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venerdì 28 agosto 2015
IL SUCCIASCOGLIO
Ha corpo schiacciato dorso ventralmente nella parte anteriore, che si rastrema verso la zona codale. Il profilo è molto convesso e il muso è appiattito a becco d'anatra e la zona al disopra delle pettorali rigonfia.
Gli occhi sono posti in alto e sono orientabili indipendentemente uno dall'altro. Sul bordo posteriore delle narici anteriori anteriore è impiantata un'appendice dermica, divisa a volte in rami secondari.
La bocca è molto ampia e la mascella superiore copre completamente quella inferiore. Le labbra sono carnose e in ogni mascella si notano numerosi piccoli dentini villiformi disposti in una fascia.
L'unica pinna dorsale è composta solo di raggi molli (17-21) e si unisce con una breve membrana alla pinna codale (11-14 raggi) nello stesso modo dell'anale (10-12 raggi), che ha lo stesso andamento ma è più corta. Le pinne pettorali (20-23 raggi) sono corte, a bordo arrotondato e unite con un'altra membrana alle ventrali, che sono a base ampia e raggi brevi e fiancheggiano la ventosa adesiva che è formata da due dischi, uno anteriore e uno posteriore. All'interno del disco vi sono delle serie di papille schiacciate.
Il colore di fondo varia dal giallo-verdastro all'ocraceo. Sul corpo possono esserci macchie più o meno grandi di colore rossiccio, bruno scuro o azzurrastro, ma può anche non esserci alcuna macchia. Gli ocelli azzurri bordati di nero che appaiono sulla testa, possono essere più sbiaditi o non esistere affatto.
Pertanto la colorazione non è un elemento determinante nella classificazione di questa specie.
Vive in fondi sassosi da pochi decimetri a un metro circa, nascosto sotto le pietre ai quali aderisce col disco ventrale. La femmina depone 200-300 uova giallo oro brillante, che fissa alle pietre o all'interno delle conchiglie vuote, dove il maschio le sorveglia fino alla schiusa, che avviene dopo circa 15 giorni. Si nutre di piccoli organismi animali e residui organici. Si cattura, per gli acquari, con piccoli retini a mano. Lunghezza massima di circa 8 cm.
Comune su tutte le coste italiane, specialmente nel Tirreno; scarso nell'Adriatico occidentale.
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L'ACTINIA EQUINA
Il corpo è cilindrico ed ha alla base un disco pedale più ampio del tronco sovrastante. L'apertura boccale è circondata da circa 200 tentacoli piuttosto corti.
Durante la bassa marea spesso rimane al di fuori dell'acqua, assumendo l'aspetto di una piccola pallina di aspetto gelatinoso con un incavo al centro. Quando è completamente immersa estroflette i suoi tentacoli e assume una forma simile a quella di un fiore.
Vive ancorata alle rocce ma è in grado di spostarsi, seppur molto lentamente, scivolando sul disco pedale.
Ha una forte resistenza alle sollecitazioni esterne, grazie anche alla sua capacità di resistere senza acqua e ad alte temperature per molte ore.
È una specie carnivora; si nutre di molluschi, crostacei e piccoli pesci che cattura con i suoi tentacoli, provvisti di cellule urticanti che paralizzano le prede.
Di regola si riproduce per accoppiamento tra esemplari di sesso differente, ma può anche riprodursi assessualmente per scissione.
Pressoché cosmopolita, vive nella zona intertidale dei mari dell'area temperata, dall'Atlantico all'Indo-Pacifico.
Comune nel mar Mediterraneo ove popola gli scogli costieri e i trottoir a vermeti.
Specie robusta ed estremamente adattabile, si presta ad essere allevata facilmente in acquario.
Vive lungo la costa, sulle pareti rocciose della zona mediolitorale (caratterizzata da specie che sopportano o esigono brevi emersioni) ed infralitorale superiore (caratterizzata da specie provenienti dalla zona mesolitorale inferiore e da specie costantemente immerse), lungo le banchine dei porti, negli interstizi, sulla superficie inferiore delle pietre in condizioni a volte difficili.
Durante la bassa marea il pomodoro di mare si trova spesso fuori dall'acqua. Resiste a questa condizione grazie alla capacità di ritrarre i tentacoli assumendo una forma subsferica che gli conferisce appunto il nome con il quale è conosciuto da tutti. Quando chiude tutti i tentacoli, trattiene dell'acqua al suo interno per evitare la disidratazione.
Quando la marea si alza, e più precisamente nel momento in cui l'acqua torna a coprirla, l'attinia si «riapre», estroflettendo i suoi tentacoli alla ricerca di cibo: organismi planctonici, piccoli crostacei e pesci, o detriti organici che giungono alla portata dei suoi tentacoli. I tentacoli, infatti, hanno proprietà adesive che bloccano la vittima e successivamente la paralizzano con i filamenti urticanti. A questo punto portano la preda verso il centro del corpo, dove si apre la grande bocca.
Il corpo è cilindrico, dal diametro di circa 7 cm, e può raggiungere i 6 cm di altezza. I tentacoli misurano circa 2 cm di lunghezza e sono piuttosto brevi, disposti a corona intorno all'apertura boccale.
Una caratteristica peculiare di questo organismo è la presenza di organelli urticanti situati soprattutto sui tentacoli e intorno alla bocca. Il corpo è costituito da 2 strati di cellule (epidermide e gastrodermide) tra i quali è compresa una sottile mesoglea acellulare.
All'interno del corpo vi è una cavità detta celenteron, che funge prevalentemente da cavità digerente, e si apre all'esterno attraverso una sola apertura che serve sia da bocca che da ano.
In sostanza, come quasi tutti i celenterati, l'attinia è uno «stomaco con i tentacoli» senza un apparato nervoso centralizzato ma disposto a «rete».
Le modalità riproduttive del pomodoro di mare sono controverse, e non c'è totale accordo tra gli esperti: l'ipotesi più probabile, è che esistano due forme di A. equina: una che si riproduce sessualmente, ed una asessualmente. Il periodo riproduttivo si estende per tutto l'anno con picchi da marzo a settembre. Ne caso di riproduzione sessuale, La fecondazione è interna e, poco dopo, gli embrioni abbandonano il genitore per trasformarsi in una larva ciliata capace di muoversi liberamente. Le larve planctoniche che riescono a sopravvivere si sviluppano fino allo stadio di planula. Successivamente vengono aspirate da un'attinia adulta e completano il loro sviluppo nella sua cavità gastrovascolare. A questo punto lasciano l'attinia adulta e vagano per breve tempo nell'acqua. Si fissano poi a qualche substrato sommerso, ove emettono i tentacoli e iniziano la loro vita. Actinia equina è in grado di vivere molti anni.
I pomodori di mare sembrano essere tra gli animali più innocui al mondo, ma in realtà sono animali molto aggressivi. Si ha l'impressione che sia il moto ondoso a far dondolare dolcemente nell'acqua i tentacoli che circondano la bocca. Ma è lui, l'animale, che volontariamente allarga i tentacoli in tutte le direzioni per estendere al massimo il raggio del suo territorio di caccia. L'animale cattura, paralizza e uccide pesciolini, crostacei e molluschi di piccola taglia con i cnidociti, cellule presenti anche negli altri Celenterati. Ciascun cnidocita è una singola cellula che contiene una capsula, la nematocisti, piena di liquido tossico. Al suo interno c'è un filamento cavo avvolto a spirale con una parte terminale che sporge all'esterno, detta cnidociglio. Appena questa parte esterna viene sfiorata, in una frazione di secondo lo stimolo meccanico si trasmette al filamento che scatta all'esterno iniettando nel disturbatore o nella preda il liquido velenoso. I tentacoli lavorano a tempo pieno per sostituire le capsule esplose. L'anemone, così come la medusa, non rimane mai “disarmato”.
Questi accaniti cacciatori sono anche fieri difensori del proprio territorio, mostrandosi a volte aggressivi anche verso i propri simili. L'aggressività è stimolata dal contatto tra i tentacoli di due attinie adiacenti: l'attinia più grande è generalmente colei che aggredisce, mentre l'altra è la vittima. Il pomodoro di mare che aggredisce rigonfia speciali vescicole a forma di sacco, che stanno normalmente nascoste sotto i tentacoli. Sono gli "acroragi": appena toccano un anemone estraneo, da essi si stacca la parte terminale che si incolla al corpo dell'antagonista. Poiché questa parte è piena di nematocisti velenose, viene iniettata in questo modo nei tessuti del vicino una dose massiccia di veleno. L'attinia sconfitta, riconosciuta la superiorità dell'avversario, ritira tentacoli e acroragi e si allontana in cerca di un posto più tranquillo.
In ogni caso, nessuna attinia può essere tanto tranquilla quando in giro ci sono i suoi predatori, come ad esempio il nudibranco Aeolidia papillosa (che di pomodori di mare va ghiotto), ed i picnogonidi, piccoli artropodi chelicerati marini che succhiano liquidi dal corpo dell'attinia, aggrappati alla colonna o al disco pedale.
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IL TROTTOIR A VERMETI
Il termine trottoir (letteralmente “marciapiede”), deriva dalla letteratura scientifica francofona, ed è quello impiegato più comunemente dai ricercatori italiani di biologia marina. Esistono in realtà termini italiani equivalenti. Il termine "piattaforma a vermeti" (senz’altro linguisticamente più corretto di trottoir), è utilizzato diffusamente in campo biologico, mentre nella letteratura geologica storica è generalmente preferito il termine "panchina" per indicare facies sedimentarie del tipo descritto in questa voce (sia dominate da Vermetidi che da altri taxa). Un esempio classico di queste ultime facies è la cosiddetta Panchina tirreniana, caratterizzata da estesi accumuli conchigliari, che caratterizza il sottopiano statigrafico Tirreniano (Pleistocene del mediterraneo) ed è costituita da specie atlantiche ad affinità tropicale (fra cui anche diverse specie di Vermetus) denotanti un clima più caldo dell’attuale.
Il Trottoir a vermeti o “piattaforma a vermeti” è una piattaforma carbonatica litoranea che si espande verso il mare, formata in seguito ad un processo di cementificazione di gusci di alcune specie di molluschi della famiglia dei Vermetidi. Si tratta di un’importante biostruttura tipica del Mar Mediterraneo, per molti versi simile alle barriere coralline. La sua crescita è legata principalmente all’azione di due specie di molluschi gasteropodi: Dendropoma petraeum e Vermetus triquetrus.
“ll trottoir fu descritto da Jean Louis Armand de Quatrefages de Bréau nel suo volume intitolato: “Souvenirs d’un naturaliste”, pubblicato a Parigi intorno al 1854. Nel 1952 Molinier e Picard si recavano in Sicilia per ritrovare i luoghi di Quatrefages, e non solo, e ridescrivevano il trottoir di Torre de l’Isola con molti più dettagli. Nel 1964 la formazione veniva ripresa da Pérés e Picard nel:” Nouveau manuel de bionomie benthique de la mer Méditerranée” pubblicato a Marsiglia. Negli ultimi venti anni l’argomento è stato trattato dai malacologi, che a Palermo sono ben rappresentati da Riccardo Giannuzzi e da Francesco Pusateri. Inoltre, Pandolfo A., Chemello R. & Riggio S. (1992) con: “Notes sur la signification écologique de la malacofaune d’un “Trottoir à Vermets” le long de la côte de Palerme (Sicile)” e con altri lavori.”
Il trottoir è edificato dal mollusco gasteropode vermetide Dendropoma (Novastoa) petraeum (Monterosato, 1892), considerato il principale biocostruttore del trottoir a vermeti (Chemello et al., 2000), in associazione con alcune alghe rosse incrostanti, come Neogoniolithon brassica – florida (Harvey) Setchell & Mason (Fig.2), considerata una componente importante dei trottoir a vermeti. Quest’ultimo è comune in “cuvettes” e pozze di marea, e non si trova mai su altre alghe. Alla piattaforma si associa spesso il Vermetus triquetrus (Bivona Ant., 1832) che, sia in forma solitaria che gregaria, occupa le porzioni perennemente immerse della struttura poiché, differentemente dal Dendropoma petraeum, presenta un opercolo vestigiale poco adatto per resistere ai periodi di secca.
Dendropoma petraeum può essere considerato una specie “strutturale”. Dendropoma petraeum è un mollusco gasteropode sessile endemico del Mediterrano che ha una robusta conchiglia di forma tubulare a crescita irregolare.
E’ una specie gregaria e coloniale adattata a vivere nella fascia intermareale grazie alla presenza di uno spesso opercolo corneo che chiude l’apertura della conchiglia nei periodi di emersione cui l’animale è sottoposto durante l’alternanza dei cicli di marea. La specie si nutre esclusivamente attraverso filtrazione per mezzo di ciglia, che con l’ausilio di sostanze mucillaginose intrappolano piccoli organismi contenuti nell’acqua (Calvo et al., 1998). D. petraeum può essere considerato la principale specie biocostruttrice (30%) del reef a vermeti (Chemello et al., 2000).
Dendropoma petraeum presenta le gonadi di entrambi i sessi. Le uova presentano uno sviluppo diretto (Calvo et al., 1998) e sono incubate all’interno della cavità del mantello in una capsula ovigera. La schiusa delle uova è diretta, ed i giovanili sono in grado di insediarsi sul substrato subito all’esterno della conchiglia materna.
In uno studio comparativo tra coste con trottoir a vermeti e coste nelle quali queste strutture sono assenti, è stato evidenziato come questa formazione contribuisce all’aumento della diversità.
La componente malacologica è costituita da circa 46 taxa, tra questi ad esempio Mytilaster minimum (Poli, 1795), Cardia caliculata (Linnaeus, 1758), Pisinna glabrata (Von Mühlfeldt, 1824)
Per quanto riguarda la componente algale, sono stati identificati 129 taxa.
I trottoir a vermeti sono distribuiti in tutto il Mediterraneo, anche se le strutture più imponenti sono descritte per il settore orientale, in particolare lungo le coste di Israele (Safriel, 1975) e del Libano (Dalongeville, 1977).
Nella Sicilia nord-occidentale la distribuzione delle biocostruzioni a vermeti coincide con le formazioni carbonatiche costiere a prevalente esposizione ad Ovest/Nord-Ovest (Dieli et al., 2001). I siti sono: Cefalù, Capo Zafferano, Capo Gallo, Punta Barcarello, Isola delle Femmine, Punta Raisi, Tonnara del Cofano e Isole Egadi.
Dall’osservazione dei trottoir siciliani è possibile definire uno schema morfologico generale in cui, secondo un transetto costa-largo, distinguiamo le seguenti componenti:
Cintura infralitorale a Cystoseira amentacea var. stricta: Posta inferiormente al bordo esterno della piattaforma.
Bordo esterno: Costituito da una spessa incrostazione di Dendropoma, a volte superiore ai 40 cm, molto articolata e fessurata, che rappresenta la vera porzione attiva del trottoir, in espansione verso il largo.
Cuvettes: Una o più depressioni dal diametro variabile da qualche decimetro ad oltre un metro ed una profondità generalmente inferiore ai 50 cm. Le cuvettes di dimensioni maggiori possono essere paragonate a piccole lagune retrorecifali.
Cornice prossimale: Di pochi centimetri di spessore, formata dalle incrostazioni di due rodoficee, Neogoniolithon brassica-florida (sin. Spongites notarisii) e Lithophyllum byssoides (sin. L. tortuosum), quest’ultima considerata un marcatore del trottoir.
Nella Convenzione di Berna del 1979 sulla “Conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale in Europa”, ratificata dall’Italia nel 1981 (L. 503 del 5/08/1981) e recepita con i suoi allegati soltanto dopo il 1996, viene elencato tra i molluschi il Dendropoma petraeum (Monterosato, 1884), principale costruttore di piattaforme a vermeti. Da sottolineare che la protezione delle specie elencate negli allegati I e II della Convenzione impone la protezione dell’habitat in cui queste si trovano. Tuttavia, questa Convenzione non ha lo stesso potere della Direttiva Habitat (Cinelli et al., 2009). La Convenzione di Barcellona del 16 febbraio 1976, modificata nel 1995, e i protocolli elaborati nell’ambito di tale Convenzione mirano a proteggere l’ambiente marino e costiero del Mediterraneo, incoraggiando la progettazione di piani regionali e nazionali che contribuiscono allo sviluppo sostenibile.
Nel protocollo SPA/BIO (Convenzione di Barcellona) troviamo una serie di criteri finalizzati ad individuare le aree di particolare interesse per la conservazione della biodiversità mediterranea, ASPIM (Aree Specialmente Protette di Importanza Mediterranea). La presenza e lo stato di associazioni animali e vegetali meritevoli di salvaguardia è uno dei requisiti più importanti che viene preso in considerazione per istituire una ASPIM.
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sabato 22 agosto 2015
LA RISERVA DELLO ZINGARO
Fra le perle siciliane, c’è un luogo magico: sette chilometri di terra intatta, nella penisola di San Vito Lo Capo che si affaccia sul Tirreno, tra Castellamare del Golfo e Trapani. È la Riserva dello zingaro , famosa come una delle coste più belle d’Italia. Entrando dal sentiero principale si possono ammirare scogliere a picco e imboccare percorsi più stretti che portano alle calette o sulle spiaggette intime, dove le acque cristalline celano fondali ricchi di coralli e pesci. Angoli memorabili che fondono il verde e l’azzurro, con le rocce bianche o d’un rosso intenso sono Cala Marinella, Cala Beretta o Punta della Capreria.
Nel 1976 erano già iniziati i lavori per la costruzione della litoranea Scopello-San Vito Lo Capo, ma in seguito ad una serie di iniziative del mondo ambientalista, culminate in una partecipatissima marcia di protesta che ebbe luogo il 18 maggio 1980, l'Azienda Regionale Foreste Demaniali della Regione Siciliana si impegnò ad espropriare l'area dello Zingaro riconosciuta di grande interesse ambientale.
Con la legge regionale 98/1981, venne ufficialmente istituita la riserva, la prima riserva naturale della Sicilia, affidata in gestione all'Azienda Regionale Foreste Demaniali.
La costa è formata da calcareniti quaternarie e da rilievi calcarei del Mesozoico di natura dolomitica, con falesie che da un'altezza massima di 913 m (Monte Speziale) degradano ripidamente verso il mare, intercalate da numerose calette.
La riserva ospita circa 670 taxa infragenerici vegetali, alcuni dei quali endemici e rari. Di questi 502 sono dicotiledoni, 153 monocotiledoni 3 gimnosperme e 10 pteridofite. Di notevole interesse la flora lichenica che annovera per la riserva 130 specie mentre per i muschi sono note 35 specie. Sono stati rilevati nel territorio della riserva anche 27 specie di funghi (macromiceti) di cui la famiglia più rappresentativa è quella delle Tricholomataceae. Le specie fanerogamiche endemiche costituiscono il 6,3% rispetto al totale delle specie della riserva e l'1,6% rispetto alla flora della Sicilia.
Sono rappresentati differenti ecosistemi mediterranei, parzialmente modificati da residui di attività agricole.
Il paesaggio originario era costituito in massima parte da foresta mediterranea sempreverde (foresta xerofila) le cui tracce sono tuttora rappresentate da zone di lecceta, dove trovano ospitalità piccole felci, ciclamini, cespugli di pungitopo (Ilex aquifolium) e, al limite ovest della riserva, anche da frammenti di sughereta, testimonianza di quella formazione forestale a sughera oramai quasi del tutto scomparsa nel resto della Sicilia occidentale.
L'aspetto attualmente più peculiare della riserva è tuttavia la gariga a palma nana, che caratterizza ampie zone del paesaggio costiero e che in contrada Zingaro, dove si trovano esemplari di Chamaerops humilis che raggiungono i 2–3 m di altezza, assume rilevanza di macchia.
Il paesaggio predominante nelle zone costiere è quello della macchia bassa caratterizzata dallo sparzio villoso (Calicotome villosa), la ginestra odorosa (Spartium junceum), il timo selvatico (Thymus vulgaris), l'Erica multiflora, l'olivastro (Olea europea var.sylvestris), l'euforbia arborea (Euphorbia dendroides) e l'euforbia di Bivona (Euphorbia bivonae). Sono presenti inoltre l'alloro (Laurus nobilis), la malva (Malva sylvestris), il cappero (Capparis spinosa), il finocchio selvatico (Foeniculum vulgare). Tra le rocce affioranti si sviluppano il ranuncolo (Ranunculus rupestris), l'issopo (Hyssopus officinalis) e l'endemico Allium lehmannii. Tra le specie introdotte per la coltivazione si annoverano infine il mandorlo (Prunus dulcis), il frassino da manna (Fraxinus ornus), il carrubo (Ceratonia siliqua) e la vite (Vitis vinifera).
La prateria mediterranea ad ampelodesma costituisce l'aspetto dominante del paesaggio vegetale della parte alta della riserva; è rappresentata principalmente dalla disa (Ampelodesmos mauritanicus) e dal barboncino mediterraneo (Hyparrhenia hirta); accoglie inoltre specie endemiche quali il timo spinosetto (Thymus spinulosus), il giaggiolo siciliano (Iris pseudopumila), lo zafferanetto di Linares (Romulea linaresii), la speronella (Delphinium emarginatum) e la Silene sicula, nonché specie non comuni quali la esoterica mandragola autunnale (Mandragora autumnalis).
Sono state descritte oltre 40 specie endemiche, tra cui merita una segnalazione particolare il rarissimo limonio di Todaro (Limonium todaroanum) rinvenibile a 750 m di altezza sulle rupi di Monte Passo del Lupo, esclusivo dello Zingaro. Sono inoltre rinvenibili Limonium flagellare, Helichrysum rupestre var. rupestre, Dianthus rupicola, Centaurea ucriae, Brassica bivoniana, Helichrysum pendulum, Seseli bocconi, Brassica drepanensis, Hieracium cophanense, Minuartia verna subsp. grandiflora, Lithodora rosmarinifolia, Convolvulus cneorum.
Si possono incontrare infine oltre 25 specie di orchidee selvatiche tra cui l'orchidea a mezzaluna (Ophrys lunulata), endemica della Sicilia, e le sub-endemiche Orchis brancifortii, Ophrys oxyrrhynchos e Neotinea commutata.
Nella riserva nidificano ben 39 specie di uccelli tra cui il falco pellegrino, una delle ultime dieci coppie presenti in Sicilia dell'aquila del Bonelli, la poiana e il gheppio ; incerta è invece la nidificazione del nibbio reale. Durante il periodo delle migrazioni sono stati avvistati anche esemplari di aquila reale e di falco pecchiaiolo. Altri uccelli presenti sono il corvo imperiale, lo zigolo nero, il passero solitario, la coturnice, il gabbiano, il piccione selvatico, il rondone comune, il rondone pallido, la cornacchia grigia, la gazza, il cardellino e l'usignolo. Fra gli uccelli notturni sono presenti la civetta e l'allocco.
Tra i mammiferi sono molto diffusi il coniglio e la volpe. Sono presenti anche la donnola, il riccio e l'istrice; tra i roditori, l'arvicola del Savi ed il topo quercino). Nelle numerose grotte presenti nella Riserva albergano otto differenti specie di pipistrelli tra cui il raro orecchione bruno, il ferro di cavallo, il miniottero e il pipistrello albolimbato. In passato era inoltre presente anche la foca monaca, avvistata per l'ultima volta nelle grotte marine dello Zingaro nel 1972.
Tra i rettili sono presenti la vipera, il biacco, il gongilo, il geco, il ramarro e due specie di lucertola, la Podarcis sicula e la meno comune Podarcis wagleriana.
In un'area della riserva ricca di pozze d'acqua (abbeveratoio di contrada Acci) è possibile incontrare l'endemico discoglosso dipinto (Discoglossus pictus), nonché uno degli artropodi più rari dell'Italia, il granchio di acqua dolce (Potamon fluviatile).
Sono individuabili numerose specie di insetti tra cui l'ape legnaiola, ape solitaria che deposita le sue larve in gallerie scavate nei tronchi d'albero morti, la bella Vanessa atalanta, l’unica farfalla che sverna in questi luoghi anche allo stato adulto, il panfago, una grossa cavalletta incapace di volare.
Un cenno particolare, con riferimento alla fauna marina costiera, merita infine la presenza nella riserva di ampie zone di trottoir a vermeti, un'importante biostruttura tipica del Mar Mediterraneo, per molti versi simile alle barriere coralline. La sua crescita è legata ad un processo di cementificazione di gusci di due specie di molluschi gasteropodi della famiglia dei Vermetidi: il Dendropoma petraeum e il Vermetus triquetrus. L'importanza di questa biostruttura è legata alla sua capacità di modificare l’aspetto e le caratteristiche ecologiche delle coste rocciose, ampliando lo spazio a disposizione delle specie, stimolando la biodiversità dei popolamenti associati.
Tra le forme di vita che popolano le pozze di scogliera si annoverano l'Actinia equina, comunemente nota come pomodoro di mare, e l'Anemonia sulcata detta capelli di Venere; diverse specie di madrepore dai colori intensissimi come le Astroides calycularis e i Parazoanthus axinellae, e numerose specie di piccoli pesci, tra cui varie specie di bavose e di labridi, il succiascoglio (Lepadogaster lepadogaster) e lo scorfano (Scorpaena scrofa).
Fra San Vito lo Capo e Scopello, sulla lunga costa dove vivono e nidificano i rapaci, si estende la Riserva Naturale dello Zingaro, una delle più famose d' Italia.
Gli antichi greci e i latini la chiamavano "Cetaria" per l'abbondanza dei tonni che si incontravano nelle sue acque.
Raccontare, in poche parole, questi sette chilometri di costa incontaminata non è facile, piccole baie pavimentate da candidi ciottoli, un mare che si tinge di inattesi toni di verde e di azzurro, scogli appuntiti che separano le diverse spiaggette, una vegetazione che sembra specchiarsi nel mare, antiche case coloniche costruite sulla roccia si susseguono tra profumi e colori indescrivibili.
Perché questa zona si chiami "zingaro" non è dato sapere, di nomadi che hanno vissuto qui non c'è alcuna notizia nelle fonti storiche, che invece indicano la presenza di una colonia di lombardi nel XIII secolo.
Lo Zingaro è famoso per il suo mare di un blu intenso, le sue calette silenziose e protette da rocce a picco dove il falco volteggia alla ricerca di prede, per i suoi fondali limpidi e ricchi di pesce e grotte sottomarine. Ma la riserva ci offre molto di più.
Nel suo territorio rientrano diverse vette, che raggiungono un'altezza massima di circa mille metri, e se a ridosso della costa sono rimaste le testimonianze della vita di ottomila anni fa - la grotta dell'Uzzo - al suo interno sono visibili ancora oggi i resti di una civiltà contadina molto più recente, che merita di essere ricordata.
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