Visualizzazione post con etichetta acque. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta acque. Mostra tutti i post

sabato 2 gennaio 2016

IL MAR ADRIATICO



Il mare Adriatico è lungo circa 800 km e largo mediamente 150 km, ricoprendo una superficie di 132 000 km². La profondità non supera i 300 m nella parte settentrionale (inferiore a quella dei tre grandi laghi prealpini) e raggiunge i 1 222 m più a sud, lungo la direttrice da Bari alle bocche di Cattaro. La salinità media è del 3,8%, con forti differenze tra il nord, meno salino, e il sud.

Nel periodo pre-classico, l'Adriatico era considerato un'articolazione dello Ionio; venne considerato un mare a sé stante a partire dal periodo repubblicano romano. Nel Medioevo e nell'Età Moderna, i Veneziani, che comprendevano nel proprio dominio la Dalmazia e alcuni porti pugliesi, chiamavano l'intero Adriatico con il nome di golfo di Venezia. Dal momento che la Serenissima era una delle maggiori potenze d'Europa, tale denominazione si diffuse molto, senza però soppiantare mai completamente il nome originale, al quale rimasero fedeli i pochi porti adriatici che Venezia non riuscì a sottomettere. Nei codici marittimi veneziani era addirittura chiamato "il nostro canal", quasi fosse la continuazione del Canal Grande.

Il nome Adriatico, secondo alcuni storici, deriva da quello della città di Atri (anticamente Hadria e poi Hatria), trimillenaria città d'arte abruzzese, dato che per i Romani era punto di arrivo di uno dei principali itinerari tra Roma e l'Adriatico. Secondo altri storici, invece, Adriatico deriva da Adria, in provincia di Rovigo, in Veneto. In effetti per i Greci tale città, che i siracusani trasformarono in una loro colonia, era considerata l'estremità settentrionale dell'Adriatico, il cui nome verrebbe così a significare "mare che termina ad Adria". Sulla base della seconda ipotesi, i Greci diedero il nome di Adrias Kolpos inizialmente alla parte settentrionale del mare, poi gradualmente il nome venne esteso per tutta la sua lunghezza, fino alle isole Ionie.

Quando i Romani conquistarono il Nord Italia alla fine del III secolo a.C., il nome si era già consolidato.

Il nome del mare Adriatico non conserva la stessa radice etimologica in tutte le lingue dei popoli che vi si affacciano: Deti Adriatik in albanese è simile alla radice italiana, mentre Jadransko more in bosniaco e croato, Jadransko more in montenegrino e di Jadransko morje in sloveno fanno riferimento al nome latino della città di Zara Iader/Iadera.

Le coste del mare Adriatico sono teatro di racconti di storie passate di grande fascino, anche se per alcune di queste non esistono testimonianze documentate e certe. Una delle leggende più conosciute riguardanti l'Adriatico è quella degli Argonauti. La parte finale del mito è ambientata a Pola e narra della storia della nave dei sudditi del re di Colchide che, partiti alla ricerca del Vello d'oro, si sarebbero fermati sulle coste dell'Adriatico per paura di dover comunicare al sovrano il fallimento della loro missione e la morte di suo figlio Giasone.

Sempre dall'altra parte dell'Adriatico, lungo le coste della penisola dell'Istria, si racconta la storia dell'arcipelago delle isole Brioni, dove sono stati ritrovati resti dei dinosauri che hanno abitato queste terre 150 milioni di anni fa. Secondo la leggenda, questo arcipelago nacque per mano degli angeli: le isole sarebbero infatti alcuni pezzi di Paradiso che il Diavolo aveva sparpagliato.

Secondo il mito greco, l'eroe Diomede, dopo aver lasciato per sempre la città di cui era re, Argo, navigò con i suoi compagni d'arme in tutto l'Adriatico, fermandosi ove ci fosse un porto e insegnando agli abitanti l'arte della navigazione. Nella Venezia Giulia la sua figura si fuse con quella del Signore degli Animali. Successivamente diventò un fondatore di città (molte in Puglia, ma anche Benevento e Vasto). Per questi motivi il suo culto era diffuso alle foci del Timavo, a Capo Promontore, ad Ancona, a Capo San Niccolò e alle Isole Tremiti. In tutti i luoghi ricordati dalla tradizione come tappe dei viaggi di Diomede, l'archeologia ha ritrovato reperti micenei, consentendo di collegare il mito di Diomede alla navigazione micenea.

Altro eroe greco che navigò nell'Adriatico fu, secondo il mito, Antenore, ricordato dalla tradizione come fondatore di Padova.

Anche la storia di Circe potrebbe essere ricondotta al mare Adriatico, collocando la casa della maga lungo la foce del Po o in Istria. Ci sono anzi studiosi che hanno ambientato tutte le tappe del viaggio di Ulisse narrato nell'Odissea in luoghi adriatici anziché tirrenici, com'è consuetudine. Il fatto che Omero non abbia mai incluso riferimenti specifici parlando di luoghi, autorizzò fin dall'antichità ad ambientare il mito di Ulisse in vari luoghi del Mediterraneo: ogni popolazione rivierasca che veniva a conoscenza delle avventure di Ulisse le immaginava in luoghi che conosceva. L'ambientazione tirrenica divenne la più diffusa a partire dalla romanizzazione d'Italia.

Lungo le coste dell'Adriatico avrebbero poi navigato anche i Pelasgi. Naturalmente non ci sono notizie certe al riguardo, ma ad esempio Silio Italico racconta la risalita di questa popolazione di navigatori lungo la costa e il loro insediamento sul colle dell'Annunziata (conosciuto anche con il nome di colle Pelasgico) ad Ascoli Piceno, nelle Marche. Un po' più a nord, nel ravennate, anche Strabone identifica alcune colonie pelasgiche, accostandole a quelle di Caere (Cerveteri) e di Pyrgi lungo il Tirreno.

Il mare Adriatico è collegato al mar Ionio tramite il Canale d'Otranto, ossia lo stretto di mare fra punta Palascia, nel Salento, e capo Linguetta in Albania. Questa linea di demarcazione viene spostata più a sud da alcune convenzioni nautiche, che per esigenze di semplicità seguono le linee dei paralleli e dei meridiani. In particolare:
ai fini meteorologici (Meteomar) e delle Informazioni nautiche degli avvisi ai naviganti, il limite marittimo tra Adriatico meridionale e Ionio settentrionale è dato dal 40º parallelo nord: sulla costa italiana corrisponde a punta Mucurune nei pressi di Castro. 40°00'00 N 18°25'48 E
per i restanti Avvisi ai naviganti (portolani, fari e fanali, Navarea III, ecc.) il limite convenzionale fra costa ionica e costa adriatica è invece posto a Santa Maria di Leuca (punta Mèliso, lungo il meridiano 18°22' E).
L'Organizzazione idrografica internazionale fa propria quest'ultima definizione, ponendo il limite meridionale dell'Adriatico lungo la linea immaginaria che va da punta Mèliso a capo Cefalo (39°45'07.31 N 19°37'45.5 E) sull'isola di Corfù). In questo modo, la costa settentrionale dell'isola di Corfù e le isole Diapontie sarebbero bagnate dal mar Adriatico.

Il limite occidentale della placca adriatica, sopra la quale si estende il bacino adriatico, si sposta attualmente di circa 40 mm all'anno verso est, sotto la spinta dalla placca euroasiatica, comportando un graduale restringimento del Mare Adriatico
Costa settentrionale e occidentale.
Questo settore, compreso tra Pola e il canale d'Otranto, si presenta generalmente basso e sabbioso, eccetto che in corrispondenza della penisola Istriana, della costa triestina, del promontorio del Gargano, del promontorio del Conero e del promontorio del San Bartolo. Tra Grado e il delta del Po è orlato di lagune.

Le acque dell’Adriatico presentano una notevole uniformità di composizione e di densità per cui il calore si propaga per moti convettivi dalla superficie fino a grande profondità. Per quanto riguarda le correnti, si può notare la presenza costante di una corrente ascendente dal Canale di Otranto lungo la costa orientale, la quale si espande verso il centro del bacino, nella zona del Gargano; una corrente discendente, invece, si forma lungo la costa occidentale a S di Ancona. Lungo la spiaggia veneta è nota da secoli l’esistenza di una corrente litoranea con direzione da N a S, la quale però ha vario comportamento davanti alle coste romagnole, ove di frequente si forma un vortice autonomo che può spingere le acque del Po fino alle coste istriane. I venti dominanti nel bacino adriatico sono la bora (NE) e lo scirocco (SE); frequenti sulle coste italiane sono anche il maestrale (NO) e sull’Albania il libeccio (SO). Nel bacino settentrionale l’Adriatico ha maree più marcate del resto del Mediterraneo.

Fra i traffici adriatici, a partire dall’ultimo decennio del Novecento, va annoverato anche quello dei migranti clandestini (dai paesi della Penisola Balcanica e del Vicino Oriente) che, praticato senza alcuna misura di sicurezza, ha dato luogo a molti incidenti e naufragi, con centinaia di vittime. Ad alimentare tale traffico sono stati per parecchi anni essenzialmente gli Albanesi, ai quali si sono poi aggiunti i Curdi di Turchia.



Dal punto di vista ecologico l’Adriatico, un tempo di gran lunga il più pescoso tra i mari italiani, ha subito da diversi decenni un depauperamento rilevante della sua fauna ittica, a causa dell’eccessivo sfruttamento e di gravi fenomeni di inquinamento idrico. Resta tuttavia un bacino in cui la pesca è largamente praticata, e almeno quattro delle regioni italiane che vi si affacciano figurano tra quelle che maggiormente contribuiscono alla formazione del pescato nazionale: Veneto, Emilia-Romagna, Marche e Puglia. Notevole è anche la produzione dell’acquicoltura, in aumento, oltre che nell’area tradizionale delle Valli di Comacchio, pure in varie altre sezioni costiere. Assai più modesta è la produzione peschereccia e acquicola degli altri paesi rivieraschi. L’attività industriale è stata per lungo tempo assai ridotta lungo la riva balcanica e, per quanto riguarda quella italiana, limitata alla sezione settentrionale. Tuttavia, a partire dagli anni 1970, il mutamento dell’apparato manifatturiero italiano, che ha privilegiato il modello della piccola e media impresa e dell’industrializzazione diffusa, ha preso le mosse proprio dalle regioni adriatiche settentrionali (Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna), ha gradualmente interessato le Marche e l’Abruzzo teramano e ha cominciato a manifestarsi in altre aree abruzzesi e in Puglia, estendendosi proprio lungo l’A., per cui è stato talora indicato, oltre che come modello NEC (Nord-Est/Centro), anche come modello adriatico, prodotto di una ‘via adriatica allo sviluppo’.

La costa adriatica italiana continua, inoltre, a essere sede privilegiata, in particolare per quanto concerne l’Emilia-Romagna, delle più frequentate stazioni balneari, apprezzate da turisti sia italiani sia stranieri (soprattutto tedeschi). Il turismo è tornato anche ad affollare le coste dalmate, dopo la parentesi negativa della prima metà degli anni 1990, dovuta agli scontri armati tra Croati e Serbi, avvenuti in un retroterra assai vicino.

I principali corsi d'acqua che sfociano nel mar Adriatico sono il Po, l'Adige, l'Isonzo, il Tagliamento, il Brenta, il Piave, il Reno, la Narenta, il Metauro, il Tronto, l'Aterno-Pescara e l'Ofanto. In generale, i fiumi del nord, alimentati dai ghiacciai alpini, hanno un regime più regolare nel corso dell'anno, mentre quelli centro-meridionali presentano un carattere torrentizio.

L'ampiezza di marea è abbastanza contenuta (circa 30 cm al sud e non oltre i 90 nell'estremità settentrionali): ciò ha permesso sin dall'antichità la nascita, lungo la bassa costa settentrionale, di centri abitati come Aquileia, Chioggia, Grado, Venezia, famosa in tutto il mondo per il fenomeno dell'acqua alta che periodicamente ne sommerge di qualche decina di centimetri molte aree, e Ravenna.

Porti principali in Italia sono, da nord a sud, Trieste, Venezia, Ravenna, Ancona, Bari, Brindisi; in Slovenia il solo porto di Capodistria; in Croazia Pola, Fiume, Zara, Sebenico, Spalato e Ragusa; la Bosnia ed Erzegovina si serve del porto croato di Porto Tolero (in croato: Ploce); in Montenegro Antivari; in Albania Durazzo e Valona.

L’Adriatico si può suddividere in tre parti: Settentrionale, Centrale, Meridionale.

L'Adriatico Settentrionale si estende dal Golfo di Venezia e Trieste fino alla congiungente Ancona-Zara. Comprende anche la rientranza del Quarnaro, particolarmente ricca di isole. I fondali degradano dolcemente sino ad una profondità di 70-75 m.

In questa area di mare Adriatico sono presenti anche formazioni rocciose, la cui ampiezza oscilla da qualche metro a qualche migliaio di metri quadri, che si elevano da pochi centimetri al massimo di sei metri dai fondali detritici circostanti. Queste formazioni possono essere definite come un gruppo superficiale di rocce derivate dalla locale cementazione di sedimenti sciolti e sono principalmente localizzate in cima a piccoli scanni del fondo del mare, fino a circa 29 metri di profondità, e a 20 chilometri di distanza dalla costa, specialmente a Nord del delta del Po.

L’Adriatico centrale si estende dalla congiungente Ancona-Zara fino alla congiungente Gargano-Lastovo. La caratteristica morfologica più importante di questo tratto del bacino, è la presenza di un area depressa, denominata Depressione Meso-adriatica o fossa di Jakula. Essa comprende tre piccoli bacini con profondità massime di poco superiori ai 250 metri ed è orientata in senso nordest-sudovest, cioè perpendicolare all’asse del bacino; possiede quindi un andamento contrario alla vergenza tettonica e strutturale dell’Appennino.

L'Adriatico Meridionale si estende dall’allineamento Gargano-Lastovo fino ad una soglia posta al parallelo di Otranto. Il bacino meridionale nel suo complesso ha un andamento allungato in direzione nordovest-sudest, sub parallelo alle coste pugliesi e dalmato-albanesi. Il bacino è caratterizzato da un morfologia piuttosto regolare, interrotta solo eccezionalmente dalla presenza di rilievi sottomarini: da ricordare il Monte Dauno (al largo di Bari). La profondità scende al di sotto dei 1200 m e risale a circa 800 m in corrispondenza del Canale d’Otranto.
   
La pendenza dei fondali adriatici, soprattutto in prossimità della costa, è legata in larga misura ai caratteri morfologici dei litorali che risultano più articolati e rocciosi sulle coste orientali.
Le coste occidentali presentano un carattere roccioso, con prevalenza di formazioni marnoso-arenacee e calcaree, solo in corrispondenza dei promontori del Conero, del Gargano, nonché nelle coste salentine. Le coste nord-occidentali ed albanesi sono basse ed orlate di lagune.
Notevole è l’apporto fluviale delle coste occidentali, dove i corsi d’acqua trasportano abbondanti quantità di detriti di provenienza appenninica. Al contrario è assai scarso, per il carattere carsico, l’afflusso del retroterra pugliese.
Le coste orientali si presentano particolarmente articolate e ricche d’isole, infatti in una distanza, che in linea d’aria è circa 600 Km, si sviluppa una fascia costiera di 4000 Km.




domenica 20 settembre 2015

IL GOLFO DELLA SIRTE



Il golfo della Sirte, detto anche golfo di Sidra, è una vasta insenatura del mare Mediterraneo sulla costa settentrionale della Libia, che si estende da Misurata a occidente fino a Bengasi ad oriente. Nell'antichità il golfo veniva denominato Syrtis Maior ("grande Sirte"), per distinguerlo dalla Syrtis Minor ("piccola Sirte", cioè il golfo di Gabès).

La costa è principalmente desertica con presenza di paludi salate. Un'importante risorsa economica consiste nella pesca di tonni e spugne. Il porto principale lungo la baia è Sirte, da cui partono molte rotte carovaniere per il deserto del Sahara.

La Libia, con la dichiarazione del 19 ottobre 1973, giustificata facendo ricorso ai principi delle baie storiche, ha rivendicato l'intero golfo come territorio nazionale, con una linea di base della lunghezza di 302 mn coincidente con il parallelo 32° 30' N, sebbene altre nazioni sostengano che debba valere lo standard internazionale del limite a 22,2 km dalla costa della nazione.

Il leader libico Muammar Gheddafi ha affermato questo nel 1973 e l'ha definita la linea della morte. Gli Stati Uniti hanno affermato i suoi diritti di condurre operazioni navali in acque internazionali, uno standard di limite territoriale 12 miglia nautiche dalla costa di un paese.

Le tensioni tra gli Stati Uniti e la Libia si sono intensificati dopo il dirottamento del volo TWA 847 il 14 giugno 1985 e la Strage di Fiumicino il 27 dicembre dello stesso anno. Gli Stati Uniti hanno affermato che il leader libico è stato coinvolto in queste azioni attraverso il suo sostegno del presunto autore, terrorista palestinese Abu Nidal. Alcuni sospettano che Nidal stava lavorando per la Libia e per l'intelligence israeliana. Allo stesso tempo, la Libia ha iniziato l'installazione di SA 5 superficie batterie di missili aria e radar e hanno ricevuto dall'Unione Sovietica alla fine del 1985, per sostenere la loro difesa aerea. Come la US Navy aveva fatto per diversi anni, hanno continuato a sfidare l'affermazione di Libia al Golfo della Sirte attraversando la cosiddetta "Linea di morte." A seguito degli attentati terroristici di Roma e Vienna, la US Navy ha iniziato diverse operazioni "libertà di navigazione" nella zona intorno Libia in una operazione denominata "Raggiungere documento", le prime due parti dell'operazione che si terrà 26-30 gennaio e 12-15 febbraio senza incidenti. La terza parte dell'operazione è iniziata il 23 marzo con una flotta degli Stati Uniti Sesta Flotta composta da tre portaerei USS - America, USS Coral Sea e USS Saratoga; cinque incrociatori, sei fregate, 12 cacciatorpediniere, 250 aerei e 27.000 personale che effettua tre operazioni del vettore vicino golfo. La USS Detroit e la USS Savannah erano le navi di carburante, munizioni e negozi di combattimento di rifornimento che rifornivano l'intero gruppo di battaglia.



Negli anni settanta, dopo che la Libia aveva esteso le proprie acque territoriali di ulteriori dodici miglia al largo del Golfo della Sirte, spingendo gli Stati Uniti a condurre operazioni coercitive nei confronti della Libia e creando una cosiddetta "line of death" (linea della morte), che se oltrepassata da velivoli della aeronautica libica avrebbe avuto come conseguenza un attacco immediato da parte delle forze statunitensi presenti nel golfo, le tensioni tra Libia e Stati Uniti andarono ad inasprisi fino a quando le forze americane presenti nel golfo della Sirte furono decisamente aumentate nel 1981, anno in cui fu eletto Ronald Reagan presidente degli Stati Uniti. Nell'Agosto del 1981 Reagan autorizzò un incremento della componente navale ed aerea nel Golfo della Sirte, inviando sul posto le due portaerei, la USS Forrestal (CV-59) e la USS Nimitz (CVN-68). In risposta la Libia dispiegò un elevato numero di caccia in quella zona.

La mattina del 18 agosto tre MiG-25 tentarono di avvicinarsi al gruppo navale composto dalle due portaerei ma furono allontanati da dei F-4 Phantom II decollati dalla portaerei Forrestal e da dei F-14 decollati dalla Nimitz. Nel tentativo di individuare la posizione esatta delle portaerei l'aviazione libica fece decollare nel corso della giornata 35 coppie di velivoli tra i quali MiG-23 'Flogger', MiG-25, Sukhoi Su-20 'Fitter-C', Su-22M 'Fitter-J' e Mirage F1. Nonostante questo creasse forti tensioni in nessuno di questi casi si fece ricorso alla forza, anche quando alcuni MiG-25 tentarono di oltrepassare il blocco aereo sfruttando la loro velocità superiore.


LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/09/il-mare-mediterraneo.html







venerdì 18 settembre 2015

SCILLA E CARIDDI



Scilla e Cariddi, entrambe spaventosi mostri marini, erano l'una vicino all'altra a formare quello che le genti moderne chiamano "Lo Stretto di Messina" e mentre Cariddi ingoia e rigetta tre volte al giorno l'acqua del mare creando dei giganteschi vortici, Scilla attenta alla vita dei naviganti con le sue sei teste cercando di ghermire altrettanti marinai.

Sin dai tempi più remoti, lo stretto di Messina è  sempre stato un luogo ricco di suggestione e di fascino che ha contribuito significativamente a creare i tanti miti ad esso connesso. La navigazione dello Stretto, infatti, ebbe nell'antichità una bruttissima fama e  realmente presenta notevoli difficoltà, specialmente per le correnti rapide ed irregolari. Anche i venti vi spirano violenti e talora in conflitto tra loro. A volte, le correnti raggiungono una velocità  di 9 Km. all'ora e scontrandosi danno luogo a enormi vortici  che sicuramente  terrorizzavano i naviganti. I più noti sono quello che gli antichi chiamarono Cariddi (colei che risucchia), che si forma davanti alla spiaggia del Faro e l'altro Scilla (colei che dilania), che si forma sulla costa calabrese da Alta Fiumara a Punto Pizzo. Questi due vortici famosi derivano dall'urto delle acque contro Punta Peloro e Punta Torre Cavallo. Cariddi è accompagnato talvolta da un rimescolarsi delle acque così violente da mettere in pericolo le piccole imbarcazioni.Tra le leggende più belle appartenenti al patrimonio culturale dell'antica Messina, la più nota è, senza dubbio, la leggenda  che ricorda l'esistenza del mostro Cariddi, mitica personificazione di un vortice formato dalle acque dello stretto di Messina.



Di  Cariddi si sa ben poco ed anzi vi sono anche alcune incongruenze intorno alla sua storia.
Per alcuni infatti, Cariddi era una ninfa, figlia di Poseidone e di Gea ed  era continuamente tormentata da una grande voracità. Si narra che avrebbe rubato e divorato i buoi di Eracle che era passato dallo Stretto coll'armento di Gerione, e che Zeus, per punirla, l'avrebbe tramutata in un orribile mostro. Alcuni autori narrano invece, che la ninfa sarebbe stata uccisa da Eracle stesso, ma poi resuscitata da suo padre Forco. In ogni caso, si sa di certo che Omero fu il primo a parlarne, dicendo che il mostro ingoiava tre volte al giorno un enorme quantità d'acqua  per poi sputarla trattenendo, però,  tutti gli esseri viventi che vi trovava. Anche Virgilio descrive Cariddi nel suo poema intitolato Eneide.

Sull'altra sponda, presso l'attuale città di Reggio Calabria, un tempo viveva un' altra bellissima ninfa di nome Scilla, figlia di Tifone ed Echidina (o secondo altri di Forco e di Craetis).

Scilla, cui la natura aveva fatto dono di una incredibile grazia, era solita recarsi presso gli scogli di Zancle, per passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar Tirreno. Una sera, mentre era sdraiata sulla sabbia, sentì un rumore provenire dal mare e notò un'onda dirigersi verso di lei. Impietrita dalla paura, vide apparire dai flutti un essere metà uomo e metà pesce dal corpo azzurro con il volto incorniciato da una folta barba verde e i capelli, lunghi sino alle spalle, pieni di frammenti di alghe. Era un dio marino che un tempo era stato un pescatore di nome Glauco che un prodigio aveva trasformato in un essere di natura divina.

Scilla, terrorizzata alla sua vista perchè non capiva di che tipo di creatura si trattasse, si rifugiò sulla vetta di un monte che sorgeva nelle vicinanze. Il dio marino, vista la reazione della ninfa, iniziò a urlarle il suo amore e a raccontarle la sua drammatica storia. Era infatti un tempo Glauco un pescatore della Beozia e precisamente di Antedone, un uomo come tutti gli altri, che trascorreva le sue lunghe giornate a pescare. Un giorno, dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad asciugare su un prato adiacente alla spiaggia, e aveva allineato i pesci sull'erba per contarli quando, appena furono a contatto con l'erba, iniziarono a muoversi, presero vigore, si allinearono in branco come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno al mare. Glauco, esterrefatto da tale prodigio, non sapeva se pensare a un miracolo o a uno strano capriccio di un dio. Scartando però l'ipotesi che un dio potesse perdere tempo con un umile pescatore come lui, pensò che il fenomeno dipendesse dall'erba e provò a ingoiarne qualche filo. Come l'ebbe mangiata, sentì un nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura umana fino trasformarlo in un essere attratto irresistibilmente dall'acqua.

Gli dei del mare lo accolsero benevolmente tanto che pregarono Oceano e Teti di liberarlo dalle ultime sembianze di natura umana e terrena e di renderlo un essere divino. Accolta la loro preghiera, Glauco fu trasformato in un dio e dalla vita in giù fu mutato in un pesce.

Scilla, dopo aver ascoltato il racconto di Glauco, noncurante del suo dolore, andò via lasciandolo solo e disperato. Allora Glauco pensò di recarsi all'isola di Eea dove sorgeva il palazzo della maga Circe sperando che potesse fare un sortilegio per far innamorare Scilla di lui. Circe, dopo che Glauco ebbe raccontato il suo amore lo ammonì duramente, ricordandogli che era un dio e pertanto non aveva bisogno di implorare una donna mortale per farsi amare e per dimostrargli quanto lui si sbagliasse a considerarsi sfortunato, gli propose di unirsi a lei. Ma Glauco si rifiutò di tradire il suo amore per Scilla e lo fece in modo così appassionato che Circe, furiosa per essere stata rifiutata a causa di una mortale, decise di vendicarsi.



Non appena Glauco se ne fu andato, preparò un filtro e si recò presso la spiaggia di Zancle, dove Scilla era solita recarsi. Versò il filtro nel mare e ritornò quindi alla sua dimora. Quando Scilla arrivò, accaldata dalla grande afa della giornata, decise di immergersi nelle acque limpide. Ma, dopo essersi bagnata, vide intorno a se mostruose teste di cane, rabbiose e ringhianti. Spaventata cercò di scacciarle ma, una volta fuori dall'acqua, si accorse che quei musi erano attaccati alle sue gambe tramite un lungo collo serpentino. Si rese allora conto che sino alle anche era ancora una ninfa ma dalle anche in giù spuntavano sei teste feroci di cane, ognuna con tre file di denti aguzzi.

Fu tale l'orrore che Scilla ebbe di se stessa che si gettò in mare e prese dimora nella cavità di uno scoglio vicino alla grotta dove abitava Cariddi. Era questa figlia di Forco (o di Poseidone) e di Gea e per avere rubato a Eracle i buoi di Gerione, Zeus la fulminò e la tramutò in un terribile mostro marino (alcuni autori narrano invece che fu uccisa da Eracle stesso, ma fu poi resuscitata da suo padre Forco) destinandola a ingoiare e a rigettare tre volte al giorno l'acqua del mare.

Pianse Glauco la sorte toccata a Scilla e per sempre rimase innamorato dell'immagine di grazia e dolcezza che la ninfa un tempo rappresentava.


LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/09/lo-stretto-di-messina.html