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giovedì 20 aprile 2017

IL CORRIDOIO DEGLI ICEBERG



L’ampio canale che va dalla Baia di Baffin, all’estremo nord, fino alla regione del Labrador e e all’isola di Newfoundland, per concludersi nell’Oceano Atlantico, è anche chiamato «Iceberg Alley», ovvero il corridoio delle montagne di ghiaccio. In questo «budello» si infilano infatti i grandi ammassi di ghiaccio che si staccano dai ghiacciai della Groenlandia o dalla banchisa nel loro percorso verso Sud, trascinati dalle correnti verso le acque più calde.

L'arrivo degli iceberg porta  fascino e magia, soprattutto nel  piccolo villaggio di Ferryland, sulla costa dell'isola di Terranova (o Newfoundland, in inglese), dove non è infrequente osservare il passaggio dei giganti di ghiaccio.

Dopo aver seguito il percorso di un iceberg alla deriva, le scoperte del team di ricerca potrebbero avere implicazioni nello studio dei cambiamenti climatici. Gli iceberg, infatti, raffreddano e diluiscono l’acqua dell’oceano che attraversano e influenzano anche la distribuzione di anidride carbonica assorbita dal fitoplancton nell’Oceano Antartico, secondo un team di ricercatori della Università della California – San Diego e dell’Università di San Diego.

Gli effetti sono suscettibili di influenzare la crescita del fitoplancton nel settore sud dell’Oceano Atlantico, specialmente in una zona conosciuta come il “corridoio degli iceberg”, a est della Penisola Antartica.



L’aumento della crescita del fitoplancton farebbe aumentare il tasso con quale viene rimossa l’anidride carbonica dal mare, un processo importante nel ciclo del carbonio, hanno detto i ricercatori dello studio, finanziato della National Science Foundation (NSF).

“Gli iceberg attraverso lo scioglimento e il rilascio dei propri ghiacci hanno un ruolo di primo piano nella distribuzione di fitoplancton nel mare di Weddell,” ha detto uno degli autori, John J. Helly, che lavora presso il San Diego Supercomputer Center e presso la Scripps Institution of Oceanography.

“I risultati dimostrano che gli iceberg influenzano il clima più di quanto precedentemente ipotizzato”, ha aggiunto il co-autore Ronald S. Kaufmann, professore associato di Scienze Marine e studi ambientali presso l’Università di San Diego.

I risultati documentano un cambiamento persistente nelle caratteristiche fisiche e biologiche delle acque di superficie dopo il transito di un iceberg. La modifica delle proprietà delle acque superficiali come la salinità dopo il passaggio dell’iceberg preso in esame è durato almeno dieci giorni, molto più a lungo di quanto era stato previsto.

Il campionamento è stato condotto con un metodo di mappatura della superficie utilizzata per rilevare l’area intorno a un iceberg per più di 32 chilometri di lunghezza. Il team ha esaminato la stessa area di nuovo dieci giorni più tardi, dopo che l’iceberg si era allontanato. Dopo dieci giorni, gli scienziati hanno osservato un aumento delle concentrazioni di clorofilla a ridotte concentrazioni di biossido di carbonio rispetto alle zone senza iceberg.

“Siamo stati molto sorpresi di trovare la persistenza degli effetti dell’iceberg per molti giorni”, ha detto Helly, direttore del Laboratorio di Scienze Ambientali e della Terra.

I nuovi risultati dimostrano che gli iceberg forniscono una connessione tra i domini geofisici e biologici che influisce direttamente sul ciclo del carbonio nell’Oceano Meridionale. Questa ricerca estende in modo significativo i risultati di precedenti ricerche condotte nello stesso campo e rivela le proprietà dinamiche degli iceberg e dei loro effetti sul mare in modi inaspettati.

“Questi risultati confermano che gli iceberg sono una componente dinamica e significativa degli ecosistemi polari”, ha detto Roberta L. Marinelli, direttore dell’Antarctic Organisms and Ecosystems Program dell’NSF.


martedì 15 marzo 2016

I PINGUINI



10.000 pinguini Adelaide stanno resistendo alla fame e a lunghissime camminate sul ghiaccio nell'Antartide orientale. È un'odissea che inizia nel dicembre 2010, quando la baia sopra Cape Denison - dove normalmente i ghiacci superficiali che si formavano sul mare venivano portati al largo dalla corrente, lasciando libero il mare ricco di pesci - si è trovata ostruita da un gigantesco tappo di 2.900 km quadrati di ghiaccio (quasi quanto la Val d'Aosta): l'iceberg B09B, che vagava lungo la costa da circa 20 anni. L'incagliarsi di questa montagna viaggiante - evento raro, in quanto il riscaldamento globale non causa, di norma, il distacco di iceberg così grandi - ha fatto sì che le acque della baia si gelassero di un ghiaccio permanente spesso fino a tre metri, e i pinguini di Adelia (Pygoscelis adeliae) locali, che per sopravvivere hanno bisogno di mare aperto o perlomeno di buchi nel pack entro due chilometri dalle loro colonie, non hanno più potuto nutrirsi in zona.

Per trovare cibo per sé e soprattutto per i propri piccoli, sono stati costretti a lunghi itinerari di oltre 60 chilometri in cerca di mare libero, cosa che col tempo ne ha decimato il numero: perché la capacità dei genitori di riportare cibo ai nidi varia in funzione della distanza che devono ricoprire per approvvigionarsi, e l'ordalia in mezzo al ghiaccio significa malnutrizione.

A rivelare tutto questo è lo studio pubblicato dai biologi Kerry-Jayne Wilson e Christopher Fogwill, che ha un valore scientifico notevole: a oggi sono pochissimi gli studi che mostrano gli effetti dell'arrivo di un iceberg in prossimità di un ecosistema marino. Ma quello che è un gigantesco esperimento naturale per gli scienziati, che può darci indicazioni importanti su come difenderci dagli impatti più seri del cambiamento climatico, per le colonie di pinguini di Adelia della Commonwealth Bay si è rivelato un calo drammatico dai circa 200.000 individui stimati nell'area prima del 2010 ai circa 10.000 di oggi, che occupano 5520 nidi: 4319 nidi a Cape Denison e 1201 nidi sulla vicina Petrel Hill.

È un conto approssimativo, fatto dai biologi considerando soltanto i pinguini osservati nei pressi dei nidi, ma si stima accurato al 90-95%. Testimonianze della sparizione di pinguini nella zona si erano già notate durante osservazioni del dicembre 2013, quando erano stati trovati nidi vuoti e uova abbandonate, e nessun segno visibile che i pinguini fossero riusciti a forare il denso ghiaccio presente nella baia per riconquistare i loro pesci. Molto migliori erano le condizioni dei pinguini di Adelia nella colonia delle vicine isole Hodgeman, risparmiate dall'impatto raggelante dell'iceberg, che i biologi hanno trovato "rumorosi e aggressivi come al solito", come dice lo studio, e senza uova abbandonate o carcasse di pulcini.



Sono proprio le colonie vicine a Cape Denison che danno le maggiori speranze per la sopravvivenza dei pinguini della baia: l'allarme che i biologi della University of New South Wales e dell'associazione animalista West Coast Penguin Trust hanno lanciato è che se l'iceberg non si scioglierà, e in assenza di una mobilitazione per salvarla, entro vent'anni la popolazione locale di Cape Denison potrebbe azzerarsi. Anche perché loro, i pinguini, non danno segno di voler migrare: nonostante il mutato paesaggio della baia, molti pinguini continuano a tornare a Cape Denison per riprodursi. Chissà, forse hanno notato anche loro un piccolo segno di speranza visto dagli esperti: da circa un anno sono comparse delle crepe nell'iceberg invasore.

Il dramma è che per salvare i pinguini Adelaide si dovrebbe eliminare l’iceberg… ma ciò è sbagliato, sia perchè non si deve mai interferire con la natura e sia perchè gli scienziati stanno studiando con molto interesse questo “incastramento” anomalo che non si verificava da anni.



venerdì 18 dicembre 2015

IL CANALE DI DRAKE



Il canale di Drake è il nome dato al tratto di mare che separa capo Horn, l'estremità più meridionale dell'America Meridionale, dalle isole Shetland Meridionali, in Antartide, congiungendo il mar di Scotia, la parte sud-occidentale dell'oceano Atlantico, con la parte sud-orientale dell'oceano Pacifico.

Il canale di Drake è stato chiamato così in onore di Francis Drake, la cui ultima nave, dopo aver passato lo stretto di Magellano, nel settembre 1578 fu spinta ancora più a sud, a dimostrazione dell'esistenza di un collegamento tra l'Atlantico e il Pacifico.

Un secolo prima questo canale era stato chiamato mar di Hoces da una flotta di navi spagnole che nel 1525, guidate da Francisco de Hoces, furono spinte a sud prima di entrare nello stretto di Magellano e ipotizzarono l'esistenza di questo canale.

Il primo a navigare nel canale di Drake fu invece l'esploratore olandese Willem Schouten nel 1616 a bordo della nave Eendracht, che diede anche il nome a capo Horn.

Lo stretto è largo circa 645 chilometri ed è situato ad una latitudine completamente priva di terre emerse che permette alle impetuose “Westerlies australi”, i fortissimi venti occidentali dell’emisfero meridionale che scorrono lungo le medie e basse latitudini, di percorrere l’intero globo in modo ininterrotto, facendo uno dei tratti di mare più tempestosi dell’intero pianeta.

Difatti, senza la presenza dello stretto di Drake, le “Westerlies”, che soffiano con grande forza lungo i mari che costeggiano il continente antartico, non divenivano così violente e ininterrotte sui mari del sud. A secondo della latitudine questi venti possenti, generati dai forti “grandienti termici orizzontali” e di geopotenziali che si instaurano con una certa regolarità tra l’entroterra antartico e i mari del sud, vengono indicati dai marinai e pescatori con diverse nomi. Si definiscono “Roaring Forties” (quaranta ruggenti) i forti venti che soffiano fino ai 40° di latitudine sud, “Howling Fifties” (cinquanta urlanti) fino ai 50° di latitudine sud e “Screeching Sixties” (sessanta stridenti) fino ai 60° di latitudine sud. Le fortissime “Westerlies” che sferzano i mari sub-antartici si generano lungo il confine tra il robusto anticiclone termico che regna sopra il Plateau dell’Antartide e le profonde circolazioni depressionarie sub-polari che si formano di continuo fra i 70° e i 60° di latitudine sud, spostandosi velocemente da ovest ad est.



Durante tutto l’anno, soprattutto nel pieno dell’inverno australe, lungo i mari sub-antartici i grandi cicloni extratropicali che si muovono a gran velocità attorno le coste del Polo Sud, sotto la spinta delle fortissime “Westerlies”, accompagnano violente tempeste di vento che quasi quotidianamente sferzano i settori più meridionali dell’oceano Pacifico, l’Atlantico e l’Indiano. Molte di queste tempeste, muovendosi molto velocemente da ovest ad est, approfittando del mancato attrito esercitato dalle terre emerse, riescono a percorrere l’intero emisfero australe, dal Pacifico meridionale fino all’oceano Indiano, rimanendo quasi del tutto inalterate nella forza e nella direzione. In più le grandi onde generate, che possono raggiungere i 14-16 metri di altezza con picchi di oltre i 18-20 metri, non essendoci le terre emerse (come invece avviene nell’emisfero boreale) si accompagnano per migliaia di miglia, interessando i vari oceani.

Ad esempio può capitare che le grandi onde prodotte da una forte tempesta di vento, con venti di uragano, che si sviluppa sull’oceano Atlantico meridionale, sotto la spinta delle “Westerlies” possono propagarsi fino all’oceano Indiano e al Pacifico meridionale, per poi interagire con un altro sistema di grandi onde, molte volte di dimensioni più piccole. Da tale interazione possono nascere dei veri e propri muri d’acqua, capaci di superare i 18-20 metri di altezza, che avanzano con una certa rapidità da ovest verso est, passando anche per il mar di Drake. Queste grandi ondate alle volte possono raggiungere, seppur indebolite, con un altezza di circa 1/3 rispetto il mare aperto, le coste antartiche spaccando la banchisa e mandando alla deriva molti iceberg.

Spesso, proprio in prossimità dello stretto di Drake, i furiosi venti dai quadranti occidentali provenienti dal Pacifico meridionale e richiamati da profonde aree cicloniche sub-polari attestate davanti le coste antartiche tendono a “canalizzarsi” nel tratto di mare compreso fra Capo Horn e la punta più settentrionale della penisola Antartica, con una conseguente intensificazione dei venti che possono facilmente raggiungere l’intensità di un uragano, con raffiche di oltre i 160-170 km/h. In queste situazione doppiare Capo Horn diventa una impresa impossibile, anche per le navi di media e grande stazza che si trovano costrette a fronteggiare delle condizioni a dir poco estreme. Purtroppo queste situazioni meteo/marine cosi estreme spesso sono state le principali cause di gravi naufragi avvenuti nell’area di Capo Horn. Qui le “Westerlies” sono talmente potenti al punto da lasciare una profonda erosione plurisecolare che ha modellato la geomorfologia dell’intero territorio, influendo notevolmente sull‘orientamento, verso est, della linea di costa dell‘estrema punta meridionale del sud-America e della parte più settentrionale della penisola Antartica.



mercoledì 2 dicembre 2015

L'OCEANO ATLANTICO



L'oceano Atlantico è il secondo oceano della Terra, di cui ricopre circa il 20% della superficie. Il nome dell'oceano, derivato dalla mitologia greca, significa "mare di Atlante".

I geofisici sono riusciti a inserire i vari tasselli della storia dell'oceano grazie ai modelli termici, alla teoria della tettonica a zolle, e alle misurazioni compiute in profondità. Unitamente a questo, gli esperti hanno realizzato una carta topografica del fondo dell'oceano, grazie all'impiego di strumenti atti a generare e a propagare onde acustiche riflesse dal fondo, oltre allo studio di frammenti di campioni prelevati dal fondale e delle anomalie magnetiche presenti nelle rocce magmatiche che spuntano sul fondo.

L'oceano Atlantico sembra essere il più giovane degli oceani: l'Atlantico si è formato infatti 150 milioni di anni fa, con lo spezzarsi del supercontinente Pangea a causa del fenomeno del magma fuso risalente dal mantello che formò una nuova crosta intercorrente fra Africa e America del nord e che ebbe l'effetto di dividere le terre dell'emisfero settentrionale dall'Africa e dall'America del sud. Da allora è andato espandendosi, un movimento che dura ancora oggi: le Americhe si separano da Europa e Africa a un ritmo di alcuni centimetri all'anno.

In un periodo databile 125 milioni di anni fa, nella zona centrale dell'Atlantico settentrionale si formò una attiva Dorsale medio oceanica e proprio in questo periodo l'America del sud iniziò a staccarsi dall'Africa. Il movimento fra le due Americhe fece sorgere una compressione nella zona caraibica che provocò la subduzione della zolla venezuelana.

La Dorsale medio atlantica alimenta questa espansione: attraversa tutto l'Atlantico da nord a sud, e da essa emergono nuove sezioni del fondo marino che spingono verso l'esterno quelle già esistenti. In prossimità dei continenti, il fondo marino viene spinto verso il basso, rientra nel mantello terrestre e favorisce la formazione di isole vulcaniche.

Una delle conseguenze di questo movimento è che il fondo marino dell'atlantico è una zona geologicamente giovane, con un'età spesso inferiore al centinaio di milioni di anni.

All'incirca 80 milioni di anni fa l'Atlantico settentrionale assunse le sembianze, per davvero, di un oceano, e in alcune zone la profondità raggiunse i 5000 metri e finalmente una circolazione di acqua che consentiva uno scambio fra i vari oceani; in questo periodo si staccarono la Groenlandia e l'America settentrionale. Circa 65 milioni di anni fa la Groenlandia si allontanò dall'Europa e fino a 20 milioni di anni fa, una dorsale asismica vicino all'Islanda aveva protetto l'Atlantico dal fluire di acque fredde artiche. Una buona parte della topografia dell'oceano è stata impostata 36 milioni di anni fa, solamente la penisola iberica e l'Europa erano ancora lontani dall'Africa.

La storia batimetrica dell'oceano consente di chiarire alcune anomalie, quali ad esempio il rilevamento di sedimenti carbonatici in uno strato inferiore a quello del carbonato di calcio; questo fenomeno accade perché la crosta oceanica quando si forma si colloca sopra la profondità di compensazione del carbonato di calcio e perciò viene inevitabilmente coperta da sedimenti carbonatici; ma in una seconda fase il fondo allontanandosi dal centro, subisce una subsidenza che lo trascina più in basso della profondità di compensazione e ai sedimenti carbonatici a questo punto si sovrappongono argille e fanghi silicei oltre a sedimenti terrigeni.

L'Atlantico è stato esplorato estensivamente. I Vichinghi, i Portoghesi e Cristoforo Colombo sono tra i più famosi primi esploratori. I Vichinghi colonizzarono la Groenlandia prima dell'anno Mille, ma la colonia fu spazzata via da un peggioramento del clima.

Dopo Colombo, l'esplorazione europea accelerò rapidamente, e furono stabilite molte nuove rotte commerciali. Il risultato è che l'Atlantico era e rimane la sede del maggior traffico commerciale tra Europa e America. Sono state intraprese numerose esplorazioni scientifiche per studiare l'Oceano e il suo ambiente.

L'Oceano ha anche contribuito significativamente allo sviluppo economico delle nazioni che si affacciano su di esso. Oltre ad ospitare le maggiori rotte commerciali, l'Atlantico offre abbondanti giacimenti di petrolio nelle rocce sedimentarie delle piattaforme continentali, e le maggiori riserve di pesca del mondo. Per preservare queste riserve e l'ambiente oceanico, esistono numerosi trattati che cercano di ridurre l'inquinamento causato da versamenti di petrolio e rifiuti plastici.

Dopo aver remato per 81 giorni e 4 766 km, il 3 dicembre 1999 Tori Murden divenne la prima donna ad aver attraversato l'oceano Atlantico da sola, quando raggiunse Guadalupa dalle isole Canarie.

Questo oceano occupa un bacino a forma di "S", disposto nella direzione nord-sud. È diviso in due sezioni principali, l'Atlantico del Nord e l'Atlantico del Sud, da correnti equatoriali poste a circa 8° di latitudine nord. È delimitato ad ovest dal continente americano (sia dalla parte settentrionale che da quella meridionale) e ad est dall'Europa e dall'Africa (ma due dei suoi mari adiacenti, il Mediterraneo e il Mar Nero bagnano anche l'Asia).

Comunica con l'oceano Pacifico attraverso il Mare Glaciale Artico a nord, e il Canale di Drake (nella Terra del Fuoco) e Capo Horn a sud. Inoltre esiste una connessione artificiale tra i due oceani, il Canale di Panamá, che si trova vicino all'equatore, nell'istmo che unisce le due Americhe. Ad est comunica con l'oceano Indiano, attraverso il Capo Agulhas, al 20° E (e non dal Capo di Buona Speranza come si ritiene comunemente), ma anche attraverso il canale artificiale di Suez.

L'oceano propriamente detto copre un'area di circa 82 362 000 km² (pari a 8 volte quella dell'Europa), che raggiunge i 106 450 000 km² se si considerano anche i suoi mari adiacenti. Le terre occupate dal bacino idrografico dell'Atlantico sono quattro volte quelle del Pacifico o dell'Indiano. Il volume dell'oceano Atlantico è di 323 600 000 km³, e di 354 700 000 km³ considerando anche i mari adiacenti.



La profondità media (volume/superficie) dell'Atlantico è di 3 926 m, ridotta a 3 332 m se si prendono in considerazione i mari adiacenti. La profondità maggiore è di 9 219 m, raggiunta nell'abisso Milwaukee, che si trova nella Fossa di Porto Rico, circa 135 km a nord dell'isola di Porto Rico. La larghezza dell'Atlantico varia tra 2 848 km nel punto più stretto, tra il Brasile e la Liberia, fino a 4 830 km tra gli Stati Uniti e l'Africa settentrionale.

La caratteristica principale della topografia del fondo oceanico dell'Atlantico è una grande catena di montagne sottomarine, chiamata la Dorsale medio atlantica. Si estende dall'estremità nord, accanto all'Islanda, fino all'estremo sud a 58° di latitudine, raggiungendo una larghezza massima di circa 1 600 km. Lungo la dorsale, nei pressi della sommità, si trova una grande fossa che scorre per la maggior parte della catena montuosa. La profondità delle acque sopra la dorsale è spesso inferiore a 2 700 m, e numerosi picchi si ergono fuori dall'acqua, formando delle isole, quali ad esempio le Azzorre. L'Atlantico del Sud presenta anche altre due ristrette dorsali asismiche, la Catena di Walvis e la Catena di Rio Grande.

La Dorsale medio atlantica separa l'oceano Atlantico in due grandi sezioni, che hanno una profondità compresa tra 3 000 e 5 500 m. Dorsali trasversali, che uniscono i continenti alla Dorsale medio atlantica, dividono il fondo oceanico in numerosi bacini. Alcuni dei più grandi sono i bacini della Guiana, del Nord America, di Capo Verde e delle Canarie nell'Atlantico del Nord, mentre in quello del Sud si trovano i bacini dell'Angola, dell'Argentina e del Brasile.

Il fondo marino è considerato in genere abbastanza piatto, anche se non mancano montagne, fosse e altre caratteristiche. Due fosse superano gli 8 000 m di profondità. Le piattaforme continentali, vicino alle terre emerse, costituiscono circa l'11% del fondo oceanico. Inoltre, molte formazioni simili a canali scavati tagliano queste piattaforme.

I sedimenti depositati sul fondo hanno origini disparate.

I depositi terrigeni sono composti da particelle di sabbia, fango e roccia, formate dall'erosione dell'acqua, del vento e dall'attività vulcanica della terraferma, e poi trasportate da fiumi e piogge verso il mare. Questi materiali si trovano principalmente:

sulle piattaforme continentali, ove sono più spessi presso la foce dei grandi fiumi (come il delta del Niger);
ai piedi delle scarpate continentali, ove si accumulano in grandi conoidi torbiditiche per opera delle correnti torbide prodotte da grandi frane sottomarine o convogliate direttamente dalle foci dei fiumi attraverso canyon sottomarini (è il caso del Congo).
I deposti pelagici sono formati dai resti di organismi che vanno a fondo quando muoiono (possono essere silicei, come i radiolari e le diatomee, o calcarei, come i foraminiferi). Coprono la maggior parte del fondo marino, con spessori che vanno da 120 a più di 3 000 m, con lo spessore minimo in corrispondenza della Dorsale. I depositi autogenici o autigeni sono assembramenti di minerali, come i noduli di manganese, prodottisi per precipitazione dalle acque oceaniche in particolari condizioni di chimismo e temperatura. Sono comuni dove le altre tipologie di sedimentazione sono assenti.

La salinità delle acque di superficie nell'oceano aperto va da 33 a 37 parti per mille, e varia con la latitudine e le stagioni. Anche se i valori minimi di salinità si trovano appena a nord dell'equatore, in genere i valori più bassi si trovano alle alte latitudini, e vicino alle foci di grandi fiumi che immettono le loro acque dolci nell'oceano. I massimi valori di salinità si trovano attorno alla latitudine 25° nord. I valori di salinità superficiale sono influenzati dall'evaporazione, dalle precipitazioni, dall'apporto di acqua dolce dei fiumi e, nelle zone più fredde, dallo scioglimento dei ghiacci.

La temperatura delle acque superficiali varia con la latitudine, con le correnti, le stagioni e la distribuzione di energia solare. Lungo l'Oceano, varia da meno di 2 °C nelle regioni polari fino a 29 °C all'equatore. Nelle medie latitudini, la temperatura è intermedia, ma soggetta a grandi variazioni (fino a 7 o 8 °C). A causa delle basse temperature, la superficie è normalmente coperta di ghiaccio nel mare del Labrador, nello Stretto di Danimarca e nel mar Baltico da ottobre a giugno.

L'oceano Atlantico consiste di quattro principali masse d'acqua. Le acque centrali dell'Atlantico del Nord e del Sud costituiscono le acque superficiali. L'acqua intermedia sub-antartica si estende alle profondità di 1 000 m. L'acqua profonda del Nord Atlantico raggiunge la profondità di 4 000 m. L'acqua antartica di fondo occupa i bacini oceanici a profondità maggiori di 4 000 m.

A causa della forza di Coriolis, l'acqua del Nord Atlantico circola in senso orario, mentre l'acqua del Sud Atlantico circola in senso antiorario. Le maree dell'Oceano sono semidiurne, cioè comprendono due alte maree nell'arco delle 24 ore. Le maree sono un'onda che si muove da sud a nord. A latitudini superiori a 40°, è presente anche un'oscillazione est-ovest.

Il clima Atlantico e delle terre adiacenti allo stesso Oceano ed è influenzato dalla temperatura delle acque superficiali, dalle correnti oceaniche e dai venti che soffiano sopra le acque. A causa della grande capacità dei mari di trattenere il calore, i climi marittimi sono temperati, e non presentano variazioni stagionali estreme. Le precipitazioni risentono enormemente dell'Oceano, perché l'evaporazione dell'acqua oceanica è una delle fonti principali di vapore acqueo.

Le zone climatiche cambiano con la latitudine: le zone più calde attraversano l'Atlantico a nord dell'equatore. Le zone più fredde si trovano a grandi latitudini, e specialmente nelle zone coperte di ghiaccio.

Le correnti oceaniche contribuiscono al clima, trasportando acqua calda e fredda in diverse regioni. I venti che soffiano su queste acque contribuiranno poi a riscaldare o raffreddare le terre adiacenti.

La corrente del Golfo, per esempio, riscalda l'atmosfera delle isole Britanniche e dell'Europa del Nord (che altrimenti sperimenterebbero temperature ben più basse), mentre le correnti fredde contribuiscono alla formazione di nebbia al largo delle coste nordest del Canada, e delle coste nordovest dell'Africa. Dona alle zone un clima più caldo rispetto alle altre aree situate alla stessa latitudine.

I cicloni tropicali (uragani) si sviluppano al largo della costa africana vicino a Capo Verde, e si muovono verso ovest nel mare Caraibico. Gli uragani possono formarsi da maggio a dicembre, ma sono più frequenti tra agosto e novembre. Le tempeste sono comuni nell'Atlantico del Nord durante l'inverno, rendendo pericolosa la traversata.

Un metodo che calcola la temperatura dell'acqua nella parte settentrionale dell'Oceano è l'indice AMO.

Gli iceberg sono molto comuni nello stretto di Davis, nello stretto di Danimarca, e nell'Atlantico nordoccidentale da febbraio ad agosto. A volte sono stati visti anche molto a sud, vicino alle Bermude e alle isole Madeira. Le navi svilupperanno ghiaccio sulla loro struttura nell'Atlantico più a nord da ottobre a maggio. Il caso più famoso di incidente dovuto a un iceberg nel Nord Atlantico è l'affondamento dell'RMS Titanic il 15 aprile 1912. La nebbia persistente può essere un pericolo da maggio a settembre. Uragani da maggio a dicembre. Nell'Ottocento si verificarono casi di affondamento di navi a vapore con scafo in legno, quindi più fragile nell'impatto con le onde durante le tempeste.

Ci sono molte specie marine in pericolo, tra cui le mante, i leoni marini, le tartarughe, le balene, le foche ed anche specie ittiche che per riprodursi migrano risalendo i fiumi che sfociano nell'Oceano come la cheppia (Alosa fallax). Le reti a strascico hanno accelerato il declino delle riserve di pesca e sono soggetto di aspre dispute internazionali. Inquinamento da fogne al largo degli Stati Uniti, del sud del Brasile e dell'Argentina. Inquinamento da petrolio nel mare Caraibico, nel Golfo del Messico, e nel mare del Nord. Inquinamento da fogne e industrie nel mar Baltico e mare del Nord.

Punti critici sono lo Stretto di Gibilterra e l'accesso al Canale di Panamá. Gli stretti strategici includono lo Stretto di Dover, gli Stretti della Florida, il Canale della Mona e il Canale Sopravento. Durante la guerra fredda, il cosiddetto passaggio di Groenlandia-Islanda-Regno Unito (GIUK) era un problema strategico di grande importanza, e il fondale fu riempito di idrofoni per rilevare il movimento dei sottomarini sovietici.

Nell’Oceano Atlantico settentrionale una microscopica alga marina è così fiorente da sfidare ogni previsione scientifica, suggerendo un che sia in corso da decenni un rapido cambiamento ambientale dopo un aumento dell’anidride carbonica nell’oceano.

Il CPR survey è uno studio in continuo del  plancton, organismi galleggianti che formano una parte fondamentale della catena alimentare marina. Il progetto è stato lanciato da un biologo marino britannico nel Nord Atlantico e del Mare del Nord nei primi anni ’30 ed è condotto da navi commerciali che trainano retini per la raccolta di plancton mentre  navigano lungo le loro normali rotte.

Un altro degli autori, lo statunitense William M. Balch del the Bigelow Laboratory for Ocean Sciences del Maine, uno dei massimi esperti di alghe del mondo, ha detto che «Gli scienziati si aspettavano che l’acidità degli oceani, dovuta ad un aumento dell’anidride carbonica avrebbe soppresso questi organismi dal guscio calcareo. Non è stato così. D’altra parte, un loro maggiore abbondanza è coerente con la loro storia di indicatori del cambiamento ambientale. I coccolitoforidi sono stati in genere più abbondante durante il periodo interglaciale caldo della Terra e nei periodi con elevata CO2. I risultati qui presentati sono coerenti con tutto questo e possono far presagire, come il “canarino nella miniera di carbone”, dove siamo diretti climatologicamente. Questo ci  fornisce un esempio di come le comunità marine di  un intero bacino oceanico stanno rispondendo all’aumentare dei livelli di biossido di carbonio. Tali esempi di vita reale dell’impatto di aumentare di CO2  sulla rete trofica marina sono importanti da evidenziare  mentre il mondo si riunirà a Parigi la prossima settimana in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici».

I coccolitoforidi sono alghe monocellulari ricoperti di singolari strutture chiare fatte di carbonato di calcio e svolgono un ruolo nel ciclo del carbonato di calcio, un fattore che determina i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. Nel breve periodo rendono più difficile da rimuovere l’anidride carbonica dall’atmosfera, ma nel lungo periodo –  di decine e centinaia di migliaia di anni – aiutano a rimuovere la CO2 dall’atmosfera e degli oceani e a confinarla nelle profondità oceaniche.

Queste minuscole creature da eoni lasciano il loro segno sul nostro pianeta, aiutando gli odierni scienziati a decifrare i cambiamenti ambientali più significativi. Le bianche scogliere di Dover sono candidea causa dei massicci depositi di coccolitoforidi. Ma un esame più attento mostra che  i depositi bianchi sono interrotti da sottili strati scuri di selce, prodotte da organismi che hanno gusci vitrei in silicio, Gnanadesikan spiega che «Questi rappresentano chiaramente importanti cambiamenti nel tipo di ecosistema. Ma se non si capisce che cosa provoca l’abbondanza dei  coccolitoforidi, non possiamo capire che cosa sta provocando questi cambiamenti. E’ l’anidride carbonica?»

Scoperte per la prima volta in mare aperto delle 'zone morte', nell'oceano Atlantico, al largo delle coste dell'Africa occidentale. Si tratta di aree in cui i livelli di ossigeno sono talmente bassi che la vita è quasi impossibile e in cui riescono a vivere solo alcune specie di microorganismi. A osservarle i ricercatori guidati da Johannes Karstensen, dell'Helmholtz Centre for Ocean Research di Kiel in Germania, il cui lavoro è pubblicato sulla rivista Biogeosciences. Le zone morte sono aree inospitali per la maggior parte delle specie marine, create dalla circolazione delle correnti e grandi vortici d'acqua che si muovono lentamente verso ovest.

Arrivando in prossimità di un'isola, potrebbero provocare l'uccisione di massa di molti pesci. "Prima del nostro studio - spiega Karstensen - si pensava che il mare aperto del Nord Atlantico avesse delle concentrazioni minime di ossigeno di un millimetro di ossigeno dissolto per litro. Una concentrazione molto bassa, ma sufficiente a far sopravvivere i pesci". Ora si è invece scoperto che hanno un livello minimo di ossigeno 20 volte inferiore a quello stimato prima, cioè inadatte per la vita della maggior parte degli animali marini.

Le zone morte sono molto comuni vicino i litorali dove i fiumi sversano fertilizzanti e altre sostanza chimiche nell'oceano, scatenando la crescita di alghe. Quando queste muoiono, cadono sui fondali morali e vengono decomposte dai batteri, che consumano tutto l'ossigeno in questo processo.

Le correnti oceaniche possono muovere queste acque con poco ossigeno dalla costa, ma una zona morta che si forma in oceano aperto ancora non era stata scoperta. "I vortici che abbiamo osservato con maggiore dettaglio - continua Karstensen - sono come dei cilindri rotanti di 100-150 km di diametro e un'altezza di diverse centinaia di metri, con la zona morta che occupa i 100 metri più in alto. L'area intorno a questi vortici di zone morte rimane ricca di ossigeno. Abbiamo stimato che il consumo di ossigeno nei vortici - conclude - è 5 volte maggiore che nelle condizioni oceaniche normali".




martedì 3 novembre 2015

IL TITANIC




Nel 1898, quattordici anni prima della tragedia, uscì un romanzo dal titolo Futility, or the Wreck of the Titan. L'autore Morgan Robertson scrisse nel libro la storia di un transatlantico chiamato Titan, il più grande mai costruito e considerato inaffondabile, che nel mese di aprile finisce in rotta di collisione con un iceberg nel Nord Atlantico affondando in poche ore.

Molti dettagli appaiono incredibilmente simili alla tragedia del Titanic, come per esempio la stazza (46 000 tonnellate), la lunghezza (243 metri), la velocità di collisione (25 nodi), l'ora (intorno a mezzanotte), il numero dei compartimenti stagni (19), lo scarso numero di lance di salvataggio, ecc.

Il Titanic, come le gemelle RMS Olympic e Britannic, era stato progettato per competere con il Lusitania e il Mauretania, transatlantici della compagnia rivale Cunard Line che erano all'epoca le navi più lussuose, veloci e imponenti impegnate sulle rotte transatlantiche. Poiché svolgeva anche il servizio postale, le fu assegnato il prefisso RMS (Royal Mail Ship) oltre a SS (Steam ship, nave a vapore). La nave era stata disegnata da William Pirrie, presidente della Harland and Wolff, e dall'architetto navale Thomas Andrews, che era il capo progettista. La costruzione del Titanic, finanziata dall'armatore americano John Pierpont Morgan con la sua società International Mercantile Marine Co., iniziò il 31 marzo 1909; lo scafo fu varato il 31 maggio 1911 e le sovrastrutture furono completate il 31 marzo dell'anno seguente.

Venne registrato nel registro navale del porto di Liverpool col numero ufficiale di vascello 131428 e sigla telegrafica "MGY". Il Titanic era lungo 269 metri e largo 28, aveva una stazza di 46 328 tonnellate e l'altezza del ponte sulla linea di galleggiamento era di 18 metri (53 metri l'altezza totale).

La propulsione era a vapore, con quattro cilindri contrapposti invertibili a triplice espansione (macchine alternative) più una turbina Parson a bassa pressione. Le macchine alternative del Titanic e dell'Olympic restano le più grandi mai costruite, occupavano quattro piani in altezza sviluppando quasi 38 MW (51 000 CV) di potenza e muovevano le due eliche laterali. La turbina muoveva la sola elica centrale.

Le 29 caldaie, aventi un diametro di 5 metri ciascuna, erano in grado di bruciare circa 728 tonnellate di carbone al giorno. La velocità massima era di 23 nodi (43 km/h), inferiore di tre nodi rispetto alla velocità del Mauretania. Solamente tre dei quattro fumaioli erano funzionanti, il quarto aveva solo la funzione di presa d'aria e fu aggiunto per rendere la figura della nave più imponente; erano dipinti in ocra e nero, come voleva la tradizione della White Star, mentre il rosso era il colore della Cunard Line.

La nave aveva una capacità utile di 3.547 persone tra passeggeri ed equipaggio. L'allestimento di bordo comprendeva tra l'altro una piscina coperta di 9 m × 4 m nel ponte D su modello dell'Olympic (per la prima volta su una nave), una palestra, un bagno turco e un campo di squash. Le cabine di prima classe erano rifinite con la massima sfarzosità. C'erano 34 suite, ognuna delle quali dotata di soggiorno, sala di lettura e sala da fumo; ogni suite era arredata in stile diverso. Erano disponibili tre ascensori per la prima classe e, come novità, un ascensore anche per la seconda classe.

La terza classe valeva la seconda sulle altre navi, ed era decorata con legno di pino verniciato di bianco, pareti smaltate e sedie di teak. Nel ristorante di terza classe era collocato un pianoforte. Il Titanic era un gioiello di tecnologia ed era ritenuto «praticamente inaffondabile». La sua stazione radio era considerata la più moderna e potente mai installata su un bastimento: la portata raggiungeva una distanza di 400 miglia (650 km) e le antenne erano collocate sui due alberi maestri ad un'altezza di 60 metri e distanti tra loro 180 metri (in caso di emergenza, il generatore elettrico poteva essere sostituito da un generatore diesel).

Il ponte lance era dotato delle nuovissime gru "Welin", in grado di sostenere complessivamente 32 lance di salvataggio e ammainarne 64 (alla fine furono montate soltanto 16 lance, poiché pensavano avrebbe avuto uno stile disordinato). La chiglia della nave aveva un doppio fondo cellulare e lo scafo era suddiviso in 16 compartimenti stagni, le cui porte a ghigliottina si potevano chiudere automaticamente dal ponte di comando (in mancanza di energia elettrica si potevano chiudere sfruttando la forza di gravità). Questi comparti, però, non attraversavano tutta l'altezza dello scafo ma si fermavano al ponte E (più o meno a metà dello scafo, per dare più spazio alla disposizione delle sale). Il Titanic avrebbe potuto galleggiare anche con due dei compartimenti intermedi allagati oppure con tutti i primi quattro compartimenti di prua allagati. Lo scontro con l'iceberg causò però l'allagamento dei primi cinque compartimenti prodieri.

La durata del viaggio inaugurale del grande transatlantico era prevista di otto giorni. Dopo la sua ultimazione, il 31 marzo 1912, la nave partì da Belfast il 2 aprile per giungere a Southampton due giorni dopo. La nave partì per il suo primo (e unico) viaggio il 10 aprile 1912 da Southampton (Regno Unito) alle 12:00 verso New York, comandata dal capitano Edward John Smith. Per lui, il viaggio del nuovo transatlantico costituiva l'ultimo comando prima del pensionamento, e rappresentava il coronamento di una lunga e brillante carriera durata oltre 40 anni.

In una sua celebre dichiarazione aveva affermato di non riuscire a immaginare alcun tipo d'infortunio che potesse accadere a questi nuovi transatlantici, poiché la tecnica di costruzione era andata ben oltre gli incidenti che si potessero allora immaginare. Egli volle al suo fianco un comandante in seconda più esperto di quello che gli era stato assegnato e all'ultimo momento chiese alla Compagnia di trasferire Henry Wilde al Titanic almeno per il viaggio inaugurale. Wilde, che prima si trovava sull'Olympic, subentrò così a William Murdoch, il quale retrocesse al rango di 1° ufficiale; il 1° ufficiale Charles Lightoller diventò il 2° mentre il 2° fu trasferito (nello svuotare in fretta l'armadietto dei propri effetti personali, egli – inavvertitamente – pose in valigia pure le chiavi dell'armadietto in cui erano custoditi i binocoli). Sembra che Wilde non fosse entusiasta dell'improvviso cambiamento e prima dello scalo a Queenstown scrisse alla sorella: «Questa nave continua a non piacermi, mi dà una strana sensazione».

Molti passeggeri della seconda classe, precedentemente prenotati su altre navi, vennero dirottati sul Titanic a causa di uno sciopero nelle forniture di carbone. Tra loro viaggiava il ceto medio della popolazione, come impiegati, insegnanti e commercianti. La terza classe era affollata di emigranti provenienti da tutte le parti del mondo ed erano coadiuvati dall'interprete di bordo. In prima classe erano imbarcati alcuni degli uomini più in vista dell'epoca. Tra questi vi era il milionario John Jacob Astor IV, possessore di 150 milioni di dollari e proprietario di alcuni preziosi immobili tra cui il noto Waldorf-Astoria Hotel di New York.

In prima classe viaggiava anche l'amministratore delegato della White Star, Joseph Bruce Ismay, che ebbe l'idea di costruire la nave e ne scelse il nome. Era pure presente il principale progettista, Thomas Andrews, che voleva constatare di persona gli eventuali problemi del primo viaggio. Andrews perse la vita nel naufragio, mentre Ismay s'imbarcò sull'ultima scialuppa disponibile, un battello pieghevole del tipo "Engelhardt".

A causa del risucchio causato dalla partenza del Titanic, la piccola nave New York, ormeggiata nelle vicinanze, ruppe gli ormeggi e si avvicinò pericolosamente al gigante. Il mancato incidente causò il ritardo di un'ora. Dopo avere attraversato La Manica, il Titanic arrivò in serata a Cherbourg, in Francia, dove sostò con tutte le luci accese, per poi partire alla volta di Queenstown (oggi Cobh) in Irlanda,dove scesero 7 passeggeri e si imbarcarono numerosi emigranti irlandesi. Ripartì da Queenstown alle 13:30 dell'11 aprile. L'ultima fotografia del Titanic in navigazione verso New York venne scattata poco prima che doppiasse lo scoglio di Fastnet rock.

Il 14 aprile, dopo quattro giorni di navigazione, verso le 13:30, il capitano consegnò a Bruce Ismay un messaggio appena ricevuto dal vapore Baltic, che segnalava la presenza di ghiaccio a 400 km sulla rotta del Titanic: tuttavia, il capitano non diminuì la velocità. Il direttore della White Star non diede eccessivo peso alla cosa e giudicò sufficiente spostare la rotta del transatlantico sulla Outward Southern Track, un corridoio di navigazione concordato per le navi di linea. I due uomini discussero anche della velocità decidendo di portarla al massimo possibile. Nelle ultime 24 ore, infatti, erano state percorse ben 546 miglia e c'era la possibilità di arrivare a New York con un giorno di anticipo. Non fu mai chiarito di chi fu la responsabilità finale della decisione.

Comunque, l'eventualità di incontrare ghiacci era un fatto assolutamente normale e le navi di linea erano solite mantenere alta la velocità per assicurare l'orario. Questa verità fu confermata durante l'inchiesta britannica successiva al disastro, quando parecchi comandanti (John Pritchard, William Stewart, Alexander Fairfull, Andrew Braes e molti altri) furono interrogati al riguardo. La velocità veniva ridotta solo in caso di effettivo avvistamento, ma finché la visibilità era buona e le vedette allertate si poteva procedere normalmente. Durante il processo sulle cause del naufragio, vi fu chi ipotizzò che la compagnia di navigazione avesse espressamente richiesto di rimanere al di sopra dei 20 nodi di velocità al fine di assicurarsi il prestigioso "Nastro Azzurro" (Blue Ribbon).

Alle 13:45 arrivò un messaggio di "segnalazione iceberg" dal piroscafo Amerika, che inspiegabilmente non giunse al ponte di comando, mentre nel pomeriggio un altro avviso, questa volta dal Mesaba, non fu consegnato. I marconisti erano impegnati nell'invio dei numerosi messaggi privati dei passeggeri, che fin dal giorno prima si erano accumulati a causa di un guasto momentaneo all'apparecchiatura radio (i cavi del trasformatore secondario si erano bruciati).

Verso le 21:00 la temperatura era scesa a un grado sopra zero e l'ufficiale di turno – Lightoller – aveva avvertito il maestro d'ascia che la scorta d'acqua sarebbe probabilmente gelata. Circa a quell'ora, il comandante salì in plancia e discusse con Lightoller le condizioni eccezionalmente calme del mare. Prima di ritirarsi in cabina, Smith ordinò di chiamarlo se fosse accaduto qualcosa di strano e di diminuire la velocità in caso di foschia. L'abbassamento della temperatura indicava probabilmente che si stavano avvicinando ad un banco di iceberg e Lightoller disse alle vedette di prestare attenzione ai ghiacci galleggianti, soprattutto a quelli di ridotte dimensioni detti growlers.



Alle 22:00 il 1° ufficiale Murdoch subentrò a Lightoller, dal quale ricevette gli ordini del comandante. Mezz'ora più tardi Murdoch rispose ad un messaggio per mezzo di una lampada Morse proveniente dal piroscafo Rappahannock, che incrociò il Titanic alle 22:30: lo informava di essere appena uscito da una banchisa circondata da iceberg. Lo stesso Murdoch ordinò al lampista di chiudere i boccaporti sul castello di prua, in modo che la luce non ostacolasse la visuale delle vedette, senza però risolversi a ridurre la velocità della nave. L'esperienza aveva infatti dimostrato che in condizioni normali una massa di ghiaccio era visibile grazie alle onde che si increspavano alla sua base. Tuttavia, con un mare assolutamente piatto come in quel momento, il margine di sicurezza era molto ridotto. Durante l'inchiesta britannica, Lightoller specificò che «…l'oceano era liscio come la superficie di un tavolo o di un pavimento; era un fatto veramente eccezionale».

Alle 23:00 un importantissimo marconigramma giunse infine dal mercantile Californian, che sostava bloccato nella banchisa a poche decine di miglia a nord-ovest dal Titanic: nel messaggio veniva segnalata la presenza di un enorme campo di iceberg proprio sulla rotta del transatlantico, ma anche questo messaggio non venne recapitato in plancia. Anzi, il marconista Phillips rimproverò l'operatore del Californian per aver interrotto il suo lavoro con la stazione telegrafica di Capo Race, a Terranova. In generale, il risultato fu un atteggiamento di leggerezza e di eccessiva sicurezza che si impadronì di tutto l'equipaggio.

Alle 23:40, le vedette Frederick Fleet e Reginald Lee videro un iceberg di fronte alla nave. Gli iceberg che affollano le rotte atlantiche settentrionali provengono sempre dalla costa occidentale della Groenlandia o dal Labrador ed impiegano 2-3 anni per giungere al 41° di latitudine nord, sospinti prima dalla fredda Corrente del Labrador che li preserva, poi dalla calda Corrente del Golfo che li scioglie lentamente. L'iceberg che affondò il Titanic era praticamente coevo alla nave che ne rimase vittima ed al momento dell'urto – in base a recenti calcoli – dovrebbe aver sviluppato una pressione di almeno 985 kg/cm² sull'acciaio della fiancata del transatlantico, quando l'acciaio stesso resiste fino ad una pressione di circa 690-750 kg/cm², in base al grado di purezza dalle scorie di fusione.

L'avvistamento avvenne "a occhio nudo" a causa della mancanza dei binocoli, e quindi in ritardo: si disse che la portata visiva della vedetta fosse di almeno 1 miglio in distanza, quando recenti simulazioni computerizzate, tenendo conto che quella notte non c'era il chiarore della luna ed il mare era "di calma piatta", attestano che la portata visiva non poteva superare i 450–550 m in distanza, troppo pochi per evitare la collisione alla velocità di 21 nodi a cui filava il bastimento: per evitare l'urto fatale, la velocità della nave non avrebbe dovuto superare i 9 nodi, il che avrebbe ritardato di tre giorni l'arrivo a New York: la zona in cui avvenne il disastro è nota per essere un'area interessata dagli iceberg durante la primavera e dagli uragani in estate – autunno ed è considerato un fatto eccezionale la contemporanea assenza di luna e di calma piatta del mare, ragion per cui, con la sola illuminazione stellare e senza il frangersi delle onde sulle pareti dell'iceberg, l'iceberg stesso non poteva che esser avvistato a meno di 500 metri dalla prua della nave.

La mancanza dei binocoli – si appurò al processo – era imputabile alla fretta di dover salpare da Southampton nei tempi previsti, ragione per cui non furono distribuiti a bordo già alla partenza. Il motivo è anche spiegabile con il rimpasto dell'equipaggio voluto dal comandante, in quanto il 2º ufficiale Blair (sostituito da Lightoller) prima del trasferimento diede istruzione di togliere dalla coffa i binocoli che lui stesso aveva portato. In pratica, l'iceberg che le vedette si trovarono di fronte era pressoché invisibile: venne "avvistato" non direttamente, ma indirettamente in quanto la sua sagoma nera interrompeva la linea dell'orizzonte e lasciava una piccola porzione della volta celeste priva apparentemente di stelle.

Dopo l'avvistamento, Fleet suonò tre volte la campana e telefonò al ponte di comando dicendo "Iceberg dritto a prua! Iceberg dritto a prua!". Il capitano Edward John Smith era sceso nella sua cabina da mezz'ora ed al comando della nave era in quel momento il primo ufficiale, Murdoch, che comandò di virare immediatamente a sinistra, ordinando anche di mettere le macchine "indietro tutta", ma la nave viaggiava alla velocità di circa 22,5 nodi (velocità calcolata subito dopo dal 4º ufficiale Boxhall) e non riuscì a rallentare nel tempo necessario ad evitare l'impatto, in virtù dell'abbrivo del transatlantico. Inoltre, erano invertibili soltanto le due eliche laterali della nave, non l'elica centrale che doveva necessariamente esser arrestata, impedendo così il supporto della stessa alla manovra in atto.

Dopo il ritrovamento del relitto, in base alla posizione geografica, si scoprì che la velocità effettiva al momento della collisione era di circa 20,5 nodi. Inoltre, a posteriori, è stato ipotizzato che se Murdoch avesse mantenuto la direzione, la nave avrebbe subìto un violento impatto frontale contro l'iceberg, danneggiando i primi due compartimenti stagni e potendo probabilmente continuare la traversata verso New York. Il ghiaccio strisciò sulla dritta piegando le lamiere e provocando sei diversi squarci sotto la linea di galleggiamento. L'iceberg fotografato giorni dopo sul luogo del disastro pare esser proprio quello incriminato in quanto appariva colorato da due strisce, una nera e una sottostante rossa, i colori dell'inaffondabile Titanic. La collisione non fu avvertita in maniera significativa dai passeggeri delle classi prima e seconda in virtù del fatto che le loro cabine erano posizionate al di sopra della linea di galleggiamento e solo chi si trovava sul ponte si accorse della presenza dell'iceberg, pur senza rendersi conto della gravità dell'evento, in quanto piovvero frammenti di ghiaccio distaccatesi dalla massa dell'iceberg in seguito all'avvenuto impatto.

Dalle testimonianze dei superstiti, l'impatto non fu avvertito in prima classe, mentre venne descritto dai passeggeri di seconda classe come "una vibrazione ovattata", come "un botto sordo" dai passeggeri di terza classe, come un rumore "assordante di ferraglia" dai fuochisti, i primi che si resero conto dello sventramento della fiancata (testimonianza dell'unico sopravvissuto del locale caldaie N°. 6, il compartimento risultato più danneggiato in seguito all'impatto). Lightoller, che in quel momento si trovava lecitamente a letto nella sua cabina, testimoniò di aver avvertito soltanto «…un'interruzione nella monotonia del movimento». In seguito i superstiti descrissero l'impatto come «…il rotolare di migliaia di biglie», come «…se qualcuno avesse strusciato un enorme dito contro la fiancata della nave», o come se «…un pezzo di stoffa si fosse lacerato». Ben diversa fu la reazione in sala macchine, dove i fuochisti erano intenti ad alimentare le caldaie. Uno di essi diede la seguente testimonianza: «All'improvviso la murata di dritta parve rovinarci addosso. Si sentì come uno scoppio di arma da fuoco e l'acqua cominciò a scorrere intorno; ci gorgogliò tra le gambe e noi ci precipitammo con un balzo nel compartimento successivo chiudendoci alle spalle la porta stagna. Non pensai, e nessuno lo pensò in quel momento, che il Titanic sarebbe potuto affondare».

La dinamica dell'affondamento venne ricostruita a posteriori dalle inchieste parallelamente aperte dal Congresso statunitense (gran parte dei naufraghi della prima e della seconda classe erano cittadini statunitensi e praticamente tutti i passeggeri della terza classe erano in procinto di diventarlo) e dal Ministero del Commercio britannico (tenutasi presso la Scottish Drill House) che seguirono il naufragio, tra l'aprile ed il luglio del 1912. Nel corso di queste inchieste alcuni testimoni indicarono che – come effettivamente appurato al momento del ritrovamento del relitto settant'anni più tardi – lo scafo si squarciò rompendosi in due tronconi (un testimone addirittura eseguì un bozzetto delle fasi dell'affondamento), mentre altri non furono in grado di confermare l'accaduto. Gli ingegneri navali smentirono categoricamente la possibilità che la pressione idrostatica avesse potuto prevalere sulla tenuta dell'acciaio e che – quindi – il transatlantico si fosse spezzato, ma le testimonianze dei pescatori dell'isola di Terranova confermarono l'accaduto in quanto avevano recuperato, tanto al largo, quanto a riva, per alcuni mesi dopo il naufragio diverse tavole di mogano e di ebano (presenti nei rivestimenti delle cabine di prima classe) e di tek (di provenienza dal ponte della nave). La compagnia di navigazione – dal canto suo – appoggiò la versione dell'affondamento del transatlantico integro per evidenti motivi d'immagine. Dalle innumerevoli fotografie scattate negli abissi ove il relitto giace, a partire dal 1985, appare ora possibile ricostruire il drammatico affondamento della nave, che non avvenne, come descritto nella relazione finale delle inchieste «…scivolando lo scafo integro sotto le onde dell'oceano, andando, quindi, ad adagiarsi dolcemente sul fondo.» Gli istanti finali della vita del Titanic furono spaventosamente violenti e dipingono un drammatico e raccapricciante quadro di distruzione a carico della nave:

la nave, strisciando la fiancata destra, urta lateralmente l'iceberg alle ore 23:40 di domenica 14 aprile 1912. L'impatto, avvenuto ad una velocità di crociera di 21 nodi, deforma in modo permanente una sezione del lato di dritta lunga almeno 90 metri. Ciò si traduce nello squarcio di ben sei compartimenti stagni in quanto i rivetti, per l'immane pressione, saltano uno dopo l'altro creando almeno sei fenditure tra le piastre d'acciaio che – a mo' di mosaico – erano imbullonate sull'intelaiatura dello scafo. Da quel momento in poi l'affondamento era inevitabile, sebbene alcuni altri fattori possano aver contribuito ad accelerare il processo in atto, siano essi fattori umani (alcuni membri dell'equipaggio aprirono il portello di murata di sinistra nel fallimentare tentativo di calar in mare delle lance da un'altezza inferiore; poiché lo scafo aveva iniziato ad inclinarsi a babordo, il portello non poté più essere richiuso, e quando – verso l'1:50 di lunedì 15 aprile 1912 – la prua s'era abbastanza abbassata, l'acqua entrò copiosamente anche da quell'apertura), o progettuali (la cupola in cristallo che sovrastava il salone della scalinata di poppa non resse alla pressione dell'acqua che pochi secondi; la sua disintegrazione permise all'acqua di inondare assai rapidamente i compartimenti interni della nave). La manovra d'allontanamento della nave dall'iceberg risparmiò i danni al timone ed alle eliche, come era negli intenti dell'ufficiale al comando, il quale – tuttavia – sottovalutò alcuni importanti fattori quali il fatto che l'iceberg era alto circa 30 m nella parte emersa (il che significa che era profondo circa 270 m nella parte sommersa che, approssimativamente rappresenta circa i 9/10 delle dimensioni totali), che l'inerzia della nave lanciata a circa 21-22 nodi non poteva evitare la collisione con un iceberg intravisto in condizioni d'emergenza (ad occhio nudo, di notte, all'ultimo istante) nemmeno con l'inversione della propulsione (che, in ogni caso interessava unicamente le due eliche laterali in quanto l'elica centrale non era invertibile, ma – al massimo – arrestabile), che l'urto frontale non avrebbe fatto affondare la nave (in quanto la deformazione della prua avrebbe allagato al massimo quattro compartimenti stagni);
dopo aver imbarcato acqua per due ore, inutilmente contrastata dal pieno regime delle pompe che lavoravano per espellerla, la prua inizia ad inabissarsi all'1:50 di lunedì 15 aprile 1912. La prua, nel contempo, inizia ad inclinarsi a babordo. A questo punto iniziano ad esser calate le lance, che erano in numero di venti perché la compagnia armatrice ne aveva radiate quattro in quanto «toglievano spazio e visuale sul ponte della camminata»;
alle 2:15 la prua è pienamente sommersa e la pressione dell'acqua piega in avanti il fumaiolo della prima sala-macchine staccandolo. L'acqua penetra anche da questa nuova falla accelerando l'affondamento della nave;
verso le ore 2:20 la prua è interamente sommersa e – di conseguenza – la poppa s'innalza con un angolo di 30° sulla superficie dell'oceano, mettendo in mostra eliche e timone. Il tutto si traduce in una catastrofica sollecitazione sul fulcro della leva, sito tra il secondo ed il terzo vano-macchine. A questo punto la pressione dell'acqua stacca il secondo fumaiolo espellendolo verso destra. Il Titanic si spezza in quel punto quando, circa cinque minuti dopo, l'affondamento continuato della sezione prodiera aveva innalzato a 90° l'intera sezione poppiera;
la rottura dello scafo avviene quando la nave è già sommersa (per il troncone di prua) ed emersa (per il troncone di poppa). Esso inizia procedendo dall'alto (quindi nella parte ancora emersa) e diffondendosi a tutto spessore fino al doppiofondo della nave che resiste per qualche istante tenendo per poco uniti i due tronconi in cui s'era diviso lo scafo. Ciò smentisce gli ingegneri navali e le loro dissertazioni durante i processi tenutisi a Londra ed a New York: non è la pressione idrostatica a frantumare l'acciaio dello scafo, bensì la forza di gravità agente sulla parte prodiera appesantita dall'acqua che tende inevitabilmente a sprofondare e sulla sezione poppiera innalzatasi quasi ad angolo retto sulla superficie dell'oceano (in sostanza, la causa ultima fu il peso eccessivo della poppa, innalzato di 70-90 metri sulla superficie dell'oceano). La rottura dello scafo avvenne con un modo non dissimile dalla tipica frattura "a legno verde" dell'osso, ben nota in ortopedia;
questo evento fa espellere con violenza il terzo fumaiolo, che per poco non piomba su una scialuppa e sui suoi occupanti. La rottura dello scafo non avviene in modo improvviso: le lamiere iniziano prima a contorcersi, poi a fendersi, quindi a fratturarsi e, nel giro di pochi secondi, la sollecitazione di flessione raggiunge il livello massimo tale da vincere la resistenza opposta dall'acciaio. Lo scafo si spezza in due tronconi lasciando cadere verticalmente verso il fondo gli oggetti pesanti (la terza caldaia in primis), mentre la poppa beccheggia a sinistra, scaraventando le persone ancora a bordo contro il parapetto di babordo;
alle 2:25 la sezione di prua, ancora intatta nella struttura, affonda per prima ed inizia la discesa mentre le sezione poppiera – liberatasi dalla zavorra della prua allagata – rimane sollevata a 90° per un istante, ripiombando sulla superficie dell'oceano in un attimo, iniziando ad imbarcare acqua e si trovava ancora emersa. Separata e liberata dalla poppa, la prua inizia la sua discesa nel baratro mantenendo una forte inclinazione, circa 75°;
la poppa rimane a galla, in posizione orizzontale solo pochi istanti, giacché l'acqua irrompe copiosa dallo squarcio anteriore, facendola inabissare. L'ultima sezione della poppa si riposiziona in verticale. Prima di scomparire definitivamente dalla vista fa rotolare fuori dallo squarcio tutti gli oggetti pesanti, che s'avvitano velocemente verso il fondo. Da questo momento, i due tronconi della nave cessano di comportarsi come unica sezione ed affondano seguendo traiettorie differenti;
la sezione prodiera, pertanto, plana mantenendo un'accentuata angolazione per 3 800 metri verso il fondo, ad una velocità di circa 30 nodi: la conformazione idrodinamica della prua si accentua, avendo essa perso le due restanti ciminiere quasi in linea retta, inclinandosi molto per i primi 1 200 metri di discesa. L'albero di trinchetto si stacca piombando sulla plancia di comando, devastandola, quando la pressione dell'acqua riesce a vincere la tenuta delle saldature (vale a dire verso i 300 metri di profondità). Poco dopo si frantuma la timoniera. La veloce discesa della prua trascina dietro al troncone una colonna d'acqua del peso di 50 tonnellate;
il troncone di poppa discende verticalmente, ribaltandosi e roteando a spirale in senso orario su se stesso. Per prima viene persa la sezione corrispondente al punto di frattura dello scafo, già lesionata, ovvero l'intera sezione compresa tra il secondo ed il quarto fumaiolo, che precipita sul fondo dritta, aprendo un cratere da impatto e scomponendosi in quattro sottosezioni, tutte presenti ad est di dove precipiterà la sezione poppiera rimanente. La repentina pressione dell'acqua e dell'aria fa letteralmente "esplodere" a circa 150 metri di profondità sia la sezione centrale, che la sezione poppiera (le sacche d'aria rimaste intrappolate al loro interno implodono e disintegrano i compartimenti-stagni). A questo punto, l'intera sezione poppiera si rigira e precipita nell'abisso con la zona puntata (il timone) verso il basso, perdendo nella discesa intere sezioni di ponti, distaccate al momento dell'esplosione. Il crollo dei ponti l'uno sull'altro provoca la lacerazione delle lastre dello scafo, il distacco del doppio fondo, la parziale rottura dell'intera struttura, il suo piegamento, la sua deformazione, il suo schiacciamento e la sua parziale disintegrazione; nell'esplosione vengono rilasciate cinque caldaie, del peso di 50 tonnellate cadauna, che precipitano poco lontano dalla poppa e molti altri oggetti e zolle di carbone, che, invece, la corrente farà posare dolcemente sul fondo a debita distanza dopo parecchie ore, visto il loro peso contenuto;
a causa della forma allargata, entrambe le sezioni, di prua e di poppa, alternano momenti di caduta (con angolo compreso tra i 75° ed i 90°), in cui acquistano velocità, a momenti di stallo (con angoli di 15°-20°), in cui la riducono. In cinque minuti di discesa inarrestabile entrambe le sezioni del relitto raggiungono ed impattano il fondale marino distruggendosi nel contraccolpo;
la prua penetra nel fango del fondale marino con un angolo di 20° ed una velocità di circa 30 nodi, cosicché la punta si conficca per 18 metri nel fango, arandolo, mentre il contraccolpo violento piega l'intera sezione incurvandola con la concavità rivolta verso il basso e rompe lo scafo. A questo punto, dopo qualche istante, s'abbatte sul relitto anche la colonna d'acqua che la prua si trascinava dietro. La colonna d'acqua completa la devastazione in quanto piomba sulla prua con un peso di 50 tonnellate alla velocità di 30-40 nodi, comportandosi a mo' di rullo compressore, schiacciando i ponti, facendo saltare le giunzioni delle finestre (che – da chiuse – si aprirono) e facendo espellere il portellone del boccaporto di prua, che viene eiettato ad 80 metri avanti alla prua. La parte posteriore della prua si accascia facendo accartocciare le lamiere di entrambe le fiancate e facendo crollare i ponti;
il troncone di poppa s'incunea nel fango del fondale col timone seguendo un angolo di circa 25° e viene completamente devastato dallo schianto, con la distruzione totale dei ponti e delle fiancate, che si piegano con un angolo di 90°. La carena dello scafo, nella sezione poppiera, pesantissima a causa delle motrici alternative (che erano rimaste al loro posto), si schianta sul fondo con una tale violenza che i ponti crollano l'uno sull'altro. Il collasso dei ponti ricopre di lamiere entrambe le fiancate ed il contraccolpo dovuto all'impatto sul fondale limaccioso sradica l'albero di poppa facendolo abbattere su ciò che rimane dei ponti;
i due tronconi si dispongono a circa 600 metri di distanza l'uno dall'altro, la prua (la porzione più consistente del relitto) in direzione nord-est, separata dalla maggior parte dei reperti, e la poppa – rivolta col timone verso la prua – a sud-ovest, circondata da suppellettili e porzioni d'infrastrutture d'ogni genere. La sezione centrale giace, invece, ad est delle altre due sezioni, irriconoscibile per le devastazioni subìte. Dietro la prua, il fango del fondale è tuttora disposto a ventaglio per effetto dell'onda d'urto dell'impatto della sezione col fondale oceanico. Essi giacciono sull'ultimo tratto della scarpata continentale in un'area di lieve pendio;
nelle ore successive, i detriti raggiungono il fondale e si posizionano intorno al relitto. Il campo in cui giacciono i rottami si trova al confine tra la scarpata continentale nordamericana e la piana abissale atlantica, in un lieve e dolce declive. Il campo dei rottami copre un'estensione di fondale di circa 400 hm². Le vorticose correnti sottomarine modificano continuamente il fondo oceanico, spostando sedimenti e dune che ora ricoprono ed ora scoprono i reperti, molti dei quali tuttora giacciono sotto il fango. Alcune dune, in molti casi, sono – addirittura – più larghe, lunghe ed elevate delle sezioni di prua e di poppa della nave. Con ogni probabilità, se non viene corroso prima dai batteri che si nutrono di ferro, l'intero relitto potrebbe venir sepolto sotto il fango nell'arco del prossimo mezzo secolo.



In tanti si sono già posti il problema, su cosa fare per preservare il relitto e quindi la memoria dei fatti del 1912; un recupero sarebbe da escludersi, sia per i costi, sia per le difficoltà tecniche e per il semplice fatto che il relitto collasserebbe del tutto. Parrebbero non esserci tante vie, qualcuno ha proposto di restaurarlo, senza specificare come, per farne un santuario, ragion per cui é probabile che la natura farà il suo corso; anche per tale ragione in occasione del centenario dell’affondamento é stata organizzata dal National Geographic una spedizione con lo scopo di fotografare e documentare con la massima precisione il luogo dove giace il relitto, che oggi é addirittura visitabile tramite Google Earth.
Il simbolo della vittoria della natura sull'ingegno umano, tomba sommersa di ben 1500 persone, non viene lasciato riposare in pace, perché la natura stessa, con l'aiuto dell'uomo, continua ad accanirsi sui suoi resti.

"Il ritrovamento portò a sviluppare l'idea che l'oceano fosse il più grande museo sulla terra", continua Ballard. "C'è probabilmente più storia in fondo all'oceano che in tutti i musei del mondo assieme". E il Titanic è la maggiore attrazione di questo museo e, come succede spesso ai siti archeologici, è stato "saccheggiato" dai suoi tesori poi esposti sulla terraferma e utilizzati per ricostruire la storia della nave e dei suoi passeggeri. Ma non solo, perché come Pompei, Atene, Roma è diventato meta di visite turistiche. A 4mila metri sotto il mare non si arriva col torpedone e, così, una società russa accompagna i (facoltosi) turisti con piccoli sommergibili. Insomma, in fondo all'Atlantico c'è un gran via vai. E all'opera distruttiva della natura si aggiunge quella delle troupe cinematografiche a caccia di immagini, quella delle missioni archeologiche a caccia di tesori e dei turisti in sottomarino che lasciano dietro di loro una scia di immondizia. Così, allarmati, gli esperti americani spingono affinché si prenda una decisione sulla sorte del relitto.

Già ma qual è la decisione giusta? La questione su quale sia il modo migliore per salvaguardare la memoria del Titanic è aperta fin dal ritrovamento. Secondo Ballard "non si può tirare fuori il Titanic", come immaginato in un film degli Anni 80, perché farlo "lo distruggerebbe". Però, in molti sono d'accordo con l'archeologo James Delgado, manager del National Oceanic and Atmospheric Maritime Organization, sul fatto che "non si può lasciarlo così per sempre. Perché bisogna celebrarlo e permettergli di raccontare la sua storia alle future generazioni". Non si può riportarlo in superficie e neppure lasciare al suo destino. Così c'è chi propone una terza via, cioè restaurarlo dove si trova e farne un santuario sottomarino, sull'esempio della gloriosa USS Monitor, cannoniera corazzata della marina americana che affondò il 31 dicembre 1862 nell'oceano Atlantico al largo di Capo Hatteras nella Carolina del Nord. Oggi i visitatori del Monitor, grazie a telecamere subacquee, ne possono ammirare i resti senza disturbarne il riposo.




domenica 27 settembre 2015

ISOLA FANTASMA



Le isole fantasma sono isole che nel corso dei secoli sono state accreditate come realmente esistenti e i cui contorni sono stati tracciati per un periodo di tempo sulle carte geografiche, dalle quali sono state successivamente rimosse, dopo averne dimostrato l'inesistenza.

In genere le isole fantasma derivano dalle relazioni dei primi navigatori ed esploratori di nuove terre. Solitamente la loro presunta esistenza nasceva da errori di identificazione e localizzazione di isole reali, come nel caso dell'isola di Pepys, o per errore delle coordinate geografiche trasportate sulle mappe.

Altre isole fantasma sono probabilmente dovute ad errori di navigazione, ad errate identificazioni di iceberg e banchi di nebbia o frutto di illusioni ottiche.

L'inesistenza di alcune isole è ad oggi dibattuta o di recente scoperta, come nel caso di Sandy Island (Nuova Caledonia), presente su google maps ma non rilevata da spedizioni scientifiche.

Mentre le isole fantasma non sono mai realmente esistite, altre come l'isola Thompson, Bermeja o l'isola del Podestà, potrebbero essere state isole reali successivamente distrutte da esplosioni vulcaniche, terremoti o frane sottomarine o ancora banchi di sabbia poi ricoperti dall'acqua, tipico esempio è l'isola Ferdinandea.

In altri casi ancora quelle che venivano ritenute isole sono poi state identificate come penisole di terre più grandi: dal sedicesimo ad diciottesimo secolo in molte mappe la California era rappresentata come un'isola.

I geografi sono stupefatti e perplessi: a metà fra l’Australia e il territorio francese di Nuova Caledonia pensavano di trovare l’isola di Sandy. Ma l’isola è scomparsa. Anzi: non esiste proprio. L’«isola fantasma» australiana non è però un caso isolato. Seppur segnalate sulle mappe, sarebbero infatti ancora centinaia le isole «da sogno» che in realtà non esistono affatto. Se non sulle mappe, e non solo su quelle digitali.



Atlanti, carte nautiche e mappe la segnalano nell’oceano Pacifico. C’è anche su Google Maps. Qui, l’isola nel Mar dei Coralli misura poco più di 20 chilometri di lunghezza e circa cinque chilometri di larghezza - non ci sono foto, ma solo una misteriosa macchia nera. Sandy Island, così sembrava, aveva tutte le caratteristiche di un’isola in stile «Lost»: sperduta e disabitata. Oltretutto, il suo nome e la dimensione facevano pensare a lunghe spiagge, a un mare cristallino. Ma non esiste. È erroneamente segnalata sulle carte geografiche da almeno dieci anni. Una spedizione con un gruppo di ricercatori dell’Università di Sydney ha raggiunto ora in nave la zona in cui si sarebbe dovuta trovare la presunta striscia di terra. Cos’hanno trovato? Solamente acqua, acqua profonda a perdita d’occhio e barriera corallina.
L’isola di Sandy è soltanto l’ultima di una lunga serie di isole a dover essere cancellate definitivamente dalle mappe. Nella cartografia si trovano altri pezzi di terra in mezzo al mare dai nomi fantasiosi: Antilia, Frislandia oppure Bermeja, quest’ultima segnalata nel Golfo del Messico davanti alle coste dello Yucatan sin dalle mappe del Cinquecento fino a quelle digitali. Doveva essere grande come l’isola di Föhr (circa 83 chilometri quadrati). Tre anni fa i ricercatori dell’Università di Città del Messico avevano organizzato una spedizione per esplorare le sue risorse naturali. Tuttavia, dopo una settimana di ricerche - con navi e aerei - della striscia di terra non c’era traccia. Nessuno è in gradi di dire quante siano le cosiddette «isole fantasma» - cioè quelle segnalate nel corso del tempo come realmente esistenti, con i contorni delle coste disegnati sulle mappe geografiche, ma rimosse successivamente dopo la dimostrazione della loro inesistenza. Controversi sono anche i tanti isolotti del sud del Pacifico con nomi evocativi quali Ernest Legouvé, Giove, Maria Teresa, Wachusett o Rangitiki. Colpa di esploratori ambiziosi, errori nella trascrizione delle coordinate in fase di disegno delle mappe o anche l’influenza di alcol, sono finite nella cartografia.

In verità, gli studiosi australiani erano partiti con la loro nave da ricerca Southern Surveyor per mappare il fondo dell’oceano. «Abbiamo voluto controllare perché le carte di navigazione a bordo segnavano acque molto profonde nella zona, oltre 1300 metri. La nostra collega Maria Seton ha scoperto questa bizzarra isola sulle nostre mappe meteorologiche, quindi siamo andati a vedere, ma non c’era nulla», ha raccontato Steven Micklethwaite dell’Università di Sydney. «Non lo sappiamo», ha spiegato Seton. «Una delle fonti degli atlanti è la Cia», aggiunge Micklethwaite. «Questo alimenta le teorie del complotto». Ciò nonostante, le isole fantasma hanno spesso una storia molto più antica. Un geografo arabo ne aveva identificato oltre 27.000 già nel dodicesimo secolo.

Nel «Times Atlas of the World» Sandy Island è identificata come Sable Island. Se in quell’area ci fosse effettivamente l’isola, dovrebbe cadere in territorio francese, speculano i giornali australiani. Tuttavia, l’isola di Sandy non compare sulle mappe ufficiali francesi. Secondo il servizio idrogeografico australiano, che produce le carte nautiche del Paese, la sua comparsa su alcune mappe scientifiche e su quelle digitali sarebbe semplicemente legata a un errore umano, ripetuto negli anni. Sandy Island potrebbe essere stata segnalata in seguito all’errata interpretazione dei dati satellitari.







mercoledì 19 agosto 2015

GLI ICEBERG



Prima dell’aprile 1912 non c’erano sistemi di monitoraggio degli iceberg che mettessero in guardia le navi sul pericolo di possibili collisioni. La tragedia dell’affondamento del Titanic, avvenuta il 15 aprile di quell’anno, che provocò la morte di circa 1.500 dei suoi 2.223 passeggeri, diede una forte spinta all'istituzione di organismi di sorveglianza degli iceberg. La marina americana pattugliò le acque monitorando i flussi di ghiaccio, fino a quando nella Conferenza Internazionale sulla Sicurezza in Mare del novembre 1913, tenutasi a Londra, venne decisa la nascita di un ente di osservazione permanente degli iceberg: nel giro di tre mesi sarebbe nata la International Ice Patrol (IIP) con il compito di raccogliere dati meteorologici e oceanografici nell'Atlantico settentrionale, misurandone le correnti, i flussi di ghiaccio, la temperatura e i livelli di salinità. Nel XX secolo molti altri enti scientifici sono stati istituiti per studiare e monitorare gli iceberg tra cui il NIC, National Ice Center, nato nel 1995.

La formazione di iceberg in Antartide e nei mari che circondano il Polo Nord, è un evento assai comune; di eccezionale possono esserci, a volte, le dimensioni delle masse di ghiaccio che si staccano, che possono essere di parecchie migliaia di km.
Gli iceberg si formano in due condizioni:
1) quando ghiacciai terrestri scendono fino al mare, la parte finale della lingua di ghiaccio, a contatto con l’acqua marina, inizia a galleggiare, per un fenomeno detto “calving”: il ghiaccio, infatti, è più leggero dell’acqua. Questo provoca la formazione di fratture nella massa di ghiaccio e il conseguente distacco di porzioni più o meno grandi. La forma di questo tipo di iceberg è in genere irregolare, con una superficie frastagliata e tormentata. 
2) quando ghiacciai molto ampi confluiscono tra loro allo sbocco in mare, l’unione delle lingue finali origina piatti tavolati di ghiaccio galleggiante, le cosiddette piattaforme (da non confondere con la banchisa, originata da ghiaccio formatosi per congelamento di acqua marina). Grandi piattaforme circondano il continente antartico: la piattaforma di Ross, nel mare omonimo, e di Ronne, nel Mare di Weddell, sono le più estese. I movimenti di correnti e maree nell’acqua sottostante, insieme alla costante spinta esercitata dai ghiacciai che alimentano le piattaforme, causano la fratturazione e la frammentazione delle piattaforme stesse, che ogni anno perdono in questo modo tra i 1450 e i 2000 km3 di ghiaccio (un volume equivalente a circa la metà dell’acqua potabile consumata in un anno nel mondo). Gli iceberg di questo tipo hanno in genere la forma di piatti tavolati dalla superficie relativamente liscia e regolare.



Questi ultimi sono tipici della zona antartica, mentre gli iceberg del primo tipo si formano più facilmente nei mari artici, dove le terre emerse non sono circondate da piattaforme di ghiaccio galleggiante e i numerosi ghiacciai terrestri possono perciò sfociare direttamente in mare.
Essendo il ghiaccio meno denso dell’acqua, gli iceberg galleggiano sulla superficie marina: la parte immersa è quindi circa 7- 10 volte (a seconda della differenza di densità tra acqua e ghiaccio) più alta di quella emersa. Se si considera che alcuni iceberg possono essere alti, rispetto alla superficie del mare, parecchie decine di metri, si comprende bene come l’appellativo di “montagne di ghiaccio” sia particolarmente indicato: un iceberg che mostra una parete di 30 metri, continua, per esempio, sotto il livello del mare, fino a una profondità di più di 200 metri.

L’iceberg più grande mai avvistato è un iceberg antartico, osservato nel 1956, che misurava 335 x 97 km, con una superficie di 31.000 km2, pari a quella del Belgio.
Dopo la frammentazione di B-15, grande come l’Abruzzo, attualmente il primato di gigante dei mari spetta all’iceberg C-19A, più grande della Liguria.

Essendo costituiti da ghiaccio di ghiacciaio, originato, quindi, dalla trasformazione di neve, gli iceberg sono fatti per la gran parte da acqua dolce. Hanno rappresentato in passato un’importante riserva di acqua potabile per le popolazioni dell’estremo Nord, come gli Inuit. Anche ora vengono periodicamente riproposti progetti per lo sfruttamento di queste preziose risorse, per esempio rimorchiando iceberg in prossimità di coste di Paesi con scarsità d’acqua potabile, tuttavia per ora i costi di queste operazioni risultano ancora molto superiori ai benefici.

Una volta staccatisi dal ghiacciaio o dalla piattaforma, gli iceberg vengono sospinti alla deriva dai venti, dalle correnti e dalle maree. L’erosione operata dal vento e dalle onde e la progressiva fusione a cui vanno incontro spostandosi verso latitudini più calde ne riducono le dimensioni, insieme a ulteriori frammentazioni a causa, per esempio, di violente tempeste o collisioni tra loro o con la terraferma. Il destino degli iceberg è quindi quello di ridursi di dimensioni fino a scomparire, ma la loro vita può essere anche di parecchi anni.
A causa della fusione che subiscono con l’aumentare delle temperature, gli iceberg si osservano soltanto ad alte latitudini. Gli iceberg antartici, per esempio, normalmente non si spingono oltre la cosiddetta “convergenza antartica”, una fascia a 45-55 ° di latitudine Sud, ma qualche eccezione è sempre possibile: l’iceberg più “giramondo” mai osservato, nel 1894, si è spinto fino ad una latitudine di 26°30’ Sud, nell’Oceano Atlantico.



Gli iceberg di maggiori dimensioni (i più interessanti da studiare, ma anche i più pericolosi per la navigazione) sono costantemente seguiti e tenuti sotto controllo dai satelliti (ora anche con l’uso di GPS). Per facilitarne l’identificazione, il NIC (National Ice Center degli USA, che dipende dal Dipartimento della Difesa e dalla NOAA, National Oceanic and Amtosferic Administration, nonchè dalla Guardia Costiera statunitense) attribuisce un nome a ciascuno dei nuovi iceberg avvistati.
In Antartide, i nomi degli iceberg sono costituiti da una lettera, che identifica la zona di provenienza, e da un numero, che indica il numero progressivo di avvistamento a partire dal 1976, anno in cui è stato istituito il servizio di vigilanza, mentre un’altra lettera identifica i “figli” di successive frammentazioni.