venerdì 13 novembre 2015

MARE NERO



La perdita del petrolio dalle petroliere, in inglese oil spills ed in ambito specialistico italiano frequentemente traslato in spillamento (o meglio: versamento), compromette gravemente l'ambiente terrestre. Il petrolio ha un peso specifico minore dell'acqua, per cui inizialmente forma una pellicola impermeabile all'ossigeno sopra il pelo libero dell'acqua, causando oltre agli evidenti danni per fenomeni fisici e tossici diretti alla macrofauna, un'anaerobiosi che uccide il plancton. La successiva precipitazione sul fondale replica l'effetto sugli organismi bentonici. La bonifica dell'ambiente danneggiato richiede mesi o anni.

Il rilascio del petrolio è in genere causato dagli umani, tuttavia può in certi casi essere causato da eventi naturali, quali ad esempio fratture del fondo marino. Non è facile stabilire la quantità di idrocarburi che si perde ogni anno in mare, tuttavia le stime di tali perdite sembra che si aggirino su una media di 4 milioni di tonnellate l'anno per tutto il pianeta e di 600.000 tonnellate per il solo Mediterraneo.

Il petrolio ha effetti dannosi agli animali che si immergono in queste perdite delle navi petrolifere. Negli uccelli il petrolio penetra nel piumaggio, riducendo la capacità di isolante termico (rendendo gli animali vulnerabili alle escursioni termiche ambientali) e rendendo le piume inadatte al nuoto e al volo, per cui gli uccelli non hanno la possibilità di procacciarsi il cibo e di fuggire dai predatori.

L'istinto degli uccelli li porta a pulirsi il piumaggio con l'uso del becco, ma in questa maniera ingeriscono il petrolio, con effetti nocivi per i reni, il fegato e l'apparato digerente; questi ultimi effetti all'organismo, assieme all'incapacità di procurarsi il cibo, porta alla disidratazione e a squilibri nel metabolismo. A questi disturbi possono aggiungersi effetti, che per un meccanismo a cascata si ripercuotono in alterazioni ormonali. Il petrolio grezzo infatti possiede spesso una carica elevata di composti aromatici policiclici, spesso coinvolti in meccanismi biologici nel vasto ambito degli interferenti endocrini.

Allo stesso modo degli uccelli, i mammiferi marini che sono esposti al petrolio presentano sintomi simili a quelli che si hanno negli uccelli: in particolare la pelliccia delle lontre di mare e delle foche perdono il loro potere di isolante termico, causando ipotermia. Sono successi molti disastri a causa del petrolio ma quelli che ne hanno disperso maggiormente sono: quello di Lakeview Gusher in California nel 1911, seguito da quello della piattaforma Deepwater Horizon e conseguente perdita del Pozzo Macondo del 2010 (nel Golfo del Messico) e dal disastro della Guerra del Golfo (nel Golfo Persico nel 1991); vi sono poi, sempre per importanza del tonnellaggio di petrolio disperso, quello causato dalla la piattaforma petrolifera Ixtoc 1 (nel Golfo del Messico nel 1979-1980) e il naufragio dell'Amoco Cadiz (in Bretagna) nel 1978.

Molti uccelli muoiono prima dell'arrivo dei soccorsi umani.

Allo stesso modo degli uccelli, i mammiferi marini che sono esposti al petrolio presentano sintomi simili a quelli che si hanno negli uccelli: in particolare la pelliccia delle lontre di mare e delle foche perde il suo potere di isolante termico, causando ipotermia.



Il 21 gennaio del 1991, nel corso della prima Guerra del Golfo, si verifica una gravissima fuoriuscita di petrolio nel Golfo Persico: ben presto si scoprirà che l’esercito iracheno ha aperto deliberatamente le valvole delle condutture di petrolio in Kuwait, allo scopo di impedire o, quantomeno, di ostacolare lo sbarco dei soldati americani. La marea nera colpisce le coste di Kuwait, Arabia Saudita e Iran, causando danni pesantissimi agli ecosistemi di quelle regioni. Stando alle stime di analisti e ricercatori, la quantità di petrolio disperso nell’ambiente in questa occasione si attesterebbe tra 1.360.000 e 1.500.000 tonnellate.

Alla fuoriuscita di greggio si accompagna anche un secondo disastro ecologico: l’incendio di 732 pozzi petroliferi, sempre ad opera dell’esercito iracheno, per far sì che il fumo rendesse più difficili le operazioni aeree delle forze militari della Coalizione.

Il 3 giugno 1979 la piattaforma petrolifera messicana Ixtoc I è impegnata in alcune operazioni di esplorazione nel Golfo del Messico, a 600 miglia dalla costa del Texas. Per un errore nelle manovre, la piattaforma prende fuoco e comincia a disperdere petrolio in mare: la perdita, che va avanti per ben 9 mesi, fino al 23 marzo del 1980, si attesta tra le 454.000 e le 480.000 tonnellate.

Un disastro ambientale meno noto ma di enormi proporzioni è l’incidente che il 2 marzo 1992 porta alla dispersione di circa 285.000 tonnellate di greggio nella valle di Fergana, in Uzbekistan. La valle di Fergana è una regione dall’economia prevalentemente agricola, ma ricca di giacimenti di petrolio e di gas, tanto da essere soggetta a trivellazioni a scopo estrattivo sin dai primi anni del XX secolo. È proprio nel corso di questa ordinaria attività estrattiva che si verifica la perdita, probabilmente a causa di un guasto.

Nel maggio del 1991 si verifica una violenta esplosione a bordo della nave cisterna liberiana Abt Summer, in navigazione al largo dell’Angola. Lo scoppio uccide anche alcuni membri dell’equipaggio e provoca un terribile incendio: l’imbarcazione arde per tre giorni prima di colare a picco e disperde a nell’Oceano Atlantico circa 260.000 tonnellate di petrolio.

Il 6 agosto del 1983 la petroliera spagnola Castillo de Beliver prende fuoco mentre è in navigazione al largo del Sudafrica. All’incendio segue una violentissima esplosione, che causa l’affondamento dell’imbarcazione. L’incidente provoca lo sversamento in mare di circa 227mila tonnellate di greggio.

Il 16 marzo del 1978 l'Amoco Cadiz, una superpetroliera liberiana di 330 metri facente capo alla compagnia americana Amoco, si incaglia al largo delle coste bretoni, di fronte al litorale del piccolo borgo di Portsall. L’incidente provoca la dispersione in mare di circa 223.000 tonnellate di greggio e colpisce circa 150 km di costa, con danni ingenti per gli ecosistemi locali e in particolare per la fauna marina.

Nel novembre del 1988 sulla piattaforma di trivellazione americana Odyssey, al largo della costa orientale del Canada, si verifica una violentissima esplosione. L’incidente provoca lo sversamento in mare di circa 132.000 tonnellate di petrolio.
Tutti gli episodi hanno avuto tutti ripercussioni gravissime sull’ambiente circostante, e in particolare sull’atmosfera e sulla fauna marina. Proprio come la famigerata petroliera Exxon Valdez, che nel marzo del 1989 si è arenata nelle acque dello stretto del Principe William, in Alaska, disperdendo in mare circa 38.000 tonnellate di greggio.


Nel 1985 un'onda nera di petrolio sporcò l'acqua chiara dello Ionio, tra Messina e Capo Sant'Alessio, a poco meno di tre miglia dalla costa. Tutto è successo di prima mattina, in una giornata in cui la nebbia ha fatto sì che due navi, la petroliera greca Patmos e la spagnola Castillo de Monte Aragona, si scontrassero emettendo circa 5000 litri di greggio. Subito dopo lo scontro divampò un incendio causando la morte di tre marinai sudamericani della nave spagnola, i cui corpi non vennero ritrovati, eccetto quello del marinaio Paolo Antonio Leitao che galleggiava in mezzo al petrolio; l' SOS venne lanciato subito dal comandante della nave greca e nell'attesa dei soccorsi i marinai tentarono invano di chiudere lo squarcio, poiché le condizioni atmosferiche non erano favorevoli e la quantità di petrolio che ne fuoriusciva era enorme. I tentativi continuarono per tutto il pomeriggio, anche con l'aiuto dei soccorsi, ma solamente verso sera, grazie a una squadra specializzata, si riuscì a tamponare la falla; tuttavia il danno era già consistente. Molti proposero di irrorare subito la chiazza (larga più di mezzo miglio e lunga 800 metri) con potenti solventi, ma i naturalisti si opposero, sostenendo che molti di essi contenevano elementi assai dannosi per l'ecosistema. Più avanti si scoprì che la collisione era largamente prevista: infatti il Wwf sventolò un documento datato 20 giugno 1982 secondo cui bisognava controllare le zone di maggiore traffico marittimo per la difesa del mare,tra cui vi era anche lo Stretto di Messina.

La sera del 10 Aprile 1991, il traghetto Moby Prince si scontrò con la petroliera Agip Abruzzo. Quest'ultima venne costruita nel 1976 nei cantieri di Monfalcone e, nel 1977, consegnata all'Eni per il trasporto del greggio. Venne sottoposta a lavori di ristrutturazione nel 1987 a Genova, che portarono all'accorciamento della nave. Il Moby Prince era, invece, un traghetto in servizio di linea tra Livorno e Olbia che, durante l'uscita dal porto di Livorno , colpì con la prua la petroliera. Parte del petrolio fuoriuscì allargandosi in mare e, tra le 100 e le 300 tonnellate, vennero "spruzzate" sul Moby Prince, incendiandolo. Dopo lo scontro la petroliera accese i motori e si disincagliò dal traghetto, favorendo però una maggiore fuoriuscita del petrolio. L'incidente causò la morte di 140 persone, tutte passeggere del traghetto. L'Agip Abruzzo mandò ripetute richieste d'aiuto, ma i soccorsi arrivarono quando il Moby Prince era affondato con i motori ancora in funzione, si era allontanato dal punto d'impatto, rendendo ancora più difficile la sua identificazione. L'incidente è considerato il più grave nella storia della marina mercantile italiana; ancora oggi è difficile far luce sulle cause che hanno portato alla tragica collisione. Sono state individuate alcune possibili cause, tra cui:
LA NEBBIA, che quella sera gravava sulla zona; molti si sono espressi in favore del cosiddetto fenomeno della nebbia da avvezione (formazione di un banco molto fitto causato dalla discesa di aria calda e umida sulla superficie fredda del mare.). Probabilmente questo impedì questo impedì al Moby Prince di individuare la petroliera Agip Abruzzo.



L'Amoco Milford Haven, petroliera da 250 000 tonnellate fu colpita nel 1988 nel Golfo Persico da un missile iraniano. Tra il 1988 e il 1990 la nave fu riparata a Singapore; dopo le riparazioni la nave fece un solo viaggio giungendo a Genova dove rimase alcuni giorni scaricando parte del greggio. L'11 aprile, intorno alle 12.30, si verificò un'esplosione che fece saltare 100 metri di coperta in un braccio di mare di 94 metri vicino a Voltri. Durante la notte la nave in fiamme si spostò al largo di Savona e, il giorno dopo, fu trainata da Cogoleto a Arenzano. Durante l'operazione si staccò la parte di prua interessata dall'esplosione che si adagiò sul fondale. Il mattino del 13 aprile, altre esplosioni scossero il relitto causate probabilmente dal surriscaldamento delle cisterne non ancora incendiate; il vento da Nord fece sì che solo pochi litri di petrolio si spargessero sulla spiaggia e impedì al fumo di raggiungere la costa. Il 14 aprile ci fu l'ennesima esplosione a un miglio e mezzo da Arenzano e, nei giorni successivi, vennero sistemati da numerosi volontari alcune barriere per limitare lo spargimento di greggio, ma lo Scirocco le travolse causando numerosi spiaggiamenti. Fu il più grave disastro ecologico di tutto il mar Mediterraneo; una parte del carico (10 000 o 50 000 tonnellate circa) inquina tuttora i fondali tra Genova e Savona. Dal 2001 una commissione è incaricata di realizzare interventi e sperimentazioni di bonifica anche sul relitto stesso, che giace oggi a 80 metri di profondità.

Una notte di febbraio, probabilmente qualcuno si è intrufolato nella ex raffineria Lombarda Petroli, (provincia di Monza)  mettendo fuori uso le telecamere di sorveglianza ed evitando ogni tipo di controllo, sabotando le 7 cisterne ancora in funzione ma l'unica ipotesi non è quella di sabotaggio, infatti si pensa anche a una possibile speculazione edilizia. I carabinieri si sono recati alla lombarda subito dopo l'allarme, ma al loro arrivo i dipendenti fanno resistenza dicendo che vogliono gestire da soli l'emergenza, ma riescono a chiudere i rubinetti solo alle 8.00.
Alle prime luci del mattino (circa alle 4.00) il liquido uscito dalle cisterne ha percorso 6 km attraverso le falde acquifere di Monza, fino al depuratore delle acque; in pochi minuti la macchina del filtraggio è andata in tilt ed è traboccato riversando la marea nera nel fiume. Nel Lambro sono finiti 10 milioni di litri di petrolio più altri gas e liquidi altamente inquinanti come combustibili e sostanze cancerogene, originando una macchia oleosa spessa 50 cm! Intorno alle 10.00 di mattina la macchia è arrivata a Milano, dove sono morte moltissime anatre, l'aria è diventata irrespirabile e gli argini sono stati imbrattati dal gasolio, proseguendo poi per San Maurizio, Cologno Monzese, Bolgiano , dove il gasolio è esondato riempiendo i cortili riempiendo cortili e campi coltivati, e dove, per fortuna, viene serrata la chiusa che ritarda maggiormente l'arrivo del petrolio al Po, dove le possibilità di fermarlo sono pochissime a causa della corrente e della larghezza del fiume. Arriva poi a Vidardo, in provincia di Lodi, a soli 25 km dal Po.
Alla fine della giornata, nonostante il duro lavoro di sommozzatori, elicotteri, Protezione Civile, vigili del fuoco, prefettura, Provincia, Regione, e l'utilizzo di boe che avrebbero dovuto fermare, almeno in parte, il petrolio, ma rivelatesi inutili, non sono stati portati al centro di bonifica nemmeno due litri d'olio; nonostante tutto questo, l'allarme di "disastro ambientale" non viene lanciato fino a sera, quando il petrolio ormai è arrivato a Lodi. Il giorno successivo continuano i tentativi di bonifica senza grande successo: all'inizio della giornata il petrolio giunge alla confluenza del Lambro con il Po che percorre durante il corso della giornata fino alla diga dell'Enel di isola Serafini, l'ultimo ostacolo prima del Mar Adriatico, che ha bloccato l'80 % del petrolio.  Ma le associazione avvertono che non basta fermare il petrolio per poter dichiare terminata l'emergenza, poichè è il passaggio del petrolio ha danneggiato anche la fauna e la flora del luogo. Continua intanto il processo di bonifica: L'ARPA ( Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale), in collaborazione con le province di Milano e Monza - Brianza coordinerà un intervento innovativo per neutralizzare gli idrocarburi, riducendoli in materiale biodegradabile con speciali enzimi; questo esperimento avverrà nel depuratore e esteso su tutto il percorso del fiume se produttivo. Il 27 febbraio una squadra composta da Legambiente, WWF, Italia Nostra Milano, Slow Food e altri enti nazionali, dopo aver ripulito le rive del Lambro nel parco, si è spostata a San Donato e a San Giuliano Milanese. Il 28 aprile nuove sostanze inquinanti sono state versate nel fiume. Nel tardo pomeriggio, infatti, è avvistata nel Lambro una macchia scura di schiuma bluastra che punta al depuratore di San Rocco. Un team di tecnici si mette subito al lavoro per individuarne la provenienza, l'hovercraft della protezione civile risale la corrente e si alza anche un elicottero. Il sospetto, per i tecnici dell'ARPA è che si tratti di materiale di scarico da tintoria versato nelle acque da un'azienda tessile della zona. Le prime analisi confermano le ipotesi; ciò significa, con molta probabilità, che qualcuno ha approfittato del disastro sul Lambro per sbarazzarsi di rifiuti pericolosi, evitando così il pagamento di poche migliaia di euro. Le tonnellate di gasolio fuori uscito dalla raffineria, trasformata in un centro di stoccaggio, ammontano a 3000; dipendenti ed ex dipendenti sono stati interrogati nella procura di Monza.





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