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venerdì 19 agosto 2016
ITACA
Itaca è la seconda più piccola isola delle Ionie abitate. La sua estensione e’ di 29 km di lunghezza e 6,5 km di larghezza e ha una linea costiera di 100 km.
Si compone di 2 penisole che sono quasi uguali come dimensioni e sono unite dall’ istmo di Aetos.
Itaca è universalmente nota per essere stata, secondo la leggenda, la patria dell'eroe leggendario Ulisse e per esservi ambientata parte dell'Odissea, il celeberrimo poema di Omero. Secondo alcuni studiosi Itaca potrebbe essere la patria di Omero stesso. Tuttavia, fin dall'antichità si è notata incoerenza tra la descrizione dell'isola nel poema e l'Itaca visibile. In particolare, tre aspetti della descrizione rappresentano le più grandi incongruenze. In primo luogo, l'antica Itaca è descritta come un'isola piana, invece l'odierna è un'isola montuosa. Poi è descritta come "la più inoltrata nel mare, diretta verso il tramonto", e da ciò si dovrebbe supporre che si trovi all'estremità occidentale del proprio arcipelago, invece nell'arcipelago dell'odierna Itaca è Cefalonia l'isola più occidentale. Infine, non è chiaro a quali isole moderne (presumibilmente nel medesimo arcipelago) dovrebbero corrispondere quelle che Omero chiama Dulichio e Samo.
Lo storiografo greco Strabone, del primo secolo d.C., nella sua Geografia, fu il primo a identificare l'isola di Odisseo con la moderna Itaca. Basandosi sui primi commentatori dell'Odissea, tradusse la parola ??aµa?? non come 'priva di rilievi' bensì come 'vicina alla terraferma'. Identificò l'omerica Samo con la moderna Cefalonia, e ritenne che Dulichio fosse un'isola delle odierne Echinadi. Inoltre, la moderna Itaca si trova più a nord di Cefalonia, di Zacinto e di quella che lui presupponeva essere Dulichio, e pertanto ritenne che l'omerico "la più inoltrata nel mare, diretta verso il tramonto" andasse in realtà tradotto come "diretta verso il nord".
La teoria di Strabone non raccolse però il consenso di tutta la comunità letteraria. In età moderna alcuni studiosi hanno obiettato che l'Itaca di Omero potrebbe invece essere un'isola oggi nota con altro nome. La teoria più conosciuta in proposito è quella di Wilhelm Dörpfeld, secondo cui l'Itaca omerica sarebbe da individuare nella vicina isola di Leucade.
L'isola fu abitata già dal XXI secolo a.C. ed ebbe particolare rilevanza durante il periodo miceneo. Durante la guerra di Troia fu il regno dei leggendari re Laerte ed Ulisse. I Romani occuparono l'isola nel II secolo a.C., ed in seguito essa divenne parte dell'impero bizantino. I Normanni regnarono su Itaca nel XII e XIII secolo, e dopo un breve periodo di dominazione turca cadde nelle mani dei Veneziani. In seguito Itaca fu occupata dalla Francia alla fine del XVIII secolo e nel 1809 fu conquistata dal Regno Unito.
Tra 1800 e 1807 fece parte della Repubblica delle Sette Isole Unite, sotto protettorato russo-ottomano ma a guida veneto-greca. Fu questa la prima esperienza di autogoverno greco, in cui ebbero un ruolo principale i greco-Veneti, tra i quali Giovanni Capodistria.
Nel 1864 è entrata a far parte della Grecia. Un terremoto nel 1953 ha procurato gravi danni in tutta l'isola, ma la ricostruzione è stata abbastanza fedele alla tipologia dell'edilizia tradizionale.
Il capoluogo, Vathy, situato al fondo di una profonda baia, porto naturale fra i migliori, è un approdo eccellente per i velisti.
Itaca si è molto sviluppata turisticamente negli ultimi anni, con creazione di nuove strutture ricettive che comunque finora hanno relativamente salvaguardato l'ambiente naturale.
È meta abituale di escursioni giornaliere dalle circostanti isole dell'arcipelago delle isole Ionie.
Scavi archeologici hanno dimostrato l'esistenza sull'isola di abitati di epoca micenea, ma non hanno permesso ancora di localizzare con precisione l'eventuale reggia di Ulisse, oppure luoghi corrispondenti alla tradizione omerica.
Negli anni '80 l'isola ha incrementato la propria notorietà quando Carlo d'Inghilterra e la moglie Diana hanno trascorso parte della loro luna di miele fra Cefalonia ed Itaca.
Il comune faceva parte della prefettura di Cefalonia, soppressa nel 2011 a seguito della riforma Kallikratis e costituisce l'unico comune dell'unità periferica omonima che comprende, oltre all'isola di Itaca, anche le isole di Arkoudi e Atokos situate nei pressi di Capo Melissa e le isole dell'arcipelago delle Echinadi.
Itaca si trova ad est di Cefalonia ed e’da essa separata da un canale che va da 2 a 4 chilometri di larghezza. La morfologia dell'isola varia tra la parte ripida e brulla sul lato ovest e la costa verde e delicata a est.
Ad Itaca c'è un museo archeologico.
Il monastero della Vergine Maria fu costruito nel XVI o XVII secolo e ha pregevoli esempi di icone religiose, nonché un ambiente piacevole.
Il monastero di Panagia Katharon è situato 10 km a nord di Vathi. Il nome del monastero deriva probabilmente da "Kathara", gli sterpi che si bruciano per pulire la terra. La data di costruzione del monastero non è nota.
L'unico dato nelle fonti storiche è che il monastero è stato ristrutturato nel 1696, mentre per l'effettiva data di costruzione ci sono elementi dubbi. Nel 1958, il monastero fu ricostruito, dopo essere stato completamente abbandonato durante il terremoto nel 1953. Si possono ammirare le icone del tempio (1832), che sono conservate nella cappella di Constantine e Helen, nel campanile del monastero.
La sorgente di Aretusa si trova a circa 10 km a sud di Vathi. Qui Eumeo presumibilmente ha portato i suoi maiali a bere. I punti di vista del paesaggio e del mare sono straordinari.
Sopra la spiaggia di Dexa c'è la grotta di ninfe. Questa è la grotta dove si suppone che sia nascosto il tesoro di Ulisse al suo ritorno da Troia.
Spiaggia piccola non attrezzata, Aetos è situata a 7 km a sud-est della capitale dell'isola. I pochi nuotatori che la frequentano vengono qui per la pace e la tranquillità delle sue acque cristalline.
La bella spiaggia di Afales è situata nel Golfo di Afales, a nord della capitale dell'isola. Le sue acque cristalline attraggono una moltitudine di bagnanti ogni estate.
La deliziosa spiaggia di Frikes si estende prima dell'insediamento che porta lo stesso nome, 13 km a nord-ovest del capoluogo dell'isola.
La bellissima spiaggia di Kioni si estende prima del villaggio di Kioni, 24 km a nord della capitale dell'isola. Negli ultimi anni ha avuto molto successo ed attualmente attrae un gran numero di turisti. Il paesaggio è maestoso, poiche’ sposa l'architettura tradizionale e il mare cristallino.
La bella spiaggia di Sarakiniko è situata ad est di Itaca. È una piccola spiaggia sabbiosa con un sacco di alberi e acque cristalline.
La meravigliosa spiaggia di Stavros si estende, prima dell'omonimo insediamento. È situata sul lato nord dell'isola, a 16 km dalla capitale. Si dice che l'antica città di Itaca ed il Palazzo di Ulisse sorgessero qui. Ipotesi confermata dai ritrovamenti archeologici della zona. A parte il mare blu cristallino, che attrae molti turisti durante l'estate, c’e’ anche da visitare la grotta di Loizos e la collezione archeologica di Pilikata.
La spiaggia di Vathi è situata sulla parte sud-orientale dell'isola in una baia bellissima e tranquilla nei pressi della città di Vathi.
La flora di Itaca comprende le tipiche specie presenti in tutte le isole Ionie. Sulla montagna si trovano querce, cipressi e meravigliosi fiori come le margherite selvatiche, papaveri, anemoni e ciclamini. Nelle pianure in basso si trovano ulivo e vite.
Il clima di Itaca è mite e mediterraneo, con piogge frequenti in inverno e lunghe estati secche.
La temperatura media, durante tutto l'anno si attesta tra i 13 ed i 18 gradi, sebbene ci siano punte di maggior freddo d'inverno e di caldo d'estate.La temperatura tuttavia non sale mai sopra 40 è C.
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lunedì 7 marzo 2016
LA SCALA DEI TURCHI
La Scala dei Turchi è una falesia viva costituita da uno sperone di marna bianca prominente sul mare, le cui falde degradanti a strato conferiscono un aspetto molto suggestivo, accentuato, a sua volta, dai forti contrasti cromatici se si pensa all'azzurro del mare e del cielo contrapposto al bianco accecante della roccia.
La forma che questo monumento della natura assume è quella per l'appunto di una scalinata, dove secondo la leggenda, durante le invasioni moresche che imperversarono nel '500, i turchi (così erroneamente chiamati) approdarono nel territorio dell'odierna Realmonte inerpicandosi sulle stratificazioni di questa falesia.
Si erge a picco sul mare lungo la costa tra Realmonte e Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. È diventata nel tempo un'attrazione turistica sia per la singolarità della scogliera, di colore bianco e dalle peculiari forme, sia a seguito della popolarità acquisita dai romanzi con protagonista il commissario Montalbano scritti dallo scrittore empedoclino Andrea Camilleri, in cui tali luoghi vengono citati (vicino è l'immaginario paese del commissario, Vigata) da inquadrare con Porto Empedocle.
La Scala è costituita di marna, una roccia sedimentaria di natura calcarea e argillosa, con un caratteristico colore bianco puro. Tale scogliera dal singolare aspetto si erge in mezzo tra due spiagge di sabbia fine, e per accedervi bisogna procedere lungo il litorale e inerpicarsi in una salita somigliante a una grande scalinata naturale di pietra calcarea. Una volta raggiunta la sommità della scogliera, il paesaggio visibile abbraccia la costa agrigentina fino a Capo Rossello, altro luogo legato alle gesta di Montalbano.
La Scala dei Turchi presenta una forma ondulata e irregolare, con linee non aspre bensì dolci e rotondeggianti. Il nome le viene dalle passate incursioni di pirateria da parte dei saraceni, genti arabe e, per convenzione, turche; i pirati turchi, infatti, trovavano riparo in questa zona meno battuta dai venti e rappresentante un più sicuro approdo.
domenica 24 gennaio 2016
CAPRI
Capri è un'isola nel golfo di Napoli, situata di fronte alla penisola sorrentina.
Il nome deriverebbe dal greco kàpros, ossia cinghiale, collegato al latino capreae, capre (in antichità l'isola era nota come Caprae).
La colonizzazione greca di Capri e dell'intera Campania affonda le sue origini nella leggenda. Non fu un processo omogeneo, come ben testimoniato dalla differenziazione dei culti e dei racconti leggendari delle varie colonie: Capri, Sorrento e, in generale, il versante orientale del Golfo di Napoli, erano legati al culto delle sirene, mentre il versante occidentale, con Pithecusa (Ischia), dipendeva storicamente e religiosamente da Cuma ed era fedele al culto di Apollo oracolo.
È Ulisse, l'eroe leggendario dell'Odissea, l'emblema dei coraggiosi marinai che, attraverso rischiosi e lunghi viaggi, giunsero in Sicilia e nell’Italia meridionale, creando così le prime comunità greche. L'opera omerica non sembra pura invenzione poetica, dal momento che pare essere confermata anche dalla toponomastica. E anche la successiva tradizione letteraria colloca la maggior parte delle avventure dell’Odissea in Sicilia e nel versante occidentale dell’Italia meridionale. Le Sirene, ad esempio, vengono descritte da Servio, nel suo Commento all'Eneide (In Aen., 5, 864), come creature metà uccello e metà donna (una cantava, una suonava il flauto e una la lira) che sarebbero vissute prima a Pelorias e poi a Capreae (antico nome dell'isola), adescando i marinai con i loro canti (ma Servio, più realisticamente, annota che si trattava di prostitute che mandavano in rovina i marinai).
La presenza dello scoglio delle Sirene a Marina Piccola è frutto forse della fantasia di qualche erudito del Settecento venuto a conoscenza del commento di Servio. È anche vero, però, che l'idea che le Sirene risiedessero a Capri è favorita dalle caratteristiche naturali dell'isola, ricca di distese verdi e di pericolosi precipizi che la rendono tanto simile alla descrizione di Omero e all'isola fiorita descritta da Esiodo.
A partire dall'VIII secolo a.C., i Greci cominciarono a percorrere tutto il Golfo di Napoli e, secondo Livio (8, 22, 5-6), si insediarono inizialmente sull'isola di Ischia e, sulla terraferma, a Cuma; solo più tardi giunsero a Capri.
La storia della colonizzazione, inoltre, lega leggendariamente Capri al popolo dei Teleboi, abitanti delle coste dell’Acarnania e delle isole greche dello Ionio. Virgilio, infatti, narra nell'Eneide che uno dei nemici di Enea era Ebalo, figlio della ninfa Sebetide e di Telone, re dei Teleboi di Capri e signore di gran parte della Campania:
« Nec tu carminibus nostris indictus abibis
Oebale quem generasse Telon Sebethide nympha
fertur, Teleboumque Capreas cum regna teneret
iam senior ... »
(Virgilio, Aen., VII, 733ss.)
Nel VII e VIII secolo a.C. tutta la vita politica e marittima del Golfo di Napoli gravitava intorno a Cuma, mentre Capri non ebbe una funzione altrettanto importante. Lo storico Strabone racconta che "nei tempi antichi a Capri vi erano due cittadine in seguito ridotte ad una sola" (Geografia, 5, 4, 9, 38).
Sicuramente una delle due cittadine era collocata dove sorge l'odierna Capri. Ciò è confermato dalla presenza di resti delle mura di fortificazione, costruite con grandi massi di calcare pseudopoligonale nella parte inferiore e da blocchi squadrati nella parte superiore, visibili dalla terrazza della funicolare e in un tratto alle falde del Castiglione; questi, insieme ad altri tratti andati ormai distrutti, chiudevano l'antico abitato (V-IV secolo a.C.). Sembra, inoltre, che la prima cittadina fosse anch'essa il risultato di due nuclei: uno, in alto, tra il monte San Michele e il Castiglione e l'altro in prossimità del porto.
Per quanto riguarda la seconda cittadina, tante ipotesi sono state avanzate, ma la più attendibile è quella che la riconduce ad Anacapri in base anche all'esistenza della Scala Fenicia che la collegava al porto.
Fin dalla sua prima colonizzazione, quindi, la naturale conformazione dell’isola portò alla creazione di due comunità, una a levante con alture degradanti verso le marine a settentrione e meridione, e una a ponente costituita da un grande altopiano, dalle scoscese pendici del Solaro e priva di possibilità di approdo.
Fu così che l'isola di Capri ebbe un abitato alla marina (Capri) e uno sul monte (Anacapri), come le isole greche dell'Egeo. A differenza di Capri che aveva due marine d'approdo (la Grande e la Piccola), Anacapri ne era priva e dovette cercare un collegamento con la marina dell'altra cittadina attraverso un sentiero rupestre che diede origine alla Scala Fenicia; scavata in parte nella roccia, la scala risale tortuosamente il ripido pendio, congiungendo il porto ad Anacapri. Da rilevare che, nonostante la sua denominazione, non può essere stata realizzata dai fenici, ma fu opera dei coloni greci.
Il ruolo rivestito da Capri in epoca romana fu notevole. La svolta che segnò la storia dell'isola fu nel 29 a.C., quando Cesare Ottaviano, tornando dall'Oriente, sbarcò a Capri dove, secondo il racconto di Svetonio, una quercia vecchissima cominciò a dar segni di vita. Il futuro Augusto, interpretando questo come un segno favorevole, tolse Capri dalla dipendenza di Napoli (sotto la quale viveva dal 328 a.C.), dando in cambio la più grande e fertile isola di Ischia e facendola diventare dominio di Roma (Vitae Caesarum, 2, 92).
Fu così che la comunità greca presente a Capri venne a contatto con quella romana e l'isola iniziò la sua vita imperiale, diventando il soggiorno prediletto di Augusto e dimora di Tiberio per dieci anni, centro quindi della vita mediterranea di Roma. Oltre all'interesse per la raccolta di fossili ed armi preistoriche, ad Augusto si devono la nuova costituzione giuridico-amministrativa dell'isola, affidata come patrimonium principis a liberti procuratores, e le prime fabbriche imperiali.
Nel racconto di Svetonio sull'ultimo viaggio di Augusto (Vitae Caesarum 2, 98, 4) si narra che egli fosse solito chiamare la città Apragopolis, cioè "città del dolce far niente", e con quel nome venisse battezzata tutta l'isola, o perlomeno la parte di essa dove sembrava fosse situata anche la tomba del suo fondatore Masgaba.
Augusto morì a Nola nell'agosto del 14 d.C. Suo successore fu Tiberio il quale tanto ereditò la predilezione per Capri, che vi si trasferì per dieci anni, abbandonando la dimora imperiale di Roma.
L'isola, priva di porti naturali, ma ricca di scoscesi dirupi, piacque al nuovo imperatore per la sua naturale inaccessibilità. Ben presto, però, la necessità di essere continuamente in contatto con il governo e la flotta di Miseno lo fecero ricredere; di conseguenza sentì l'esigenza di creare un porto alla "Grande Marina", dove la spiaggia meglio lo consentiva e dove ancora sorge: la presenza di alcuni resti dell'antico porto lungo le pendici di Palazzo a mare ne fanno però supporre l'esistenza già in epoca di Augusto. La nuova infrastruttura e l'eccelsa Torre del Faro a villa Jovis, destinata a trasmettere e ricevere notizie dal faro del Capo Atheneo (nella penisola sorrentina) e da quello di Miseno, attraverso fumate e fuochi, permisero una migliore comunicazione dell'isola con l'impero.
Durante un viaggio lungo le coste campane e laziali, un malore costrinse Tiberio a fermarsi in una villa a Miseno, dove morì il 16 marzo del 37 d.C.
Merito di Augusto e Tiberio fu la costruzione di numerose ville imperiali. Le tre più importanti furono villa Jovis, Damecuta e Palazzo a Mare. Quest'ultima, secondo Maiuri, fu residenza ufficiale di Augusto, preferita al nucleo residenziale di Torre per la sua vicinanza all'approdo e la sua collocazione all'ombra e in luogo poco ventilato (fattori favorevoli alla cagionevole salute dell'imperatore).
Le notevoli dimensioni delle nuove ville e l'aumento della popolazione comportarono la realizzazione di cisterne per l'approvvigionamento idrico mediante la raccolta di acqua piovana.
Diverse soluzioni interessarono le ville capresi, come quella di villa Jovis, dove più cisterne vennero riunite nel corpo centrale della villa. Ma, per la maggior parte, erano cisterne scavate nel vivo della roccia, ricoperte di buon intonaco signino a tenuta idraulica, intercomunicanti e intramezzate da muri per meglio permetterne l'utilizzazione e la distribuzione, provviste, le più vaste e profonde, di vasche di sedimentazione e di scale di discesa per l'annuale svuotamento e rinettamento, coperte da una volta che funzionava da piano raccoglitore.
Oltre le cisterne delle ville venne realizzato un pubblico serbatoio nella località di Soprafontana o di Maruscello.
Per quanto riguarda l’abitato, Maiuri parla di uno spostamento della popolazione verso la marina, lungo le contrade Aiano, Campodipisco, Villanova e Truglio, dove sorgerà la chiesa di San Costanzo.
Con la fine dell'epoca imperiale, Capri ritornò a far parte dello Stato napoletano e iniziò a diventare il centro di scorrerie e di saccheggi da parte di pirati, ben motivati dalla posizione dell'isola sulla rotta fra Agropoli ed il Garigliano.
Nell'866 passa sotto il dominio di Amalfi, per decisione dell'imperatore Ludovico II, che desiderava premiare gli amalfitani per i servigi offertigli nella lotta contro i saraceni nella liberazione del vescovo di Napoli Attanasio, imprigionato da Sergio duca di Napoli nell'isola di Megaride, attuale Castel dell'Ovo. La dipendenza di Capri ad Amalfi, che aveva rapporti frequenti con l'Oriente, è particolarmente evidente nell'arte e nell'architettura, nelle quali furono introdotti, sui saldi stilemi classici, moduli bizantini ed islamici (come l'impiego delle volte estradossate).
Nonostante questi diversi influssi artistici, quattro chiese sono riuscite a conservare i loro originari caratteri e la loro semplicità, rimanendo incontaminate da rifacimenti posteriori: la Chiesa di Sant'Anna, quella di San Michele, quella di Santa Maria di Costantinopoli e la parrocchia di San Costanzo.
Nel 987 venne consacrato il primo vescovo caprese per ordine di Papa Giovanni XV, nella chiesa di San Costanzo, prima cattedrale dell'isola, sorta nel borgo medievale e intorno alla quale si raccoglieva la popolazione che risiedeva presso Marina Grande.
Capri, abbandonata a sé stessa e flagellata da numerose scorrerie musulmane, vide i propri abitanti costretti ad abbandonare Marina Grande per rifugiarsi sulle alture ai piedi del Castiglione. A quanto pare, però, quest'ipotesi sembra sia stata messa in discussione dall'esame del disegno cartografico opera del geografo arabo Edrisi, nella quale è evidente la presenza di una zona abitata intorno al porto. La stessa presenza, tra l'altro, della chiesa di San Costanzo fa pensare che la popolazione, avvistata una nave saracena, si mettesse in salvo dietro le mura della città alta e nella grotta di Castiglione, pregando San Costanzo suo protettore.
Con gli Angioini, Capri ebbe il suo primo signore nel conte Giacomo Arcucci, che nel 1371 fondò la Certosa di San Giacomo nella valle fra il Castiglione e il Monte Tuoro, su un territorio donato dalla regina Giovanna I, prima regale protettrice della casa angioina. Numerosi furono i privilegi concessi dalla monarca e da diversi papi alla Certosa, i cui monaci, grazie al prestigio acquisito, poterono rivestire un ruolo politicamente e socialmente influente.
Intanto, sull'isola continuavano a configurarsi due realtà urbane, opposte "l'una all'altra come due isole", come afferma Berardi, "spazio plurale per decisione culturale più che per conformazione geografica e dunque per costruzione storica più che per natura". L'astio si trasformò in concorrenza nei vantaggi fiscali e alimentari.
Per quanto riguarda l'insediamento medievale, esso trova collocazione a brevissima distanza da Marina Grande dove è situata la coeva chiesa di S. Costanzo (anche se non ne esiste alcuna testimonianza diretta), mentre in seguito si trasferì tra le pendici del Monte San Michele e quelle del Monte Solaro.
Quest'ultimo agglomerato urbano è stato interessato da due distinti fenomeni di formazione urbana, come viene mostrato da Berardi, dei quali uno, il settore orientale, è da considerarsi originario, mentre il secondo, il settore occidentale, che si sviluppa intorno al Palazzo Arcucci, poi diventato Palazzo Cerio, sarebbe dovuto ad una evoluzione successiva, frutto di un potere non locale legato all'ammiraglio del Regno di Napoli. Tra questi due insediamenti, fra il XVII e il XVIII secolo, venne creata un'area di continuità rappresentativa: la piazza.
Il settore orientale (via Longano, via Sopramonte e via Le Botteghe) costituì inizialmente la totalità dell'abitato formatosi forse intorno alla chiesa della Madonna delle Grazie, quando la scarsa popolazione della piana di S. Costanzo decise di trasferirsi sulle alture, per potersi difendere dalle incursioni dal mare. L'insediamento è definito, a nord, dalle mura greche, sulle quali si sono impostate quelle medioevali, costituite dai fronti stessi delle costruzioni, il che è una costante del sistema difensivo locale. A sud, che corrisponde a via Le Botteghe, troviamo probabilmente disposte due porte, una a sud-est nell'innesto con via Fuorlovado ed una a nord all'imboccatura della piazzetta. La densità abitativa, in modo diverso, diventa più sporadica a nord-est, sul pendio ripido del monte San Michele, e a sud-est sul versante che scende verso la Certosa. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che la ripidità del terreno costituiva, insieme al monastero ben fortificato, un elemento di difesa difficilmente raggiungibile dal mare.
Il sistema risulta organizzato da strutture che rendono legati gli edifici che lo compongono: la via spesso corre al disotto delle case mentre queste ultime, che la scavalcano, comunicano tra di loro, in modo indipendente, anche al di sopra di essa. A quanto pare, la città, consapevole dell'insufficienza di qualunque difesa, escogitò un modo per potersi segmentare in infiniti punti a livello del suolo, attraverso i suoi innumerevoli e minuscoli vicoli curvilinei che, al momento opportuno, era possibile chiudere per poter poi comunicare a livello superiore. È come se ad una città di strade ne fosse sovrapposta un'altra, le cui parti sono collegate da sistemi indipendenti che creano una città superiore, anche grazie alla complicità dei cittadini che potevano percorrere l'intero insediamento dopo aver bloccato i vicoli sottostanti ai nemici.
Il versante occidentale, sviluppatosi oltre il Largo Cerio, verso via Madre Serafina, si organizzava differentemente: era legato ai nobili e alla Corte, era sede di una società diversa di patrizi, dei loro seguiti e dei loro ospiti, lentamente emersa nel corso del XIV secolo. Nello stesso Largo, in corrispondenza del quale troviamo la scalinata che lo collega alla piazzetta, doveva in quell'epoca essere situato il convento di Santo Stefano di cui si dice che la torre campanaria sia ciò che resta.
Il 24 ottobre 1496 Federico I di Napoli stabilì la parità tra Capri ed Anacapri, riconoscendo a questa le stesse franchigie ed immunità dell'altra, separandone le amministrazioni e le rendite, atto confermato poi dal Generale Consalvo di Cordova il Gran Capitano, primo viceré della dinastia spagnola di Ferdinando il Cattolico.
Come tutta la penisola Sorrentino-amalfitana, l'isola di Capri farà parte dell'antico e prestigioso Principato di Salerno.
Intanto, le continue scorrerie dei pirati degenerarono durante l'impero di Carlo V ed il governo del suo grande viceré Don Pietro di Toledo, quando le flotte corsare guidate dallo spietato Kheir-ed-Din, soprannominato il Barbarossa, saccheggiarono e incendiarono Capri non meno di sette volte. La peggiore incursione si ebbe nel 1535, quando il Barbarossa si impadronì di Capri ed incendiò il castello di Anacapri, le cui rovine da allora recano il nome di Castello Barbarossa. Nel 1553 una seconda invasione, che si risolse nel saccheggio e nell'incendio della Certosa, fu compiuta dall'ammiraglio Dragut. Il pericolo di incursioni come queste portò Carlo V ad autorizzare gli abitanti a girare armati, e nuove torri vennero costruite a difesa dell'isola, accanto a quelle già esistenti del Castiglione e di Torre Materita.
Solo la conquista da parte della Francia degli stati barbareschi nel 1830 pose fine alla pirateria.
Il XVII secolo vede Capri afflitta da numerosi contrasti interni, a noi noti grazie alle numerose rimostranze inviate dai vescovi dell'isola alla sede pontificia ed ai viceré di Napoli contro il capitano del re o contro i monaci della Certosa. Contraria a queste lotte per i beni mondani fu suor Madre Serafina, che, votata alla povertà e alla carità, fondò un ramo dell'ordine delle carmelitane e fece costruire il primo convento a Capri con la piccola eredità ricevuta dalla madre e dallo zio (suoi genitori spirituali, morti a causa della peste del 1656) e con gli aiuti ricevuti dall'arcivescovo di Amalfi e dal viceré di Napoli. La cerimonia di inaugurazione si ebbe nel 1678. Annessa al convento di Santa Teresa era la chiesa del Salvatore inaugurata nel 1685, opera dell'architetto Dionisio Lazzari.
Negli anni successivi, tra 1673 e il 1691, la religiosa fondò altri cinque conventi sulla terraferma ed un altro ad Anacapri mantenendo così una promessa fatta all'arcangelo Michele, che nel liberare Vienna dai Turchi aveva ascoltato una sua preghiera. Di quest'ultimo convento si possono ammirare, oltre le mura che circondano la Casa Timberina dietro la parrocchia di Santa Sofia, la chiesa barocca di San Michele a pianta ottagonale con il suo pavimento in maiolica raffigurante la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso.
In questo periodo, in cui Capri viveva invasioni piratesche ed intrighi ecclesiastici, comparve sull'isola il suo primo turista, Jean Jacques Bouchard, il cui diario, ritrovato nel 1850, rimane una testimonianza importantissima di quegli anni. In esso egli descrive con cura i caratteri paesaggistici e culturali capresi, riuscendo a raccogliere in soli due giorni molte più notizie di chi, dopo di lui, poté fermarsi più tempo.
Fra i regnanti della dinastia borbonica, Carlo III e il figlio Ferdinando IV furono quelli che mostrarono più interesse per l'isola. In un periodo di grande fervore per le scoperte archeologiche (si pensi agli scavi di Ercolano e Pompei), Carlo III affidò al governatore dell'isola l'incarico di registrare le antichità. Il suo interesse, però, era dovuto alla volontà di abbellire a arricchire gli arredi della Reggia di Caserta (si pensi alle quattro colonne di S. Costanzo trasformate in lastre e cornici) piuttosto che al desiderio di ampliare la cultura e le conoscenze del tempo.
Più tardi, Ferdinando diede il permesso a Norbert Hadrawa di compiere devastanti scavi, allo scopo di assicurarsi antiche sculture e marmi da riutilizzare nei suoi palazzi.
A quegli anni risale il dissotterramento di Villa Jovis, che assicurò alla cattedrale di Santo Stefano (Capri) il più bel pavimento di marmo della villa imperiale.
Nei primi anni dell'Ottocento l'aspra lotta fra Napoleone I e l'Inghilterra coinvolse anche Capri. L'occupazione della città da parte dei francesi (gennaio 1806) non lasciò tranquille le truppe inglesi, le quali, sbarcate sull'isola nel maggio dello stesso anno, sotto la guida di Sir W. Sidney Smith, riuscirono ad avere la meglio sui loro nemici. Gli inglesi per due anni agirono incontrastati, vi stabilirono una nutrita guarnigione e realizzarono alcune opere di fortificazione che resero l'isola una "Piccola Gibilterra", causando però danni irreparabili alle rovine delle ville imperiali. In quel periodo Capri contava circa 3.000 abitanti.
Il solo che riuscì a annientare le forze inglesi fu Gioacchino Murat, il 4 ottobre del 1808: attraverso un attacco simulato sui due approdi di Marina Grande e Marina Piccola distolse l'attenzione degli inglesi dalla costa occidentale, da dove i francesi riuscirono a risalire la scogliera e a costringere i nemici alla resa e a far loro precipitare in mare un cannone, poi ritrovato sott'acqua nel 2000. Poco dopo la conquista di Capri, i privilegi della Certosa furono annullati da Murat, e il 12 novembre del 1808 i monaci furono obbligati a lasciare l'isola.
I francesi qui rimasero fino alla fine della potenza napoleonica e alla restaurazione borbonica (1815), quando Ferdinando IV di Napoli rientrò a Napoli e con il nome di Ferdinando I, secondo le disposizioni del congresso di Vienna, divenne sovrano del Regno delle Due Sicilie.
Capri poté uscire dal lungo periodo di letargo che aveva caratterizzato quegli ultimi anni, affacciandosi all'Ottocento con una nuova veste. Diventò meta di numerosi viaggiatori che la visitarono e ne ammirarono la natura e la celebre Grotta Azzurra, divenuta intanto famosa in tutto il mondo.
A partire dai primi anni del Novecento, approdarono a Capri, per rimanervi più o meno a lungo, Vladimir Lenin, Maksim Gorkij, Jacques d'Adelsward-Fersen, Marguerite Yourcenar, Friedrich Alfred Krupp, Pablo Neruda, Curzio Malaparte, Norman Douglas, Sibilla Aleramo, Monika Mann, Roger Peyrefitte.
Meta di poeti, pittori e scrittori, Capri cominciò a conoscere un nuovo sviluppo economico, che poté ovviare al decadimento dell'agricoltura, frutto anche della cacciata dei monaci dall'isola. Parallelamente, diminuì la produzione del vino e quella della seta, poi scomparsa completamente insieme alla produzione del corallo.
L'isola è, a differenza delle vicine Ischia e Procida, di origine carsica. Inizialmente era unita alla Penisola Sorrentina, salvo essere successivamente sommersa in parte dal mare e separata quindi dalla terraferma, dove oggi si trova lo stretto di Bocca Piccola. Capri presenta una struttura morfologica complessa, con cime di media altezza (Monte Solaro 589 m e Monte Tiberio 334 m) e vasti altopiani interni, tra cui il principale è quello detto di "Anacapri". È al ventunesimo posto tra le isole italiane in ordine di grandezza.
La costa è frastagliata con numerose grotte e cale che si alternano a ripide scogliere. Le grotte, nascoste sotto le scogliere, furono utilizzate in epoca romana come ninfei delle sontuose ville che vennero costruite qui durante l'Impero. La più famosa è senza dubbio la Grotta Azzurra, in cui magici effetti luminosi furono descritti da moltissimi scrittori e poeti.
Caratteristici di Capri sono i celebri Faraglioni, tre piccoli isolotti rocciosi a poca distanza dalla riva che creano un effetto scenografico e paesaggistico; ad essi sono stati attribuiti anche dei nomi per distinguerli: Stella per quello attaccato alla terraferma, Faraglione di Mezzo per quello frapposto agli altri due e Faraglione di Fuori (o Scopolo) per quello più lontano dall'isola.
L'isola conserva numerose specie animali e vegetali, alcune endemiche e rarissime, come la lucertola azzurra, che vive su uno dei tre Faraglioni. La vegetazione è tipicamente mediterranea, con prevalenza di agavi, fichi d'India e ginestre. A Capri non sono più presenti sorgenti d'acqua potabile ed il rifornimento idrico è garantito da condotte sottomarine provenienti dalla penisola sorrentina. L'energia elettrica viene fornita da una società privata in loco.
I principali centri abitati dell'isola sono Capri, Anacapri, Marina Grande mentre l'altro versante marino di Capri, Marina Piccola, risulta meno abitato e ancora più soggetto al fenomeno della speculazione edilizia che ha investito tutta l'isola dai primi anni ottanta ad oggi.
La grotta Azzurra ha una apertura parzialmente sommersa dal mare, dalla quale filtra la luce esterna che - in questo modo - crea un'intensa tonalità blu di colore, che rappresenta la caratteristica peculiare dell'antro.
In età romana, ai tempi di Tiberio, la Grotta era utilizzata come un ninfeo marittimo. L'antro, infatti, costituiva una vera e propria appendice subacquea ad una villa augusto-tiberiana detta di Gradola, oggi ridotta a pochi ruderi. Testimoni di quest'utilizzo sono le numerose statue romane, rappresentanti Poseidone, un tritone ed altre creature marine che in origine dovevano esser state disposte lungo le pareti della caverna. Le statue, trovate nel 1963 dopo alcune indagini archeologiche, sono oggi custodite nel Museo della Casa Rossa.
Dopo il declino dell'Impero romano, la Grotta fu condannata ad un lungo ed inesorabile declino, venendo completamente dimenticata.
Il 17 agosto 1826 il poeta prussiano August Kopisch, il marinaio caprese Angelo Ferraro, il locandiere Pagano (che li sollecitò nell'impresa) ed altri uomini decisero di esplorare un antro ubicato nel versante nord-occidentale dell'Isola, non tenendo fede ad antiche leggende che volevano la grotta infestata da spiriti maligni e demoni.
La cronaca della giornata fu riportata da Kopisch nel 1838 nell'annuario «Italia», sotto il titolo La scoperta della Grotta Azzurra. Naturalmente Kopisch contribuì ad estendere universalmente la fama della cavità, venendo addirittura citato come lo «scopritore» della Grotta; ciononostante, la Grotta Azzurra era già nota prima della redazione del racconto, grazie alle infuocate descrizioni di molti scrittori romantici. Fra questi, vanno citati Wilhelm Waiblinger con la sua Leggenda nella Grotta Azzurra (1828) e Hans Christian Andersen, con Improvvisatoren (1835).
Alcune antiche leggende capresi volevano la grotta abitata da spiriti e diavoli. Nessuno osava infatti avventurarsi, e chi voleva sfidare la sorte (come i due preti del racconto che segue) avrebbe perso il senno.
Questo è quanto disse Giuseppe Pagano a Kopisch:
« Or son circa trent'anni seppi da un vecchissimo pescatore che duecento anni prima due preti vollero affrontare gli spiriti. Essi nuotarono anche per un tratto nella grotta, ma subito tornarono indietro, assaliti da terribile paura. »
La Grotta Azzurra è articolata in un sistema sotterraneo carsico costituito da più ambienti, sconosciuti ai visitatori che vedono solamente quello più ampio, universalmente noto come Duomo Azzurro.
L'ingresso è una fenditura nella roccia alta due metri e lunga altrettanto, che si trova - quando il mare non è mosso - a un solo metro dal livello del mare. Di conseguenza, quando si entra nella cavità, bisogna adagiarsi sulla barca che richiede la presenza di un barcaiolo esperto. Questo, abbandonati i remi, spinge la barca appigliandosi ad una catena di ferro che è murata sull'ingresso.
Una volta entrati, si è al cospetto del Duomo Azzurro. Questa grande cavità di erosione è profonda 22 metri (14 nell'interno), larga 25 e lunga circa 60. L'altezza media della volta è pari a 7 metri, aumentando fino a 14 nelle zone interne. Considerando anche la soglia subacquea, l'altezza totale (che va fino al soffitto) è uguale addirittura a 35 metri.
Spingendosi verso il fondo, sulla sinistra si notano diversi cunicoli (sia sotto che sopra il velo d'acqua) che dovrebbero continuare con la vicina Grotta Guarracini. Sulla destra invece si apre un'altra cavità, la cui formazione è dovuta all'umidità dell'aria, allo stillicidio ed alle continue variazioni termiche, che tra l'altro fanno sì che le pareti continuino a frantumarsi.
Nell'angolo sud-occidentale si trova una piattaforma tombata a mare dai Romani, che per la sua livellazione utilizzarono detriti di mattoni (signino). A fianco di quest'area si aprono tre rami di galleria, che prendono il nome di «Galleria dei Pilastri», che continuano fino alla cosiddetta «Sala dei Nomi» così chiamata per le varie firme lasciate dai visitatori otto-novecenteschi sulle pareti. Superata la Sala dei Nomi l'antro va restringendosi fino alla «Sala della Corrosione», situata nelle più recondite viscere della montagna - qui termina la parte esplorabile della grotta, che continua attraverso vari cunicoli che non si possono percorrere a causa delle condizioni irrespirabili dell'aria. Pare tuttavia che questi cunicoli non comunichino con l'esterno, bensì siano un tentativo vano da parte dei Romani di cercare acqua dolce.
La colorazione blu della grotta è dovuta alla presenza della soglia sottomarina (che si apre esattamente sotto l'ingresso) attraverso cui penetra la luce. La finestra subacquea agisce da filtrante, assorbendo i colori rossi e lasciando passare quelli blu. Curioso notare che, a causa del fenomeno della riflessione totale, la soglia non riesce ad illuminare l'antro se il mare è completamente calmo - quindi c'è bisogno di un movimento dell'acqua, per quanto questo possa essere minimo.
Lo sfolgorio color argento degli oggetti immersi, invece, è riconducibile ad un altro fenomeno: sulla superficie dell'oggetto aderiscono diverse bolle d'aria che, avendo un indice di rifrazione differente da quello dell'acqua, lasciano uscire la luce.
I faraglioni di Capri sono tre picchi rocciosi posizionati a sud-est dell’isola omonima, famosi in tutto il mondo grazie alla suggestiva e storica panoramica offerta dai giardini di Augusto.
Queste emergenze sono identificate con tre nomi distinti: il primo (unito alla terraferma) è il Faraglione di Terra; il secondo, separato dal primo dal mare, è quello di Mezzo; mentre il terzo, proteso verso il mare, è il Faraglione di Fuori. Quest'ultimo è molto noto poiché è l'unico habitat della leggendaria lucertola azzurra.
I faraglioni sono:
faraglione di Terra (o Saetta), che è l’unico ancora unito alla terraferma, è il più elevato con i suoi 109 metri.
faraglione di Mezzo (o Stella), è quello in cui è presente la cavità al centro, una galleria naturale lunga 60 metri che lo attraversa per intero, raggiunge un’altezza di 81 metri. La denominazione forse è da attribuirsi a un culto della Madonna della Libera, anche conosciuta come Stella Maris, cui è stata dedicata una cappella trecentesca sul monte Castiglione.
faraglione di Fuori (o Scopolo), cioè promontorio sul mare, che raggiunge un’altezza di 104 metri. Proprio su quest'ultimo faraglione vive la famosissima lucertola azzurra.
In realtà esiste anche un quarto faraglione, chiamato scoglio del Monacone, che si erge al di dietro dei tre più noti. Il nome è da attribuirsi probabilmente ai bovi marini, una specie di foche che viveva nei pressi dello scoglio fino al 1904, anno in cui l'ultimo esemplare fu assassinato presso Palazzo a Mare.
Sullo scoglio sono presenti dei resti di muratura romana, attribuiti senza alcun criterio ai resti della tomba dell'architetto di Augusto: Masgaba. Altre teorie, tuttavia, suggeriscono una funzione di vasche per salare il pesce oppure addirittura un recinto per l'allevamento dei conigli.
I faraglioni furono citati anche da Virgilio nell'Eneide narrando il mito delle Sirene. Il nome deriva dal greco pharos, che vuol dire faro.
Infatti, anticamente sui monti e sulle rocce vicino alle coste, venivano accesi dei grandi fuochi durante le ore notturne, in modo da segnalare ai navigatori sia la rotta che eventuali ostacoli pericolosi per la navigazione stessa. Molto probabilmente i faraglioni ebbero la stessa funzione.
I Faraglioni dovevano far parte di un esteso sistema sotterraneo modellato dagli agenti esterni. I primi ad agire furono indubbiamente le acque carsiche, che hanno scavato la roccia fino a 15 metri sotto l'attuale livello del mare. A quest'evento seguirono innanzitutto un disfacimento della costa, che causò la distruzione delle cavità; dopodiché, l'abrasione marina e l'azione meccanica dei fenomeni atmosferici favorirono il crollo delle volte, dopo il quale vennero finalmente forgiate le forme attuali.
L'unica parte a rimanere illesa dai vari eventi franosi fu la galleria naturale del Faraglione di Mezzo, che addirittura si ampliò in seguito agli eventi franosi.
Il picco roccioso più esterno, il Faraglione di Fuori, è conosciutissimo per essere l'unico habitat della Podarcis siculus coeruleus, nome scientifico della lucertola azzurra. Questa specie viene resa unica dalla particolarissima colorazione bluastra che va dalla gola al ventre fino alla coda, venendo interrotta solo dalla pigmentazione nerastra presente sul dorso.
La lucertola azzurra è parente stretta di quella campestre, che invece vive sulla terraferma; da quando è avvenuto il distacco dei Faraglioni, tuttavia, se ne è discostata, assumendo per il fenomeno del mimetismo il colore blu del mare e del cielo.
Le prime scoperte di epoca preistorica si ebbero più di duemila anni fa, quando, in epoca romana, dagli scavi per la costruzione delle prime fabbriche imperiali vennero alla luce resti di animali scomparsi decine di migliaia di anni prima e tracce di vita di uomini primitivi dell'età della pietra. La vicenda è documentata dallo storico Svetonio (75-140 d.C.) che descrive l'interesse mostrato dall'imperatore Augusto nel custodire resti di vita primordiale ritrovati a Capri nella sua casa, adibita quasi a primo museo della storia di paleontologia e paletnologia (Vitae Caesarum, 2, 72).
I racconti di Svetonio vennero confermati dai lavori di scavo del 1905-1906, quando, per un ampliamento dell'Hotel Quisisana, all'inizio della Valle di Tragara, sotto uno strato di materiale eruttivo e un banco di argilla rossa del Quaternario, affondate in limo essiccato, derivato da un antico bacino lacustre, vennero alla luce ossa gigantesche di mammiferi estinti come l'Elephas primigenius (mammut), il Rhinoceros merckii e l'Ursus spelaeus.
Fu il medico e naturalista Ignazio Cerio (Ignacio el Cartero) a riconoscere e a conservare questi fossili insieme ad armi in pietra, quali quarzite scheggiate e appuntite, triangolari o amigdaloidi (a forma, cioè, di mandorla). Altre importanti scoperte sono state fatte nella grotta delle Felci, situata sopra Marina Piccola, in località Le Parate, a Petrara, in via Tiberio e via Krupp, a Campitello e alla Grotta del Pisco, tutti ritrovamenti che hanno sottolineato la presenza di vita dalla fine dell'età neolitica all’età del bronzo.
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sabato 2 gennaio 2016
IL MARE IONIO
Il mar Ionio, secondo la leggenda, prende il nome da Ionio, figlio di Durazzo, nipote a sua volta di Epidamno figlio di Poseidone.
Fu ucciso erroneamente da Eracle nello scontro con i fratelli Durazzo. Così che si diede il nome al porto di Durazzo, alla città di Epidamno e al mare di Ionio. Studiosi sostengono che il nome derivi dalla parola proto-illirica "jonë", che in albanese ha il significato di nostro, quindi "Deti Jonë" (Mare Nostro).
Il nome di Ionio fu dato dapprima alla parte di mare compresa fra Corcira (Corfù) e il Promontorio Iapigio (a sud) e la costa italiana all'ingresso dell'Adriatico (a nord), e per estensione anche alla parte meridionale dell'Adriatico fino al Gargano (Erodoto, Tucidide). Nel I secolo, Strabone dava per limite settentrionale dello Ionio il Promontorio Acrocerauno e specificava (nel libro VII) che «Il golfo Ionio è parte di quello che ora si chiama Adriatico», mentre indicava come Mare Siculo lo Ionio meridionale, ossia la parte compresa fra la Sicilia e il Peloponneso.
Anche Claudio Tolomeo attesta che la delimitazione del bacino idrografico del mare Adriatico possiede un confine preciso sulla costa settentrionale del Gargano, vicino alla città di Hyrium, piccolo castelletto di fronte alle isole Diomedee. Per Tolomeo le località degli Apuli Peucenti (Egnatia, Barium), e le località degli Apuli Dauni (Salapia, Sipuntum, Apenestae, Monte Gargano ed Hyrium) si trovano sul mare Ionio, mentre le località dei Frentani (fiume Tifernus, Buca e Histonium) sul golfo del mare Adriatico.
Il mar Ionio è il bacino più profondo del Mediterraneo, infatti raggiunge in più punti una profondità di 4 000 m e tocca i 5 270 m nella fossa Calypso, a sud ovest del Peloponneso.
È collegato
al mar Tirreno tramite lo Stretto di Messina;
al Mar Libico attraverso una linea di confine che da Capo Passero, in Sicilia, arriva fino all'isola di Creta. In alternativa, l'Organizzazione idrografica internazionale riconosce come limite meridionale del mar Ionio il tratto da Capo Passero a Capo Matapan in Grecia. Il servizio meteorologico italiano Meteomar pone il confine meridionale lungo il 35º parallelo, dall'isola di Creta fino al meridiano passante per Capo Passero;
al mar Egeo attraverso il canale di Corinto, e – più a sud – tramite una linea di demarcazione compresa fra capo Malea nel Peloponneso e l'isolotto di Agria, di fronte a capo Busa (Vouxa) sull'isola di Creta;
al mare Adriatico tramite il Canale d'Otranto, ossia lo stretto di mare fra Capo Linguetta, sulla costa albanese, e Punta Palascia, sulla costa italiana.
Riguardo alla linea di demarcazione tra Ionio e Adriatico, occorre precisare che esistono altre due convenzioni nautiche, che per esigenze di semplificazione seguono le linee dei paralleli e dei meridiani, discostandosi quindi dalla definizione fin qui data. In particolare:
ai fini meteorologici (Meteomar) e delle Informazioni Nautiche degli Avvisi ai Naviganti, il limite marittimo tra Adriatico Meridionale e Ionio Settentrionale è dato dal 40º parallelo nord: sulla costa italiana corrisponde a Punta Mucurone nei pressi di Castro: 40°00'00 N 18°25'48 E, sulla costa albanese corrisponde alla costa nei pressi di Lukovë: 40°00'00 N 19°53'37 E
per i restanti Avvisi ai Naviganti (portolani, fari e fanali, Navarea III, ecc.) il limite convenzionale fra costa ionica e costa adriatica è invece posto a Santa Maria di Leuca (Punta Mèliso) a 18°22' E.
L'Organizzazione idrografica internazionale, in coerenza con quest'ultima definizione, pone il limite meridionale dell'Adriatico lungo la linea immaginaria che va da punta Mèliso a capo Cefalo (39°45'07.31 N 19°37'45.5 E) sull'isola di Corfù. Tra l'isola di Corfù e la costa albanese, il limite segue poi la linea da capo Karagol fino alla foce del canale di Vivari, nei pressi di Butrinto. Quest'ultima convenzione comporta che la costa settentrionale dell'isola di Corfù e le isole Diapontie sarebbero bagnate dal mar Adriatico.
La temperatura d’inverno, sia in superficie sia nelle immediate profondità, è intorno ai 13 °C, che passano a circa 25 °C in estate. La salinità si mantiene sul 38‰ e tende invece a diminuire in prossimità del Golfo della Sirte per l’influenza di una corrente atlantica superficiale. Diverse correnti marine lo interessano: in superficie e nelle immediate profondità una di origine atlantica piuttosto intensa e stabile, che corre da O verso E, mentre di verso opposto è una corrente a profondità intermedia che proviene da E. Una debole corrente superficiale inizia il suo circuito in prossimità dell’Egeo e, correndo in senso antiorario, entra nell’Adriatico per poi uscirne e lambire il Golfo di Taranto e la Sicilia. A notevoli profondità è presente inoltre una corrente abissale che dall’Adriatico si spinge verso S.
Le coste, generalmente alte, risultano regolari nelle zone settentrionali e occidentali, mentre a oriente sono più irregolari e frastagliate. Nell’antichità fu importante per gli scambi tra i vari centri situati sulle sue coste, oggi è soprattutto mare di transito. Porti di notevole importanza sono quelli di Taranto, Catania, Augusta, Siracusa, Corfù, Patrasso.
Vi si affacciano le regioni italiane di Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, la prefettura albanese di Valona, le periferie greche di Epiro, Isole Ionie, Grecia Occidentale e Peloponneso. Sul golfo di Corinto si affacciano inoltre le unità periferiche di Focide e Beozia (periferia della Grecia Centrale) e Attica Occidentale (periferia dell'Attica). A quest'ultima periferia appartiene infine il comune di Cerigo, costituito dalle isole di Cerigo e Cerigotto, convenzionalmente poste anch'esse nel mar Ionio.
Le principali insenature sono, nella parte italiana, quelle di Taranto, di Squillace, di Catania; nella parte orientale quelle di Arta, di Patrasso, di Corinto, d'Arcadia, di Messenia, di Laconia.
La parte centrale dello Ionio è libera da isole, e queste mancano anche sul lato occidentale (se si escludono piccoli isolotti lungo la costa italiana), mentre sul lato orientale si succedono le Isole Ionie, alcuni isolotti in prossimità del Peloponneso (da Proti a Cervi), Cerigo e Cerigotto.
Le mete di mare con le spiagge più belle sono soprattutto nel Salento, in Puglia, ma ce ne sono alcune degne di nota anche in Siclia, in Calabria e in Basilicata.
Porto Cesareo, Lecce, è un’importante località turistica del Salento ed è sede dell’Area Marina Protetta e della Riserva Naturale Orientata Regionale Palude del Conte e Duna Costiera.
Capo d’Otranto, Lecce, detto anche Punta Palascìa, è il punto più orientale d’Italia. E’ meta di turisti e curiosi, anche grazie alla tradizione che, ogni anno, nella notte di San Silvestro richiama una moltitudine di persone in attesa dell’alba del Capodanno ai piedi del faro, trattandosi della prima alba del nuovo anno in Italia.
Castro, Lecce, situato lungo la costa orientale della penisola salentina, il comune è formato dall’abitato principale di origine medievale, su un promontorio, e dalla parte bassa di Castro Marina. E’ un centro peschereccio e balneare molto frequentato.
Gallipoli, Lecce, il suo litorale di circa 20 km comprende anche le località di Punta Pizzo, Baia Verde, Rivabella e Lido Conchiglie.
Santa Maria di Leuca, rinomata località turistica, è il centro abitato più a Sud dell’intera provincia. La sua punta Mèliso segna il punto di separazione fra la costa adriatica e la costa ionica.
Santa Cesarea Terme, si trova all’imbocco del Canale d’Otranto ed è uno dei centri a maggiore vocazione turistica del Salento. A Sud del centro abitato si trova Porto Miggiano, una caletta rocciosa incastonata in un’insenatura caratterizzata da alte falesie calcaree.
Crotone sul versante Est della Calabria, si affaccia sul mar Ionio. Il territorio meridionale è immerso interamente nell’area marina protetta di Capo Rizzuto, dove c’è il mare più bello.
Roseto Capo Spulico, Cosenza, è il principale centro turistico balneare dello Ionio Cosentino, con un suggestivo castello a picco sul mare. La spiaggia è quasi tutta libera ed è fatta di ciottoli e ghiaia.
Lido di Metaponto, Matera, è una tra le più importanti località balneari della costa ionica lucana e della Basilicata. Nel suo territorio vi sono più di 20 tra campeggi e villaggi turistici, una decina di alberghi e soprattutto la lunga spiaggia è disseminata di lidi che attraggono turismo sia diurno sia serale con discoteche all’aperto.
La piccola Isola Bella è chiamata anche la perla del Mediterraneo. L’esigua distanza dalla costa di Taormina, a causa della marea, a volte si annulla, rendendola così una penisola. Taormina è considerata una delle città più belle di tutta la Sicilia per via della caratteristica del paesaggio e del mare con la sua attraente spiaggia.
mercoledì 9 dicembre 2015
TAORMINA
Taormina è uno dei centri turistici internazionali di maggiore rilievo della regione siciliana, conosciuta per il suo paesaggio naturale, le bellezze marine e i suoi monumenti storici.
Molte sono le notizie sull'origine di Taormina (Tauromenion, Tauromenium), ma incerte per documentazione e attendibilità.
Diodoro Siculo, nel 14° libro della sua Bibliotheca historica, attesta che i Siculi abitavano la rocca di Taormina, vivendo di agricoltura e di allevamento di bestiame, già prima dello sbarco dei Greci calcidesi nella baia (735 a.C.), dove alle foci del fiume Alcantara, fondarono Naxos (odierna Giardini Naxos), la prima colonia greca in Sicilia. Dionisio di Siracusa, di origine dorica, ed alleato di Sparta nella guerra contro Atene, tollerò per poco tempo la presenza degli Jonici di Calcide Eubea a Naxos, alleati di Atene, e mosse contro di essi. I Calcidesi occuparono un territorio situato a valle del Monte Tauro (Sicilia), in cui vivevano i Siculi insieme ad altri jonici che si erano precedentemente insediati da Naxos.
Ma negli anni della XCVI Olimpiade (396 a.C.) i nassioti in massa, minacciati da Dionisio, tiranno di Siracusa, si trasferirono a Tauromenion, spinti da Imilcone, condottiero dei Cartaginesi, alleato degli Jonici contro i Dorici, dato che il colle era da considerarsi fortificato per natura. Poiché Dioniso voleva riprendersi con violenza il territorio dei Tauromenitani, essi risposero che apparteneva loro di diritto, perché i propri antenati Greci ne avevano già preso possesso prima di loro, scacciando gli abitanti locali.
Afferma Vito Amico, che questa versione sulle origini di Taormina fornita da Diodoro, è contraddetta nel 16° libro, quando sostiene che Andromaco, dopo l'eccidio di Naxos del 403 a.C., radunati i superstiti li convince ad attestarsi nel 358 a.C. sulle pendici del vicino colle "dalla forma di toro". Il nascente centro abitato prese il nome di Tauromenion, toponimo composto da Toro e dalla forma greca menein, che significa rimanere.
Mentre le notizie fornite da Cluverio concordano con la seconda versione di Diodoro, Strabone narra che Taormina abbia avuto origine dagli Zanclei (messinesi) e dai Nassi. Ciò chiarirebbe in qualche modo l'affermazione di Plinio, il quale afferma che Taormina in origine si chiamava Naxos.
Secondo la testimonianza di Diodoro Siculo, Taormina, governata saggiamente da Andromaco, progredisce, risplendendo in opulenza e in potenza. Nel 345 a.C. Timoleone da Corinto, sbarca e raggiunge Tauromenium, per chiedere l'appoggio militare al fine di sostenere la libertà dei Siracusani.
Più tardi troviamo Taormina sotto il dominio del tiranno siracusano Agatocle, che ordina l'eccidio di molti uomini illustri della città e manda in esilio lo stesso Timeo, figlio di Andromaco. Anni dopo soggiace a Tindarione e quindi a Gerone, anch'essi tiranni Siracusani.
Taormina rimane sotto Siracusa fino a quando Roma, nel 212 a.C., non dichiara tutta la Sicilia provincia romana. I suoi abitanti sono considerati alleati dei Romani e Cicerone, nella seconda orazione contro Verre, accenna che la città è una delle tre "Civitates foederatae" e la nomina "Civis Notabilis". In conseguenza di ciò, non tocca ai suoi abitanti pagare decime o armare navi e marinai in caso di necessità.
Nel corso della guerra servile (134 – 132 a.C.) Tauromenium viene occupata dagli schiavi insorti, che la scelgono come caposaldo sicuro. Stretti d'assedio da Pompilio, resistono a lungo sopportando anche la fame e cedendo soltanto quando uno dei loro capi, Serapione, tradendo i compagni, lascia prendere la roccaforte.
Nel 36 a.C. nel corso della guerra fra Sesto Pompeo ed Ottaviano, le truppe di quest'ultimo sbarcano a Naxos per riprendere la città a Sesto Pompeo che l'aveva in precedenza occupata. Per ripopolare Tauromenium, dopo i danni della guerra subita, ma anche per presidiarla, Ottaviano, divenuto Augusto, nel 21 a.C. invia una colonia di Romani, a lui fedeli, e nel contempo ne espelle gli abitanti a lui contrari.
Strabone parla di Tauromenion come di una piccola città, inferiore a Messina e a Catania. Plinio e Tolomeo ne ricordano le condizioni di colonia romana.
Secondo una diffusa leggenda, con l'avvento del Cristianesimo, Pietro apostolo destina a Taormina il vescovo Pancrazio, che già prestava la sua opera di conversione nella regione, costruisce la prima chiesetta sulle pendici di Taormina dedicata a san Pietro, stabilendo la sede del primo vescovato in Sicilia. Peraltro, l'effettiva esistenza di questo personaggio non risulta da alcun documento storico, a parte le leggende: le prime menzioni risalgono a dopo la fine del dominio mussulmano.
Vescovi "prestantissimi per santità di costumi, zelo e dottrina", scrive Vito Amico, si succedono fino all'età araba. Poche sono le notizie in questo lasso di tempo, che annovera la caduta dell'Impero romano d'Occidente nel 476, l'invasione dei Goti, la presenza dei Bizantini, la conquista araba.
Certo è che Taormina occupa una posizione strategica importante per la tenuta militare del territorio circostante, per 62 anni è l'ultimo lembo di terra dell'Impero romano d'Oriente insieme a Rometta e più volte resiste agli assalti dei saraceni, fino al 906.
La notte del Natale del 906, dopo un lungo assedio durato due anni, a causa del tradimento di un mercenario messinese, tale Tommaso Balsamo, Taormina fu presa e rasa completamente al suolo. Con la tipica esagerazione di tutte le cronache medievali, i suoi abitanti maschi sarebbero stati tutti decapitati, e tra loro il vescovo di Taormina, San Procopio, la cui testa sarebbe stata portata su un piatto d'argento al capo delle truppe saracene, l'aghlabide Ibrahim II. Di sicuro la strage fu grande, contò tra le vittime anche molte donne e bambini, e fu aggravata dall'indole crudele e dall'instabilità caratteriale di Ibrahim II.
Nel 911, però, la componente cristiana della cittadina siciliana riprese il controllo della città, approfittando del traumatico passaggio di potere dell'anno precedente tra la dinastia sunnita aghlabide e quella ismailita sciita dei Fatimidi.
L'Emiro di Palermo, Amad b. al-Qurhub, rimasto fedele alla deposta dinastia aghlabide di Qayrawan, organizzò allora una spedizione per riprendere il controllo di Taormina, inviando nel 913 suo figlio Ali all'assedio della cittadina che, tuttavia, resisté strenuamente, tanto da indurre l'assediante a rinunciare all'impresa.
Nel 919 il nuovo emiro di Palermo, Salim ibn Rashid, fedele ai Fatimidi, concedeva una tregua a Taormina e ad altre fortezze della Val Demone. La tregua finì quando Amad ibn al-asan, nel 962, pose Taormina di nuovo sotto un assedio durato per sette mesi, finito con la sua resa nel 963.
Le ragazze più belle furono portate all'Imam fatimide al-Muizz, mentre le altre furono rese schiave. I pochi superstiti fuggirono nelle montagne circostanti. La città fu ricostruita nella parte sud, laddove finiva quella greca-romana rasa al suolo dai saraceni, e, per quasi due secoli, visse nella relativa concordia e tolleranza fra musulmani e cristiani. I musulmani l'abbellirono, adornandola di bei giardini e fontane, e la ribattezzarono con il nome di al-Muizziyya, dal laqab del quarto Imam fatimide Maadd, detto al-Muizz li-Din Allah (reg. 953-975).
Della città si impossessa il Gran Conte Ruggero, il quale espugnato Castronovo volge alla conquista della Val Demone, cingendo d'assedio la città, attraverso la costruzione di ben ventidue fortezze in legname: tronchi e rami formano un muro insuperabile; nondimeno i saraceni resistono per molto tempo prima di capitolare nel 1078.
Fin dal 1272 un Giovanni Natoli Barone di Sparta, fu governatore di Taormina.
Quando la sede vescovile venne trasferità nella città, Taormina diviene Città Demaniale, compresa prima nella Diocesi di Troina e poi in quella di Messina.
Seguono le vicende della Sicilia, sotto gli Svevi e poi sotto gli Aragonesi. Nel 1410 il Parlamento Siciliano, uno dei più antichi d'Europa, svolge a Taormina la sua storica seduta, al Palazzo Corvaja alla presenza della regina Bianca di Navarra, per l'elezione del re di Sicilia, dopo la morte di Martino I detto il giovane. Nel secolo XVI, Filippo IV di Spagna concede alla città il privilegio di appartenere stabilmente alla Corona.
Nel 1675, in occasione della Rivolta antispagnola di Messina, Taormina rimase fedele alla Corona di Spagna. Per tale motivo venne assediata dai francesi, alleati di Messina che la espugnarono nel settembre del 1676. Gli Orleans, francesi, non la ritenevano una città importante, tanto che per un certo periodo venne posta sotto la giurisdizione militare della vicina Savoca che poco prima si era arresa ai francesi concludendo con questi una vantaggiosa capitolazione.
Sconfitti in Sicilia gli Angioini nella guerra del Vespro, Taormina ritorna sotto gli spagnoli ed il viceré, con gli antichi privilegi. In seguito, con l'occupazione delle truppe napoleoniche di Napoli e del Sud e con il trasferimento della Reggia Borbonica a Palermo, Re Ferdinando I di Sicilia volle ringraziare Taormina per la sua antica fedeltà ai Borbone contro i francesi. Il Re, in visita ufficiale nella fedele Taormina, in segno di riconoscimento donò al sindaco dell'epoca, Pancrazio Ciprioti, l'Isola Bella.
I Borbone, resero più facile l'accesso alla città, che, sin dai tempi dei romani, avveniva dall'angusta Consolare Valeria che si inerpicava fra le colline, tagliando il promontorio del Catrabico, realizzando così una strada litoranea che congiungeva facilmente Messina a Catania.
Da parte di molte nazioni europee e di famosi scrittori ed artisti (Goethe, Maupassant, Houel ed altri) si manifestò un interesse verso l'amenità del luogo e verso le sue bellezze archeologiche. Taormina da adesso in poi si svilupperà, divenendo luogo di residenza del turismo elitario, inizialmente proveniente soprattutto dall'Inghilterra come Miss Florence Trevelyan Trevelyan (1852-1907), figlia di Edward Spencer Trevelyan (1805-1854) e di Catherine Ann Forster (1815-1877). Dopo un lunghissimo viaggio e di un ritorno in patria, Florence decise di ritornare e di vivere a Taormina che trasformò radicalmente insieme al suo circondario, sposando poi Salvatore Cacciola, professore di chirurgia all'università di Bologna, Sindaco di Taormina per oltre un ventennio tra alterne vicende, nonché dapprima Gran Maestro Massone ed infine illuminato teosofista.
Miss Florence Trevelyan Trevelyan dapprima aiutò i La Floresta ad ampliare gratuitamente il primo albergo di Taormina, l'Hotel Timeo, e in seguito acquistò lo scoglio di S. Stefano, trasformandolo in un paradiso terrestre soprannominato poi Isola Bella durante una discussione tra lei ed il barone tedesco e fotografo omosessuale Wilhelm von Gloeden (1856 - 1931). Comprò 87 lotti di terreno per realizzare tra il 1897 ed il 1898 il Parco che battezzò “Hallington siculo” in onore di Hallington Hall, il piccolo villaggio dove aveva vissuto, a circa due miglia a sud-ovest della città di Louth, nel Lincolnshire. Dopo la sua morte il Parco fu fatto espropriare da Cesare Acrosso, unico nipote maschio di suo marito Salvatore Cacciola, in combutta con "don" Giovanni Colonna duca di Cesarò, al quale venne intestato senza merito il Parco, poiché egli - vigliaccamente - non fu nemmeno tra i firmatari del Regio Decreto Legge 528 del 18 febbraio 1923.
Dall'Inghilterra arrivò il re Edoardo VII nel 1906 e nel 1908, dalla Germania personaggi come Johann Wolfgang von Goethe, che citò Taormina nel suo Viaggio in Italia (Italienische Reise), il fotografo barone Wilhelm von Gloeden, il pittore Otto Geleng, Friedrich Nietzsche, dal 1882, che qui scrisse Così parlò Zarathustra, Richard Wagner, lo Zar Nicola I, il Kaiser Guglielmo II di Germania[12] col cugino lo Zar Nicola II, la Zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova nipote della regina Vittoria in quanto figlia di Alice d'Inghilterra con gli amici, Ignazio Florio e Franca Florio, "la stella d'Italia" come la chiamava il Kaiser ed amica della Trevelyan, Gabriele D'Annunzio, Gustav Klimt, Sigmund Freud, Edmondo De Amicis, il granduca Paolo di Russia, il principe Jusupov Feliks con la principessa Irina, l'arciduca Mihail Pavlopic fratello dello Zar Nicola II e banchieri, magnati, aristocratici di tutto il mondo.
Ben presto Taormina divenne famosa in tutto il mondo, sia per le sue bellezze paesaggistiche, per i suoi panorami, per i suoi colori, per i quadri dell'Etna innevato e fumante che declina sino al mare turchese e che fecero il giro del mondo, ma anche per la sua permissività, per la sua "trasgressione", per i suoi "dotti cenacoli", per il "mito d'Arcadia", per la sua sfrenata "dolce vita".
Lo scrittore catanese Massimo Simili descrive un periodo in cui non passava giorno che a Taormina non accadesse qualcosa di "folle" grazie ai suoi estrosi e famosi frequentatori. Ciò che era permesso a Taormina creava scandalo persino nella "internazionale" Capri dove, per esempio, l'armiere tedesco Krupp aveva cercato, senza riuscirvi, di ricreare i "cenacoli taorminesi" in cui efebi locali ed ancelle erano al centro delle "scene". Krupp a Capri fu travolto dallo scandalo e pochi giorni dopo si tolse la vita per la vergogna a Brema.
Sorsero molti alberghi tutti gestiti da famiglie taorminesi. Il paese di pescatori e contadini e di benestanti borghesi si trasformò dunque in una cittadina di commercianti, albergatori, costruttori. Durante la seconda guerra mondiale fu sede del Comando tedesco della Wehrmacht, per cui il 9 luglio del 1943, giorno del patrono San Pancrazio vescovo, Taormina subì due devastanti bombardamenti degli aerei alleati che distrussero parte della zona sud e persino un'ala del famoso albergo San Domenico, in cui era in corso una riunione dell'alto comando tedesco.
Essendo una città turistica internazionale, molte spie inglesi durante il fascismo si erano ben camuffate e uscirono allo scoperto appena entrarono le truppe alleate. Nel dopoguerra Taormina si ingrandì senza alterare le proprie bellezze naturali, e, sino al 1968 era una città turistica prettamente invernale per un turismo ricco ed individuale, tant'è che i migliori alberghi aprivano ad ottobre e chiudevano a giugno. Era frequentata da scrittori di fama come Roger Peyrefitte, Truman Capote, André Gide, D.H. Lawrence, Salvatore Quasimodo, la russa Anna Achmatova, da nobili, come Giuliana d'Olanda, dai reali di Svezia e di Danimarca, dal Presidente della Finlandia Urho Kekkonen, da personaggi illustri e famosi come Soraya, Ava Gardner, Romy Schneider, che fecero amicizia anche con alcuni affascinanti playboy del luogo, nonché Liz Taylor, Richard Burton, Dino Grandi, Willy Brandt, Greta Garbo, che svernavano per mesi negli alberghi taorminesi trascorrendo le giornate, ma soprattutto le notti, nei tipici locali notturni dell'epoca e continuando, così, quella dolce vita iniziata con la Belle Époque.
Centro d'incontro per tutti era il Caffè Concerto "Mocambo" dell'estroso play boy Robertino Fichera. Robertino, con i suoi mitici amici, Chico Scimone e Dino Papale, quest'ultimo fondatore della Women's Tennis Association, commissiona un murale nel salone del suo famoso Caffè, affinché rimanessero "immortali", seduti accanto a Sigmund Freud e Albert Einstein, i veri protagonisti del grande teatrino taorminese, cioè quella umanità "viva", composta da playboy, artisti e "pazzi", che "creava" ogni giorno la "dolce vita" taorminese. "Che la festa inizi" è il titolo del murale. Ma la festa stava per finire, ed anche la vita terrena di Robertino.
Nel 1968, il terremoto del Belice portò un'ondata di paura per le ripercussioni che avrebbe potuto avere sul turismo. Alcuni operatori turistici frettolosamente si indirizzarono verso il turismo di massa, aprendo relazioni commerciali con i maggiori tour operator europei. Fu così che Taormina cambiò pelle. Gli alberghi "vendevano" le camere a contratto annuale ai grandi tour operator del turismo di massa rinunciando al turismo classico individuale, che sino allora aveva reso ricca e famosa la cittadina.
Col turismo di massa si espanse nelle adiacenti zone verdi, fu rapidamente e disordinatamente cementificata, nacquero nuovi alberghi e tante nuove attività commerciali. Dato che i taorminesi non volevano dedicarsi ai lavori più umili, vi fu una migrazione dall'arretrato entroterra siciliano che spesso si improvvisarono anche albergatori, ristoratori e commercianti. Taormina divenne, in breve tempo, una cittadina balneare per un turismo di massa dai servizi meno elitari che un tempo.
Gli alberghi ora chiudevano a novembre per riaprire a Pasqua. Fu il crollo per quasi tutte le famiglie di antichi albergatori taorminesi che non riuscirono ad adeguarsi ai nuovi tempi ed in pochi anni persero i propri alberghi vendendoli a società forestiere che miravano più ai bilanci che alla qualità dei servizi.
Fu la fine anche della dolce vita taorminese, i cui protagonisti erano stati tanti estroversi personaggi della aristocrazia siciliana e alcuni affascinanti playboy locali che, fra le dolcezze della natura taorminese, intrattenevano turiste famose e non, inducendole a ritornare annualmente più volte a Taormina, proprio come avveniva agli albori del secolo con Geleng e Von Gloeden.
Taormina veniva, quindi, "spersonalizzata", perdeva la propria "identità" di città di artisti e di "pazzi" in cui ognuno poteva vivere come non poteva nella propria città e Taormina rischiava di morire a causa del "provincialismo" dei tanti immigrati che vi erano giunti per cercar fortuna, e che, avendola trovata ed essendosi anche arricchiti, avevano ben presto occupato i posti di potere, snaturando così la città che perdeva la sua identità e veniva invasa dal cemento, come tante altre famose città turistiche e ciò anche a causa del turismo "mordi e fuggi" prediletto da una categoria di audaci mercanti.
Si perdeva soprattutto l'identità del taorminese ospitale e colto, anche perché il centro storico veniva svuotato in quanto molti taorminesi svendevano le loro vecchie case ed al loro posto sorgevano tante seconde e terze case per villeggianti della provincia, sin quando, all'inizio del III millennio, alcuni imprenditori non hanno iniziato a creare nuovamente alberghi di gran lusso, maisons de charme, che, aperti tutto l'anno, hanno in poco tempo fatto sì che Taormina sia nuovamente una città turistica di fama internazionale, elegante, con un salotto buono (il Corso Umberto I) in cui sono presenti splendidi negozi con le maggiori griffe mondiali ed in cui, grazie anche ai tanti prestigiosi eventi culturali, una per tutte Taormina Arte, vi è una stagione turistica che dura tutto l'anno con delle punte massime in agosto e minime a gennaio-febbraio e che accoglie sia clientela di lusso, sia un turismo di massa (d'estate) medio-alto.
L'Isola Bella è sicuramente la spiaggia più bella di Taormina. La spiaggia di ciottoli, incastonata ai piedi della città, si distende di fronte all'omonimo isolotto, colorato dalla ricca vegetazione. L'isola è collegata alla terra ferma da una sottile striscia di spiaggia, che scompare e ricompare secondo il ritmo delle maree.
La piccola spiaggia di Mazzarò sorge nella baia a nord dell'Isola Bella ed è una delle spiagge più apprezzate della zona. Il litorale, caratterizzato da sassolini, presenta dei tratti liberi e dei lidi attrezzati con ombrelloni e lettini. La spiaggia di Mazzarò è raggiungibile con la spettacolare funivia che parte da Taormina.
Il castello Saraceno si trova su una rocca del Monte Tauro, a quasi 400 metri di quota.
Da qui si poteva controllare la vallata del fiume Alcantara.
In età greca e romana, la rocca del Tauro era l'acropoli inferiore di Tauromenion.
Quella superiore, si trovava più a nord, presso l'attuale Castelmola.
Secondo la tradizione, il castello di Taormina fu costruito dagli arabi.
In realtà, non si conosce ancora il periodo in cui fu realizzato.
Tuttavia, è possibile che i musulmani ebbero nella rocca il loro baluardo nel 1079, durante l'assedio dei Normanni.
Il Conte Ruggero adottò un'ingegnosa strategia per tagliare ai saraceni ogni rifornimento: intorno a Taormina e alla sua rocca, il Conte fece edificare ventidue torri di legno. I musulmani si arresero dopo pochi mesi.
Durante il dominio di Federico II, chiamato "Stupor Mundi" per le sue qualità intellettuali, politiche e militari, il castello di Taormina fu affidato ad un nobile castellano.
La porta della fortezza era sorvegliata dalle sentinelle che sostavano sui camminamenti di ronda.
I muri esterni si sono conservati molto bene, mentre quelli interni sono quasi tutti crollati.
La cosiddetta Naumachia è una grande costruzione formata da un muro in mattoni, lungo 122 metri e alto 5.
Fu realizzata in età romana e più precisamente nel II sec. d.C.
Il nome Naumachia significa letteralmente "battaglia navale".
Infatti, una volta si credeva che il monumento fosse un circo acquatico, realizzato dai romani per le rappresentazioni di battaglie navali.
In realtà, il monumento è un grande ninfeo con nicchie, cioè una fontana monumentale con giochi d'acqua.
Le strutture romane sono state utilizzate come fondamenta per le case moderne.
Palazzo Ciampoli era una residenza signorile in stile catalano.
Nello stemma, situato sopra il portone d’ingresso è scolpita la data 1412 anno della sua costruzione.
Ciampoli era il nome della famiglia che possedette il palazzo, fino a che fu acquistato dalla Regione Siciliana.
Il palazzo sorge nel cuore del borgo medioevale di Taormina, che inizialmente si estendeva dalla torre dell’Orologio a porta Catania.
Nel mondo greco-romano, l'Odeon era un piccolo teatro destinato alle rappresentazioni musicali e letterarie.
L'Odeon di Taormina è un autentico gioiello di architettura romana su cui, nel corso dei secoli, furono costruite diverse strutture.
La cavea è divisa in cinque settori ed è sormontata da una galleria in mattoni.
Probabilmente, il monumento fu costruito nel II secolo d.C. su un tempio greco più antico, oggi nascosto dalla Chiesa di Santa Caterina che risale al XVII secolo.
Piazza Duomo era il luogo preferito dagli uomini illustri che in passato visitarono Taormina, come Oscar Wild, Guy de Maupassant, Alexander Dumas j., Richard Wagner e Johannes Brahms.
Sulla Piazza, oltre al Duomo, si affaccia anche il Palazzo del Comune.
Al centro della Piazza si trova una magnifica fontana, attribuita ad uno degli ultimi allievi del fiorentino Montorsoli.
La fontana fu costruita nel 1635 su gradoni circolari. Deliziose sono le quattro fontanelle laterali.
Sullo zampillo centrale è scolpito il Minotauro, simbolo della città di Taormina.
Piazza IX aprile è il "salotto" più elegante di Taormina.
Caratteristici sono i bar all'aperto e gli artisti che dipingono ritratti e paesaggi.
Dalla balconata si ammira un magnifico panorama che abbraccia l'Etna, la baia di Naxos e i ruderi del teatro antico di Taormina.
La piazza si chiama così perché il 9 aprile del 1860, durante una messa nella cattedrale taorminese, si sparse la voce che Garibaldi era sbarcato a Marsala per cominciare dalla Sicilia la liberazione dai Borboni.
La notizia si rivelò falsa: infatti Garibaldi sarebbe sbarcato a Marsala solo un mese dopo, cioè il 9 maggio.
I taorminesi vollero ugualmente ricordare quella data, dedicandole la piazza più bella della città.
La Piazza XV Aprile prima di allora, la piazza si chiamava Piazza Sant'Agostino, dal nome della chiesa edificata nel 1448 e che occupa un lato della piazza.
La chiesa è oggi sede della Biblioteca Comunale.
Un altro edificio religioso si trova su piazza IX aprile.
Si tratta della chiesa di San Giuseppe, edificata nel XVII secolo.
La chiesa è ancora aperta al culto ed è affidata ai Padri Salesiani.
Rappresenta un bell'esempio di barocco siciliano.
Di notevole bellezza è la duplice scalinata collocata davanti l'ingresso.
L'edificio più importante della piazza è certamente la torre, detta dell'Orologio.
Costruita nel XII secolo, fu più volte distrutta nel corso del tempo, ma fu sempre ricostruita.
Porta Catania delimita la parte Sud del Corso Umberto I, fa parte della seconda cinta muraria e la sua costruzione risale al 1440, data che risulta incisa nell'edicola raffigurante lo stemma Aragonese al centro sopra l'arco.
E' detta anche porta del Tocco, perchè nella piazzetta adiacente, in epoca normanna, si tenevano le riunioni pubbliche. L'ora del tocco era la prima ora dopo mezzogiorno, quindi segnalava le ore 13.00.
Porta Messina segna l’ingresso nord del centro storico della città. Da essa si accede al Corso Umberto I°, la via principale di Taormina. Mentre Porta Catania è la porta di accesso del lato sud.
Le due porte di ingresso facevano parte del triplice sistema di fortificazioni che si sviluppava da nord-est, realizzato dagli arabi per difendere la città.
Tra le due porte si innalza la Porta di Mezzo nota anche come Torre dell’orologio.
Porta Messina, inaugurata nel 1808 da Ferdinando IV di Borbone (come riportato nella lapide in cima alla Porta) è conosciuta anche come Porta Ferdinandea proprio in onore al re.
Il monumento antico più importante e meglio conservato di Taormina è il teatro.
Fu realizzato in un punto panoramico meraviglioso, da cui si ammirano la mole dell'Etna e il Mar Jonio.
Su alcuni gradini è inciso il nome di Filistide, la moglie di Ierone II, il tiranno di Siracusa che molto probabilmente nel III secolo a.C. fece costruire il teatro taorminese.
L'edificio fu ricostruito in età romana e più precisamente nel II secolo d.C.
La cavea, cioè lo spazio per le gradinate, ha un diametro di circa 109 metri ed è divisa in nove settori.
Il teatro di Taormina, per dimensioni, è il secondo della Sicilia dopo quello di Siracusa.
Alla sommità delle gradinate si trova un doppio portico, coperto da una volta.
Trentasei piccole nicchie si aprono sul muro del portico e forse servivano per accogliere alcune statue.
In età romana, l'orchestra del teatro fu trasformata in arena per i giochi dei gladiatori.
La scena presenta tre grandi aperture, fiancheggiate da nicchie e da colonne qui ricollocate nel XIX secolo, dall'Architetto Francesco Saverio Cavallari.
Da anni ormai, il teatro di Taormina è la splendida cornice di eventi culturali e di premi di livello internazionale.
Insieme alla terza cinta muraria, i cui resti sono ancora oggi visibili sul lato destro fino al castello, delimitava la parte della città definita 'borgo quattrocentesco'. Utilizzando un basamento esistente di una antica costruzione muraria difensiva, risalente all'epoca dell'origine della città, intorno al IV secolo a.C., la Torre fu costruita nel XII secolo, ma durantel'invasione delle truppe francesi di Luigi XIV nel 1676 fu rasa al suolo.
Nel 1679, per volere dei taorminesi, la Torre fu ricostruita ed in quell’occasione fu collocato, sul lato della piazza IX aprile, anche il grande orologio che la caratterizza ulteriormente. Da allora si usa identificarla come Torre dell'Orologio e non più Torre di Mezzo.
Le campane della Torre vengono suonate a festa il giorno dell'elezione del sindaco ed in occasione della processione nel giorno della festa del Patrono San Pancrazio che ricorre il 9 luglio.
La necropoli araba si trova a poche centinaia di metri dalla porta nord, lungo la provinciale che da Capo Taormina sale fino al centro della città. Si presume sia stata realizzata tra il IX e l’XI secolo. Viene definita a metodo colombario (celle simmetriche poste l’una sull’altra).
Nel 1635, per desiderio degli amministratori del tempo, nella piazza antistante il Duomo fu costruita una fontana realizzata in stile barocco che prende il nome "4 fontane" dalle quattro piccole colonne che si trovano ai quatto angoli del corpo centrale e che sono sormontate da quattro cavallucci marini dalla cui bocca usciva l'acqua che finiva nelle vaschette sottostanti.
Oggi solo un cavalluccio è ancora funzionante.
In realtà la fontana vera e propria è costituita dal corpo centrale, formata da due vasche, la più piccola delle quali sul bordo esterno porta incisi i nomi degli amministratori della città che ne ordinarono la costruzione: Vincenzo Spuches - Vincenzo Cacopardo - Geronimo Mena - Cesare Cipolla. Al centro della stessa vasca un piedistallo sorregge una Centauressa con in testa la corona che nella mano destra stringe lo scettro e nella mano sinistra il globo.
Il Palazzo Duchi di Santo Stefano fu costruito tra la fine del 1300 e i primi anni del 1400.
Era parte integrante della cinta muraria medievale di Taormina.
E' un capolavoro dell'arte gotica siciliana, ancorato all'esperienza arabo-normanna.
Su due facciate si trova un fregio che forma un magnifico merletto d'intarsi, grazie all’alternanza di tasselli in pietra lavica e di tasselli in pietra bianca di Siracusa.
Le bifore del primo piano sono molto semplici.
Molto elaborate sono le bifore del secondo piano.
Sono trilobate, cioè presentano una sorta di merletto a tre lobi a destra e a sinistra della colonna.
Sotto l’arco a sesto acuto, potete vedere un magnifico rosone traforato.
Nel 1700 fu realizzata la scala che dal piano terra porta al primo piano.
Nel giardino esiste ancora il pozzo per la raccolta dell’acqua piovana.
L’originario aspetto di edificio fortificato fu alleggerito nel trecento e nel quattrocento, quando vi abitarono le famiglie dei De Spauches, dei Duchi di Santo Stefano di Brifa e i Principi di Galati.
Il palazzo, oggi è la sede della Fondazione Mazzullo. Sono esposte numerose opere dell’artista Giuseppe Mazzullo, nato il15 febbraio del 1913 a Graniti, un piccolo paese del messinese, a ridosso delle suggestive gole dell’Alcantara.
Il Palazzo della Badia Vecchia fu realizzato nel quattordicesimo secolo.
Inizialmente era una torre a difesa delle mura che cingevano Taormina.
Secondo alcuni studiosi, l’edificio si chiama Badia Vecchia, perché doveva ospitare una Badia, cioè un’Abbazia, ove dimorò a Madre Badessa Eufemia, reggente dal 1355 del regno di Sicilia, in nome del fratello minore Federico IV detto il Semplice.
La Badia Vecchia rappresenta un bell’esempio di architettura gotica trecentesca, anche se è stata modificata nei secoli successivi.
Un fregio con intarsi in pietra lavica e pietra bianca di Siracusa decora e divide il primo dal secondo piano.
Il prospetto che guarda la città, è caratterizzato da tre magnifiche bifore a sesto acuto.
La bifora, è una finestra caratterizzata da una colonnina centrale, che divide l’apertura in due parti. Gli archi delle due bifore laterali sono decorati da un solo rosone, mentre l’arco della bifora centrale è ornato da tre rosoni.
Il palazzo è coronato da merli a coda di rondine, proprio come un castello medievale.
La Badia Vecchia è sede del Museo Archeologico di Taormina.
Sono esposti alcuni materiali provenienti dagli scavi recenti di Taormina, effettuati tra il 1984 e il 1998 dalla Soprintendenza di Messina.
Nelle tre sale sono esposti reperti di periodo ellenistico, cioè risalenti al IV secolo a.C., e ancora ceramiche e rari contenitori in vetro di età romana.
Non mancano frammenti di vasi in protomaiolica del tredicesimo secolo e maioliche rinascimentali.
Il Palazzo Corvaja sorse sull'antico foro romano, la piazza dell'antica Tauromenion. Il nucleo originario del Palazzo era una torre realizzata dagli arabi tra il 902 e il 1079. La torre aveva forma cubica, proprio come la Kaba della Mecca, che secondo Maometto fu il primo tempio innalzato a Dio da Abramo. A Palazzo Corvaja si riunì il Parlamento siciliano nell'anno 1411. Le assemblee furono presiedute dalla regina spagnola Bianca di Navarra, che in quel periodo governava la Sicilia e che scelse il Palazzo come residenza estiva.
Il nome attuale del Palazzo si riferisce alla nobile famiglia dei Corvaja, che vi abitò dal 1538 al 1945. Dopo molte trasformazioni, nel 1946 il Palazzo fu restaurato dall’architetto Armando Dillon.
Il Corso Umberto I°, la via più importante di Taormina, intitolata ad Umberto I di Savoia re d'Italia dal 1878 al 1900, era parte integrante dell’antica via Valeria che anticamente collegava Messina con Catania.
In epoca romana la via Valeria attraversava la città per poi riscendere verso il mare giù dalla vallata del torrente Sirina.
Col trascorrere del tempo, la via Valeria è stata testimone di tanti cambiamenti.
La maggior parte dei monumenti di epoca greco-romana hanno lasciato il posto a nuove costruzioni come: il tempio di Giove Serapide che ha lasciato il posto alla Chiesa di S. Pancrazio e sui resti dell’Odeon, è nata la Chiesa di S. Caterina. Inoltre sono sorti palazzi, chiese e, tutt'intorno alla via si è formato l’attuale centro storico.
Il Corso Umberto I°, delimitato a Nord da Porta Messina e a sud da Porta Catania, ci offre testimonianze di stili di epoche diverse, dallo stile arabo a quello normanno, dal gotico al barocco.
Inoltre, oggi il Corso Umberto I° è una splendida via pedonale ricca di negozi e locali tipici, ed ogni giorno vi passano milioni di visitatori da tutto il mondo.
La via Teatro Greco, è la caratteristica via con antichi palazzi e negozietti di souvenir e prodotti tipici locali che da Piazza Badia conduce al Teatro Greco.
A sinistra della via si apre una bella scalinata dedicata a Timoleone, generale di Corinto che a Taormina aveva istituito il suo quartier generale, e che liberò la Sicilia dai Tiranni e dal pericolo cartaginese.
La scalinata imita quella di Trinità dei Monti in Piazza di Spagna a Roma, e qui in onore alla scalinata romana, ogni anno, nel mese di Maggio, vi sono esposte piante di azalee.
Inoltre si può ammirare lo splendido palazzo dove visse Lady Florence Trevelyan, moglie del professor Salvatore Cacciola, ricca Lady inglese che fece costruire i giardini pubblici.
Piazza San Domenico de Guzmàn è caratterizzata da due file di alberi, prende il nome dell'ex convento dei Frati Domenicani, oggi Grand Hotel San Domenico, e fa da crocevia ad altre sei vie. Qui si trovava anche lo studio del pittore Wilhelm von Gloden.
La Cattedrale fortezza, come venne definito il Duomo di Taormina, fu edificata intono al 1400 sui ruderi di una piccola chiesetta di epoca medievale e dedicata a San Nicola di Bari.
Ha una struttura a croce latina con tre navate. Nelle due laterali trovano posto i sei altari minori. Sei colonne, tre per lato, di origine monolitica in marmo rosa di Taormina e sormontate da capitelli decorati a foglia e a squama di pesce, sostengono la navata centrale. Quest’ultima si apre sotto un soffitto a travi di legno con mensole intagliate, che riproducono motivi arabi resi in gusto gotico.
Di notevole interesse il portale principale, ristrutturato nel 1636, con un grande rosone scolpito d’ispirazione rinascimentale.
La chiesa di San Pancrazio, vescovo e patrono di Taormina, risalente al XVIII secolo in stile barocco, sorge sulle rovine di un tempio greco dedicato a Giove Serapide, i cui blocchi di pietra del basamento sono ancora ben visibili all'esterno della chiesa.
San Pancrazio nacque ad Antiochia e fu mandato da San Pietro in Sicilia come Vescovo di Taormina. In Sicilia riuscì a convertire parecchi pagani, i suoi nemici durante un banchetto volevano costringerlo a baciare un idolo di legno, ma il Vescovo con un segno di croce lo ridusse in frantumi. Questo gesto gli costò la vita, infatti fu martoriato e ucciso.
Il patrono di Taormina si festeggia il 9 luglio, ma solo ogni quattro anni si svolge la festa solenne, durante la quale sia la Vara di San Pancrazio che quella di San Pietro vengono portate in processione per le vie del paese.
La Chiesa di S. Antonio e convento dei Frati Minori Cappuccini venne costruita fuori le mura, presso l’antica chiesa di S. Caterina Alessandria, dai monaci dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini che arrivarono a Taormina nel 1559.
La preesistente chiesa di S. Caterina d'Alessandria risaliva al 1400, accanto ad essa nel 1551 fu costruito il convento dei Cappuccini.
Il convento venne venduto ai Padri Cappuccini il 27 di Aprile del 1610, al prezzo di 2.000 fiorini, con il consenso dell’Arcivescovo di Messina e dello spagnolo Pietro Ruiz de Valdeviesco, per ingrandire il convento.
I nobili e alcuni cittadini promisero di pagare la suddetta somma e nel contempo alla vendita decisero di costruire un'altra chiesa intitolata a S. Caterina dentro le mura.
Nella facciata principale si apre un bellissimo portale ogivo, i cui stipiti sono in pietra di Taormina, e il cui architrave con mensole di raccordo è in marmo rosso di Taormina. Sopra l’architrave c’è l’arco ogivo molto ornato, e ai lati degli stipiti ci sono due colonnine a tortiglione, e tutto il portale è incorniciato da una decorazione di nera pomice lavica, secondo lo stile tradizionale tauromenitano.
Il portale della chiesa dei Cappuccini è sovrastato da una finestra rettangolare, sopra la quale un piccolo rosone decora la facciata.
Nella chiesa di conserva ancora oggi un orologio solare o Meridiana, che porta la data 1837.
Nella facciata est della chiesa c e un altro bel portale che è stato murato nel 1766, come testimonia la data incisa sull’intonaco; questo portale murato ha gli stipiti e l’architrave interni in pietra di Taormina, mentre gli stipiti esterni, che imitano colonne con capitelli di stile corinzio, cioè sono delle finte colonne, e l’architrave relativo sono in marmo rosso di Taormina.
Il campanile è di recente costruzione. Fu costruito nel 1932 in sostituzione di un minuscolo campanile incorporato sul lato sinistro della facciata.
Le suore antoniane “Figlie del divino zelo , presero possesso dell’ex-convento dei Cappuccini il 12 gennaio 1902, e da allora soprintendono all’Orfanotrofio Antoniano femminile.
La chiesa di San Giuseppe, situata accanto alla Torre dell'Orologio o Torre di mezzo, si affaccia dominandola sulla piazza IX Aprile. Fu costruita tra la fine del 1600 e l'inizio del 1700 in stile barocco. Una doppia rampa di scale, delimitata da una balaustra in pietra di Siracusa, porta sul sagrato della chiesa. La facciata è costituita da un grande portale centrale, realizzato con marmi di Taormina di diversi colori, dal quale si accede all'interno, e due piccoli portali laterali, realizzati in piestra di Siracusa, dai quali si accede in sagrestia a destra e in una piccola saletta spesso usata per mostre di pittura a sinistra. Sul lato destro della chiesa sorge il grande campanile, la cui parte inferiore è fatta con grossi blocchi di pietra di Taormina. La chiesa era la sede della “Confraternita delle anime del Purgatorio” per questo motivo in diversi punti della facciata ed anche all'interno della chiesa si possono notare delle figure umane in mezzo alle fiamme che simboleggiano la purificazione dai peccati. All’interno, la chiesa è ad una sola navata con un transetto che ha al suo centro una cupola in cui si può ammirare un affresco che raffigura San Giovanni Bosco bambino fra la Madonna e Gesù.
Sono i Padri Salesiani, a Taormina dal 1911, che di occupano della chiesa dal 1919.
La Chiesa di Santa Caterina d'Alessandria d'Egitto sorge sulle rovine dell'Odeon, costruito a sua volta sui resti di un tempio greco dedicato probabilmente ad Afrodite. La chiesa in stile barocco fu costruita nella prima metà del 1600. Entrando a destra su di una colonna è posta la statua in marmo di Santa Caterina risalente al 1493, questa statua si trovava prima nell’antica chiesa di S. Caterina fuori le mura, l'attuale chiesa dei Cappuccini. L’interno della chiesa è ad una sola navata. Sotto il pavimento della chiesa c’è una cripta, rinvenuta durante il restauro avvenuto negli anni '70, in cui anticamente venivano sepolte le persone importanti. Il restauro ha portato anche alla luce, nel lato destro della chiesa, i ruderi di muri e di acciottolato di epoca greco-romana che sono stati recintati da una ringhiera in ferro battuto. Il portale è in marmo rosa di Taormina, mentre tutte le aperture della facciata sono realizzate in pietra di Siracusa.
Al centro della facciata, sopra il portale, è collocata in una nicchia la statua di Santa Caterina scolpita nell'anno 1705 ad opera di Paolo Greco.
Rimasta per circa 40 anni in stato di precarietà e chiusa, la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria è stata restaurata e riaperta al culto il 25 novembre del 1977.
La chiesa di Santa Domenica, risalente al 1600, sia all'esterno che all'interno, architettonicamente è molto semplice. L'interno è ad una sola navata e ciò che sorprende, vista la semplicità della chiesa, è l'altare maggiore, in stile barocco, tutto in marmo rosso di Taormina, al di sopra del quale c'è dipinta l'immagine di Santa Domenica, Vergine che subì il martirio il 6 luglio del 303 d.C..
Ai lati dell'altare maggiore ci sono due nicchie: in quella di sinistra c'è la statua di Santa Rita da Cascia ed in quella di destra i Santi Cosma e Damiano. La Sagrestia è dietro l'altare maggiore e vi si può accedere sia dall'interno che dall'esterno.
La Chiesa del Varò o della Visitazione risale al XV secolo, ma probabilmente la sua origine è ancora più antica, infatti all'interno della Chiesa c'è una cripta tipica del tempo in cui i Cristiani erano costretti a nascondersi per poter professare la loro fede. All'interno la Chiesa è formata da una sola navata, sull'altare c'è la statua in cartapesta della Madonna Addolorata. Esternamente non è molto artistica, ma si segnala il portale principale che è in pietra di Taormina ed una piccola torre che è il campanile della Chiesa.
Ogni anno parte da questa Chiesa una delle processioni più sentite e caratteristiche, quella del Venerdì Santo. In una atmosfera quasi medievale, tutte vestite di nero le sorelle della congregazione della Madonna Addolorata, a turno portano in spalla la vara della Madonna e tutte le altre con le candele accompagnano la Madonna e le varette che rappresentano la morte di Gesù lungo il centro storico, illuminato da torce appese ai muri.
La chiesa si S. Pietro si trova fuori dal centro storico ed esattamente sulla strada provinciale, via L. Pirandello.
Si ritiene che la chiesa di S. Pietro sia la più antica chiesa cristiana di Taormina. Fu costruita in mezzo alla necropoli araba e sulle rovine di un tempio greco.
La facciata della chiesa risale al sec. XVIII e mostra un semplice portale con stipiti ed architrave in pietra di Taormina e al di sopra di quest’ultimo c’è un arco a tutto sesto anch'esso in pietra di Taormina.
Il portale è sovrastato da una finestra con stipiti ed architrave in pietra di Siracusa, il cui davanzale poggia sull’arco della porta. La parte alta degli stipiti della finestra è decorata con una doppia voluta scolpita nella pietra.
Al colmo della facciata, che segue lo stile a doppio spiovente dell’epoca barocca, cioè come un doppio frontone di tempio greco, c’è una piccola croce di ferro.
Nella volta della piccola abside dietro l’altar maggiore, contornato dal solito fregio di nera pomice lavica, ci sono degli affreschi quattrocenteschi che hanno una loro robustezza figurativa e di colore. Questi affreschi nel 700 furono ricoperti da altre pitture che l’umidità ha però screpolato, rimettendo in luce quelle originali, che rappresentano i 12 Apostoli.
Nella chiesa c’è solo la statua con la vara di S. Pietro, ma non quella di S. Paolo, anche se la chiesa è intitolata ai due Santi; la statua è di cartapesta, decorata con oro zecchino risale al 1500, mentre la “vara" è di legno.
La chiesa della Madonna della Rocca, risalente al secolo XII e restaurata nel 1600, sorge su un piccolo monte che sovrasta Taormina dal quale si gode un panorama mozzafiato.
La piccola chiesa della Madonna della Rocca è così chiamata perchè fu costruita e scolpita nella roccia.
La leggenda vuole che durante un temporale un pastorello per ripararsi con il suo gregge entrò dentro una grotta e, al bagliore dei lampi, vide una signora con in braccio un bambino, spaventato fuggì lasciando le pecore. Tornato con i suoi genitori, nel punto dove aveva visto la signora, c'era una crepa nella roccia al cui interno si vedeva un dipinto raffigurante la signora con il bambino. Dall'apparizione della Madonna al pastorello, la piccola grotta divenne luogo di pellegrinaggio per tanti fedeli che ancora oggi, ogni terza domenica di settembre, si recano presso la chiesa per festeggiare la Madonna della Rocca
Vicino all'ingresso della Villa Comunale, una piccola stradina collega Taormina alla stazione ferroviaria. Lungo questa stradina è ubicata una piccola Cappella dedicata alla Madonna delle Grazie fatta costruire da un marinaio scampato ad una tempesta mentre si trovava sulla sua barca. La Cappella è molto piccola e priva di qualsiasi ornamento, vi è soltanto un piccolo altare con sopra l'immagine della Madonna scolpita in pietra. La festa della Madonna delle Grazie si celebra il 2 luglio.
Il convento dei domenicani fu il terzo monastero ad essere edificato a Taormina. Esso fu fondato nel 1374 e completato nel 1383. La sua origine e la sua storia sono legate al frate domenicano Damiano Rosso, discendente degli Altavilla e Principe di Cerami. Questi, divenuto frate, donò tutti i suoi beni, compreso il palazzo poi trasformato in convento, all’ordine religioso dei domenicani, e al frate Girolamo de Luna, nobile taorminese che con la sua predicazione di missionario convinse i taorminesi a volere un convento di frati Predicatori.
Il frate domenicano, Damiano Rosso, quando nel 1430 fece definitiva donazione di tutti i suoi beni al convento, pose una clausola il cui contenuto si conobbe solo nel 1886. Era l’anno del passaggio allo Stato dei beni ecclesiastici e pertanto, anche del San Domenico allorquando il funzionario incaricato dallo stato si presentò all’ultimo frate rimasto, tentando di strappargli le chiavi di mano, il domenicano reagì rivelando un antico testamento agli eredi di Damiano Rosso. L’antica pergamena, rimasta segreta fino ad allora, diceva che il convento stesso sarebbe ritornato agli eredi qualora i monaci lo avessero abbandonato. Fu così che i Principi di Cerami eredi dei Rosso di Altavilla, poterono prendere possesso dell’edificio che successivamente venne trasformato in albergo nel 1896, suscitando così grande fascino tra i suoi ospiti che divenne uno degli Hotel più famosi e lussuosi d'Italia.
Le 40 celle dei frati furono trasformate in eleganti stanze.
Rimase aperta al culto solo la chiesa dell’ex convento (dedicata a Sant’Agata), che però fu distrutta dai bombardamenti del 9 luglio 1943. Sui suoi ruderi sorge oggi la sala congressi dell’albergo, che ancora conserva i resti degli altari minori.
All’ex convento si accede attraverso un grande portale secentesco, ove è posto lo stemma dell’ordine monastico dei domenicani, scolpito in marmo. Superata la hall dell’attuale albergo, si nota il chiostro, a pianta quadrata con sette archi, per ogni lato, che poggiano su 29 colonne. Un altro chiostro più piccolo, è costituito da sei arcate per lato, con archi poggianti su 25 colonnine.
Il convento dei Frati Minori Osservanti (Francescani) è ritenuto il più antico convento di Regolari a Taormina, e la Chiesa, ad esso annessa, è intitolata a S. Maria di Gesù.
Il convento venne fondato nel 1221. Si pensa che sia stato il quarto convento a sorgere in Sicilia, Qui vi soggiornò Sant’Antonio da Padova, durante il viaggio per il Nord Africa per portare il vangelo ai Saraceni.
Il convento possiede un chiostro formato da tre arcate per ognuno dei quattro lati, poggianti su 12 colonne monolitiche in pietra di Taormina e al suo interno si può ammirare il grande portale di stile rinascimentale, esso risale ai primi anni del 1300, ed è un notevole esempio di architettura locale.
Sia il portale, che l’arco inflesso, che sovrasta l’architrave, sono decorati da una doppia bordura di nera pomice lavica; la prima bordura esterna è una linea continua, mentre quella interna è fatta con rombi in pietra pomice nera di lava.
La chiesa di S. Maria di Gesù annessa al convento, aveva un altare maggiore fatto con policromi marmi di Taormina (simile a quello del Duomo) oggi scomparso.
Un grande arco a tutto sesto sovrasta l’altare maggiore, mentre ci sono 5 archi con icone nella parete sinistra e 5 nella destra, e tutti gli archi hanno finte colonne e capitelli di stile corinzio.
Accanto a dove si trovava l’altare maggiore, c’era la tomba di un Geronimo Lombardo, Sacerdote, di cui resta la lapide marmorea, adesso posizionata in un angolo del cortile interno.
Nella sagrestia della Chiesa si conserva una ricca fonte battesimale o acquasantiera, fatta in marmi policromi di Taormina, nella cui vaschetta c’è un antico affresco che rappresenta il battesimo di Gesù Cristo da parte di S. Giovanni Battista.
Sia il battistero che l’affresco risalgono al tempo della fondazione del convento.
I frati francescani abitarono nel convento fino al 1866 fino a quando fu emanata la legge di soppressione degli Ordini religiosi e di esproprio dei loro beni.
Il convento e la chiesa furono espropriati ed incamerati dal Demanio dello Stato italiano, la chiesa di S. Maria di Gesù era sotto il patrocinio della nobile famiglia De Spuches, Duchi di S. Stefano e Principi di Galati. Nella chiesa erano dipinte le armi gentilizie dei De Spuches, e in essa erano sepolti diversi componenti della Casata.
Guglielmo De Spuches, Castellano di Castelmola, assieme al figlio Giacomo, fece costruire nel 1445 la cappella gotica a sinistra nella chiesa.
Il 28 agosto 1870, il convento dei frati Minori Osservanti, fu venduto per Lire 2.500 all’inglese Rainford.
Mr Rainford li vendette poi alla famiglia taorminese Atenasio, che a sua volta li alienò all’inglese Hill, finché la figlia di Mr. Hill, miss Mabel Hill, vendette il complesso monastico, costituito del convento, della chiesa e dal giardino, alle Suore Francescane Missionarie di Santa Maria di Gesù. che ne entrarono in possesso il 16 luglio 1921, pagando la somma di £. 1.200.000.
Le Suore Missionarie Francescane di Maria, all’inizio vi costituirono una fiorente scuola di ricamo, poi un asilo infantile ed una scuola Media e Magistrale, mentre il vecchio convento francescano in una Casa di Riposo per anziani.
Da alcuni anni l'Istituto è passato sotto la gestione dei Fratelli Maristi e al posto dell'Istituto Magistrale c'è il Liceo Classico.
La chiesa Anglicana, in stile greco-romano, fu fatta costruire dalla piccola colonia inglese che si era stabilita a Taormina.
La chiesa si trova in via Pirandello, sotto il livello della strada.
Nella facciata principale si apre il portale in pietra di Siracusa adornato da pietra nera vulcanica.
Mentre nella facciata rivolta a nord si trovano tre finestre in pietra di Siracusa.
La facciata ad ovest è ornata da un grande rosone e una croce in pietra di Siracusa.
L'interno della chiesa è a due navate divise in tre arcate a tutto sesto sempre in pietra di Siracusa.
L'altare della chiesa è molto semplice e la sua bellezza è fatta risaltare da un mosaico in vetro raffigurante Gesù Cristo in croce, con a destra Santa Caterina e a sinistra S. Giorgio.
Si pensa che questo mosaico, unico a Taormina, fu fatto realizzare da Sir Edward e Lady Hill in una cappella nella chiesa dell'ex convento dei Frati Minori Osservanti, chiamata poi “Villa S. Caterina”.
All'interno vi sono lapide e targhe commemorative ai soldati caduti nella guerra del 1914-18, ai soldati del 30° Corpo caduti in Tunisia nel 1942, agli ufficiali e ai soldati della 50° Divisione caduti nella campagna di Sicilia nel Luglio-Agosto 1943.
Numerose sono le manifestazioni e gli eventi che ogni anno, soprattutto nella stagione estiva, hanno sede a Taormina. Scenario d'eccezione di concerti , musica classica e leggera, opere teatrali, opere liriche, grandi serate di spettacolo spesso riprese da emittenti radiotelevisive è il Teatro antico di Taormina.
Dal 1983, gli eventi più significativi, sono realizzati nell'ambito di Taormina Arte, l'istituzione culturale che cura l'organizzazione della rassegna di musica, teatro e danza. Nella programmazione rientra anche il Taormina Film Fest, il festival del Cinema di Taormina, erede della Rassegna Cinematografica di Messina e Taormina, nata nel 1960, che per un ventennio ospitò il David di Donatello, con la partecipazione dei più famosi personaggi dello spettacolo. Nell'ambito del Festival del Cinema sono consegnati, al Teatro antico, i prestigiosi Nastri d'Argento, premi conferiti dai giornalisti cinematografici. Dal 2005, Taormina Arte, organizza, ad ottobre, il Giuseppe Sinopoli Festival, rassegna dedicata al grande direttore d'orchestra, scomparso nel 2001, per anni direttore artistico di Taormina Arte. Nell'ambito di Taormina Arte, a metà giugno, ogni anno al Teatro Greco, si svolge la premiazione del Premio Internazionale di Giornalismo Taormina Media Award W.Goethe ; i premi vengono assegnati da una prestigiosa giuria internazionale composta da Accademici Nobel e famosi scrittori e giornalisti. L'ultima settimana di settembre Taormina celebra "Le Belle Lettere" e diventa la città del libro e della letteratura grazie a Taobuk, Festival Internazionale del Libro. Il festival prende vita in location storiche, come il Teatro Antico e Piazza IX Aprile. Lungo i sette giorni, Taormina ospita prestigiosi autori di fama internazionale, incontri culturali, mostre d'arte, rassegne cinematografiche e dal 2014 assegna il premio Taobuk Award a persone d'eccellenza nel panorama nazionale ed internazionale.
Le squadre di calcio della città sono: l'A.S.D. Taormina Calcio, che milita nel girone B dell'Eccellenza; l'A.S.D. Sporting Taormina, che milita nel girone C di Promozione; l'A.S.D. Atletico Taormina Calcio, vincitrice 2011/12 del campionato di terza categoria, girone C, di Messina, che milita attualmente nel campionato di prima categoria.
Il Taormina Sporting Club, fondata nel 1925, ha riscosso successi soprattutto nel nuoto e nel tennis, conquistando titoli nazionali e regionali, sia individuali che societari.
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