilzandoli con i loro denti aguzzi e taglienti e poi li consuma.
Il payara preferisce fiumi con acqua corrente e dove vi è parecchia turbolenza. É un pesce opportunista che ama sostare in caccia zone riparate dalla corrente oppure nei fondali più profondi, per avventarsi sulla prima preda che capita a tiro.
Il payara anche conosciuto come “pesce con i denti di cane”: la traduzione di Cachorra è cane ed è conosciuto come cachorra in Venezuela.
E’ inoltre descritto nella prima stagione dello spettacolo Animal Planet’ River Monsters ‘interpretato da Jeremy Wade, che è un biologo britannico e pescatore professionista.
Il payara è quasi una specie di pesce preistorico.
Uno dei posti migliori per catturarli sono le cascate Uraima nel Venezuela, dove è stato catturato il Payara record di 17,80 Kg nel 1996. Sono pesci molto difficili da catturare e soltanto una abboccata su cinque porta alla cattura dell’esemplare. Attaccano le esche con estrema voracità e partono con grande potenza e bisogna aspettarsi che da un pesce di medie dimensioni che possa sbobinare anche una cinquantina di metri di lenza. Una volta allamato, spesso e volentieri salta, ma le sue fughe sono prevalentemente lunghe e molto possenti e partono verso la corrente, solitamente, aggiungendo così ulteriore difficoltà. Possono strappare una treccia da 14 libbre con facilità. Questi predatori hanno un corpo molto possente, con una colorazione argentata, ma al tempo stesso sono pesci molto delicati, una volta catturati devono essere rilasciati abbastanza in fretta, pena la morte in breve tempo.
Il payara, avendo una distribuzione geografica molto limitata, è un predatore difficile da trovare. Sebbene questo pesce sia stato molto poco ricercato, in questi ultimi anni è diventato quasi un pesce di culto, vista anche la difficoltà di cattura. A causa della sua strana dentatura, è molto difficile avere una solida allamata quando il pesce abbocca. Spesso e volentieri, infatti, si slama quasi all’istante. E’ anche per questo che nella sua pesca si usano solitamente artificiali molto grossi per aumentare le possibilità di allamata.
I locali lo insidiano con grosse esche vive fatte calare sul fondo. Per la pesca a spinning dobbiamo utilizzare grossi minnows affondanti, inutile a dirsi cavetto di acciaio.
In passato era molto temuto dai nativi poiché si credeva fosse attirato dal sangue e dall’urina. Inoltre si pensava che potesse nuotare all’interno degli orifizi umani, ma ne sono stati trovati soltanto all’interno del canale vaginale, da cui è stato necessario rimuoverlo chirurgicamente.
martedì 12 aprile 2016
LO STORIONE
Lo storione comune (Acipenser sturio Linnaeus, 1758) è il più grande pesce d'acqua dolce e salmastra diffuso in Europa. Famoso per offrire carni pregiate e caviale.
In Italia la specie è autoctona. Era segnalata in tutti i mari anche se la presenza era rilevante unicamente nel mare Adriatico, oltre che nel Po. Nel 1892 era localizzata fino a Torino. A causa degli sbarramenti la risalita è di fatto impedita.
Secondo diverse fonti, la specie è oggi estinta in Italia allo stato selvatico; in Europa oramai esiste una sola popolazione riproduttiva nel fiume Garonna. Segnalazioni di storioni pescati nelle acque italiane possono riferirsi a una specie affine (Acipenser naccarii) o ad esemplari introdotti dall'uomo.
Gli storioni sono Pesci Ganoidi della famiglia Acipenseridae. Sono caratterizzati dall'avere il corpo allungato, muso prolungato in un rostro più o meno acuto, occhi piccoli, spiracoli piccoli, bocca inferiore, piccola, protrattile, preceduta da 4 bargigli, priva di dentatura, branchie coperte dall'opercolo, ano arretrato, pinne dorsale e anale uniche molto arretrate, ventrali addominali, codale eterocerca. Hanno lo scheletro interno cartilagineo, corda dorsale persistente, scudi ossei cutanei a superficie ruvida disposti in 5 serie longitudinali sul tronco, 4 sulla coda. Gli scudi cutanei formano alla parte superiore del capo un rivestimento completo. Sul corpo, nelle zone non occupate dalle serie di scudi, la pelle è provvista di scutelli ruvidi. Sul margine dorsale della codale fulcri ossei. Il colore è grigio al dorso, più o meno scuro, biancastro al ventre. Hanno la vescica natatoria comunicante col tubo digerente, l'intestino provvisto di valvola spirale, dietro il piloro delle appendici piloriche.
Gli storioni sono pesci anadromi che vivono generalmente nelle acque marine, per lo più in prossimità delle foci dei fiumi, e risalgono questi ultimi per la riproduzione. Alcune specie vivono però sempre nel mare (Acipenser sturio nel Mar Nero) o sempre nelle acque dolci (A. ruthenus). Depongono un grande numero di uova piccole. Si nutrono di pesci e d'invertebrati. Sono distribuiti in tutto l'emisfero settentrionale tra il 30° e il 70° di latitudine.
Gli storioni sono molto ricercati per le loro carni pregiate, per le uova con cui si confeziona il caviale, per la vescica natatoria che dà la colla di pesce o ittiocolla. Particolammente ricca è la pesca di questi Ganoidi nei fiumi della Russia, principalmente in quelli che si versano nel Mar Nero e nel Caspio (Volga); in Russia si ha la maggiore produzione di caviale.
Nell'Europa centrale e occidentale gli storioni sono in continua diminuzione, soprattutto a causa della regolazione dei fiumi, della navigazione, dell'inquinamento delle acque. A evitare la minacciata scomparsa di questi pesci sono stati fatti tentativi di ripopolamento e di allevamento artificiale.
In Italia gli storioni sono ancora frequenti nel Bacino Padano e nei fiumi della Pianura Veneta. Mentre un tempo erano relativamente frequenti nel Tevere, ora vi compare qualche individuo soltanto eccezionalmente.
Si conoscono parecchie specie di storioni; esse sono molto variabili e si ibridano facilmente.
In Europa è più comune l'Acipenser sturio L., che risale i fiumi a primavera e può raggiungere anche 4-6 m. di lunghezza. Nel Bacino Padano, oltre a questo, si trovano anche il cobice o copese (Acipenser Naccarii Bp.; sin.: A. Nardoi Heck., A. Heckelii Fitz.) e il ladano (Huso huso ). Quest'ultimo è il più grande fra gli storioni europei; nei fiumi della Russia raggiunge anche 9 m. di lunghezza e 1400 kg. di peso.
Eccezionalmente sono stati presi nell'Adriatico alcuni esemplari di Acipenser stellatus Pall.
Nei fiumi dell'Europa centrale e orientale che si versano nel Mar Nero e nel Caspio è poi comune lo sterletto (Acipenser ruthenus L.), più piccolo dei precedenti. Altre specie proprie del Mar Nero, del Caspio e dei fiumi che vi si versano sono: A. Güldenstädtii Br., A. glaber Fitz., ecc. Altre specie ancora vivono nei fiumi dell'Asia e dell'America Settentrionale.
È carnivoro e si nutre di crostacei, molluschi e pesci. In acque interne, pesci vivi o morti, molluschi, crostacei e vermi. Gli animali più anziani si alimentano prevalentemente di notte.
Entra nei fiumi a gennaio-febbraio nonostante la fregola non abbia inizio che due mesi dopo. All'alba o al tramonto lo si può osservare mentre compie dei grandi balzi fuori dall'acqua.
La risalita, che i maschi compiono prima delle femmine, si arresta a valle dei corsi d'acqua ove la temperatura non sia troppo bassa e la portata troppo scarsa e ove manchino fondali profondi e tranquilli. Le uova (in numero di 20.000 circa per kg di peso, di colore bruno e del diametro di 3 mm circa) sono deposte in acqua corrente ad una profondità variabile tra i 2 e i 10 m. Esse aderiscono ai ciottoli ed al substrato del fondo e dopo 3-7 giorni si schiudono. Gli avannotti sono lunghi 10 mm circa. Nel giro di 1-3 anni i giovani storioni scendono al mare, rimanendovi fino all'età riproduttiva intorno ai 7-14 anni.
Essendo una specie protetta ne è vietata sia la pesca sportiva che la pesca professionale. Si praticava con lenza a fondo adeguata alle dimensioni della preda. Come esche si utilizzavano lombrichi a fiocco, pesci vivi o morti e pezzi di carne.
L'importanza economica degli storioni è notevole, sia per la prelibatezza delle carni che delle uova da cui si ricava il rinomato caviale. Molti di essi rientrano tra le specie ittiche allevate, sebbene il ciclo di produzione sia variabile con la specie, è comunque piuttosto lungo, da tre a cinque anni per la carne, da sette a quindici anni per le uova. Lo storione comune è stato riprodotto artificialmente in Francia da alcuni esemplari selvatici pescati nella Gironda.
Alcuni storioni sono stati allevate con successo in grandissimi acquari. A causa delle sue dimensioni è adatto soltanto all'allevamento in strutture pubbliche.
martedì 5 aprile 2016
IL SALMONE DEL PACIFICO
Le popolazioni di salmoni del Pacifico risalgono i fiumi sempre nello stesso periodo dell'anno ritornando sempre nel fiume in cui nasce. Una volta raggiunta la zona superiore della corrente, la femmina sceglie il maschio con il quale si riprodurrà. Questa selezione si basa sulle dimensioni fisiche del maschio, dal momento che vengono considerate un segnale della sua capacità di sopravvivere. La femmina sceglie una zona del letto del fiume in cui ci sia ghiaia in abbondanza e scava una buca poco profonda con la coda, mentre il maschio si produce di fronte a lei in una danza che consiste nel far vibrare il corpo. Il numero di uova di ogni deposizione oscilla tra le 3.000 e le 14.000, in funzione delle dimensioni della femmina, e il maschio le feconda subito dopo che sono state deposte. La coppia di adulti rimane nelle vicinanze delle uova e le difende e protegge fino a che entrambi muoiono, circa 25 giorni dopo la deposizione.
Oncorhynchus gorbuscha (Walbaum, 1792) conosciuto comunemente come salmone rosa, è una specie di pesce osseo marino e d'acqua dolce appartenente alla famiglia Salmonidae.
È la specie più piccola di salmone del Pacifico, la cui taglia massima nota è di 76 cm di lunghezza (normalmente non oltre i 50 cm). Il peso massimo noto è leggermente inferiore a 7 kg.
Questa specie è diffusa nella parte settentrionale dell'Oceano Pacifico, sia sul lato americano (dal fiume Mackenzie nel Canada artico e l'Alaska comprese le Aleutine alla California meridionale dove è raro a sud del fiume Sacramento) che su quello asiatico (dalla Corea del Nord, la Russia pacifica e l'isola di Hokkaido in Giappone fino ai fiumi Jana e Lena nella Siberia artica) e nei mari di Bering e di Okhotsk. È stato introdotto in vari stati tra cui il Canada, la Russia europea e l'Europa settentrionale. Come tutti i salmoni è una specie anadroma che passa gran parte della vita in mare ed effettua migrazioni riproduttive verso le acque dolci, dove avviene la deposizione delle uova. In mare ha abitudini epipelagiche. In acqua dolce si trova in torrenti montani o di fondovalle, con fondi sabbiosi e corrente più o meno vivace.
L'aspetto di questo pesce durante la vita marina è simile a quello degli altri salmoni: corpo affusolato e leggermente appiattito lateralmente e bocca grande quasi orizzontale. La pinna adiposa è particolarmente grande. Il maschio riproduttivo ha mascelle arcuate e incurvate in punta e una vistosa gobba dietro la testa. La specie può essere riconosciuta anche in mare a causa della livrea che è blu o verdastra sul dorso e argentea sui fianchi fino a biancastra sul ventre, sul dorso, la pinna adiposa e entrambi i lobi della pinna caudale sono presenti numerosi grossi punti neri. Durante la risalita la colorazione diventa vivace, scura sul dorso e rossastra sui fianchi con macchie indistinte sui fianchi. Le femmine hanno colorazione simile ma meno vivace. I giovanili non hanno le tipiche macchie parr sui fianchi presenti in gran parte dei salmonidi.
La vita in mare dura 18 mesi.
I giovanili in acqua dolce spesso non si nutrono ma a volte catturano larve di insetti. In mare si cibano di copepodi, tunicati larvacei, anfipodi, eufausiacei, ostracodi, larve di crostacei, cirripedi, e insetti ditteri. Gli adulti si nutrono prevalentemente di pesci.
Durante i mesi di luglio e agosto i salmoni rosa adulti si concentrano in banchi presso le foci dei fiumi prima di iniziare la risalita verso le zone in cui avverrà la deposizione delle uova, di solito in luoghi non troppo distanti dal mare. La femmina prepara un nido scavando una profonda buca dove verranno deposte da 1200 a 1800 uova. A volte una sola femmina si accoppia con più maschi. Poche settimane dopo la riproduzione gli adulti muoiono. Gli avannotti appena sono in grado di nuotare scendono rapidamente verso il mare. Poco tempo dopo entrano nelle acque dell'Oceano Pacifico, dove maturano sessualmente. Questa specie, al contrario degli altri salmoni del Pacifico sembra meno legata al ritorno al fiume natale per la riproduzione e si sono trovati esemplari in riproduzione anche a 650 km di distanza dal luogo natio.
Le carni, ottime, sono simili a quelle del salmone atlantico. Viene catturato con reti da posta e reti a strascico. Gli stati che catturano le maggiori quantità sono la Russia e gli Stati Uniti. È una preda apprezzata per il pescatore sportivo e viene insidiato a mosca ed a spinning. Viene prevalentemente commerciato in scatola ma anche affumicato, congelato o fresco. Produce anche un caviale molto apprezzato in Giappone. Le marinerie dell'Alaska che pescano questa specie hanno ricevuto la certificazione di sostenibilità e di buona gestione degli stock del Marine Stewardship Council.
I salmoni Sockeye sono conosciuti per il loro aspetto rosso brillante, ma in realtà, quando sono nell'oceano sono di colore blu. Solo quando tornano in acqua dolce per deporre le uova diventano rossi.
Il salmone sockeye deve il colore della sua carne ai krill arancioni di cui si nutre quando si trova nell'oceano.
Il nome sockeye deriva da un tentativo poco brillante di tradurre la parola suk-kegh dalla lingua nativa della costa salish della Columbia Britannica. Suk-kegh significa pesce rosso.
Il sockeye, chiamato anche salmone rosso o salmone blue-back, è fra le più piccole delle sette specie di salmoni del Pacifico, ma la sua succulenta carne arancione è, di tutte, la più apprezzata. Le dimensioni di questo pesce vanno dai 60 agli 84 centimetri di lunghezza e il peso è tra i 2,3 e i 7 chili.
Come tutti gli altri salmoni del Pacifico, anche il sockeye nasce in acque dolci. Il pesce cerca un lago vicino dove riprodursi. A schiusa avvenuta, il sockeye neonato rimane nel suo habitat natale per un massimo di tre anni, ovvero più di ogni altro salmone. Poi si mette in viaggio verso il mare, dove cresce rapidamente, nutrendosi principalmente di zooplancton. Rimane quindi nell'oceano da uno a quattro anni.
Il sockeye diretto verso il mare ha fianchi argentei con macchie nere e il dorso bluastro, ed è per questo motivo che è anche noto col nome di blue-back. Tuttavia, quando risale verso la zona di riproduzione, il suo corpo diventa rosso brillante e la testa assume un colore verdastro. Il maschio in età riproduttiva ha un aspetto singolare: sviluppa un dorso ricurvo e una mascella a forma di uncino e piena di minuscoli denti facilmente visibili. Sia il maschio che la femmina muoiono entro poche settimane dalla deposizione delle uova.
Il salmone rosso è la terza specie più abbondante tra i salmoni del Pacifico e costituisce il fulcro della pesca commerciale in Nord America.
giovedì 4 febbraio 2016
LE ISOLE IONIE
Le Isole Ionie costituiscono un arcipelago greco nel Mar Ionio, nonché una delle tredici periferie del paese.
La regione storica delle isole Ionie era costituita da sette isole maggiori (e dagli isolotti circonvicini), che formavano il cosiddetto "Eptaneso", cioè "Sette Isole" (lingua greca: Heptanesos).
Di queste sette isole maggiori, l'attuale regione amministrativa non include l'isola di Cerigo, che oggi rientra nell'Attica.
Sono isole per lo più montuose, con un clima caldo e umido. I prodotti agricoli principali sono uva sultanina (uva passa), olive, uva, cereali, frutta e ortaggi. Le principali attività sono la pesca, la cantieristica e la manifattura di sapone.
Nell'antica Grecia vi si trovava la città di Alalcomene.
Maio di Monopoli (1197-1260), fuggito dalla città pugliese insieme ad alcuni compagni per aver ucciso una persona di rango elevato, trovò rifugio nell'isola di Cefalonia, impadronendosene. Successivamente riuscì a conquistare anche le isole di Zante e Itaca divenendone conte. I discendenti di Maio controllarono Zante, Cefalonia e Itaca fino all'inizio del XIV secolo. Corfù divenne una dipendenza della Repubblica di Venezia nel 1204, Citera nel 1393, Zante nel 1482, Cefalonia ed Itaca nel 1483, Leucade nel 1502. Le isole Ionie furono la sola parte della Grecia a sottrarsi al dominio ottomano. Durante quegli anni le classi dirigenti si convertirono al cattolicesimo ed adottarono la lingua veneta, mentre la maggior parte del popolo continuava a parlare greco e ad essere di religione ortodossa.
Nel 1797 con dopo la caduta della Repubblica di Venezia occupata dalle truppe francesi di Napoleone Bonaparte ed il trattato di Campoformio le isole passarono alla Francia e furono suddivise nei dipartimenti di Corfù, Itaca e del Mar Egeo. Nel 1799 l'ammiraglio russo Fëdor Fëdorovic Ušakov, alla guida di forze russo-turche, le strappò ai Francesi e nel marzo 1800 lo zar Paolo I le costituì in stato autonomo (Repubblica Settinsulare) sotto sovranità ottomana; la Repubblica Settinsulare fu il primo governo semiautonomo greco dopo molti secoli e adottò come emblema il Leone di San Marco. Nel 1807 la Francia conquistò nuovamente le isole Ionie, ma nel 1809 la Gran Bretagna, sotto la guida di Stuart e di Church, gliele ritolse tutte, tranne Corfù e nel 1815 il Congresso di Vienna avallò la creazione del protettorato britannico degli Stati Uniti delle Isole Ionie. Nel 1848 la popolazione greca delle isole Ionie si ribellò agli inglesi chiedendo l'unione alla Grecia; l'unione avvenne nel 1863 con l'avvento al trono di Giorgio I, un sovrano filoinglese. Durante la seconda guerra mondiale le Ionie vennero occupate dalle truppe italiane e in seguito annesse al territorio metropolitano italiano (ad eccezione di Corfù, legata a statuto speciale all'Albania), per tornare alla Grecia con la fine del conflitto.
A seguito della riforma in vigore dal 1º gennaio 2011 la periferia delle Isole Ionie è suddivisa in 5 unità periferiche (Corfù, Itaca, Cefalonia, Leucade, Zante) e 7 comuni (Cefalonia, Corfù, Itaca, Leucade, Meganisi, Paxò, Zante).
Delle altre isole greche del mar Ionio, Cervi è sede comunale dell'unità periferica della Laconia nella periferia del Peloponneso, mentre Cerigo e Cerigotto sono confluiti nel nuovo comune di Cerigo, unità periferica delle Isole (in precedenza prefettura del Pireo) nella periferia dell'Attica.
A ridosso della costa occidentale della Grecia, le isole Ionie non sembrano far parte della terra degli dei e degli eroi, non assomigliano alle loro sorelle dell'Egeo nè a Creta.
Le alture montuose che dominano il mare Ionio sono ricoperte di foreste, luoghi fertili, punteggiati dagli ulivi e dai vigneti, verdeggianti di pascoli erbosi e colorate dalle meravigliose fioriture, spettacolo affascinante delle primavere ioniche.
Isole generose di acqua e di vita, che hanno ospitato potenti regni e ricche città, la cui storia e grandezza è ancora visibile nei loro paesaggi meravigliosi e presente nella memoria dei loro abitanti. Nelle Isole Ionie non c'è traccia della luminosità accecante delle Cicladi, né del clima secco che le contraddistingue. Nessuno spazio alla brulla ed arida bellezza che contraddistingue lo stereotipo delle isole greche.
Scendendo da nord verso sud lungo la costa della Grecia, sotto il confine con l'Albania e non lontano delle coste pugliesi e calabresi, si incontrano Corfù, Lefkada, Itaca, Cefalonia e Zante.
E infine Citera (o Cerigo), separata dalle altre, lontana dal cuore dell'arcipelago e al largo delle coste del Peloponneso ed ormai alle porte dell'Egeo. Le Ionie sono isole spesso ampie e molto abitate, a lungo lontane dagli itinerari dei vacanzieri, ed ancor oggi per lo più estranee ad un turismo di massa e caotico.
Luoghi ancora idilliaci, facilmente raggiungibili dall'Italia e a noi legati da secoli di storia comune, adatti a chi ama le atmosfere tranquille e rilassanti, e soprattutto sede di culture molto differenti da isola ad isola, di popolazioni dall'identità forte e dalle radici ben salde in una storia gloriosa e mitica, tutta da scoprire, i cui echi riaffiorano nella cultura, nella cucina e nelle bellezze naturali ed architettoniche delle isole dello Ionio.
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sabato 2 gennaio 2016
IL MAR ADRIATICO
Il mare Adriatico è lungo circa 800 km e largo mediamente 150 km, ricoprendo una superficie di 132 000 km². La profondità non supera i 300 m nella parte settentrionale (inferiore a quella dei tre grandi laghi prealpini) e raggiunge i 1 222 m più a sud, lungo la direttrice da Bari alle bocche di Cattaro. La salinità media è del 3,8%, con forti differenze tra il nord, meno salino, e il sud.
Nel periodo pre-classico, l'Adriatico era considerato un'articolazione dello Ionio; venne considerato un mare a sé stante a partire dal periodo repubblicano romano. Nel Medioevo e nell'Età Moderna, i Veneziani, che comprendevano nel proprio dominio la Dalmazia e alcuni porti pugliesi, chiamavano l'intero Adriatico con il nome di golfo di Venezia. Dal momento che la Serenissima era una delle maggiori potenze d'Europa, tale denominazione si diffuse molto, senza però soppiantare mai completamente il nome originale, al quale rimasero fedeli i pochi porti adriatici che Venezia non riuscì a sottomettere. Nei codici marittimi veneziani era addirittura chiamato "il nostro canal", quasi fosse la continuazione del Canal Grande.
Il nome Adriatico, secondo alcuni storici, deriva da quello della città di Atri (anticamente Hadria e poi Hatria), trimillenaria città d'arte abruzzese, dato che per i Romani era punto di arrivo di uno dei principali itinerari tra Roma e l'Adriatico. Secondo altri storici, invece, Adriatico deriva da Adria, in provincia di Rovigo, in Veneto. In effetti per i Greci tale città, che i siracusani trasformarono in una loro colonia, era considerata l'estremità settentrionale dell'Adriatico, il cui nome verrebbe così a significare "mare che termina ad Adria". Sulla base della seconda ipotesi, i Greci diedero il nome di Adrias Kolpos inizialmente alla parte settentrionale del mare, poi gradualmente il nome venne esteso per tutta la sua lunghezza, fino alle isole Ionie.
Quando i Romani conquistarono il Nord Italia alla fine del III secolo a.C., il nome si era già consolidato.
Il nome del mare Adriatico non conserva la stessa radice etimologica in tutte le lingue dei popoli che vi si affacciano: Deti Adriatik in albanese è simile alla radice italiana, mentre Jadransko more in bosniaco e croato, Jadransko more in montenegrino e di Jadransko morje in sloveno fanno riferimento al nome latino della città di Zara Iader/Iadera.
Le coste del mare Adriatico sono teatro di racconti di storie passate di grande fascino, anche se per alcune di queste non esistono testimonianze documentate e certe. Una delle leggende più conosciute riguardanti l'Adriatico è quella degli Argonauti. La parte finale del mito è ambientata a Pola e narra della storia della nave dei sudditi del re di Colchide che, partiti alla ricerca del Vello d'oro, si sarebbero fermati sulle coste dell'Adriatico per paura di dover comunicare al sovrano il fallimento della loro missione e la morte di suo figlio Giasone.
Sempre dall'altra parte dell'Adriatico, lungo le coste della penisola dell'Istria, si racconta la storia dell'arcipelago delle isole Brioni, dove sono stati ritrovati resti dei dinosauri che hanno abitato queste terre 150 milioni di anni fa. Secondo la leggenda, questo arcipelago nacque per mano degli angeli: le isole sarebbero infatti alcuni pezzi di Paradiso che il Diavolo aveva sparpagliato.
Secondo il mito greco, l'eroe Diomede, dopo aver lasciato per sempre la città di cui era re, Argo, navigò con i suoi compagni d'arme in tutto l'Adriatico, fermandosi ove ci fosse un porto e insegnando agli abitanti l'arte della navigazione. Nella Venezia Giulia la sua figura si fuse con quella del Signore degli Animali. Successivamente diventò un fondatore di città (molte in Puglia, ma anche Benevento e Vasto). Per questi motivi il suo culto era diffuso alle foci del Timavo, a Capo Promontore, ad Ancona, a Capo San Niccolò e alle Isole Tremiti. In tutti i luoghi ricordati dalla tradizione come tappe dei viaggi di Diomede, l'archeologia ha ritrovato reperti micenei, consentendo di collegare il mito di Diomede alla navigazione micenea.
Altro eroe greco che navigò nell'Adriatico fu, secondo il mito, Antenore, ricordato dalla tradizione come fondatore di Padova.
Anche la storia di Circe potrebbe essere ricondotta al mare Adriatico, collocando la casa della maga lungo la foce del Po o in Istria. Ci sono anzi studiosi che hanno ambientato tutte le tappe del viaggio di Ulisse narrato nell'Odissea in luoghi adriatici anziché tirrenici, com'è consuetudine. Il fatto che Omero non abbia mai incluso riferimenti specifici parlando di luoghi, autorizzò fin dall'antichità ad ambientare il mito di Ulisse in vari luoghi del Mediterraneo: ogni popolazione rivierasca che veniva a conoscenza delle avventure di Ulisse le immaginava in luoghi che conosceva. L'ambientazione tirrenica divenne la più diffusa a partire dalla romanizzazione d'Italia.
Lungo le coste dell'Adriatico avrebbero poi navigato anche i Pelasgi. Naturalmente non ci sono notizie certe al riguardo, ma ad esempio Silio Italico racconta la risalita di questa popolazione di navigatori lungo la costa e il loro insediamento sul colle dell'Annunziata (conosciuto anche con il nome di colle Pelasgico) ad Ascoli Piceno, nelle Marche. Un po' più a nord, nel ravennate, anche Strabone identifica alcune colonie pelasgiche, accostandole a quelle di Caere (Cerveteri) e di Pyrgi lungo il Tirreno.
Il mare Adriatico è collegato al mar Ionio tramite il Canale d'Otranto, ossia lo stretto di mare fra punta Palascia, nel Salento, e capo Linguetta in Albania. Questa linea di demarcazione viene spostata più a sud da alcune convenzioni nautiche, che per esigenze di semplicità seguono le linee dei paralleli e dei meridiani. In particolare:
ai fini meteorologici (Meteomar) e delle Informazioni nautiche degli avvisi ai naviganti, il limite marittimo tra Adriatico meridionale e Ionio settentrionale è dato dal 40º parallelo nord: sulla costa italiana corrisponde a punta Mucurune nei pressi di Castro. 40°00'00 N 18°25'48 E
per i restanti Avvisi ai naviganti (portolani, fari e fanali, Navarea III, ecc.) il limite convenzionale fra costa ionica e costa adriatica è invece posto a Santa Maria di Leuca (punta Mèliso, lungo il meridiano 18°22' E).
L'Organizzazione idrografica internazionale fa propria quest'ultima definizione, ponendo il limite meridionale dell'Adriatico lungo la linea immaginaria che va da punta Mèliso a capo Cefalo (39°45'07.31 N 19°37'45.5 E) sull'isola di Corfù). In questo modo, la costa settentrionale dell'isola di Corfù e le isole Diapontie sarebbero bagnate dal mar Adriatico.
Il limite occidentale della placca adriatica, sopra la quale si estende il bacino adriatico, si sposta attualmente di circa 40 mm all'anno verso est, sotto la spinta dalla placca euroasiatica, comportando un graduale restringimento del Mare Adriatico
Costa settentrionale e occidentale.
Questo settore, compreso tra Pola e il canale d'Otranto, si presenta generalmente basso e sabbioso, eccetto che in corrispondenza della penisola Istriana, della costa triestina, del promontorio del Gargano, del promontorio del Conero e del promontorio del San Bartolo. Tra Grado e il delta del Po è orlato di lagune.
Le acque dell’Adriatico presentano una notevole uniformità di composizione e di densità per cui il calore si propaga per moti convettivi dalla superficie fino a grande profondità. Per quanto riguarda le correnti, si può notare la presenza costante di una corrente ascendente dal Canale di Otranto lungo la costa orientale, la quale si espande verso il centro del bacino, nella zona del Gargano; una corrente discendente, invece, si forma lungo la costa occidentale a S di Ancona. Lungo la spiaggia veneta è nota da secoli l’esistenza di una corrente litoranea con direzione da N a S, la quale però ha vario comportamento davanti alle coste romagnole, ove di frequente si forma un vortice autonomo che può spingere le acque del Po fino alle coste istriane. I venti dominanti nel bacino adriatico sono la bora (NE) e lo scirocco (SE); frequenti sulle coste italiane sono anche il maestrale (NO) e sull’Albania il libeccio (SO). Nel bacino settentrionale l’Adriatico ha maree più marcate del resto del Mediterraneo.
Fra i traffici adriatici, a partire dall’ultimo decennio del Novecento, va annoverato anche quello dei migranti clandestini (dai paesi della Penisola Balcanica e del Vicino Oriente) che, praticato senza alcuna misura di sicurezza, ha dato luogo a molti incidenti e naufragi, con centinaia di vittime. Ad alimentare tale traffico sono stati per parecchi anni essenzialmente gli Albanesi, ai quali si sono poi aggiunti i Curdi di Turchia.
Dal punto di vista ecologico l’Adriatico, un tempo di gran lunga il più pescoso tra i mari italiani, ha subito da diversi decenni un depauperamento rilevante della sua fauna ittica, a causa dell’eccessivo sfruttamento e di gravi fenomeni di inquinamento idrico. Resta tuttavia un bacino in cui la pesca è largamente praticata, e almeno quattro delle regioni italiane che vi si affacciano figurano tra quelle che maggiormente contribuiscono alla formazione del pescato nazionale: Veneto, Emilia-Romagna, Marche e Puglia. Notevole è anche la produzione dell’acquicoltura, in aumento, oltre che nell’area tradizionale delle Valli di Comacchio, pure in varie altre sezioni costiere. Assai più modesta è la produzione peschereccia e acquicola degli altri paesi rivieraschi. L’attività industriale è stata per lungo tempo assai ridotta lungo la riva balcanica e, per quanto riguarda quella italiana, limitata alla sezione settentrionale. Tuttavia, a partire dagli anni 1970, il mutamento dell’apparato manifatturiero italiano, che ha privilegiato il modello della piccola e media impresa e dell’industrializzazione diffusa, ha preso le mosse proprio dalle regioni adriatiche settentrionali (Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna), ha gradualmente interessato le Marche e l’Abruzzo teramano e ha cominciato a manifestarsi in altre aree abruzzesi e in Puglia, estendendosi proprio lungo l’A., per cui è stato talora indicato, oltre che come modello NEC (Nord-Est/Centro), anche come modello adriatico, prodotto di una ‘via adriatica allo sviluppo’.
La costa adriatica italiana continua, inoltre, a essere sede privilegiata, in particolare per quanto concerne l’Emilia-Romagna, delle più frequentate stazioni balneari, apprezzate da turisti sia italiani sia stranieri (soprattutto tedeschi). Il turismo è tornato anche ad affollare le coste dalmate, dopo la parentesi negativa della prima metà degli anni 1990, dovuta agli scontri armati tra Croati e Serbi, avvenuti in un retroterra assai vicino.
I principali corsi d'acqua che sfociano nel mar Adriatico sono il Po, l'Adige, l'Isonzo, il Tagliamento, il Brenta, il Piave, il Reno, la Narenta, il Metauro, il Tronto, l'Aterno-Pescara e l'Ofanto. In generale, i fiumi del nord, alimentati dai ghiacciai alpini, hanno un regime più regolare nel corso dell'anno, mentre quelli centro-meridionali presentano un carattere torrentizio.
L'ampiezza di marea è abbastanza contenuta (circa 30 cm al sud e non oltre i 90 nell'estremità settentrionali): ciò ha permesso sin dall'antichità la nascita, lungo la bassa costa settentrionale, di centri abitati come Aquileia, Chioggia, Grado, Venezia, famosa in tutto il mondo per il fenomeno dell'acqua alta che periodicamente ne sommerge di qualche decina di centimetri molte aree, e Ravenna.
Porti principali in Italia sono, da nord a sud, Trieste, Venezia, Ravenna, Ancona, Bari, Brindisi; in Slovenia il solo porto di Capodistria; in Croazia Pola, Fiume, Zara, Sebenico, Spalato e Ragusa; la Bosnia ed Erzegovina si serve del porto croato di Porto Tolero (in croato: Ploce); in Montenegro Antivari; in Albania Durazzo e Valona.
L’Adriatico si può suddividere in tre parti: Settentrionale, Centrale, Meridionale.
L'Adriatico Settentrionale si estende dal Golfo di Venezia e Trieste fino alla congiungente Ancona-Zara. Comprende anche la rientranza del Quarnaro, particolarmente ricca di isole. I fondali degradano dolcemente sino ad una profondità di 70-75 m.
In questa area di mare Adriatico sono presenti anche formazioni rocciose, la cui ampiezza oscilla da qualche metro a qualche migliaio di metri quadri, che si elevano da pochi centimetri al massimo di sei metri dai fondali detritici circostanti. Queste formazioni possono essere definite come un gruppo superficiale di rocce derivate dalla locale cementazione di sedimenti sciolti e sono principalmente localizzate in cima a piccoli scanni del fondo del mare, fino a circa 29 metri di profondità, e a 20 chilometri di distanza dalla costa, specialmente a Nord del delta del Po.
L’Adriatico centrale si estende dalla congiungente Ancona-Zara fino alla congiungente Gargano-Lastovo. La caratteristica morfologica più importante di questo tratto del bacino, è la presenza di un area depressa, denominata Depressione Meso-adriatica o fossa di Jakula. Essa comprende tre piccoli bacini con profondità massime di poco superiori ai 250 metri ed è orientata in senso nordest-sudovest, cioè perpendicolare all’asse del bacino; possiede quindi un andamento contrario alla vergenza tettonica e strutturale dell’Appennino.
L'Adriatico Meridionale si estende dall’allineamento Gargano-Lastovo fino ad una soglia posta al parallelo di Otranto. Il bacino meridionale nel suo complesso ha un andamento allungato in direzione nordovest-sudest, sub parallelo alle coste pugliesi e dalmato-albanesi. Il bacino è caratterizzato da un morfologia piuttosto regolare, interrotta solo eccezionalmente dalla presenza di rilievi sottomarini: da ricordare il Monte Dauno (al largo di Bari). La profondità scende al di sotto dei 1200 m e risale a circa 800 m in corrispondenza del Canale d’Otranto.
La pendenza dei fondali adriatici, soprattutto in prossimità della costa, è legata in larga misura ai caratteri morfologici dei litorali che risultano più articolati e rocciosi sulle coste orientali.
Le coste occidentali presentano un carattere roccioso, con prevalenza di formazioni marnoso-arenacee e calcaree, solo in corrispondenza dei promontori del Conero, del Gargano, nonché nelle coste salentine. Le coste nord-occidentali ed albanesi sono basse ed orlate di lagune.
Notevole è l’apporto fluviale delle coste occidentali, dove i corsi d’acqua trasportano abbondanti quantità di detriti di provenienza appenninica. Al contrario è assai scarso, per il carattere carsico, l’afflusso del retroterra pugliese.
Le coste orientali si presentano particolarmente articolate e ricche d’isole, infatti in una distanza, che in linea d’aria è circa 600 Km, si sviluppa una fascia costiera di 4000 Km.
IL MAR TIRRENO
Il mar Tirreno è compreso fra la Corsica, la Sardegna, la Sicilia, la Calabria, la Basilicata, la Campania, il Lazio e la Toscana; è collegato al mar Ionio tramite lo Stretto di Messina ed è diviso dal mar Ligure dall'isola d'Elba, con il Canale di Corsica a ovest e il Canale di Piombino a est. Il confine fra mar Tirreno e mar Ligure è quindi costituito dalla linea immaginaria che congiunge Capo Corso all'isola d'Elba e al canale di Piombino, lungo il 43º parallelo. Questa suddivisione è ritenuta valida dall'Istituto Idrografico della Marina Militare Italiana, che usa perlopiù Mar Ligure nei portolani relativi alla costa toscana settentrionale.
Tuttavia nella percezione comune e secondo una tradizione radicata, prevale l'idea che il confine settentrionale tra il mar Ligure e il mar Tirreno sia situato alla foce della Magra, in Liguria, e che quindi tutta la costa toscana si affacci sul Tirreno. Questa versione tradizionale dei confini ha portato a varie conseguenze: vicino a Pisa negli anni trenta è stata fondata una località balneare denominata Tirrenia; il quotidiano di Livorno si chiama Il Tirreno e Viareggio e Castiglioncello sono popolarmente definite le Perle del Tirreno. Occorre tuttavia considerare che nelle carte dell'Ottocento il mare che bagnava la Toscana era talvolta chiamato semplicemente Mare Toscano.
L'Organizzazione idrografica internazionale, in un suo documento del 1953, adotta come confine la linea che congiunge Capo Corso (in Corsica) con l'isola Tinetto (nel golfo di La Spezia). Pertanto tutta la costa toscana e il golfo di La Spezia farebbero parte del mar Tirreno. Questo confine è in via di ridefinizione: infatti la stessa Organizzazione ha pubblicato nel 1985 una bozza del documento definitivo sui limiti dei mari che fa coincidere il confine sud-orientale del mar Ligure con quello lungo il 43º parallelo da Capo Corso a Piombino.
Il confine fra il Mar Tirreno e il Mar Mediterraneo è costituito dalla linea immaginaria che congiunge Capo Boeo a Marsala in Sicilia con Capo Teulada in Sardegna.
Prende il nome dall'antico popolo dei Tirreni (Tyrsenoi o Tyrrhenoi), meglio noti come Etruschi i cui territori nell'VIII secolo a.C. a nord si estendevano fino alla foce dell'Arno nei pressi di Pisa, e che nei due secoli successivi ampliarono il loro raggio d'azione fino alla foce del fiume Magra in Liguria, mentre a sud si estendevano fino alla Campania, detta per questo anche Etruria Campana.
Narra infatti lo storico greco Erodoto nelle sue Storie di come il re della Lidia (attuale Turchia occidentale) dopo anni di carestia avesse deciso di far emigrare una metà del suo popolo alla ricerca di una nuova patria. Guidati dal principe Tirreno, i Lidi sbarcarono quindi sulle coste occidentali della penisola italiana e, preso possesso della nuova terra, mutarono il loro nome in Tirreni dal nome dell'eroe eponimo che li aveva guidati. Costoro, secondo il racconto greco, non sarebbero altri che gli Etruschi. Dal loro nome greco fu quindi detto Tirreno il mare che dominarono per secoli (talassocrazia etrusca).
Secondo altre fonti, Tyrrhenoi sarebbe l'epiteto con il quale i greci chiamavano i pirati che nel mediterraneo occidentale abbordavano con piccole e veloci imbarcazioni chiunque vi si avventurasse.
La storia geologica del bacino è intimamente legata a quella di tutto il Mediterraneo, la cui origine va ricercata nell'ampia Tethis, delle più antiche età del Paleozoico. Le caratteristiche forme di questo antico bacino sono state esposte nelle linee generali; conviene notare la presenza, nell'area tirrenica, di un antico massiccio ercinico del quale oggi rimangono solo scarsi avanzi (Arcipelago Toscano, Sardegna, Calabria, Peloritani). Tale conformazione si mantiene quasi intatta fino al periodo del movimento alpino, manifestando notevoli e alterne vicende che interessano però più la zona periferica della Tethis e poco riguardano la zona mediterranea e in particolar modo la tirrenica, per la quale tuttavia secondo alcuni si hanno mutamenti notevoli che riguardano l'area siciliana, raggiunta dal mare. Nel Trias si notano le prime variazioni valevoli di questo mare che dànno luogo, nelle età successive, a trasformazioni più radicali per effetto di trasgressioni e regressioni successive, che portano alla scomparsa quasi totale delle zolle più antiche. In seguito al movimento orogenetico alpino si ha una nuova fisionomia del Mediterraneo, interessante più propriamente anche il bacino tirrenico che però non subisce, per la parte attualmente occupata da questo mare, modificazioni importanti, all'infuori di una più precisa delimitazione che va, nei successivi periodi, sempre più avvicinandosi a quella attuale, raggiunta nel Quaternario, durante il quale si manifestano poderosi fenomeni di sollevamento, specie sulle coste calabre (terrazzi fino a 1200 m.). Anche il clima del bacino ha subito variazioni notevoli, come lasciano supporre i numerosi e frequenti (Sicilia) resti di grossi mammiferi della fauna africana, che fanno pensare a ponti peninsulari sommersi in epoca a noi assai vicina, ma che non interessano il vero e proprio Tirreno. Recenti e di carattere del tutto locale sono invece i fenomeni vulcanici, di cui però si trovano imponenti e frequenti manifestazioni.
Le conoscenze sulle condizioni batimetriche del Tirreno non possono dirsi soddisfacenti nonostante le ripetute campagne oceanografiche italiane e straniere. Tra le prime sono particolarmente degne di ricordo quelle della R. Nave Washington al comando dell'ammiraglio Magnaghi (1881-91), accompagnate talora da ricerche talassografiche ricche di risultati, poi varie altre campagne dell'Istituto idrografico della R. Marina nel 1898-99, e nel 1901-03; tra le straniere la spedizione, magnificamente organizzata, della nave danese Thor.
Ciò nondimeno gli scandagli a grandi profondità sono assai scarsi: 27 soltanto superiori a 3000 m. e 16 superiori a 3500. Risulta in ogni modo che il Tirreno è uno dei bacini più profondi di tutto il Mediterraneo.
Lo zoccolo continentale che sostiene la piattaforma sulla quale poggiano la penisola italiana e la Sicilia da un lato e quella, assai più antica, su cui. si allineano Sardegna e Corsica presenta fianchi ripidissimi, che se non raggiungono i valori delle forti pendenze della costa marocchina del M. Esperico, sono tuttavia da ritenersi tra i massimi valori che si riscontrano nel Mediterraneo. Ne consegue uno sviluppo assai ristretto e angusto della fascia litorale di piccola e media profondità, interessante lo sfruttamento peschereccio; essa infatti si riduce assai fortemente, soprattutto là dove le coste sono alte e scoscese. Abbastanza ampia risulta verso N., dove affiorano le isole dell'Arcipelago Toscano. Il resto del Tirreno, cioè la zona centrale, è limitato da una ripida scarpata che porta rapidamente alla zona di massima profondità, solo interrotta dalle piattaforme di sostegno delle isole Pontine ed Eolie; mentre le Lipari sorgono su quella zona poco profonda che collega la Sicilia con l'Africa settentrionale.
I sedimenti che occupano questa parte del Mediterraneo sono stati studiati soprattutto per opera della spedizione danese. I caratteri generali si differenziano alquanto da quelli dei tipici sedimenti oceanici; presentano colore bruno chiaro, consistenza argillo-sabbiosa con circa il 50% di limo per i sedimenti lontani dalla terraferma; gli elementi inorganici sono in sovrabbondanza specialmente nelle sabbie, mentre scarsi e assai localizzati sono gli elementi vulcanici. La differenziazione per grandezza è legata, come in tutti i mari, alla distanza dalle coste e nei depositi di gran fondo vi è una preponderanza fortissima degli elementi con meno di 0,05 mm. di diametro. Carattere peculiare dei depositi mediterranei e soprattutto tirrenici, oltre alla presenza di elementi d'origine vulcanica, è l'alto tenore in CaCO3 e la presenza in una certa abbondanza di alcuni minerali caratteristici; il primo presenta delle variazioni locali, ma la percentuale è sempre molto forte e raggiunge una media che sta intorno al 50%, con oscillazioni più o meno grandi intorno a questo valore; i minerali più comuni sono calcite, gluconite, dolomite, pirite e gesso. La presenza di organismi è naturalmente evidente, benché non si raggiungano le alte percentuali degli oceani; vi sono notevolmente abbondanti i Foraminiferi e Pteropodi e anche abbastanza frequenti nelle zone di minor profondità sono le formazioni coralline, sia di C. rubrum, sia di altri generi: Desmophyllum, Dendrophyllia, Amphifellia, ecc.
Le proprietà fisico-chimiche del Tirreno sono legate a due fattori principali: da un lato l'intima e stretta relazione con il restante bacino mediterraneo e con le sue peculiari caratteristiche e dall'altro con le sue condizioni idrografiche. La mancanza di corsi d'acqua d'importanza e di entità tale da influire sul complesso di queste proprietà risulta evidente; anche i maggiori tributarî del Tirreno (Arno, Tevere, Volturno, ecc.) esercitano solo un influsso locale. Alcune proprietà fisiche, quali la trasparenza e il colore, cui è collegata intimamente anche la penetrazione delle radiazioni calorifiche e luminose, sono influenzate sia dall'assenza di forti apporti di acque dolci, sia dalla povertà della vita planctonica. Per la trasparenza sono state fatte misure già da tempo per opera sopra tutto di Secchi e Cialdi, dalle cui osservazioni risulta che il valore massimo per il Tirreno è di m. 42,5.
La zona di Capri è naturalmente tra le più trasparenti di tutto il Mediterraneo, superata solo dalla trasparenza del mare di Rodi. Il colore, misurato con la scala Forel, è paragonabile ai primi gradi, essendo nettamente azzurro (2-3 Forel), alquanto meno intenso di quello del bacino orientale (Creta e Cipro).
Strettamente legata alla trasparenza e al colore è la penetrazione delle radiazioni nelle acque, i cui studî sono stati ripresi per il mare di Capri recentemente dal Vercelli, il quale ha potuto dimostrare che, sia per la penetrazione totale sia per quella a varie lunghezze d'onda, si debbono modificare in parte i dati acquisiti. Secondo il Vercelli il limite massimo per la penetrazione della radiazione solare totale è di 500-600 metri; per la penetrazione selettiva le sue ricerche avrebbero stabilito che le radiazioni più penetranti non sono le violette, bensì quelle della zona del verde.
In diretta relazione con i due fattori su menzionati, oltre che con le condizioni climatiche del bacino mediterraneo, sono le condizioni di temperatura, che nelle linee generali sono comuni a quelle del Mediterraneo. Per quanto riguarda la temperatura di superficie si osserva che essa nell'inverno è alquanto superiore nelle medie a quella dell'aria sovrastante, mentre nella stagione estiva avviene il contrario. È questa una delle nozioni risultanti dalle abbastanza numerose osservazioni fatte dall'epoca di Marsigli fino ad oggi. Per il Tirreno si osserva che tali valori possono toccare 2°-3° di eccedenza nell'estate (marzo-settembre) in favore della temperatura dell'aria, mentre nell'inverno (ottobre-aprile) avviene il contrario con valori anche di 5°-6 (Napoli: superficie 13°,2, aria 5°,8). Ancor più caratteristico è il comportamento della temperatura in profondità, riconosciuto già da Aimé per tutto il Mediterraneo e così enunciato: "la temperatura minima degli strati profondi del Mediterraneo è uguale alla media delle temperature invernali in superficie". E ciò è comprensibile quando si tien conto che alla massima profondità dello stretto di Gibilterra corrisponde nell'Atlantico un livello termico con valori non inferiori a quelli invernali di superficie del Mediterraneo. L'andamento quindi della curva delle temperature in profondità, salvo variazioni locali e temporanee, si abbassa gradualmente da un massimo di superficie, influenzato dalle variazioni stagionali, fino a un minimo che oscilla intorno a 13°,2-13°,7.
Tali peculiari condizioni termiche, insieme con quelle idrografiche più volte ricordate, influiscono fortemente anche sulle proprietà chimiche, specialmente la salinità. I valori di salinità del Tirreno, se non toccano i massimi del Mediterraneo, raggiungono tuttavia valori notevoli, soprattutto in alcune zone. È noto che la salinità del Mediterraneo, escluso il M. Nero, aumenta da occidente verso oriente; il Tirreno, appartenendo al bacino occidentale e in ampia comunicazione con esso, ha valori intorno al 38‰, che aumentano lievemente in profondità (38,5‰) e che manifestano variazioni locali, soprattutto in presenza di fattori adatti, come apporti di acque dolci, comunicazioni con gli altri bacini, ecc. Le altre caratteristiche chimiche oceanografiche, come il contenuto in O2, equilibrio dei carbonati, nitrati, fosfati, e chimico-fisiche (pH) presentano un quadro che è stato studiato abbastanza a fondo nelle spedizioni danesi (1908-1910) e in ricerche successive. Mentre il comportamento dell'O2 si è dimostrato del tutto regolare e legato strettamente a fattori ambientali, che ne determinano la capacità di disciogliersi in seno alle acque, l'equilibrio dei carbonati presenta un quadro assai complesso e collegato da un lato alle condizioni dell'atmosfera sovrastante e alla relativa ricchezza di carbonati dei sedimenti marini e dall'altro alle particolari condizioni biologiche di questo mare. Più stretto legame ancora con i fenomeni vitali presenta la caratteristica povertà di questo mare, come di tutto il Mediterraneo, in nitrati e fosfati, già riconosciuta per le ricerche eseguite sia dai Danesi, sia da altri studiosi. Tuttavia essendo tali questioni ancora, almeno per quanto riguarda le ricerche, oscure, il Conseil permanent pour l'exploration de la Mer Méditerranée, per interesse soprattutto di uno studioso italiano, il Brunelli, ha posto tali ricerche all'ordine del giorno.
Per quanto riguarda la dinamica marina le condizioni del Tirreno vanno messe in rapporto con quelle di tutto il Mediterraneo. Sull'ampiezza e altezza delle onde esistono osservazioni sporadiche, le prime riportate dal Marsigli, già ricordato. Le onde non raggiungono, per ragioni diverse, i valori degli oceani; tuttavia si hanno esempî di onde assai notevoli, registrati in periodi di forti tempeste. Maggiori e più sistematiche osservazioni si hanno per le maree, delle quali si sono occupati varî autori. Se il quadro complessivo del Mediterraneo è quindi abbastanza chiaro, mancano osservazioni panticolareggiate per le coste del Tirreno. Dagli studî teorici e dai dati esistenti risulta che le oscillazioni di alta e bassa marea sono ridottissime per le coste tirreniche (Civitavecchia, cm. 21; Ischia, cm. 16; Gaeta, cm. 15; Napoli, cm. 21; Pizzo, cm. 15; Tropea, Lipari, Capo Peloro, Milazzo, cm. 20; Palermo, cm. 15; Messina, cm. 12); i massimi valori si raggiungono presso Porto S. Stefano e Piombino.
Alcuni cenni più diffusi merita l'illustrazione del sistema circolatorio del Tirreno. Ricerche abbastanza numerose, benché molto localizzate, sono state fatte da varî studiosi, tra i quali Marinelli, Platania, Vercelli. Secondo gli accertamenti eseguiti rimane assodata l'esistenza di una corrente, influenzata, come il Vercelli ha dimostrato, dai moti peculiari dello Stretto di Messina, che corre lungo le coste della penisola italiana da SE. verso NO., e che subisce spostamenti locali dovuti allo sbocco dei fiumi con formazione di correnti secondarie in senso opposto; essa si fa maggiormente sentire con i venti del IV quadrante nel canale di Piombino, dove raggiunge velocità da 1,5-2,5 miglia orarie. Secondo G. Dainelli, O. Marinelli e G. Stefanini esisterebbero moti di deriva, dovuti a venti predominanti, più che vere e proprie correnti, che, dove sono state accertate, hanno valori piuttosto bassi. Tuttavia a completare la conoscenza del ciclo delle correnti del Tirreno mancano quasi totalmente le osservazioni lungo le coste della Corsica e della Sardegna, dove tale problema dovrebbe vieppiù complicarsi, dato lo scambio di acque attraverso le Bocche di Bonifacio. Come si è già avvertito, il sistema circolatorio innestato su quello generale del bacino, ma abbastanza autonomo, data l'individualità del Tirreno, risente l'influenza dei venti stagionali predominanti. Mancano i forti venti occidentali; nel periodo estivo predominano quelli deboli di SE., NE. e E., alternati con periodi di calma, mentre le spiagge sono soggette al meccanismo delle brezze. Nell'inverno forti venti di SE. imperversano tra Piombino e Civitavecchia accompagnati da basse pressioni. Lungo le coste della Campania meridionale e della Calabria forti venti di terra nella stagione invernale possono recare danni alla navigazione costiera.
La pesca nel Tirreno, specialmente con l'attuale sviluppo della pesca meccanica o di altura, è alquanto aumentata rispetto a qualche anno addietro. Tuttavia è sempre limitata per la piccola estensione della piattaforma continentale sfruttabile - tra 0 e 250 m. in media di profondità - e ancor diminuita dalle zone non dragabili. Pur essendo il Tirreno un mare povero da questo punto di vista, la pesca per l'operosità solerte degli abitanti costieri è oggetto di un'attività multiforme, per strappare al mare i suoi tesori. Tipica del Tirreno è la lampara, mestiere che i pescatori napoletani e pozzolani nelle loro stagionali peregrinazioni hanno ampiamente diffuso. Le coste verso cui tale migrazione si dirige sono soprattutto le limitrofe coste laziali, toscane e calabre. Alcuni centri come Porto S. Stefano, Port'Ercole, Civitavecchia, Napoli, Palermo, ecc., sono tra i più importanti mercati e centri pescherecci del Tirreno; in nessun piccolo centro mancano però abitanti che dalla pesca non traggano almeno parte del loro necessario.
Le vie di navigazione e di traffico del Mediterraneo passano in parte per il Tirreno, in parte invece sfuggono da esso per toccare i porti degli altri bacini. Dalla poderosa corrente di traffico che entra per Gibilterra un'aliquota notevole fa capo a Napoli, secondo porto di movimento della Penisola. Non estraneo a tale movimento rimane Palermo, mentre gli altri porti sono di esclusiva e quasi assoluta importanza regionale. Regolari servizî giornalieri o settimanali solcano questo mare per collegare le grandi e piccole isole col continente; esistono pure alcune regolari linee aeree e alcune isole sono collegate al continente da cavi sottomarini.
I fiumi che lo formano soprattutto a regime torrentizio. I principali, da nord a sud, sono l'Ombrone, il Tevere, il Garigliano e il Volturno.
Oltre alle isole maggiori che ne delimitano approssimativamente i confini, il Tirreno è caratterizzato dalla presenza di più di un arcipelago.
Nella parte settentrionale si hanno le isole dell'arcipelago Toscano (Elba, Pianosa, Montecristo, Giglio, Giannutri e Formiche di Grosseto), eccetto la Gorgona e la Capraia che sono bagnate dal Mar Ligure. Nel 1996 le isole dell'arcipelago Toscano sono entrate a far parte del Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano, grazie al quale sono salvaguardate le sette isole maggiori dell'arcipelago e i fondali con tutta l'importante fauna. È attualmente il più grande parco marino d'Europa.
Nella parte centrale del Tirreno si trova invece l'arcipelago Pontino (o isole Ponziane), del quale fanno parte Ponza, Palmarola, Gavi, Zannone, Ventotene e Santo Stefano. Di fronte alla città di Milazzo in Sicilia si trovano invece le isole Eolie: Stromboli, Alicudi, Filicudi, Lipari, Salina, Vulcano e Panarea.
Un altro arcipelago siciliano è quello delle Egadi, sito a ovest rispetto a Trapani e composto da tre isole: Levanzo, Favignana e Marettimo.
Sulla costa nordorientale della Sardegna si trova l'arcipelago della Maddalena, composto dalle due isole principali di La Maddalena e Caprera e da un gran numero di isolotti minori; alcuni chilometri più a sud si trovano l'imponente sagoma di Tavolara e l'isola di Molara.
Sono infine da annotare le quattro isole non facenti parte di arcipelaghi, ovvero Capri, Procida, Ischia e Ustica.
In tutti i casi cui si è accennato il turismo gioca un ruolo molto importante a causa della scarsa urbanizzazione dei luoghi; spesso si è avuto quindi un afflusso di massa che ha trasformato le isole in siti assai affollati.
Per la posizione isolata più di un'isola ha ricoperto ruoli di penitenziario (Pianosa, Santo Stefano) o di luogo ospite di esuli volontari ed esiliati per motivi politici (Napoleone all'isola d'Elba, Augusto e Tiberio a Capri, Sandro Pertini e Altiero Spinelli a Santo Stefano).
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