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venerdì 1 gennaio 2016

ALICIA MIRABILIS



L’ alicia mirabilis   appartiene al philum dei Cnidari, alla classe degli Antozoi, alla sottoclasse degli Esacoralli e all’ordine degli Attiniari.
Il nome cnidari giustifica la presenza di cnidocisti o meglio cellule urticanti, distribuite in tutto il corpo e per lo più nei tentacoli.
Sono altrimenti detti celenterati possedendo una cavità gastrica detta celenteron che assieme ad una primitiva struttura muscolare colloca i cnidari ad un primo livello di evoluzione nell’organizzazione anatomica.

La si potrebbe definire “regina della notte” per le sue abitudini esclusivamente legate al buio.
Di giorno contratta ed insignificante, simile nella forma ad una pigna schiacciata e totalmente inattiva, si trasforma di notte, espandendo il suo corpo cilindrico e gelatinoso, gonfiandosi d’acqua ed ingrandendosi 10 o 20 volte rispetto alle sue dimensioni a riposo.
Dall’estremità apicale del fusto si dipartono una serie di lunghi e sottilissimi tentacoli superurticanti, che col buio si scatenano fluttuando in corrente per la cattura del cibo.
Osservare una di queste attinie con i tentacoli mossi dal moto della corrente è uno spettacolo che solo pochi subacquei, molto fortunati, hanno la possibilità di osservare.



La delicatezza di forme e colori è unica tra tutti gli antozoi; il corpo si presenta striato e cosparso di ghiandole scure, solitamente brune, ma anche arancioni, bianche e persino nere. La base presenta un disco pedale, tipico di ogni attinia, che in questo caso viene utilizzato più spesso per gli spostamenti, piuttosto frequenti per un animale abitualmente sedentario.
La scelta del luogo sul quale stabilizzarsi dipende da molti fattori, anche se il più importante rimane quello della cattura del cibo.
L'attinia tenta sempre di raggiungere la posizione più elevata possibile rispetto al fondo, sfruttando per questo qualsiasi cosa gli capiti a tiro: una roccia, una gorgonia, il tubo di uno spirografo, un’alga o un foglia di posidonia; tutto funziona purché la postazione sia il più possibile sopraelevata rispetto al fondale.
 
Le dimensioni dell’animale variano secondo i casi, con esemplari che arrivano a 40-50 cm di altezza (adulti) tentacoli esclusi; questi ultimi possono superare anche il metro di lunghezza. Potentissimi e sottilissimi, i tentacoli formano una maglia mortale per tutte le piccole creature in balia delle correnti.
Sott’acqua, illuminando con una fonte di luce artificiale l’Alicia mirabilis, si può assistere a molte incredibili scene, prima tra tutte proprio la predazione.
Ciò grazie al potere che ha la luce di attirare piccoli crostacei o vermi, vaganti nel buio.
Questi minuscoli animaletti del plancton restano fulminati dai tentacoli dell’attinia, sotto i nostri occhi increduli che possono così assistere a tutte le fasi della cattura del cibo. Al minimo impatto i tentacoli si contraggono istantaneamente e si arricciano, convogliando verso la bocca l’animale catturato.

Relativamente alla sua presenza in Mediterraneo, questa è stata segnalata inizialmente nel Golfo di Napoli e nel Golfo di Marsiglia (negli anni 50), e la sua diffusione è oggi nota anche a Gibilterra; meno nota è invece la sua massiccia presenza sui fondali dello Stretto di Messina.
In quanto ad habitat, predilige fondali detritici subito profondi con correnti sostenute, ma non disdegna gli ambienti sabbiosi e neanche quelli rocciosi. La profondità abituale dove trovare l’Alicia è compresa tra pochi metri fino a 50-60, ma ancora oggi della sua biologia si conosce ben poco.


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martedì 20 ottobre 2015

IL KRILL



Il krill è un insieme di diverse specie di creature marine invertebrate appartenenti all'ordine Euphausiacea.

Questi piccoli crostacei, che vivono in tutti gli oceani del mondo, con particolare concentrazione nelle acque fredde e polari, sono importanti organismi che compongono lo zooplancton, cibo primario di balene, mante, squali balena, pesce azzurro e uccelli acquatici.

La pesca commerciale del krill è praticata nelle acque meridionali delle coste giapponesi. La produzione globale ammonta a 150-200.000 tonnellate annue.

La maggior parte del krill viene usato come cibo per acquacultura e allevamento in acquario, come esche per la pesca e per l'industria farmaceutica. In Giappone (e nella Russia orientale) viene consumato come cibo umano ed è conosciuto in giapponese come okiami.

La femmina trasporta le sue uova sotto al cefalotorace in sacche membranose. Rilascia in acqua le uova, il quale numero varia da poche decine ad alcune centinaia a seconda della specie.

La larva che esce dalle uova non è segmentata, anche se abbastanza avanzato nello sviluppo (tant'è che viene chiamato pseudometanauplio), e passa attraverso una serie di mute durante la crescita; man mano che si sviluppa, si aggiungono nuovi segmenti fra le mandibole e la regione terminale del corpo, il telson. Dopo due stadi di nauplio, che seguono la schiusa dell'uovo, la larva giunge allo stadio di metanauplio; l'addome infatti continua a segmentarsi, passando in tre fasi di calyptopis e poi in stadi di furcilia, durante i quali si sviluppano gli occhi peduncolati ed i pleiopodi in individui che già somigliano all'adulto. Lo stadio adulto viene raggiunto dopo almeno sei stadi di furcilia, come nel krill antartico (Euphausia superba).

L'ordine Euphausiacea, stabilito da James Dwight Dana nel 1852, è diviso in due famiglie. La famiglia Bentheuphausiidae comprende solo una specie, Bentheuphausia amblyops, un crostaceo batipelagico che vive al di sotto dei 1.000 m di profondità. È considerata la specie vivente più antica dei krill.

L'altra famiglia, quella degli Euphausiidae comprende 10 generi per un totale di 85 specie (solo il genere Euphausia raggruppa 31 specie).

Le specie più conosciute, poiché soggette alla pesca commerciale, sono il krill antartico (Euphausia superba), il krill pacifico (Euphausia pacifica) e il krill del Nord (Meganyctiphanes norvegica).

Il krill è presente in maniera quasi ubiquitaria nelle acque di tutto il globo; la sua densità raggiunge i massimi livelli con temperature basse, pertanto l'habitat ideale di questi piccoli crostacei è rappresentato dai mari del nord. Ciò nonostante, il krill rappresenta prevalentemente una risorsa economica del Giappone, che lo preleva nelle acque meridionali dell'isola attraverso una pesca altamente specifica.

L'olio di krill è un prodotto oleoso (quindi lipidico) di recente introduzione sul mercato degli integratori alimentari; l'olio di krill, peraltro oggi fortemente pubblicizzato, rappresenta un'ottima fonte di acidi grassi polinsaturi essenziali della famiglia omega3 . L'olio di krill, dicono certi esperti, vanta una qualità alimentare e nutrizionale superiore rispetto ad altri comuni integratori alimentari; a giustificare un'affermazione simile potremmo citare che:
il krill rappresenta uno dei primi step della catena alimentare marina, pertanto, l'eventuale contaminazione di mercurio e/o diossina non viene aggravata dalla longevità della specie, che invece riguarda altre creature marine.
L'olio di krill, a dispetto degli altri integratori od oli alimentari derivanti dai vegetali (olio di lino, di soia, vinacciolo, ecc.), contiene soprattutto omega3 Acido Eicosapentaenoico (EPA - 20:5 n-3) ed omega3 Acido Docosaesaenoico (DHA - 20:6 n-3), due molecole che, al contrario del precursore vegetale acido Alfa-Linolenico (ALA - 18:3 n-3), risultano altamente disponibili e biologicamente attive.
Inoltre, l'olio di krill garantisce la presenza di un notevole quantitativo di antiossidanti; tra questi è possibile distinguere buone quantità di retinolo (vitamina A), tocoferoli (vitamina E) ed anstaxanthina (un particolare carotenoide, pertanto un precursore della vit A). Il potenziale antiossidante dell'olio di krill risulta notevolmente più elevato rispetto a quello degli oli vegetali ed anche di quelli estratti dal pesce (fegato di merluzzo e salmone). Questo incredibile potere antiossidante (stimato diverse decine di volte superiore a quello degli atri prodotti in commercio) potrebbe non possedere un'efficacia reale nel caso in cui l'alimentazione ne apporti già quantità sufficienti a coprirne il fabbisogno; tuttavia, anche in questo caso gli antiossidanti contribuiscono ad incrementare il potenziale di conservazione e stabilità del prodotto.


L'olio di Krill contiene anche ottime quantità di fosfatidilcolina, un fosfolipide legato alla colina e fortemente presente sulla superficie delle membrane cellulari; la fosfatidilcolina è il costituente principale della lecitina, una molecola IPOcolesterolemizzante (contenuta anche nel tuorlo d'uovo, nella soia, nei legumi in genere ecc.) che nell'industria alimentare rappresenta un comune additivo emulsionante (E322).

L'utilizzo terapeutico dell'olio di krill è riferito soprattutto alle proprietà benefiche degli acidi grassi essenziali omega3 EPA e DHA, ed al potenziale antiossidante delle vitamine in esso contenute (vit. A, vit. E ed anstaxanthina).
Iniziamo col precisare che, nonostante il rapporto tra omega3 ed omega6 dell'olio di krill sia di 15:1 contro il 3:1 di un olio di pesce comune, e che il relativo potenziale di assorbimento sia migliore del 10%, non si tratta di caratteristiche tali da poter giustificare la differenza a dir poco abissale nel prezzo degli integratori commercializzati. Il quantitativo di antiossidanti è superfluo, almeno per quanto riguarda i fabbisogni nutrizionali, e la loro addizione a fini conservativi (fino a 2 anni) potrebbe essere svolta senza problemi anche nell'olio di salmone o di fegato di merluzzo (tocoferoli, retinolo e carotenoidi non sono molecole eccessivamente costose); lo stesso vale per la fosfatidilcolina.
In definitiva, l'olio di krill rappresenta un integratore alimentare dalle qualità senza dubbio notevoli, ma ancora una volta eccessivamente enfatizzate. Come tutti i prodotti a base di omega3, l'olio di krill PUO' avere un impatto positivo e terapeutico nei soggetti che:
NON introducono quantità di EPA e DHA sufficienti con la dieta
Presentano condizioni cliniche caratterizzate da infiammazione cronica e sistemica (come la sindrome metabolica o le malattie infiammatorie croniche intestinali)
Sono soggetti a dislipidemie del colesterolo (colesterolo ematico totale >200 mg/dl , LDL > 130-189 mg/dl, HDL < 40-50mg/dl)
Sono soggetti a ipertrigliceridemia (trigliceridi ematici >200 o peggio > 500 mg/dl )
Ipertesi o a rischio di ipertensione (pressione arteriosa > 130-139 su 85-89 mmHg)
Diabetici o iperglicemici (glicemia >110-126 mg/dl)
Si consiglia di integrare con olio di krill solo se necessario, ad esempio in caso di alimentazione scorretta o in presenza di malattie dismetaboliche che possono incidere negativamente sullo stato di salute innalzando il rischio di compromissione cardiovascolare (aterosclerosi, trombosi, ictus ecc).

L'olio di Krill è indicato anche in presenza di sovrappeso e caratterizzato da grasso addominale. L’azione anti adipe è dovuta al fatto che, se assunto regolarmente, questo integratore mantiene sotto controllo gli zuccheri nel sangue, evitando quei picchi glicemici che portano il metabolismo a rallentare e il grasso ad accumularsi soprattutto sull'addome.

L'olio di Krill contiene uno degli antiossidanti naturali più potenti, l'astaxanthin, un carotenoide che dà al crostaceo il caratteristico colore rossastro che lo protegge dalla radiazione solare. Questa sostanza rafforza le difese, è anti infiammatorio e protegge la pelle dall'azione dei raggi solari.

Gli omega 3 estratti dal krill sono legati in un complesso fosfolipidico: una sola compressa al giorno permette di aumentare l'elasticità delle cellule e di ridurre il grasso addominale e il colesterolo.




giovedì 17 settembre 2015

IL DENTE DI CANE



Vive in due siti dello stretto di Messina e nella zona antistante lo stretto di Gibilterra verso l'Atlantico ed è una specie protetta.
E' possibile trovare il dente di cane gigante come epibionte della tartaruga di mare Caretta caretta.

I Balani, chiamati anche dente di cane, sono crostacei marini della dimensione di 1-2,5 cm. appartenenti alla sottoclasse Cirripedi, ordine Toracici.

Nel Mediterraneo vivono varie specie, tra cui Balanus perforatus e Balanus tintinnabulum che vivono, allo stadio adulto, fissati su vari substrati, come rocce, alghe incrostanti, crostacei, ecc., a basse profondità, ai quali aderiscono con la loro base discoidale.

Questi iniziano il loro ciclo vitale allo stadio di nauplius che, dopo metamorfosi, giunge allo stadio di larva cypris in cui si fissa al substrato.

Il Balanus perforatus presenta il guscio esterno a forma di tronco di cono, costituito da sei placche calcaree solcate e secrete dal mantello, queste sono articolate alla base che aderisce al substrato.

La parte centrale del balano è chiusa da valve opercolari mobili che se aperte consentono di osservare delle piccole appendici filamentose dette "cirri", queste corrispondono agli arti di tali crostacei.

I cirri sono dotati di motilità e permettono la cattura del plancton e delle particelle organiche in sospensione di cui la specie si nutre.

Il Balanus perforatus presenta una colorazione uniforme grigio biancastra.

Questa è una specie ermafrodita a fecondazione interna e si riproduce per tutto l'arco dell'anno.

La superficie inferiore con la quale il balano aderisce al substrato è detta base ed è o membranosa o calcarea. Una muraglia (o parete) verticale di piastre circonda completamente l'animale ed all'interno di essa l'animale è coperto da un opercolo, formato dalle coppie mobili di terga e scuta. Nel mantello, il corpo dei cirripedi toracici è piegato all'indietro in modo che le appendici sono rivolte in alto verso l'apertura del mantello anziché verso il lato. La maggior parte del corpo consiste di una regione cefalica e di una regione anteriore del tronco (toracica). La segmentazione esterna è indistinta. Le prime antenne sono vestigiali, eccetto per le ghiandole del cemento, e le seconde antenne sono presenti soltanto nella larva. Le appendici orali sono variamente modificate. Tipicamente, sei paia di appendici toraciche lunghe con due rami, dette cirri, sono usate nell'alimentazione sospensivora, ed ogni ramo è munito di molte lunghe setole.

Si ritiene che i cirripedi sessili (balanomorfi) abbiamo avuto inizio durante il Giurassico da scalpellidi peduncolati, per accorciamento e scomparsa del peduncolo.



L'ampia superficie di adesione e la muraglia circolare, robusta e bassa, rendono i balani sessili particolarmente adatti a vivere sulle rocce intertidali, dilavate dalle correnti e battute dalle onde. Si pensa che la parete (piastre della muraglia) sia derivata dalle piastre laterali che, nelle lepadi, coprivano il capitolo. Colonizzano, oltre agli scogli, le palafitte delle banchine nei porti o la parte sommersa delle navi. Benché esistano alcuni balanomorfi di acque profonde, il gruppo nel complesso è intertidale o appena subtidale, e le singole specie occupano soltanto piccole zone.

I cirripedi sono tra i più seri problemi di incrostazioni dei fondi di natanti, boe e palizzate e molte delle specie sono state trasportate in tutto mondo con la navigazione.

Ricordano i molluschi e con essi venivano confusi sino al 1829 quando Vaughan Thompson fece ricerche approfondite che evidenziarono alcune differenze (come nel caso delle larve che riescono a nuotare libere nell'acqua)

I balani sono anche chiamati "denti di cane" per via della loro forma aguzza che risulta essere molto tagliente.

I balani posseggono entrambi i sessi (sono ermafroditi) e possono procreare sia quando sono in folti gruppi, sia quando si ritrovano isolati. Dopo un periodo di quasi quattro mesi dalla fecondazione si formano le uova. Nella sua forma larvale, il balano viene chiamato nauplius; crescendo attraversa un secondo stadio larvale, generando sei paia di arti.


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giovedì 27 agosto 2015

IL GRANCHIO



Il granchio, conosciuto dagli esperti col nome di brachyura, appartiene all’ordine dei crostacei decapodi acquatici: è diffuso nelle acque marine di tutto il mondo.

È dotato di una dura corazza, chiamata esoscheletro che ricopre tutto il corpo: quest’ultimo è diviso in due zone, il cefalotorace e l’addome. Il primo comprende il capo e il torace, ed è coperto da una sorta di guscio detto carapace da cui originano 4 paia di arti più le chele che usa per cibarsi, per difendersi e anche per scavare e come mezzo di seduzione nell'atto che precede l’accoppiamento. È risaputo che il granchio, vista la posizione delle zampe, si esibisce in una camminata laterale molto particolare.



Sul capo vi sono gli occhi dalla forma sferica, posti su peduncoli mobili che gli permettono di osservare tutto intorno, e delle antenne che possiedono terminazioni tattili e olfattive. L'addome è rettangolare nel maschio e arrotondato nella femmina.


Alcune specie modificano la corazza due volte all'anno: sia durante la stagione primaverile, sia in quella autunnale. Questo cambiamento trae origine non tanto dalla crescita del crostaceo, quanto dal cambiamento meteorologico che si ha in questi due periodi dell’anno.

Molte specie sono notturne, quando la presenza di potenziali predatori è minore; l'alimentazione varia da specie a specie e comprende animali, piante, carcasse.



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domenica 23 agosto 2015

LA CATENA ALIMENTARE



Una catena alimentare ha struttura piramidale suddivisa in vari livelli trofici, alla cui base sono situati gli organismi autotrofi (batteri fotosintetici, alghe azzurre e piante), più numerosi di tutti, che sono in grado, utilizzando l'energia solare, di produrre sostanze organiche e sono perciò detti produttori; seguono gli organismi eterotrofi detti consumatori primari, che si cibano dei produttori (per es. animali erbivori), e altri organismi eterotrofi, detti consumatori secondari, che si nutrono dei consumatori di primo ordine (per es. animali carnivori). Gli animali che si nutrono a loro volta dei consumatori secondari sono detti consumatori terziari e così via. Tutti gli organismi, sia produttori sia consumatori, vengono dopo la morte utilizzati dai decompositori (vari microrganismi, alcuni vermi e insetti) che, trasformando la materia organica in sostanze più semplici utilizzabili dalle piante, chiudono il ciclo. Negli ambienti acquatici, il livello dei produttori è costituito dal fitoplancton e quello dei consumatori primari dallo zooplancton.

Vicino alla superficie del mare, dove arriva molta luce solare e ci sono molte sostanze nutritive, galleggiano piccolissimi esseri viventi, trasportati dalle correnti: sono delle alghe, oppure delle larve di pesci o di crostacei, oppure altri organismi microscopici. Tutti insieme si chiamano plancton.
Il plancton è famoso per essere il cibo delle balene, ma è anche molto di più.
Il fitoplancton è composto da tantissime alghe microscopiche che galleggiano negli oceani e che nella catena alimentare sono dei produttori (come le alghe più grandi e ben visibili).

Il fitoplancton serve come nutrimento per i piccoli animali chiamati zooplancton.



Tutto il plancton è il cibo di piccoli crostacei (ad esempio i gamberetti) o di piccoli pesci, che, se mangiano del plancton vegetale, sono dei consumatori primari. Ma anche i gamberetti possono essere mangiati da un pesce come lo sgombro, che è il consumatore secondario; questo, a sua volta, può essere mangiato da uno squalo, che in questo caso è il consumatore terziario.

Anche l'uomo è un consumatore della catena alimentare marina: non vive nell'oceano, ma ne sfrutta le sue specie attraverso la pesca.
Alcuni pesci di cui ci cibiamo sono: il merluzzo, la sogliola, l'orata, lo sgombro, il tonno e la triglia.

Visto che prendiamo del cibo dal mare, bisogna stare attenti a non fare entrare delle sostanze inquinanti nella catena alimentare, o si corrono gravi rischi.

Anche nel mare, in realtà, è meglio parlare di reti alimentari, perché le varie catene alimentari s'intrecciano in continuazione e perché non è detto che il gamberetto e i pesci vengano mangiati: potrebbero morire di vecchiaia, cadere sul fondo e andare dritti dritti dai decompositori.

Una catena alimentare è l’insieme dei rapporti tra gli organismi di un ecosistema. Ogni ecosistema ha una sua catena alimentare e, siccome un individuo può appartenere a più di una catena alimentare, si crea una vera e propria rete alimentare. L’idea di catena alimentare nell’oceano potrebbe sembrare piuttosto semplice: il pesce grande si nutre di uno più piccolo, il quale a sua volta ne mangia uno piccolo, – e così via. In realtà negli oceani tutto è molto più complicato e le maglie della catena si diramano in tutte le direzioni. Innanzi tutto, non tutte le creature marine mangiano altre creature – molte si cibano di alghe. A differenza della catena alimentare a piramide che si verifi ca sulla terra (vegetali, erbivori, carnivori), in mare ve n’è una più complessa.



Ecco i protagonisti: gli autotrofi , o produttori primari, (fitoplancton, macroalghe e piante), che attraverso la fotosintesi utilizzano la luce e le sostanze minerali per formare composti organici; i consumatori primari (zooplancton e tutti gli organismi che si nutrono di vegetali); i consumatori secondari (tutti quegli organismi che si nutrono di altri animali); infine i decompositori, che trasformano le sostanze organiche di base in sostanze minerali (inorganiche), riutilizzate dai “produttori”. I microfagi si nutrono di particelle organiche trattenute per fi ltrazione e comunemente chiamate plancton (zooplancton e fitoplancton), ovvero di tutte quelle particelle che noi umani ad occhio nudo spesso non riusciamo a vedere. Si tratta di larve, piccoli organismi unicellulari vegetali e animali, ma anche di sostanze detritico-organiche, spugne e coralli. In questo raggruppamento sono da citare, come caso eccezionale, le balene. I macrofagi invece ingeriscono alimenti voluminosi come pesci, molluschi, crostacei.


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martedì 11 agosto 2015

LE MITICHE SCIMMIE DI MARE




Ne abbiamo sentito parlare e probabilmente anche acquistate in bustina come gioco per i nostri bambini. Ma in realtà cosa sono le scimmie di mare? esistono veramente o è solo fantasia?

Le scimmie di mare sono sempre state descritte come esseri magici o appartenenti a miti e leggende come sirene o tritoni e che all’interno di un’ampolla o boccia di vetro, creavano il loro mondo.

In verità il nome “scimmia di mare” ha sempre tratto in inganno. Questo nome viene utilizzato per identificare semplicemente dei piccoli crostacei noti con il nome di Artemia Salina. Possono vivere massimo due anni e sono degli animaletti anche abbastanza simpatici e curiosi!

L’Artemia Salina viene conosciuta più banalmente con il nome di scimmia di mare perché hanno una coda che ricorda la coda di una scimmia.

La parola “mare” invece deriva dal fatto che sono animali acquatici. In genere questi piccolissimi esemplari si nutrono di fitoplancton e batteri e la loro temperatura ideale nella quale riescono a vivere e a riprodursi è nell’intervallo termico tra i 5° e i 40° gradi.

È una specie cosmopolita, che ha sviluppato adattamenti a condizioni di vita estreme che le consentono di colonizzare ambienti ostili quali le pozze delle saline, caratterizzate da alta salinità e da periodica evaporazione dell'acqua. L'essiccamento delle pozze in cui vive è superato grazie alla deposizione di uova durature (cisti), in grado di rimanere in uno stato di quiescenza (criptobiosi) per lunghi periodi - vari anni - fino a quando non si ripresentano condizioni favorevoli al loro sviluppo.



L'Artemia salina si riproduce, in condizioni normali, per via anfigonica, in acqua; quando la salinità dell'acqua supera una certa soglia (identificabile intorno al 4 per mille), la riproduzione avviene per via partenogenetica, con uova incistate criptobiotiche protette da un guscio isostatico rinforzato, mentre al di sotto di tale indice di salinità avviene per via sessuale. In casi di emergenza riproduttiva la progenie viene generata per via asessuata. I piccoli nati di Artemia (detti nauplii), di modeste dimensioni (5x10-4 m), possono vivere grazie al sacco vitellino ricco di lipidi, fino a 48 ore senza ulteriore nutrimento.

La riproduzione via partenogenetica in cisti dormienti è un espediente evolutivo che viene attuato in previsione del prosciugamento delle pozze in cui in natura prospera l'Artemia: la progressiva evaporazione dell'acqua provoca infatti una crescente concentrazione di sali, nel loro ambiente, che funzionano da scatenante per la riproduzione conservativa per mezzo di cisti in stasi.

Generalmente l'Artemia salina si nutre di fitoplancton e batteri, in pratica di ogni biotipo tra 1 e 50 micron. Ogni soggetto può vivere circa 700 giorni e genera, nel corso della sua esistenza, 300-400 nauplii. Sopravvive nell'intervallo termico tra 5 ed i 40 °C ed indifferentemente in acque da quasi dolci a salate; si riproduce solo tra 20 e 35 °C, in acque salate tra i 3 ed il 5 per mille.

L'Artemia salina è frequentemente utilizzata come alimento per i pesci d'acquario e a questo scopo spesso viene allevata dagli acquariofili.
In campo acquariofilo sono maggiormente usati i naupli di Artemia, ovvero le uova appena schiuse, proprio per la loro facilità di utilizzo e per le ridotte dimensioni, oltre che per la loro grande carica proteica, grazie al sacco vitellino che si portano per le prime 30-39 ore della loro vita, per poi essere assorbito dall'animale stesso come fonte energetica di crescita (sono adatte per alimentare avanotti e coralli a polipo piccolo). Questi animali hanno subìto anche una vera e propria commercializzazione industrializzata negli Stati Uniti a partire dai '70. Vengono vendute in piccoli acquari insieme alle uova ed a sali marini in modo da permettere alla persona di farle nascere e nutrirle.



Soprattutto in Italia negli anni settanta, le uova di Artemia salina era spesso vendute tramite posta attraverso pubblicità ingannevoli su pubblicazioni ad ampia diffusione spesso mirate ai bambini, che le presentavano come "scimmie di mare", spesso con disegni e descrizioni accattivanti che portarono alla fuorviante credenza che si trattasse di esseri senzienti in grado di giocare e scherzare fra loro. L'allevamento domestico della Artemia salina resta un fenomeno molto popolare negli Stati Uniti.

Dalla metà degli anni ottanta fino ad oggi le scimmie di mare sono ritornate  in commercio grazie da un’azienda italiana.