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mercoledì 8 giugno 2016

LA GIORNATA DEGLI OCEANI



L'impegno delle Nazioni Unite nella giornata mondiale degli Oceani è rivolto quest'anno soprattutto ai rifiuti, e in primis alla plastica. Si stima che ogni anno finiscano in acqua circa otto milioni di tonnellate di plastica. Rifiuti che si rimpiccioliscono gradualmente e vengono assimilati da numerosi organismi marini entrando in circolo nella catena alimentare (di cui fa parte anche l’uomo che si nutre di pesce). Secondo uno studio pubblicato lo scorso anno su Proceedings of the National Academy of Sciences, fino al 90 per cento degli uccelli marini di tutto il mondo ha residui di plastica nelle viscere.

Pesca eccessiva e insostenibile, distruzione degli ecosistemi marini e riscaldamento delle acque sono i gravi problemi del nostro Mediterraneo secondo il Wwf. Un chiaro  segno del malessere del nostro mare è la grande diffusione delle meduse: mentre prima si registravano picchi di presenza di meduse ogni 10-15 anni oggi abbiamo cadenze annuali.

Un oceano pulito significa vivere in un pianeta più sano: questo è l’importante messaggio diffuso dalle Nazioni unite in occasione della Giornata mondiale degli oceani 2016. Il focus di quest’anno è l’inquinamento delle acque causato dalla plastica, fattore che ha avuto un forte impatto sia sugli ecosistemi che sulla fauna marina. Alcune tra le conseguenze più drammatiche dovute all’inquinamento sono lo sbiancamento delle barriere coralline, tra cui la Grande barriera australiana, e il cambiamento nella catena ecologica marina. Uno studio pubblicato di recente su Science ha permesso di evidenziare che alcune larve, cresciute in un ambiente marino saturo di plastica, hanno iniziato a modificare le proprie abitudini alimentari, preferendo la plastica al plancton. Comportamenti che conducono queste specie alla morte.

Secondo le stime attuali, ogni anno finiscono nel mare circa otto milioni di tonnellate di plastica, numeri sono destinati a duplicare nei prossimi vent’anni e a quadruplicare entro il 2050.

È come se, ogni minuto, venisse scaricato nei mari un camion pieno di plastica. Nonostante le raccomandazioni dei Governi, che premono per sistemi di riciclaggio più efficienti, i dati non sono incoraggianti: solo il 5% della plastica prodotta viene poi riciclata correttamente, il 40% finisce in discarica e un terzo finisce negli ecosistemi sensibili, tra cui gli oceani.

Gli oceani non sono solo una fondamentale risorsa ambientale, ma economica: in termini di risorse e industrie, gli oceani garantiscono oggi il 5% del Pil mondiale, generando circa 3mila miliardi di dollari l’anno.

Gli oceani coprono tre quarti della superficie terrestre, garantiscono la sopravvivenza di 3 miliardi di persone e generano circa 3 mila miliardi di dollari all'anno in termini di risorse e industrie, il 5% del Pil globale. Salvaguardare la loro salute è dunque essenziale per assicurare non soltanto la sopravvivenza delle specie che li abitano, ma anche la nostra. E la priorità, sottolinea l'Onu, è ridurre la quantità di plastica che viene gettata in mare, quantificata in circa 1,09 milioni di chili ogni ora, 8,8 milioni di tonnellate ogni anno. Soltanto nel nostro Paese la plastica rappresenta fino all'80 per cento dei rifiuti in mare aperto e sulle coste.



I danni di queste isole galleggianti di plastica sono spaventosi. I primi a farne le spese sono gli animali marini, che ingeriscono soprattutto i sacchetti, credendoli prede. La diminuzione nel Mediterraneo delle tartarughe dipende in gran parte dalla plastica, le Caretta caretta si cibano di meduse e scambiano le buste per cibo o finiscono impiglate in fili di plastica. Mancando le tartarughe marine, aumentano le meduse, con uno scompenso generale della catena alimentare che porta al progressivo depauperamento di tutta la fauna. Alcuni studi hanno inoltre accertato che, indirettamente, anche noi finiamo per "nutrirci di plastica", o meglio delle sostanze tossiche che la compongono. I pesci ingeriscono infatti quelli che gli esperti chiamano "coriandoli di plastica" e mangiando le loro carni assimiliamo microframmenti con sostanze tossiche.

L'Onu auspica una azione globale per ridurre l'uso della plastica, così come raccomandato anche dal World Economic Forum che nel suo dossier "La nuova economia della plastica - Ripensare il suo futuro"  dello scorso gennaio, aveva sottolineato che è prioritario trovare un nuovo modello di utilizzo degli imballaggi e delle plastiche in genere. L'usa e getta provoca infatti una perdita per l’economia pari a 80-120 miliardi di dollari l’anno, il 95% del valore materiale di questi imballaggi. Trovare efficaci sistemi di riciclo e riutilizzo, riducendo il rilascio dei rifiuti nell'ambiente, farebbe dunque bene non soltanto agli oceani, ma all'economia in generale.
  
Non c'è Paese che possa dirsi innocente nell'azione di soffocamento degli oceani con la plastica, ma ci sono economie che incidono più di altre sullo stato di salute dei nostri mari. Cina, Filippine, Thailandia, Vietnam e Indonesia, da soli, sono responsabili per il 60% della plastica che ogni anno finisce negli oceani e sempre il rapporto del World Economic Forum prevede che se non ci sarà un deciso cambio di rotta entro il 2050 negli oceani ci sarà più plastica che pesci.




lunedì 21 marzo 2016

LE MALDIVE



I reperti archeologici ritrovati alle Maldive sono stati tutti datati ad epoche successive al 1500 a.C.; si ritiene infatti che in precedenza l'arcipelago fosse disabitato. La popolazione attuale discende da popoli di religione buddhista migrate dall'India meridionale e dallo Sri Lanka intorno ai secoli IV e V.

Quando gli arabi iniziarono a percorrere frequentemente le rotte commerciali verso il sud-est asiatico, le Maldive divennero un importante punto di scalo. I commercianti arabi esercitarono una forte influenza culturale sulla popolazione locale, che a partire dall'XI secolo si convertì gradualmente all'Islam. Nel 1153 le Maldive divennero un sultanato. Una revisione della costituzione del 2008 stabilisce che "un non-musulmano non può diventare cittadino delle Maldive." (Art. 9, Sez. D).

Nel XVI secolo le potenze europee iniziarono a minacciare le Maldive. I primi a conquistare l'arcipelago furono i Portoghesi, che vi crearono un insediamento nel 1558. Questi furono però cacciati nel 1573 dai Devehi guidati da Muhammad Thakurufar Al-Azam. Il sultanato rimase poi indipendente fino al 1887, anno in cui esso fu dichiarato protettorato britannico.

Durante la seconda guerra mondiale le Maldive rappresentarono un possedimento strategico per la marina britannica. Negli anni successivi alla guerra, la vita politica e sociale del sultanato fu sostanzialmente stabile, fatta eccezione per un fallito tentativo di instaurazione del sistema repubblicano nel 1953. Nei primi anni sessanta si formò uno Stato separatista: la Repubblica Unita di Suradiva. La neo repubblica comprendeva le isole più meridionali dell'arcipelago, a sud dell'One and Half Degree Channel, e cioè gli atolli di Suradiva, Addu e Gan più una serie di isolotti minori. La Repubblica fu riassorbita nel 1963 e scomparve.

L'indipendenza dal Regno Unito fu sancita il 26 luglio 1965; nel 1968, il sultanato divenne una Repubblica presidenziale. Dal 1978 al 2008 il presidente è stato Maumoon Abdul Gayoom; egli ha governato il paese in modo totalitario, esercitando un rigoroso controllo dei mezzi di informazione e impedendo di fatto l'esistenza di un movimento di opposizione. Gayoom denunciò due abortiti tentativi di colpo di Stato per spodestarlo, nel 1980 e nel 1983. Il 3 novembre 1988 un gruppo di suoi oppositori politici, spalleggiati da mercenari tamil del People's Liberation Organisation of Tamil Eelam, mise in atto un tentativo di golpe impossessandosi della capitale Malé; Gayoom richiese assistenza militare all'estero, e con l'operazione Cactus un contingente di truppe scelte dell'esercito indiano fu inviato dal primo ministro Rajiv Gandhi a ristabilire l'ordine nell'arcipelago: i mercenari furono rapidamente sconfitti e Gayoom reintegrato nelle sue piene funzioni.

Nel luglio del 2003 Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime del presidente Gayoom; esso cita casi di maltrattamenti nelle carceri maldiviane, imprigionamenti di giornalisti e politici dell'opposizione e sviluppo di numerose carceri negli atolli più distanti. Nel settembre dello stesso anno, in seguito al decesso di tre carcerati, vi sono state alcune manifestazioni. Il presidente Gayoom ha annunciato lo studio di riforme del sistema giudiziario e dei poteri del parlamento.

Nell'agosto 2004 vi è stata una imponente manifestazione a Malé per chiedere il rilascio dei prigionieri politici e una riforma del sistema politico. La manifestazione è stata dispersa dalle forze dell'ordine e nel Paese è stato dichiarato lo stato di emergenza; in seguito a queste vicende si sono accese altre manifestazioni contro il regime che, secondo l'opposizione esiliata all'estero, hanno portato a ulteriori arresti di massa. Ciononostante parte della popolazione maldiviana riteneva che il progresso raggiunto dall'arcipelago negli ultimi due decenni sia merito del presidente Gayoom. Nel 2008 vi fu una transizione, in parte pilotata dallo stesso Gayoom (che nel 2000 aveva garantito le prime elezioni parzialmente libere), alla democrazia plurale, sebbene la costituzione garantisse i vecchi esponenti del regime e una sostanziale mancanza di libertà di culto. Nel 2008 il partito democratico delle Maldive prese il potere e tentò di modernizzare le isole in senso liberale e liberista, senza però fare i conti con il trentennio di dittatura precedente, né incarcerando o processando Gayoom ed i suoi uomini. In compensò varò diverse riforme sulla libertà d'espressione, il rispetto dei diritti umani, la riforma del sistema carcerario, la libertà di riunione ecc. Presidente divenne un oppositore di lungo corso di Gayoom, l'avvocato e giornalista Mohamed Nasheed (è stato incarcerato per reati d'oppinione a singhiozzo tra il 1990 e il 1998, dopo aver denunciato in alcuni articoli giornalistici gli scandali del regime e le elezioni truffa del 1989), fu eletto parlamentare nel 2000 (prima della liberalizzazione dei partiti politici), ma immediatamente dopo nuovamente incarcerato con vari pretesti fino al 2003, quando, uscito di prigione, entrò nel partito democratico (che non era ancora ammesso dal regime), anche se fu costretto ad un breve esilio in Gran Bretagna. Rientrò nell'arcipelago nel 2005, quando il partito democratico venne riconosciuto dal governo, impegnato in una lenta e titubante transizione verso la democrazia. Nel 2005 il partito democratico, ormai guidato da Mohamed Nasheed ha organizzato alcune grandi manifestazioni contro il regime, cui il governo rispose con l'incarcerazione di molti dirigenti (ufficialmente "per proteggere la loro incolumità"), mentre Mohamed Nasheed fu accusato di terrorismo e posto nuovamente in isolamento.

Scarcerato nel 2007 poté concorrere alle elezioni del 2008, che vinse a capo di un'eterogenea coalizione che raggruppava tutti i partiti d'opposizione "storici", ovvero il Gaumee Party (centro), il Jumhoory Party, l'Adhaalath Party, (Partito Islamico), il Social Democratic Party e il Gaumee Ithihaad (centro, nato da una scissione dell'ala moderata del partito democratico), ottenendo il 54% dei voti. La coalizione si è però sciolta nel corso dei successivi due anni, sia per questioni inerenti alle politiche sociali (sottovalutate dal governo), sia per il carattere laico (mal visto dal Adhaalath Party) del governo. Inoltre nel 2010 tutti i ministri si dimisero e vi furono numerosi arresti di parlamentari accusati di corruzione, oltre a varie contestazioni che furono stigmatizzate come derivanti dalle macchinazioni del passato regime. Da allora Mohamed Nasheed guida un monocolore del partito democratico, che è quello di maggioranza relativa con circa il 30% dei voti (35,3% alle politiche del 2009). Uno dei successi del primo governo democratico delle isole è stata la trasformazione dell'economia maldiviana nella prima economia verde del mondo, ovvero in un'economia indipendente da tutte le fonti d'energia fossili, e basata soprattutto sul vento, il sole e piccole quantità di biodiesel autoprodotto o importato; questo dipende anche dal fatto che le Maldive sono lo Stato a maggior rischio in caso di riscaldamento globale e conseguente aumento del livello del mare. Notevoli sono state anche le politiche di difesa dell'ambiente e della biodiversità della barriera corallina, unite al blocco di diversi progetti di speculazione edilizia, anche se quest'ultimo punto, in un paese che vive di turismo, ha provocato la dura opposizione di diversi esponenti della borghesia dell'arcipelago (e di grandi compagnie internazionali) molto interessati a costruire grandi alberghi senza regole stringenti a difesa delle coste. Nel 2012, in vista anche di alcune possibili riforme costituzionali che avrebbero abolito la preminenza assoluta della religione islamica nella costituzione maldiviana, liberalizzato alcune professioni e consentito l'apertura di centro di massaggio anche al di fuori dei grandi alberghi, si ebbe un duro scontro politico tra il governo e Mohamed Abdulla, capo della suprema corte, che si risolse con l'incarcerazione di quest'ultimo con l'accusa di corruzione. L'opposizione sostenne che l'accusa di corruzione era stata artefatta per rimuovere uno scomodo sostenitore del carattere islamico della costituzione. In conseguenza di questo fatto i sostenitori del passato regime, le forze di polizia, e i movimenti islamici hanno eseguito un colpo di stato (7-9 febbraio 2012), preceduto da piccole manifestazioni e scontri di piazza (1-7 febbraio 2012), che ha provocato il ferimento di diversi deputati, l'arresto la scarcerazione e le dimissioni del presidente Nasheed. Le piccole forze militari dell'arcipelago si sono dichiarate invece favorevoli al governo, mentre alcuni esponenti politici sono andati in esilio volontario in Sri Lanka o hanno chiesto l'aiuto della comunità internazionale. Gli USA hanno tuttavia riconosciuto il governo golpista l'11 febbraio 2012. A capo del governo vi è Mohamed Waheed Hassan Manik, ex vice presidente, ex importante burocrate delle nazioni unite, ex membro del partito democratico che aveva abbandonato nel decennio precedente, anche dopo un duro scontro per la leadership con Nasheed per fondare il Gaumee Itthihaad (partito d'unità nazionale, centro). Malgrado il Gaumee Itthihaad non sia più al governo dal 2010 era rimasto comunque vice presidente in carica fino al colpo di stato, quando giurò subito dopo che le forze di polizia avevano costretto con la minaccia delle armi (anche verso alcuni collaboratori) Nasheed a firmare le proprie dimissioni.

L'arcipelago dista 735 km dallo Sri Lanka ed è orientato in direzione nord-sud, estendendosi per 754 km in lunghezza e 188 in larghezza. È posizionato in buona parte prossimo all'Equatore (Malé è in una zona "di confine" comunque ancora vicina alla linea immaginaria equatoriale) e la parte estrema meridionale ne è a cavallo; fra 7°6'N e 0°41'S e fra 72°31'E e 73° 48'E.

Compongono l'arcipelago 1.192 isole coralline poggiate su basamenti di roccia calcarea e corallina, formatasi con evoluzioni periodiche e caratterizzata da molteplici strati di calcare e coralli formatesi con le numerose variazioni di livello delle acque ad iniziare da circa 60 milioni di anni fa, a seguito dell'emersione d'imponenti montagne dal fondo dell'Oceano Indiano.

Gli atolli naturali sono 26, ognuno è formato da diverse centinaia di isole, di cui solo alcune abitate. Nell'intero arcipelago, le isole abitate sono circa 200, mentre poco più di 100 sono adibite a villaggi turistici; le rimanenti sono deserte e talvolta costituite solo da un banco di sabbia in emersione. L'isola più grande è Fua Mulaku, situata nell'atollo di Gnaviyani, nel sud dell'arcipelago.



Le isole sono situate sia all'interno degli atolli sia lungo la barriera oceanica che delimita l'atollo separandolo dalle profonde acque oceaniche e proteggendo le acque interne dalle mareggiate. Le barriere oceaniche sono interrotte da canali detti pass (kandu in dhivehi) che permettono il ricambio delle acque interne dell'atollo, determinando però forti correnti in entrata e in uscita, specialmente durante le maree. In aggiunta a ciò, quasi tutte le isole sono circondate da una propria barriera corallina che racchiude una laguna.

Le isole sono formate da una base di sabbia bianca risultante dall'erosione delle barriere coralline ad opera del mare, ma anche di alcune specie ittiche (come il pesce pappagallo o il pesce balestra titano) che mangiano il corallo per restituirlo sotto forma di sabbia insieme con le feci; l'elevazione massima è di 2 m s.l.m., non vi sono sorgenti d'acqua dolce e solo nelle isole di dimensioni maggiori è possibile scavare pozzi per raccogliere l'acqua filtrata dagli strati di sabbia. Nell'isola di Fua Mulaku si trovano laghi di acqua dolce.

Il clima delle Maldive è di carattere monsonico. Il monsone secco s'instaura da dicembre ad aprile ed è caratterizzato da piogge deboli e poco frequenti; il cielo risalta nel suo azzurro intenso più facilmente. Il monsone umido, da maggio a novembre, porta piogge torrenziali più frequenti che possono durare alcune ore e talvolta giorni interi; il cielo risulta più spesso velato o soggetto a passaggi nuvolosi. Il vento è generalmente a regime di brezza debole (5-10 nodi), ma può divenire moderato (15-20 nodi) anche per giorni o settimane, specialmente nei periodi di cambio del monsone; raramente i picchi superano i 40-50 nodi e il più delle volte ciò avviene prima di una breve pioggia torrenziale. Poiché sono situate nella fascia tropicale equatoriale, le Maldive normalmente non sono soggette agli uragani.

La temperature medie oscillano tra i 26° (min) e i 31 °C (max) tutto l'anno nelle zone intermedie tra il nord ed il sud dell'arcipelago, con ovunque escursioni termiche giornaliere e notturne molto contenute; la minima temperatura mai registrata fu di 17,2 gradi (probabilmente molto vicina alla minima assoluta che si sarebbe mai potuta registrare all'interno dell'intera area dell'arcipelago) l'11 aprile 1978, mentre una famosa alta, 36,8 °C, fu raggiunta il 19 maggio 1991. Ma è accertato sia stata superata in qualche altra occasione, però dove non fossero presenti rilevatori sufficientemente attendibili per divulgare un dato preciso, il tutto per deduzione (vi sono stati sprazzi veramente molto caldi e afosi, e ci sono periodicamente, comunque tutt'altro che di frequente). Il mese più caldo è aprile, anche se i più secchi e soleggiati risultano febbraio e marzo; inoltre la costante presenza della brezza monsonica attenua la sensazione di calore e di afa, rendendo il clima, al di fuori dei periodi molto piovosi, sicuramente apprezzabile nonostante l'umidità relativa media decisamente elevata (però costante nel corso della giornata, quindi attorno al 75%-80% sia di notte che di giorno). La temperatura dell'acqua oscilla fra i 28-29 °C delle acque extralagunari e i 30-32 °C delle lagune; inoltre all'interno degli atolli il termoclino è pressoché nullo.

Le massime precipitazioni si verificano nei mesi fra maggio e dicembre (200–250 mm/mese), mentre in febbraio e marzo sono molto ridotte (50–80 mm/mese); gennaio e aprile sono mesi di transizione, con precipitazioni che variano di anno in anno (intorno ai 160 mm/mese). In corrispondenza del cambio del monsone (metà maggio e fine novembre) si producono spesso violenti acquazzoni o temporali, con venti intensi costanti o a raffica che possono durare diversi giorni.

Il fenomeno climatico periodico chiamato El Niño porta alla morte e allo sbiancamento dei coralli a causa dell’aumento della temperatura degli oceani. Il suo picco nell’arcipelago è stato nel 1998. Da allora, secondo i dati degli studiosi, c’è stata una buona ripresa anche se l’allerta del WMO, l’organizzazione mondiale della meteorologia, resta ancora alto.

La popolazione maldiviana è ritenuta di origine indiana o araba, in seguito mescolatasi con ondate migratorie provenienti dall'Africa del Nord e dallo Sri Lanka.

L'unica minoranza etnica è costituita da un gruppo di commercianti indiani insediatisi a Malé nei primi anni del XIX secolo; essa è composta da alcune centinaia di individui che costituiscono anche l'unica minoranza religiosa, essendo di fede sciita.

Negli ultimi anni si è verificata una notevole immigrazione dallo Sri Lanka, dall'India e dal Bangladesh a scopo d'impiego presso i villaggi turistici.

L'unica religione praticata nelle Maldive è l'Islam sunnita. Nel paese non esiste libertà di culto, nel 2008 un emendamento costituzionale ha negato ai non musulmani di poter ottenere la cittadinanza maldiviana. Nonostante ciò la Chiesa cattolica, almeno a livello formale, considera il territorio maldiviano facente parte dell'arcidiocesi di Colombo, nello Sri Lanka, a partire dal 1886.

L'islamismo praticato alle Maldive ha caratteristiche particolari a causa del fatto di essere venuto a contatto sia con le antiche tradizioni locali che con i costumi e gli stili di vita dei molti turisti occidentali che visitano le isole. Le donne, ad esempio, nella capitale usano camminare anche senza velo, mentre nei villaggi, più isolati, le ragazze dopo la pubertà usano coprirsi su tutto il corpo ad eccezione del volto.

Il sistema sanitario ospita 21 centri ospedalieri, che servono tutti gli atolli. Le cure mediche specializzate si trovano nei due ospedali della capitale. Solo i resort più lussuosi hanno medici presenti direttamente sull’isola. In caso di emergenza subacquea sono presenti 4 camere iperbariche.

In tutto l’arcipelago sono proibiti il nudismo e il topless. L’unica eccezione è rappresentata dai resort con bungalow a palafitta o spiaggia privata che permettono di vivere la propria privacy al riparo da sguardi indiscreti. Durante le visite ai villaggi locali è richiesto alle donne di coprirsi le spalle (vanno benissimo anche le normali t-shirt con le maniche corte) e le gambe almeno fino al ginocchio. Nel caso di visite alle moschee bisogna coprire bene braccia e gambe.

È assolutamente vietato portare con sé madrepore, coralli, conchiglie, oggetti in tartaruga, pesci e sabbia presi sia dal mare che dalle spiagge. La pena sono multe salatissime, sequestro della merce e rischio di perdere il volo di ritorno.

A scopo amministrativo i 26 atolli naturali sono stati divisi in 19 atolli amministrativi, nominati secondo le lettere dell'alfabeto dhivehi, più la capitale Malè. Ogni atollo porta anche un nome popolare; per esempio, l'atollo di Baa ha conservato anche il nome popolare di Maalhosmadulu.

L'amministrazione locale è affidata al Ministero dell'amministrazione degli Atolli che ha due uffici regionali, quello settentrionale e quello meridionale. Vi sono inoltre uffici per ogni atollo e isola abitata. Ciascun atollo è amministrato da un Capo dell'Atollo (Atholhu Veriyaa) nominato dal presidente mentre l'amministrazione di ogni isola è affidata a un Capo dell'isola (Katheeb), nominato dal ministero dell'amministrazione degli atolli e direttamente dipendente dal capo dell'atollo.

La risorsa economica principale è il turismo che costituisce circa il 20% del PIL. Gran parte delle entrate statali sono costituite da imposte e tasse legate al turismo o a dazi sulle importazioni.

Le isole destinate a divenire resort turistici, con o senza animazione vengono date in concessione a società estere, spesso basate negli Emirati Arabi Uniti, che vi costruiscono il resort e lo gestiscono per un certo numero di anni, stringendo accordi commerciali con le agenzie o gli operatori turistici esteri che inviano i propri clienti. Allo scadere della concessione, l'isola e tutto ciò che vi è stato costruito ritorna in possesso del governo maldiviano che solitamente rinnova la concessione o l'affida ad un'altra società.

Lo sfruttamento delle risorse marine è l'attività tradizionale della popolazione maldiviana.

L'attività principale è la pesca ma è rilevante anche lo sfruttamento dei coralli per ricavarne materiale da costruzione.

Per la pesca vengono usate le tipiche imbarcazioni a fondo piatto e costruite col legno di cocco e senza l'uso di chiodi, i cosiddetti dhoni. La pesca viene effettuata col bolentino, con le reti o al traino. Il pescato, costituito prevalentemente da tonni, squali, barracuda e marlin, viene consumato o conservato essiccato per l'esportazione.

Il governo maldiviano ha in corso da decenni un programma di sviluppo della pesca, che ha portato alla costruzione di alcune fabbriche di inscatolamento.

L'agricoltura risente ovviamente della scarsità di terreno coltivabile; su ogni isola abitata vi sono piccole piantagioni di palme da cocco, papaya e alberi del pane. Il cocco rappresenta la risorsa agricola principale: ne vengono lavorate le fibre e se ne ricava la copra. Il valore di un'isola viene stabilito in base al numero di palme da cocco esistenti, che viene controllato rigorosamente e annualmente dal capo dell'isola. Sulle isole più grandi vi sono piantagioni di verdure e frutta, che risentono però della scarsità d'acqua e dell'elevata alcalinità del terreno. Su alcune isole sono in fase di sperimentazione colture idroponiche

Un'importante risorsa tradizionale dell'economia maldiviana era, fino al XVI secolo, il commercio delle conchiglie della specie Monetaria moneta, molto apprezzate nei paesi affacciati sull'Oceano Indiano.

Il pesce e il riso sono gli ingredienti principali della cucina delle Maldive, carne e pollo sono mangiati solo in occasioni particolari. Il turista, scegliendo un viaggio alle Maldive, troverà fra i piatti nazionali pesce fritto, pesce al curry e zuppa di pesce. La bevanda locale è il raa, un vino di palma dolce. Fatta eccezione per il cocco, sulle isole delle Maldive non cresce molta frutta e verdura, quindi la maggior parte è importata.

Sono le isole più basse del mondo: il loro problema, fino ad ora, è stato che rischiano di finire sotto il livello del mare, sommersi dall'innalzamento delle acque, provocato dallo scioglimento dei ghiacci, causato dal cambiamento climatico. Ma adesso un pericolo minaccia le Maldive: di affondare, non solo metaforicamente, sotto una montagna di rifiuti. Le paradisiache isole dell'oceano Indiano, infatti, sprofondano nella spazzatura. Il formidabile aumento del turismo (1 milione di visitatori nel 2014) sommato alla mancanza di inceneritori o altri metodi per disfarsi dei detriti hanno già trasformato uno degli atolli, Thilafushi, in una collina alta 15 metri e che continua a crescere di giorno in giorno. Dentro c'è di tutto: plastica, siringhe usate, elettrodomestici rotti, ogni genere di spazzatura medica, industriale e privata, che va ad aggiungersi a quella gettata direttamente in mare dagli abitanti di Malè, capitale dell'arcipelago, sede dell'aeroporto a cui arrivano tutti i voli internazionali e ormai così piena di gente e di case da scoppiare. Così, oltre alle barriere coralline, una nuova barriera artificiale di spazzatura galleggia attorno alle isole e comincia a sbatterci contro, mentre sul "monte Thilafushi", come qualcuno dei locali l'ha soprannominato, si alzano maleodoranti fumi e sostanze tossiche.

Il problema dei rifiuti rischia di diventare un drammatico ostacolo allo sviluppo delle Maldive, che dipendono dal turismo per più di un terzo della propria ricchezza nazionale. Da un lato, la spazzatura rappresenta una minaccia ecologica all'ambiente delle isole. Dall'altro, rischia di tenere lontani i turisti: è già successo che qualcuno dei resort di lusso sia stato agganciato dalla disgustosa barriera di detriti, compreso tutto quello che esce dalle fogne, che viene scaricato ad appena 200 metri di distanza dalla costa e riportato a riva dalle correnti, per cui le acque possono apparire cristalline a occhio nudo ma potrebbero essere assai meno salubri dal punto di vista batteriologico.




lunedì 7 settembre 2015

UNA VISITA ALL'ISOLA DI PLASTICA



L'esistenza dell'isola del Pacifico fu preconizzata in un documento pubblicato nel 1988 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti. Le predizioni erano basate su risultati ottenuti da diversi ricercatori con base in Alaska che, fra il 1985 e il 1988, misurarono le aggregazioni di materiali plastici nel nord dell'Oceano Pacifico.

Queste indagini trovarono elevate concentrazioni di detriti marini accumulati nelle regioni dominate dalle correnti marine. Basandosi su ricerche effettuate nel Mar del Giappone, i ricercatori ipotizzarono che condizioni similari dovessero verificarsi in altre porzioni dell'Oceano Pacifico, dove le correnti prevalenti propiziavano lo sviluppo di masse d'acqua relativamente stabili. I ricercatori indicarono specificamente la zona di convergenza del Vortice subtropicale del Nord pacifico.

Per diversi anni alcuni ricercatori oceanici, tra cui Charles J. Moore, hanno investigato a fondo la diffusione e la concentrazione dei detriti plastici presenti nel Vortice subtropicale del Nord Pacifico.

La concentrazione stimata della plastica è di 3,34 × 106  frammenti per km², con una media di 5,1 kg/km² raccolti utilizzando una rete a strascico rettangolare delle dimensioni di 0,9×0,15 m. A 10 m di profondità è stata individuata una concentrazione pari a poco meno la metà di quella in superficie, con detriti che consistono principalmente di monofilamenti, fibre di polimeri incrostati di plancton e diatomee.

Si tratta di un'immensa massa di spazzatura che vaga nell'Oceano Pacifico: oltre 21 mila tonnellate di microplastica, in un’area di qualche milione di kmq con una concentrazione massima di oltre un milione di oggetti per kmq. L’accumulo è noto da parecchio tempo, perlomeno dalla fine degli anni ’80, e ha un'età di oltre 60 anni. Un gigantesco vortice di correnti superficiali ha concentrato in quest’area i rifiuti formati principalmente da materiali plastici gettati o persi da navi in transito, o scaricati in mare dalle coste del Nord America e dall’Asia. Questa concentrazione, oltre che dall’effetto focalizzante delle correnti, dipende dal fatto che la plastica non è biodegradabile e permane per tempi lunghissimi nell’ambiente. Una lentissima degradazione a opera principalmente della luce del Sole, scompone i frammenti plastici in sottili filamenti caratteristici delle catene di polimeri. Questi residui, non sono metabolizzabili dagli organismi, e finiscono per formare un vero e proprio “brodo” nell’acqua salata dell’oceano.
Mentre i rifiuti galleggianti di origine biologica sono spontaneamente sottoposti a biodegradazione, in questa zona oceanica si sta accumulando una enorme quantità di materiali non biodegradabili come la plastica e rottami marini. Anziché biodegradarsi, la plastica si fotodegrada, ovvero si disintegra in pezzi sempre più piccoli fino alle dimensioni dei polimeri che la compongono; nondimeno, questi ultimi restano plastica e la loro biodegradazione resta comunque molto difficile. La fotodegradazione della plastica può produrre inquinamento da PCB.



Il galleggiamento delle particelle plastiche, che hanno un comportamento idrostatico simile a quello del plancton, ne induce l'ingestione da parte degli animali planctofagi, causandone l'introduzione nella catena alimentare. In alcuni campioni di acqua marina presi nel 2001 il rapporto tra la quantità di plastica e quella dello zooplancton, la vita animale dominante dell'area, era superiore a sei parti di plastica per ogni parte di zooplancton.

Ricerche compiute dalla Woods Hole Oceanografic Institution hanno rivelato che il sistema costituisce una nuova nicchia ecologica, informalmente chiamata "platisfera", dove la plastica è colonizzata da circa mille tipi diversi di organismi, eterotrofi, autotrofi, predatori e simbionti, tra cui diatomee e batteri, alcuni dei quali apparentemente in grado di degradare la materia plastica e gli idrocarburi. Nella "platisfera" si ritrovano anche agenti potenzialmente patogeni, come batteri del genere vibrio. La plastica, a causa della sua superficie idrofobica, presenta una maggior resistenza alla degradazione e si presta a essere ricoperta da strati di colonie microbiche.

Occasionalmente, improvvisi mutamenti nelle correnti oceaniche provocano la caduta di interi container trasportati da navi cargo, il cui contenuto non solo va ad alimentare il Nord Pacific Gyre, ma anche ad arenarsi su spiagge poste ai confini del PTV. La più famosa perdita di carico è avvenuta nel 1990, quando dalla nave Hansa Carrier sono caduti in mare ben 80.000 articoli, tra stivali e scarpe da ginnastica della Nike che, nei tre anni successivi, si sono arenati tra le spiagge degli stati della British Columbia, Washington, Oregon e Hawaii. E questo non è stato l'unico caso: nel 1992 sono caduti in mare decine di migliaia di giocattoli da vasca da bagno e nel 1994 attrezzature per hockey su ghiaccio. Questi eventi notevoli sono molto utili per determinare, da parte delle diverse istituzioni interessate, i flussi delle correnti oceaniche su scala globale.

Il maremoto che ha colpito la costa orientale giapponese l'11 marzo 2011 ha provocato un enorme afflusso di detriti nell'oceano, questi galleggiando, spinti dalle correnti si sono distribuiti nell'oceano Pacifico, raggiungendo anche la costa americana. Uno studio condotto nel luglio 2012, ha rivelato che parte dei detriti galleggianti si sono accumulati nel Pacific Trash Vortex accrescendolo fino ad una larghezza di 2000 miglia, di questi solo il 2% non è costituito da plastica.

A seguito di ricerche condotte con una serie ventennale di crociere scientifiche svolte fra il Golfo del Maine e il Mar dei Caraibi, la ricercatrice Kara Lavender Law ha riscontrato anche nell'oceano Atlantico un'elevata concentrazione di frammenti plastici, in una zona compresa fra le latitudini di 22°N e 38°N, corrispondente all'incirca al Mar dei Sargassi. Simulazioni al computer hanno individuato due altre possibili zone di accumulo di rifiuti oceanici nell'emisfero meridionale: una nell'oceano Pacifico a ovest delle coste del Cile e una seconda allungata tra l'Argentina e il Sud Africa attraverso l'Atlantico.



L’Isola di Plastica non e’ presente solo nell’Oceano Pacifico ma anche in Atlantico e probabilmente in Mediterraneo, non è solo un disastro ambientale incalcolabile ma è la metafora più precisa e terribile del fallimento del nostro modello di sviluppo. E’ un’ isola in mezzo all’oceano, quindi non è di nessuno, e nessuno se ne assume la responsabilità, tanto che i dati scientifici sono frammentari e acquisiti per la maggior parte con il contributo di associazioni ambientaliste come la SEA (Sea Education Association) che ha raccolto i dati dell’ultimo studio pubblicato su Environmental Science & Technology. E’, infine, la materializzazione del nostro incubo da “apprendisti stregoni” in un Pianeta che pretendiamo di controllare attraverso scorciatoie di comodo, che non prendono in considerazione l’impatto delle nostre azioni sull’ambiente e che, inevitabilmente, ci si ripercuotono contro.

Studi recenti hanno stimato che solo il vortice del nord Pacifico ha generato un’isola formata da almeno 15mila tonnellate di plastica. La maggior partre dei detriti rimane nel vortice, ma ogni giorno un’importante percentuale arriva sulle coste e riprende a vagare nel mare.

A causa dei raggi ultravioletti che fotodegradano i pezzi di plastica e all’azione delle onde i rifiuti si riducono in pezzetti che i pesci e gli uccelli marini scambiano per cibo.

Sebbene sia difficile stabilire il reale impatto di questo tipo di inquinamento, uno studio del Wspa (World Society for the Protection of Animal) risalente al 2012 indica che ogni anno, tra le 57 e le 135mila balene rimangono intrappolate da rifiuti plastici. Questo in aggiunta all’inestimabile quantità -ma si ipotizza siano milioni- di uccelli, tartarughe, pesci e altre specie vittime dell’inquinamento da plastica.

C’è un particolare di cui tener conto: secondo quanto recentemente verificato, la plastica ingerita danneggia gli organi interni dei pesci oltre a rilasciare sostanze velenose nei tessuti degli animali e questo ricade immediatamente nella questione della sicurezza di quello che mangiamo. Se non vogliamo farlo per i pesci, facciamolo almeno per noi: che il prossimo dentice che mangiate sappia solo di dentice e non sia aromatizzato agli ftalati, dipende anche da noi.


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sabato 5 settembre 2015

IL Mare INGHIOTTE e Restituisce



Il mare porta inghiotte ciò che trova al suo passaggio, non importa di cosa si tratti.

Detriti di ogni genere che, ogni volta che si verifica una mareggiata, si vanno a depositare sulle spiagge restituendoli alla terra ferma.

Sulle spiagge italiane, nei giorni trascorsi, alcune mareggiate hanno restituito detriti di ogni tipo: bastoni, lattine,oggetti vari… sino ad arrivare addirittura agli indumenti, tra cui cinture e scarpe.

A volte, nel vedere tali oggetti depositati sulla battigia delle spiagge, ci si sofferma a pensare come sia possibile inquinare le acque in questo modo andando a distruggere la bellezza che la natura ha creato per essere da noi tutelata.

Una montagna di rifiuti, gli stessi rifiuti che i bagnanti, con eccessiva disinvoltura, hanno abbandonato alle sorti del mare, ma che dal mare, poco a poco, escono quasi intatti per essere restituiti all’uomo, anche a chi non li ha gettati in acqua.

Un immenso immondezzaio, fatto, per di più, di oggetti non legnosi né vitrei né ferrosi, ma di plastica.



Il mare, con il suo sale e la sua forza impetuosa, riesce a rompere, demolire, sbrecciare, squarciare tutto ciò che è nella natura: ferro, legno, vetro, roccia. Tranne la plastica, che è fuori della natura e delle sue regole.

Il mare non riesce a distruggerla e, quindi, la respinge tale e quale.

Da un po’ di anni, alcuni oggetti sono in plastica biodegradabile. Una plastica particolare che, nel tempo, si distrugge per mezzo della luce solare. Ma, al momento, questo tipo di plastica è poco diffuso. Quella indistruttibile costa meno.

Le mareggiate ci fanno vedere cosa finisce in mare.

Non lamentiamoci, poi, se il pesce che compriamo o che peschiamo non è abbastanza saporito.

Come ci sentiamo nel vedere tanta sporcizia? Degli eroi, dei furbi o, piuttosto, degli sciocchi?

A cosa serve l’istruzione? A far sfoggio di pubbliche virtù e a nascondere, con più abilità, i vizi privati?

La civiltà non si misura dalle belle parole, ma dai comportamenti, soprattutto da quelli che assumiamo, quando nessuno ci guarda.

Purtroppo, siamo adusi a fare gran caso a ciò che importa poco, e poco caso a quel che vale molto: la natura.


Il mare inghiotte anche la vita di chi scappa alle crudeltà della guerra.




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sabato 22 agosto 2015

PESCE TOSSICO



Nell’acqua finiscono plastica, prodotti chimici e vari tipi di rifiuti prodotti dall’uomo. Il pesce, in un modo o nell’altro, mangia i nostri rifiuti e li accumula. Una volta che il pesce viene ingerito dall’uomo, questo può diventare una potenziale minaccia per la nostra salute.

Non tutti i mari sono egualmente contaminati; purtroppo il Mediterraneo è un mare quasi chiuso e quindi è facile che gli inquinanti vi si concentrino più facilmente che in altri mari; anche se esistono delle zone più o meno inquinate, con grandissime differenze locali.

Ovviamente i luoghi più contaminati sono gli estuari dei grandi fiumi, che trasportano le sostanze che, legalmente o illegalmente, le industrie vi hanno depositato per più di un secolo; non secondi, come inquinamento, sono i grandi porti.

Il Pacifico sta ancora ricevendo una bella dose di radioattività dovuta al disastro nucleare di Fukushima che non si è ancora risolto.

Sostanze ignifughe usate per prodotti farmaceutici e per la cura personale, detersivi e connessi, ma anche metalli tossici e micro-plastiche, sono parte del contenuto di mari e oceani.

Purtroppo, pochi sono gli inquinanti riconosciuti e regolamentati e le informazioni su altri prodotti chimici comunemente presenti, sono insufficienti.

Il cambiamento climatico può peggiorare le cose.

Molte specie tendono ad accumulare sostanze chimiche nocive più velocemente nelle acque calde.



Molte tossine delle zone tropicali ormai sono diffuse anche in Europa.

Più di una ricerca condotta su campioni di pesce provenienti da diversi paesi europei dimostra che molte aree, soprattutto intorno alle grandi città e ai porti, siano già molto inquinate.

L’Europa ha un suo progetto per studiare il modo di rimuovere gli inquininanti dall’acqua.

Si studiano alghe, che crescono molto velocemente e raggiungono la lunghezza di due metri e servono anche alla pulizia dell’acqua dai metalli dannosi alla nostra salute (che assorbiamo mangiando pesce inuinato).

I prodotti ittici vanno incontro più di altri alimenti allo sviluppo di microorganismi e quindi possono costituire un veicolo di malattie infettive, parassitosi, intossicazioni.
La presenza di sostanze tossiche può avere diverse origini:
contaminazioni ambientali, in particolare da mercurio;
attività microbica;
produzione endogena di biotossine (pesci velenosi).

Il mercurio è un metallo che si presenta allo stato liquido a temperatura ambiente. In tale stato non è tossico, lo sono i vapori se inalati, i sali inorganici solubili e i derivati organici. Questi ultimi sono quelli che destano maggior preoccupazione, in particolare il metilmercurio. Questo composto può essere prodotto dalle lavorazioni industriali o dalla flora batterica a partire da mercurio metallico.
Il problema del mercurio come inquinante scoppiò negli anni '50 in Giappone, nella Baia di Minamata, dove una grande fetta della popolazione si ammalò di una grave malattia a carico del sistema nervoso a causa dell'ingestione prolungata di pesce contaminato da mercurio, scaricato da una fabbrica che operava nelle vicinanze della baia. Fenomeni simili sono avvenuti anche in altre parti del mondo.
Il mercurio presente nell'acqua viene ingerito dal plancton e risale via via la catena alimentare diventando sempre più concentrato. I pesci che sono al vertice della piramide alimentare arrivano ad avere una concentrazione da 3000 a 27000 volte maggiore di quella dell'acqua nella quale vivono. Nell'uomo avviene un'ulteriore concentrazione e quando il mercurio nel cervello supera certi valori, sopraggiungono i problemi neurologici. È il cosiddetto fenomeno del bioaccumulo.
Il mercurio che ingeriamo proviene in massima parte dal pesce, soprattutto dai predatori di grossa taglia come il tonno, il pesce spada, il palombo, l'anguilla, il luccio, ecc.
Solitamente i pesci più contaminati contengono una quantità di mercurio pari a 0.1-0.3 ppm (parti per milione), ma quelli che vivono in acque molto contaminate (per esempio quelle del Reno in Germania) possono arrivare a 2 ppm.

Dal momento che il problema riguarda il fenomeno dell'accumulo, esso dipende dalla quantità ingerita e dal tasso di inquinamento.



Le sostanze tossiche prodotte da microorganismi sono diverse, molte di queste vengono distrutte con la cottura. In generale basta evitare le situazioni a rischio come l'ingestione di pesce crudo di provenienza non sicura (ricordiamo a tal proposito i casi di colera che frequentemente vengono riscontrati a seguito dell'ingestione di mitili crudi), per scongiurare intossicazioni.

Alcuni pesci commestibili sono velenosi se non trattati opportunamente. Tra quelli che vivono nelle nostre acque, solo la murena e l'anguilla contengono una tossina, che però viene inattivata con la cottura. Tra i pesci esotici, invece, esistono molte verietà velenose: il pesce palla, una vera prelibatezza per i Giapponesi, se non è preparato adeguatamente può risultare fatale per il consumatore. Nel '77, in Italia, ci furono diversi casi di intossicazioni a causa di alcune code di pesce palla erroneamente inserite all'interno di una partita di rane pescatrici decapitate (code di rospo).

Sempre più spesso i banchi del pesce sono invasi da tonno illegale, ovvero spacciato per fresco, al quale viene conferito artificialmente il colore rosso delle carni  - che solitamente denota freschezza – tramite additivi chimici.

Il tonno non fresco invece è contaminato dall’istamina, una sostanza che si forma negli organismi quando cominciano a decomporsi e che può causare seri problemi alla salute. Questa può anche formarsi se il pesce non è pescato legalmente e se viene conservato a temperatura ambiente, senza il rispetto delle severe norme igienico-sanitarie.

Chi assume il tonno contaminato può andare incontro a vomito, diarrea, vertigini, cefalee, arrossamento cutaneo e orticaria. In un soggetto sano questi sintomi sono destinati a sparire dopo poche ore o giorni. Ma i soggetti allergici all’istamina possono rischiare di morire in seguito a uno shock anafilattico. Ci sono anche altri tipi di pesce che possono sviluppare questa sostanza: dallo sgombro, all’aringa, dall’acciuga ma anche in alimenti come formaggi, vini, pomodori, lievito. Inoltre è resistente alle alte temperature, quindi non si debella nemmeno dopo aver cotto il tonno (a meno che non lo si faccia cuocere per un’ora e mezza a temperature superiori ai 100°).



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lunedì 17 agosto 2015

Il Mare: la più Grande Discarica del Mondo



L'indagine di Goletta Verde e Accademia del Leviatano conferma la gravità del problema dei rifiuti galleggianti nei nostri mari, dove si possono trovare fino a 27 scarti ogni chilometro quadrato di cui quasi il 90% è formato da materie plastiche. Il titolo di mare più inquinato spetta all'Adriatico con 27 rifiuti galleggianti ogni kmq: di questi, il 41% è costituito da buste di plastica. Il Tirreno conta la maggiore percentuale di bottiglie (34%, contro il 29% di buste), mentre lo Ionio vanta il primato positivo, con 7 rifiuti per chilometro quadrato (con il 18% di buste).

Non siamo ancora ai livelli dei garbage patch, ossia delle isole di rifiuti galleggianti negli oceani, ma la plastica rappresenta un grave problema ambientale anche nei nostri mari. Perciò ben venga la decisione dei francesi di vietare i sacchetti in plastica. Ma solo a partire dal 1 gennaio 2016, mentre per la messa al bando delle stoviglie di plastica (piatti, posate, bicchieri) si rimanda al 2020, come specificato dal progetto di legge sulla salvaguardia della biodiversità approvata dall'Assemblée nationale il 10 ottobre scorso.
È una scelta in linea con la posizione italiana (dove il divieto per le borse in plastica non biodegradabile è in vigore dal 2011) e con le direttive del Parlamento europeo, che recentemente ha approvato la prima lettura della direttiva sugli shopper (le borse in plastica), volta a ridurne l'uso dell'80% entro il 2019.

I provvedimenti francese ed europeo avranno ricadute benefiche per la salute dei nostri mari. Oggi, nel complesso del Mediterraneo, l'80% della spazzatura galleggiante di plastica è costituita da polietilene ad alta densità e polipropilene, ovvero buste, bicchieri, bottiglie e involucri.



Sostanze che non si biodegradano, che rimangono inalterate per molto tempo e che, a causa della fotodegradazione, danno nel tempo origine a rifiuti talmente piccoli da essere ingeriti dalla fauna marina. La concentrazione non è ancora ai livelli dell'isola di plastica del Pacifico settentrionale (334.000 frammenti per kmq), ma è comunque preoccupante per un mare chiuso come il Mediterraneo, stimata da Expedition Med, nel 2010, in 115.000 microframmenti per chilometro quadrato.
Per anni la civilissima Europa ha permesso lo scarico in mare di ogni sorta di rifiuto, dalle scorie radioattive ai fanghi tossici delle industrie di ogni tipo. Secondo l'UNEP è proprio il Mediterraneo il mare più inquinato e, il 62% dei rifiuti che lo soffocano, sono costituiti da plastica e da mozziconi di sigarette. Il Mediterraneo è un mare chiuso e il ricambio delle sue acque è molto lento, per cui tutto ciò che entra si accumula su aree limitate.
Ma allargando il contesto non stanno meglio il resto dei mari, sono solo molto più estesi e quindi i rifiuti si distribuiscono su aree molto grandi, ma pur sempre di rifiuti si tratta. Ora sono ben quattro i rubbish dump o rubbish soup, i grandi vortici di plastica da 100 milioni di tonnellate, scoperti per la prima volta da Charles Moore, oceanografo americano fondatore dell' Algalita Marine Research Foundation. Più di un milione di uccelli e centomila mammiferi marini muoiono ogni anno a causa dei rifiuti di plastica e, all'interno dellO stomaco di molti uccelli marini, sono stati trovati siringhe, accendini e spazzolini da denti.
Ma chi getta così tanti rifiuti di plastica in mare?
Nel 1988 l'oceanografo Edward Goldbert (1921–2008), pubblicò una serie di dati riguardanti proprio la plastica e altri rifiuti gettati in mare. All'epoca circa 250 tonnellate all'anno, secondo l'Accademia Americana delle Scienze, arrivavano dalle flottiglie di pesca internazionali, mentre il grosso, ben 5.600.000 tonnellate (non solo plastica ma rifiuti solidi eterogenei), arrivavano dalla flottiglia mercantile, a causa delle cosidette perdite accidentali.

Un carteggio iniziato almeno dal 1992. Tra gli atti desecretati sulle "navi dei veleni" e sull'omicidio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ci sono anche quelle note dei Servizi Segreti con cui viene segnalato l'interesse delle cosche di 'ndrangheta nello smaltimento illecito di rifiuti tossici e radioattivi. Tra gli atti desecretati a seguito della comunicazione del presidente del consiglio dei ministri, Matteo Renzi, alla presidente della camera, Laura Boldrini, sono del resto ricorrenti le note di ringraziamento indirizzate ai servizi dai magistrati di Reggio Calabria per la "proficua collaborazione". Da quelle di Franco Scuderi, a quelle di Francesco Neri e lo stesso Alberto Cisterna, nella sua audizione del 1997 (anch'essa desecretata) ne parla.



La prima è del 17 novembre 1992, allorquando gli 007 del centro di Reggio Calabria segnalano come i fratelli Cesare e Marcello Cordì, all'epoca latitanti, avrebbero gestito lo smaltimento illegale di rifiuti tossici e radioattivi provenienti da depositi del Nord e Centro Italia, sotterrandoli lungo i canali scavati per la posa in opera di tubi per metanodotti nel comune di Serrata, in provincia di Reggio Calabria: «i rifiuti – è scritto nella nota dei Servizi – verrebbero sotterrato, grazie alla copertura dei predetti fratelli, lungo canali scavati la posa dei tubi del metanodotto in via di costruzione presso il fiume Mesima e più precisamente nella contrada Vasi» con camion del comitato autotrasportatori CAARM. Agli atti d'archivio, però, vi sono anche le parole messe nero su bianco dagli 007 nell'ambito delle indagini per la cattura del super latitante Giuseppe Morabito, il "Tiradritto" di Africo, paese della Locride. È  il 1994, Morabito verrà arrestato solo dieci anni dopo, ma già in quell'occasione i Servizi segnalano che il latitante, in cambio di una partita di armi, avrebbe concesso l'autorizzazione a far scaricare, nella zona di Africo, un non meglio precisato quantitativo di scorie tossiche e, presumibilmente, anche radioattive, trasportate tramite autotreni dalla Germania: «Gli accertamenti e le indagini tuttora in corso – scriveranno dai Servizi – hanno consentito di acclarare che l'area interessata allo scarico del materiale radioattivo sarebbe compresa nel territorio sito alle spalle di Africo e segnatamente nella zona di Santo Stefano-Pardesca-fiumara La Verde». Affermazioni che verranno fatte sulla base di dati di fatto abbastanza concreti: «In contrada Pardesca è stato riscontrato un tratto di terreno argilloso rimosso di recente, verosimilmente, per l'interramento di materiale di ingombro. Nello stesso tratto è stato rinvenuto, altresì, un bidone metallico di colore rosso adagiato sul terreno». Le notizie verranno comunicate al Ros dei Carabinieri di Reggio Calabria, che nel 2004 arriverà alla cattura del "Tiradritto".

Delle scorie, invece, nessuna traccia.



Ma non finisce qui, perché alle fine del 1994 i Servizi Segreti segnalano l'esistenza di numerose discariche abusive di rifiuti tossico-radioattivi, ubicate nella zona aspromontana e nel vibonese, dove esponenti della cosca Mammoliti avrebbero occultato sostanze pericolose provenienti dall'Est Europa, via mare e via terra. Anche in questo caso, la segnalazione verrà girata al Ros.

Gli atti desecretati a marchio SISMI e SISDE parlano anche di un colloquio informale avvenuto all'inizio del 1995 con il magistrato Francesco Neri, che coordinerà le indagini sulle "navi dei veleni" e, in generale, sugli intrighi di natura ambientale: indagini che avrebbero accertato l'esistenza di un vasto traffico nazionale riguardante lo smaltimento illecito di sostanze tossiche e radioattive attraverso il conferimento in discariche abusive per conto di tre tra le famiglie storiche della 'ndrangheta reggina, i De Stefano, i Tegano e i Piromalli. Le note dei Servizi parlano addirittura di circa settemila fusti sparsi nelle discariche del Nord Italia, a opera delle cosche. Gli 007 arrivano anche a fare una mappatura: «nella provincia di Reggio Calabria, i luoghi dove si trovano le discariche, per la maggior parte grotte, sono: Grotteria, Limina, Gambarie, Canolo, Locri, Montebello Jonico (100 fusti), Motta San Giovanni, Serra San Bruno (Cz), Stilo, Gioiosa Jonica, Fabrizia (Cz)».

Un contesto in cui, oltre a quello di scorie, vi sarebbe stato anche un traffico di uranio rosso. Segreti che vengono riemergono a distanza di vent'anni. Lo stesso non può dirsi delle scorie. E questo nonostante i Servizi Segreti parlassero di "primi incoraggianti riscontri info-operativi". Attivando le proprie fonti, infatti, gli 007 acquisiranno ulteriori dati: «le discariche presenti in Calabria sarebbero parecchie site, oltre che in zone aspromontane, nella cosiddetta zona delle Serre (Serra San Bruno, Mongiana, ecc.) nonché nel vibonese. In quella zona la famiglia Mammoliti, competente per territorio, avrebbe occultato rifiuti tossici-radioattivi lungo gli scavi effettuati per la realizzazione del metanodotto in quell'area». Rifiuti che – stando alle note dei Servizi – sarebbero arrivati dall'Est dell'Europa per mare e per terra: «Il canale via mare prenderebbe il via da porti del Mar Nero, dove le navi interessate oltre che scorie, imbarcherebbero droga, armi e clandestini provenienti dall'India e dintorni; il trasporto gommato proverrebbe da paesi del nord Europa su tir, anch'essi utilizzati per il trasporto di droga e armi».




martedì 11 agosto 2015

MARE INQUINATO


Sulla Terra sono presenti circa un miliardo e mezzo di metri cubi di acqua, il 97% dei quali costituito da acqua salata dei mari ed il restante 3% costituito da acqua dolce sotto forma di laghi, fiumi, ghiacciaie acque sotterranee.

Inquinare l'acqua significa proprio modificarne le caratteristiche in modo tale da renderla inadatta allo scopo a cui è destinata.

L'inquinamento civile deriva dagli scarichi delle città quando l'acqua si riversa senza alcun trattamento di depurazione nei fiumi o direttamente nel mare.

Gli scarichi fognari diretti costituiscono circa il 60 per cento delle fonti di inquinamento delle acque e sono una delle fonti di inquinamento meno controllabili, perché le acque di scarico sono riversate direttamente nei fiumi o nei corsi d'acqua e quindi non passano per i depuratori. Esse contengono agenti patogeni (parassiti e batteri) e materiali organici che assorbono una notevole quantità di ossigeno durante la decomposizione. Queste acque residuali che arrivano incontrollate al mare , trasformano le acque costiere nell'habitat ideale alla sopravvivenza di massicce concentrazioni di batteri fecali e di numerosi germi patogeni. I batteri aerobi per degradare il materiale organico inquinante consumano l'ossigeno disciolto nell'acqua e in questo modo provocano un mutamento all' ambiente impoverendolo di ossigeno che gradualmente rende impossibile la sopravvivenza di flora e fauna marina. Se si consumano prodotti che provengono da zone di mare inquinate si corre il rischio di contrarre gravi infezioni o malattie ( tifo, colera, e salmonellosi ecc) che spesso possono diventare croniche.



L'inquinamento industriale è formato da sostanze diverse che dipendono dalla produzione industriale
L' inquinamento agricolo è legato all'uso eccessivo e scorretto di fertilizzanti e pesticidi, che essendo generalmente idrosolubili, penetrano nel terreno e contaminano le falde acquifere.

Gli scarichi di rifiuti civili, industriali e agricoli sono tra quelli che creano maggiore inquinamento. Molto spesso sono saturi di sostanze tensio-attive (detergenti), che non sono biodegradabili e formano sulla superficie dell'acqua uno strato galleggiante a volte schiumoso a volte velato che impedisce di fatto lo scambio di ossigeno con l'atmosfera. Alcuni tra i rifiuti industriali particolarmente nocivi sono gli scarichi galvanici , perché contengono metalli tossici come mercurio, arsenico, cadmio, e piombo i cui effetti sono molto dannosi, essi possono giungere all'organismo umano attraverso i prodotti della pesca dopo aver inquinato tutta la catena alimentare della fauna marina.



L'inquinamento da sostanze radioattive sebbene molto meno presente non è comunque da escludere, è dovuto alle esplosioni provocate dagli esperimenti atomici, agli scarichi ed alle perdite delle acque di raffreddamento delle centrali nucleari, ai rifiuti e alle scorie degli impianti di utilizzazione e di ritrattamento dei materiali radioattivi, ai sommergibili e alle navi a propulsione nucleare e alle altre applicazioni dei radioisotopi che anche se pacifiche hanno lo stesso potere inquinante.

L'agricoltura è una delle fonti di inquinamento per così dire invisibile, infatti l'inquinamento è provocato dall'uso sempre più frequente di insetticidi, erbicidi e fertilizzanti. I fertilizzanti come altre sostanze chimiche favoriscono una eccessiva crescita eccessiva di alghe e piante acquatiche. Una percentuale tra il 20 e il 25 % di fertilizzanti non viene assorbita dal ciclo produttivo e direttamente, o per assorbimento attraverso i terreni, si immette nei corsi d'acqua e falde acquifere per poi scaricarsi nel mare.
I fertilizzanti chimici o naturali (liquami prodotti dagli allevamenti ) sono ricchi di sostanze organiche (maggiormente azoto e fosforo) che diluite dalla pioggia, si riversano nelle falde acquifere o nei corsi d'acqua. Il cadmio presente in alcuni fertilizzanti può essere assorbito dalle colture e arrivare all'uomo attraverso la catena alimentare. Alcuni degli effetti che può provocare se assunto in dosi massicce sono: la dissenteria e il danneggiamento di fegato e reni.
I liquami di origine animale spesso sono scaricati direttamente sul terreno e trasportati dall'acqua piovana arrivano ai fiumi, ai laghi e nelle falde sotterranee.
Nei moderni sistemi di depurazione i liquami passano attraverso tre fasi distinte di trattamento:la prima fase comprende una serie di processi fisici o meccanici di rimozione dei detriti più grossolani; in questa fase vengono anche fatti depositare i sedimenti in sospensione e si separano le sostanze oleose: Nella seconda fase viene ossidata la materia organica dispersa nei liquami a mezzo di fanghi attivi o filtri biologici.La terza fase rimuove i fertilizzanti per mezzo di processi chimico-fisici, come l'assorbimento su carbone attivo.


Un eccessivo apporto di sostanze nutrienti in uno specchio d'acqua, provocano un feno meno chiamato eutrofizzazione che significa un'abnorme proliferazione di vegetazione sommersa. La quantità di organismi vegetali presenti in un' ambiente acquatico varia in funzione della disponibilità di elementi nutritivi (carbonio, fosforo, azoto, microelementi). In laghi e in mari poco profondi , e vi è un apporto elevato di azoto e fosforo, si assiste ad una produzione di grandi quantità di vegetazione (ricordiamo la mucillagine del mare adriatico).
Anche se ciò può sembrare un problema non eccessivo, è invece di grande importanza perché la sedimentazione sul fondo e la decomposizione della massa vegetale esuberante innescano una serie di effetti negativi, tra cui la scomparsa dell'ossigeno disciolto nelle acque di fondo e conseguentemente la morte di organismi o lo sviluppo di gas tossici. A causa di particolari condizioni climatiche che si verificano in alcune stagioni (soprattutto in autunno e primavera), le acque di fondo prive di ossigeno possono mescolarsi con quelle superficiali ossigenate, dando origine ad una miscela a bassissimo contenuto (2-3 mg/l) da non essere compatibile con la vita dei pesci. I risultati sono imponenti morie , in particolar modo delle specie che necessitano di più elevati apporti di ossigenazione (trote, coregoni).



Scarichi di oli combustibili è un tipo di inquinamento presente quasi esclusivamente nelle acque marine, esso è dovuto agli idrocarburi sversati in mare accidentalmente o per dolo.
Una delle cause permanenti di questo tipo di inquinamento sono :i porti , i punti di carico e scarico e i cantieri di demolizioni navali. Molto spesso gli idrocarburi vengono versati in mare dalle raffinerie situate in vicinanza delle coste, a causa di piccole ma incontenibili perdite che diventano ingenti se si protraggono nel tempo.
Anche alcune navi cisterna inquinano volontariamente perché scaricano a mare le acque di lavaggio delle cisterne che spesso eseguono noncuranti della vicinanza dalle coste.
Un altro grave problema che è motivo di preoccupazione è il rischio di incidenti che queste navi possono subire, perché fanno riversare in mare grandi quantitativi di petrolio greggio e alcune volte questi incidenti avvengono sulle cosiddette superpetroliere.

Gli idrocarburi nell'acqua formano ampie macchie galleggianti che possono essere attaccate lentamente da organismi microbici molto rari e da processi fotochimica, ma il risultato è una sottrazione di ossigeno all'ambiente sia perché il petrolio galleggiante impedisce all'ossigeno presente nell'aria di raggiungere le acque marine sottostanti, sia perché i batteri per degradarlo consumano notevoli quantità di ossigeno

Chi sa che la prima tra le cause dell’inquinamento marino è il traffico marittimo? Sono i combustibili e le emissioni sempre più elevate e dannose per l’ecosistema marino.

Siamo abituati a sentir parlare di inquinamento nelle città provocato dal traffico delle auto, ma mai di quello provocato dalle navi in mare, eppure i livelli di emissioni inquinanti, sia internazionali e nazionali, stanno assumendo dimensioni preoccupanti e le cause dell’inquinamento marino sono da imputare principalmente alle navi.

Ad aggravare il fenomeno il fatto che le autorità competenti non si preoccupano del problema, a differenza appunto dello smog in città, contro il quale si mettono insieme una serie di misure (il più delle volte comunque insufficienti).



L’Agenzia europea dell’ambiente ha calcolato che negli ultimi vent’anni le emissioni di CO2 da navi provenienti da porti UE sono cresciute del 35%. Mentre altri inquinanti sono accresciute addirittura più della metà. Uno studio del 2005 ha evidenziato che entro il 2017 le emissioni di diossido di zolfo (SO2) prodotte dalla navigazione supereranno in Europa quelle da tutte le fonti terrestri. Il superamento delle emissioni degli ossidi di azoto (i cosiddetti NOx) avverrà entro il 2020.

L'inquinamento costiero è la forma di inquinamento più dannosa e pericolosa, perché molto  difficile da debellare una volta entrata in contatto con la costa. A causa del basso fondale marino, le varie unità adibite al servizio sono impossibilitate ad operare; così come risulta inutile l’utilizzo di macchinari vari, quali skimmer, etc.
Fondamentale qui è l’intervento umano, con rimozione manuale, e quindi principale campo di azione dei volontari.
L'inquinamento subacqueo si verifica solitamente a seguito di un incendio (come ad esempio quello della petroliera “Haven” nel Golfo di Genova) quando la componente leggera dell’idrocarburo evapora e la componente pesante precipita depositandosi sul fondale.



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