Visualizzazione post con etichetta minerali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta minerali. Mostra tutti i post

giovedì 14 gennaio 2016

LA SARDEGNA



La Sardegna è la seconda isola più estesa del mar Mediterraneo. La posizione strategica della Sardegna al centro del Mediterraneo occidentale e la sua ricchezza mineraria ha favorito nell'antichità il suo popolamento e lo svilupparsi di traffici commerciali e scambi culturali tra i suoi abitanti e i popoli rivieraschi.
Lo Statuto Speciale, sancito nella Costituzione del 1948, garantisce l'autonomia amministrativa delle istituzioni locali a tutela delle peculiarità geografiche e linguistiche.

La Sardegna è stata sin dagli albori della civiltà un attracco frequentato da quanti navigavano da una sponda all'altra del mar Mediterraneo occidentale in cerca di terre e sbocchi commerciali. Fu così che nella sua storia millenaria ha saputo trarre vantaggio sia dalla propria insularità - che ha permesso lo svilupparsi della Civiltà nuragica - sia dalla propria posizione strategica, in quanto luogo imprescindibile nella rete degli antichi percorsi.

Nel suo patrimonio storico e culturale sono abbondanti le testimonianze delle culture indigene ma anche gli influssi e le presenze delle maggiori potenze coloniali antiche.

Circa settemila nuraghi, mediamente uno ogni 3 km², centinaia di villaggi e tombe megalitiche sono la testimonianza di una singolare civiltà che si è sviluppata nell'isola a partire dal II millennio a.C. Il nuraghe era il centro della vita sociale degli antichi Sardi, ma, oltre alle torri, altre strutture caratterizzarono la loro cultura, come le tombe dei giganti (luoghi di sepoltura) le cui stele centrali possono arrivare fino a quattro metri d'altezza e i pozzi sacri (luoghi di culto) dalla raffinata tecnica costruttiva; un altro simbolo di questa civiltà sono i bronzetti, fusi mediante la tecnica della cera persa e arrivati numerosi fino ai giorni nostri.

I Nuragici erano un popolo di guerrieri e navigatori, di pastori e di contadini, suddiviso in tante tribù che abitavano nei cosiddetti "cantoni". Commerciavano con i Micenei e i Minoici, con i popoli Iberici, i Fenici e gli Etruschi, lungo rotte che attraversavano il mar Mediterraneo dalla Spagna al Libano. Il loro simbolo più conosciuto, il nuraghe, è stato classificato dall'Unesco come patrimonio mondiale dell'umanità, individuando in Su Nuraxi presso Barumini l'esempio più significativo.

Altro periodo storico singolare nel contesto mediterraneo fu quello giudicale, quando a partire dal IX secolo le istituzioni locali si riformarono, rendendosi autonome da Bisanzio; ebbe così inizio il periodo dei giudicati, una forma originale di governo che durò per i successivi seicento anni.

Nell'isola probabilmente si formò in origine un'unica entità statuale autonoma nella sostanza, su cui Bisanzio esercitava una autorità solo nominale. Solo dopo il tentativo di conquista musulmana da parte di Mujahid al-Amiri, sventato dai Sardi per terra e dalle flotte di Pisa e Genova per mare, si formarono i quattro regni indipendenti di Torres, di Gallura, di Arborea e di Calari che diedero vita ad una efficace organizzazione politica ed amministrativa caratterizzata da elementi di modernità rispetto ai regni coevi continentali. Il territorio era diviso in curatorie che, secondo alcuni studiosi, ricalcavano i confini degli antichi cantoni nuragici.

Grazie all'abbondanza di risorse naturali, prosperarono nuovamente l'agricoltura e la pastorizia; i commerci ebbero nuovo impulso e così le arti, come l'architettura in stile romanico pisano. Si sviluppò, inoltre, un sistema giuridico locale il cui apice fu raggiunto con la promulgazione della Carta de Logu arborense nel XIV secolo «considerata una delle più importanti Costituzioni di principi del Medioevo».

Tuttavia le ingerenze fra gli stessi Giudicati delle repubbliche marinare, in particolare di Pisa, si erano fatte col passare dei secoli sempre più insistenti e, al volgere del XIII secolo, solo il regno giudicale di Arborea era riuscito a mantenere la propria indipendenza e sovranità.

Il Regno di Sardegna fu istituito nel 1297 da papa Bonifacio VIII in ottemperanza al trattato di Anagni del 24 giugno 1295; venne istituito per risolvere la crisi politica e diplomatica sorta tra la Corona d'Aragona e il ducato d'Angiò a seguito della Guerra del Vespro per il controllo della Sicilia. L'atto di infeudazione, datato 5 aprile 1297, affermava che il regno apparteneva alla Chiesa e veniva dato in perpetuo ai re della Corona di Aragona in cambio di un giuramento di vassallaggio e del pagamento di un censo annuo.

Fu conquistato territorialmente a partire dal 1324 con la guerra mossa dagli aragonesi, in alleanza con i sardi arborensi, contro i pisani. La conquista fu successivamente a lungo contrastata dalla resistenza sull'isola dello stesso regno di Arborea e poté considerarsi parzialmente conclusa solo nel 1420, con l'acquisto dei rimanenti territori dall'ultimo Giudice per centomila fiorini d'oro.

Le istituzioni del Regno (aventi sede a Cagliari, la capitale), oltre al Vicerè, di nomina reale, erano le Cortes e la Real Udiencia: le Cortes erano un parlamento pattizio, in cui erano rappresentate le città regie, la chiesa e la nobiltà feudale; la Real Udiencia, istituita nel 1564, era il supremo tribunale del Regno, da cui deriva l'attuale Corte d'appello e, in assenza del Vicerè, ne assumeva i compiti di governo.

Con l'acuirsi delle scorrerie dei pirati saraceni, a partire dal XVI secolo fu impiantato un efficiente sistema di difesa con numerose torri litoranee e le piazzeforti di Alghero e Cagliari mentre nel XVII secolo furono fondate le due Università di Sassari e Cagliari.

Il Regno di Sardegna fece parte della Corona di Aragona fino al 1713 (anche dopo il matrimonio di Ferdinando II con Isabella di Castiglia, allorquando l'Aragona si legò prima alla Castiglia, e poi dal 1516, in epoca già asburgica, anche alle altre entità statuali da loro governate) quando subito dopo la guerra di successione spagnola, entrò a far parte dei domini degli Asburgo d'Austria; nel 1720 con il trattato dell'Aia la Sardegna venne ceduta, dopo la breve riconquista da parte della Spagna, a Vittorio Amedeo II, al tempo duca di Savoia. In cambio, all'Austria fu assegnata la Sicilia.

Nel 1847, con la cosiddetta Fusione perfetta, tutti i possedimenti della Casa Reale sabauda confluirono nel Regno; per mezzo di tale controverso atto giuridico scomparvero conseguentemente le ultime vestigia statuali acquisite in periodo iberico (carica vicereale, parlamento degli Stamenti, suprema corte della Reale Udienza). L'isola divenne così, nell'interpretazione che ne ha dato il Casula, una regione di uno Stato più ampio, dalla configurazione non più composta come lo era stato dopo il 1720, bensì unitaria. La residuale denominazione "Regno di Sardegna" venne mantenuta ancora per anni finché, una volta raggiunta l'unificazione politica della penisola italiana, mutò nome nel nuovo Regno d'Italia. Purtuttavia, l'inno del regno sabaudo rimase, fino all'instaurazione della repubblica italiana, s'hymnu sardu nationale (l'inno nazionale sardo), affiancato alla Marcia Reale.

Ben conosciuta nell'antichità sia dai Fenici che dai Greci, fu da questi ultimi chiamata Ichnussa o Sandalion per la somiglianza della conformazione costiera all'impronta di un piede (sandalo). Sempre i Greci la chiamarono anche Argyróphleps Nèsos ossia l'isola dalle vene d'argento per l'abbondanza nelle sue miniere di quel metall. Per loro la Sardegna era l'isola più grande di tutto il mar Mediterraneo e tale rimase nella conoscenza degli antichi navigatori per lungo tempo, in quanto la lunghezza delle coste sarde (1.232 km escluse le isole) è effettivamente maggiore di quelle siciliane o cretesi.

Secondo recenti studi linguistici, l'appellativo latino Sardinia deriverebbe da un'altra denominazione greca conosciuta come Sardò, nome di una leggendaria donna della quale si ha notizia nel Timeo di Platone e le cui origini venivano da Sàrdeis,capitale della Lidia, luogo dal quale Erodoto farà provenire sia le genti etrusche che quelle sarde.

Sallustio nel I secolo d.C. sosteneva che: «Sardus, generato da Ercole, insieme ad una grande moltitudine di uomini partito dalla Libia occupò la Sardegna e dal suo nome denominò l'isola», e Pausania nel II secolo d.C. confermava quanto detto da Sallustio aggiungendo che: «Sardo venne dalla Libia con un gruppo di coloni ed occupò l'Isola il cui antico nome, Ichnusa, mutò in Sardò». In una stele in pietra risalente all'VIII / IX secolo a.C. ritrovata nell'odierna Pula, centro comunale comprendente l'antica città di Nora, appare scritto in fenicio la parola b-šrdn che significa in Sardegna, a testimonianza che tale toponimo era già presente sull'Isola all'arrivo dei mercanti fenici.

Secondo alcune interpretazioni, gli antichi Sardi del periodo prenuragico e nuragico conservarono senza rilevanti alterazioni lingua e costumi pre-indoeuropei dell'Europa Antica. Secondo alcune teorie la lingua sardiana o protosarda sarebbe stata affine a quella etrusca, mentre secondo altre lo sarebbe stata con quelle basco-iberiche; un'altra ipotesi ancora suppone che nell'isola fossero presenti popolazioni contraddistinte sia da parlate indoeuropee che pre-indoeuropee.

In Sardegna si parlano oggi diverse lingue romanze: oltre all'italiano, introdotto per la prima volta nell'isola con un atto potestativo nel mese di luglio del 1760 e correntemente espresso dalla gran parte dei locutori nella sua variante regionale, la lingua più diffusa nell'isola è il sardo, ritenuta subito dopo l'italiano la più conservativa tra le lingue romanze. Parlata in larga parte dell'isola, essa è ripartita da una parte dei glottologi in due varianti fondamentali:
nel cosiddetto "capo di sopra" il sardo logudorese è la variante rimasta più simile al latino in desinenze e pronuncia e generalmente considerata quella di maggior prestigio letterario; in essa furono scritte molte poesie e componimenti come, per esempio, l'inno del Regno sabaudo, No potho reposare e l'inno patriottico Procurad'e moderare, barones, sa tirannia. Nel logudorese viene generalmente compresa come sottovarietà la variante nuorese e barbaricina (sardu nugoresu e sardu barbaritzinu), che si caratterizza per una ancor maggiore conservazione e fedeltà al latino ma con frequenti elementi arcaici del sostrato preindoeuropeo. Nella regione del Guilcer sono diffuse parlate di transizione col campidanese, a cui si sono ispirati gli studiosi che hanno elaborato la variante scritta della Limba Sarda Comuna, adottata dalla Regione nel 2006.
nel cosiddetto "capo di sotto" il sardo campidanese presenta vocaboli di matrice fenicio-punica oltre che nuragica, ed è parlato nell'intero meridione isolano, costituendone anche la variante più diffusa; nell'Ogliastra la parlata ha una matrice campidanese arcaica, con molti vocaboli barbaricini.
Altri linguisti teorizzano, invece, la sostanziale omogeneità del sistema linguistico sardo, anche tenendo conto dell'oggettiva impossibilità nel tracciare un confine netto tra i sistemi dialettali per via dell'esistenza di numerose parlate con caratteri mediani (es. arborense, barbaricino meridionale, ogliastrino etc.).

Il sardo è stato utilizzato in diverse epoche come lingua istituzionale; tra i documenti più importanti vi sono i condaghi, gli Statuti Sassaresi e la Carta de Logu. Con l'approvazione della legge 482 del 1999, il sardo e il catalano sono stati riconosciuti e tutelati a livello statale come minoranze linguistiche storiche, mentre la tutela di sassarese, gallurese e tabarchino è riconosciuta dalla legge regionale 26 del 1997. Nell'ambito delle iniziative per la lingua sarda, la Regione ha avviato dei progetti denominati LSU (Limba Sarda Unificada) e LSC (Limba Sarda Comuna) al fine di definire e normalizzare trascrizione e grammatica di una lingua unificata che comprenda le caratteristiche comuni di tutte le varianti. Nell'aprile del 2006 la Limba Sarda Comuna è diventata lingua ufficiale per le comunicazioni in sardo dell'amministrazione regionale. Nel 2012 la giunta Cappellacci introduce la dicitura «Regione Autònoma de Sardigna» in sardo, con la stessa evidenza grafica dell'italiano, nei documenti, nello stemma della Regione e in tutte le produzioni grafiche legate alla propria comunicazione istituzionale.

Accanto alla lingua sarda propriamente detta, nel nord dell'isola sono parlati due idiomi romanzi di derivazione corso-toscana:
nella regione nord-occidentale dell'isola, il sassarese è parlato a Sassari e con piccole variazioni nella Nurra, Romangia e Anglona. È un idioma nato dalla commistione fra corso, pisano, ligure e la successiva forte influenza del sardo logudorese;
nella regione nord-orientale dell'isola, la Gallura, è parlato il gallurese che si avvicina particolarmente al dialetto parlato nella Corsica del Sud, frutto e testimonianza dei contatti fra le due isole e delle migrazioni nello Stretto di Bonifacio avvenute dalla preistoria fin quasi ai giorni nostri.
Vi sono infine delle isole linguistiche, presenti nel versante occidentale dell'isola:
nella città di Alghero dal XIV secolo è parlata una variante arcaica del catalano orientale, l'algherese (alguerès), che risulta lingua co-ufficiale nel Comune;
nel Sulcis, nell'isola di San Pietro (Carloforte) e nella parte settentrionale dell'isola di Sant'Antioco (Calasetta) è parlato un dialetto ligure coloniale, denominato tabarchino (tabarchin) perché portatovi dagli immigrati di origine ligure (Pegli) esiliati dall'isola di Tabarka in Tunisia nel XVIII secolo;
costituiscono poi testimonianza delle locali migrazioni i casi di Arborea e Tanca Marchese, dov'è anche parlato il veneto dei coloni ivi giunti per le bonifiche del fascismo, e della frazione di Fertilia, che ospita nuclei di origine ferrarese ed esuli istriani giunti nel dopoguerra.

La Sardegna ha avuto nel tempo diverse suddivisioni amministrative e territoriali. Inizialmente, già in periodo romano, il territorio sardo era stato suddiviso in diocesi ecclesiastiche, successivamente, nel periodo medioevale, la Sardegna era ripartita in giudicati e in curatorie, con dei brevi intermezzi signorili e comunali. Poi durante il dominio aragonese e spagnolo, l'isola venne divisa in vari feudi con marchesati, baronie e contee, che lasciarono tracce profonde come dal nome della regione storica delle Baronie. Nel XIX secolo la Regione era già organizzata con prefetture, province, tribunali, mandamenti e comuni.

La Sardegna è suddivisa in regioni storiche che derivano direttamente, sia nella denominazione che nell'estensione, dai distretti amministrativi, giudiziari ed elettorali dei regni giudicali, le curatorie (in sardo curadorias o partes) che probabilmente ricalcavano una suddivisione territoriale ben più antica operata dalle tribù nuragiche. Alcune denominazioni non sono più in uso, mentre altre persistono anche in epoca moderna.

Nel 1848 durante il Regno di Sardegna l'Isola fu suddivisa in 3 divisioni (Cagliari, Nuoro e Sassari), in 11 province (Alghero, Cagliari, Cuglieri, Iglesias, Isili, Lanusei, Nuoro, Oristano, Ozieri, Sassari e Tempio Pausania), in 84 mandamenti e 363 comuni. Sempre durante il regno sardo-piemontese nel 1859 la Sardegna fu suddivisa in due province (Cagliari e Sassari), in 9 circondari (le ex province meno Cuglieri e Isili), in 91 mandamenti e 371 comuni. Questa suddivisione si mantenne fino al 1927 quando furono eliminati tutti i circondari in Italia.

Dal gennaio 1927 la Sardegna fu suddivisa in 3 province: Cagliari, Nuoro e Sassari, a cui si aggiunse Oristano nel luglio 1974. Il numero di questi enti raddoppiò con la piena operatività dal 2005 delle province di Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio. Al 2014 la Sardegna è la regione italiana con più capoluoghi di provincia (12, a fronte di 8 province) a pari della Lombardia (dove però vi sono 12 province). In base ai dati del censimento del 2001 nell'isola c'è una provincia ogni 203.985 abitanti, e la media degli abitanti per capoluogo è di circa 42.493 residenti.

In seguito ai referendum regionali del 2012, riguardanti anche le istituzioni provinciali, è stato dato avvio a un processo di riorganizzazione amministrativa di questi enti intermedi, al settembre 2015 ancora non completato. Tuttavia dal luglio 2013 le 4 province istituite nel 2001 (per cui i referendum avevano valore abrogativo) sono state commissariate.

L'intero territorio regionale della Sardegna costituisce il distretto della Corte d'appello di Cagliari (con sezione staccata di Sassari), all'interno del quale si trovano i sei Tribunali (Cagliari, Lanusei, Nuoro, Oristano, Sassari e Tempio Pausania), la cui circoscrizione territoriale di ciascuno viene definita circondario.

Si dice che la Sardegna sia un vero e proprio continente. Sull'isola si trovano straordinarie varietà di paesaggi, panorami e posti, tanto da credere di avere davanti a se un vero e proprio continente in miniatura. La provincia di Sassari è ricca di alture, laghi, fiumi, boschi, pianure e colline. Il tutto in piccole ma ben visibili dimensioni e forse proprio per questo da godere in maniera diretta.

Una delle montagne più alte della provincia è il Limbara nei pressi di Tempio. Raggiunge quasi i 1.400 metri, si trova in una zona ricca di boschi e perciò meta molto amata dagli appassionati escursionisti, poiché anche in piena estate trovano sempre un posticino ombreggiato dove fare una sosta. Più in là verso ovest si trova il bacino artificiale di Tula. Questo garantisce abbondantemente l'approvvigionamento di acqua potabile, ma viene in misura crescente anche richiesto per la pratica degli sport d'acqua (sci d'acqua, regate, surf). Lo stesso vale per Diga Liscia, un lago artificiale a nord-est di Tempio. La vegetazione boschiva appare qui più scarsa rispetto a quella dl Limbara. Punto d'attrazione sono i due alberi d'olivo che hanno più di 2000 anni ciascuno (Ulivi millenari), le cui dimensioni sono quasi inimmaginabili.



La Sardegna è una della tre zone al mondo dove si possono trovare i cosi detti alberi pietrificati (della Preistoria). Più precisamente essi si trovano nelle vicinanze delle località di Perfugas e Martis. Con una eccezione giacciono sparsi nella zona. Grazie ad un azione "Notte e nebbia" di un proprietario terriero (che, preoccupato di evitare eventuali espropri del terreno, d'altronde prevedibili dato il valore archeologico dei reperti, durante una notte fece rotolare i tronchi pietrificati dalla montagna verso il fiume) alcuni di questi tronchi si trovano ora nel letto del fiume Rio Altana nelle vicinanze di Perfugas. A riguardo, come posto da visitare sarebbe da consigliare Martis un paesino a circa 5 km da Perfugas (con un bellissimo parco che custodisce parte dei tronchi).

Il visitatore sarà sorpreso anche alla vista della Valle della luna nei pressi di Aggius. I nativi del luogo diedero quel nome a questa vasta regione, ideale per le escursioni, poiché li giacciono sparpagliate delle costruzioni di pietra, in parte strane e imponenti. Come è oramai tradizione in Sardegna molte di queste rocce hanno un nome. Sicuramente la più conosciuta è il prete che prega - egli tiene le mani giunte di fronte al viso. Nei boschi limitrofi ad Aggius, stanno in primo piano poche rocce rispetto ai numerosi funghi.

Chi durante una lunga escursione si vuole dedicare non solo alla natura ma anche volesse godere di un panorama particolare, si consiglia una gita sul Monte Osoni (dietro i villaggi) o a San Gavino, nei pressi di Viddalba. Da entrambi i monti, a seconda delle condizioni meteorologiche si può godere di una meravigliosa vista sulla valle, sul mare fino all'isola dell'Asinara oppure l'Isola Rossa oppure addirittura fino alla Corsica.

La Sardegna grazie ai minerali e al vulcanesimo recente possiede varie sorgenti termali e minerali. Le sorgenti termali, la cui temperatura oscilla tra i 40° ed i 70° C., sono allineate lungo le principali linee di frattura, in prossimità di affioramenti di lava come anche le terme di Casteldoria che si trovano a Santa Maria Coghinas. Le terme sono conosciute sin dall'antichità per le loro acque salso-bromo-iodiche che sgorgano a 70° all'uscita di una selvaggia gola porfirica quasi a livello del fiume Coghinas.

Vicino si trova il castello dei Doria, fondato nel XII secolo. È situato in una cornice di rocce rosso vivo e si erge su una collina di 228 m. Lungo un percorso si possono ammirare due piccole chiese romaniche, quella di S. Giovanni, in ottimo stato di conservazione, e quella di S. Maria delle Grazie che ha conservato la facciata gotica.

Il paesaggio delle colline circostanti il fiume Coghinas è ricoperto da una rigogliosa macchia mediterranea costituita prevalentemente da ogliastri, sugheri e altre varietà tipiche di tale vegetazione come il lentisco, l'alaterno e il cisto. Nel territorio sono presenti diverse specie di mammiferi quali il cinghiale, la volpe sarda, il porcospino, la donnola, la martora e il gatto selvatico. Per l'avifauna si segnala la consistente presenza dell'airone, della pernice sarda e del falco pescatore. La tartaruga d'acqua trova in questo luogo un habitat ideale per la sua sopravvivenza.

Lungo la valle del Riu Altana si trovano dei resti della Foresta pietrificata di Iscia (Perfugas) e di Carruca (Martis). È questa la zona del comprensorio più ricca di reperti fossili, molti dei quali ancora interrati a varie profondità. Quelli visibili, disposti lungo l'argine del Riu Altana, sono di grosse dimensioni, alcuni forati al centro, altri invece completamente mineralizzati: tutte le parti lignee si sono cioè trasformate in roccia assumendo la fisionomia di vere e proprie sculture naturali.

Le formazioni geologiche più antiche risalgono al Paleozoico, ma altre formazioni sono apparse in periodi successivi, nel Mesozoico, nel Terziario e nel Quaternario, contribuendo alla creazione di una rimarchevole varietà di formazioni rocciose.

Molte grotte sono state scoperte per azzardo da archeologi alla ricerca di manufatti appartenuti alle antiche civiltà o da geologi alla ricerca di falde acquifere per migliorare l'approvvigionamento idrico o da minatori durante lavori in miniera.

Il patrimonio speleologico sardo comprende più di 1500 grotte. L'area del Supramonte è quella più ricca, insieme alla zona del Sulcis-Iglesiente e al promontorio di Capo Caccia. Tra quelle sommerse, la Grotta di Nereo è ritenuta la più vasta in tutto il Mediterraneo. Le grotte litoranee più conosciute sono le Grotte di Nettuno ad Alghero e la grotta del Bue Marino a Cala Gonone. Fra quelle terrestri, alcune di rilievo sono quelle di Sa Oche-Su Bentu a Oliena, Is Zuddas a Santadi, Su Mannau a Fluminimaggiore, la grotta di Su Marmuri ad Ulassai, quella di Ispinigoli presso Dorgali, di San Giovanni presso Domusnovas e la grotta di Santa Maria nel Sulcis.

Attraverso un lungo ed elaborato percorso storico, alle iniziali culture indigene si aggregarono molteplici apporti di civiltà provenienti dal mondo mediterraneo, contribuendo a formare un'eterogeneità culturale dai tratti fortemente originali. L'archeologia ha evidenziato chiaramente questa lunga evoluzione, ritrovandone tracce nel variare dell'architettura delle costruzioni attraverso i secoli, ma questo lungo cammino si riscontra anche nelle tradizioni legate intimamente all'arte delle produzioni artigianali, alle variegate espressioni musicali, alle regole interne del mondo agro-pastorale e alla cultura sarda in generale.

I ritrovamenti e le preziose testimonianze del passato sono raccolte e custodite in numerosi musei e nei parchi archeologici sparsi sul territorio. Da diversi anni è in vigore una legge emanata dalla Regione autonoma della Sardegna che ha dato nuovo impulso alla riorganizzazione dei luoghi preposti alla custodia delle testimonianze del passato. Oltre ai musei, alle biblioteche ed agli archivi storici, sono stati riorganizzati anche i parchi archeologici e gli ecomusei, espressione viva della memoria storica del territorio.

I primi insediamenti preistorici della Sardegna risalgono al Paleolitico Inferiore (450.000-150.000 a.C.) secondo gli archeologi che nel 1979-1980 scoprirono un'industria litica presso il rio Altana a Perfugas, in Anglona.

Nel IV millennio a.C. si sviluppò la prima espressione culturale di cui si trovano tracce in tutta l'isola, la Cultura di Ozieri. I ritrovamenti archeologici conservati nei più importanti musei isolani hanno messo in risalto quale progresso sociale e culturale conseguirono le popolazioni preistoriche sarde.

Le testimonianze archeologiche della civiltà nuragica sono innumerevoli. Frammentata in cantoni e al centro di intensi scambi commerciali con i popoli che abitavano le coste del Mediterraneo, ha lasciato sull'isola importanti e numerose vestigia. I Fenici frequentarono assiduamente la Sardegna introducendovi le prime forme di urbanesimo. Cartagine e Roma se la contesero lasciandovi tracce indelebili.

Sin dalla nascita dell'archeologia il territorio sardo fu ritenuto di grande interesse per i primi ricercatori. Nel XIX secolo il canonico Giovanni Spano diede inizio all'esplorazione dei maggiori siti, descrivendo poi le sue scoperte nel Bullettino archeologico sardo. Nei primi anni del XX secolo, l'archeologo Antonio Taramelli intraprese una serie di scavi nel sud dell'isola e la sua attività di recupero ed individuazione di nuovi siti continuò per circa trent'anni. Nel dopoguerra Giovanni Lilliu portò alla luce il villaggio nuragico di Su Nuraxi a Barumini, concorrendo ad aprire nuove prospettive e conoscenze sulla storia degli antichi Sardi.

A inizio XXI secolo sono in corso su tutto il territorio ulteriori e numerose campagne di scavi, che potrebbero fornire nuove testimonianze storiche sui periodi meno conosciuti.

Dell'architettura preistorica in Sardegna sono presenti numerose testimonianze come le domus de janas (tombe ipogeiche), le tombe dei giganti, i circoli megalitici, menhir, dolmen e templi a pozzo; tuttavia, l'elemento che più di ogni altro caratterizza il paesaggio preistorico sardo sono i nuraghi, che si trovano numerosi e in varie tipologie. Numerose sono anche le tracce lasciate dai Fenici che introdussero sulle coste nuove forme urbane.

I Romani diedero un assetto organizzativo all'intera isola con la strutturazione di diverse città e la realizzazione di numerose infrastrutture di cui sono rimasti i resti, come il Palazzo di Re Barbaro a Porto Torres o l'anfiteatro romano di Cagliari. Anche dell'epoca protocristiana e bizantina rimangono diverse testimonianze in tutto il territorio sia sulle coste che all'interno, soprattutto legate ad edifici di culto.

Una particolare attenzione merita il periodo giudicale durante il quale si sviluppò il romanico. Tra i primi edifici di questi canoni dell'isola si ha la basilica di San Simplicio di Olbia (XI secolo), quasi coeva rispetto alla basilica di San Gavino a Porto Torres. I sovrani dei regni giudicali, dal 1063 in poi, attraverso cospicue donazioni, favorirono l'arrivo nell'isola di monaci di diversi ordini da varie regioni della penisola italiana e della Francia; queste circostanze portarono in breve tempo ad operare nell'isola maestranze di diversa provenienza: pisani, lombardi e provenzali, ma anche di cultura araba, provenienti dalla penisola iberica, dando luogo al manifestarsi di espressioni artistiche inedite, caratterizzate dalla fusione di queste esperienze. La basilica di Saccargia a Codrongianos è forse la più nota espressione del romanico-pisano in Sardegna.

Successivamente gli Aragonesi hanno introdotto forme di architettura gotico-catalane, di cui il Santuario di Nostra Signora di Bonaria ne costituisce un esempio. L'architettura rinascimentale, pur scarsamente rappresentata, annovera esempi notevoli come l'impianto della Cattedrale di San Nicola di Sassari (tardo gotica ma dal forte influsso rinascimentale), la chiesa di Sant'Agostino di Cagliari (progettata dai Palearo Fratino), la chiesa di Santa Caterina a Sassari (progettata dal Bernardoni, allievo di Vignola) ed il completamento della cattedrale di Santa Maria di Alghero, opera di Jacopo Palearo Fratino.

Al contrario, l'architettura barocca ha trovato ampio risalto: esempi interessanti sono la Collegiata di Sant'Anna a Cagliari, la facciata della cattedrale di San Nicola a Sassari (opera di Baldassarre Romero e Giovanni Battista Corbellini), la chiesa di San Michele a Cagliari, nonché le cattedrali di Cagliari, Ales e Oristano, ricostruite tra Seicento e Settecento, rispettivamente, da Domenico Spotorno e Giovanni Battista Arieti.

A partire dal XIX secolo, grazie alle nuove idee ed esperienze importate da alcuni architetti sardi formatisi a Torino, si diffondono nell'isola nuove forme architettoniche di ispirazione neoclassica. Tra le figure più importanti di questa fase architettonica e urbanistica è da citare quella dell'architetto cagliaritano Gaetano Cima, le cui opere sono disseminate in tutto il territorio sardo. Accanto alle opere del Cima, sono da citare quelle di Giuseppe Cominotti (Palazzo e Teatro Civico di Sassari) e Antonio Cano (Cupola di S. Maria di Betlem a Sassari e la Cattedrale di Santa Maria della Neve a Nuoro). Nella seconda metà dell'Ottocento a Sassari fu realizzato il neogotico palazzo Giordano (1878) che rappresenta uno dei primi esempi di revivalismo nell'Isola, mentre risale al 1933 la facciata neoromanica della cattedrale di Cagliari, opera di Francesco Giarrizzo.

Un'interessante realizzazione di gusto eclettico, derivato dal connubio fra ispirazioni a modelli revivalisti e liberty, risulta essere il palazzo Civico di Cagliari, completato nei primi anni del XX secolo. L'avvento del fascismo ha influenzato fortemente negli anni venti e trenta l'architettura anche in Sardegna: interessanti realizzazioni di quel periodo sono i nuovi centri di Fertilia, Arborea e la città di Carbonia, uno dei massimi esempi di architettura razionalista.

Lo sviluppo turistico iniziato negli anni sessanta ha fatto sì che in Costa Smeralda si procedesse alla costruzione di edifici di notevole pregio architettonico unitamente al villaggio di Porto Cervo, più recenti sono altri edifici decisamente moderni come la torre del T Hotel o la sede della Banca di Credito Sardo, entrambi a Cagliari ed il secondo opera di Renzo Piano; esistono, inoltre, diverse tipologie abitative tradizionali, come la casa alta delle zone collinari e montane, costruite in pietra e legno, e le case a corte in ladiri (mattone in terra cruda) del Campidano e diverse tipologie insediative, come gli stazzi in Gallura, i furriadroxius e i medaus nel Sulcis Iglesiente.

Il Neolitico fu il periodo in cui si rilevano le prime manifestazioni artistiche. Numerosi ritrovamenti delle tipiche statuine della Dea Madre e di ceramiche incise con disegni geometrici testimoniano le espressioni artistiche della preistoria sarda. Successivamente la Cultura nuragica produrrà le innumerevoli statuine in bronzo e l'enigmatica statuaria in pietra dei Giganti di Mont'e Prama.

Il connubio tra le popolazioni nuragiche e i mercanti provenienti da ogni parte del Mediterraneo portò ad una raffinata produzione di gioielli in oro, anelli, orecchini e monili di ogni genere, ma anche ceramiche, stele votive e decorazioni parietali.

I Romani oltre all'architettura legata alle opere pubbliche, introdussero i mosaici e ornarono con sculture e pitture le ricche ville dei patrizi.

Nel Medioevo, durante il periodo giudicale, le architetture delle chiese romaniche furono arricchite di capitelli, di sarcofagi, di affreschi, di altari in marmo e impreziosite successivamente da retabli, dipinti da importanti pittori come il Maestro di Castelsardo, Pietro Cavaro, Andrea Lusso, e la scuola del cosiddetto Maestro di Ozieri a cui facevano capo Giovanni del Giglio e Pietro Giovanni Calvano di origine senese.

Nel XIX secolo, per poi proseguire nel Novecento, si affermano nell'immaginario collettivo degli isolani i miti della genuinità del popolo sardo, di un'isola incontaminata e fuori dal tempo. Raccontata dai tanti viaggiatori che visitarono la Sardegna in quel periodo, tali miti verranno celebrati prevalentemente da artisti sardi quali Giuseppe Biasi, Francesco Ciusa, Filippo Figari, Mario Delitala e Stanis Dessy. Nelle loro opere racconteranno i valori autoctoni del mondo agro pastorale, non ancora omologati alla modernità che premeva dall'esterno. Altri artisti importanti della seconda metà del Novecento sardo sono Costantino Nivola, Maria Lai, Albino Manca e Pinuccio Sciola.

Una riscoperta recente dei critici d'arte è stata quella di Brancaleone Cugusi: di lui Vittorio Sgarbi ha scritto: "nessun pittore, neanche Caravaggio, ha dipinto l'ombra come Cugusi".

Le prime testimonianze scritte in Sardegna risalgono al periodo fenicio-punico con documenti come la Stele di Nora, mentre la successiva provincia romana della Sardegna e Corsica avrà ovviamente come lingua ufficiale il latino. Questo sarà soppiantato nell'uso ufficiale solo dal greco bizantino durante l'Esarcato d'Italia, ma ritornò in auge nella variante medievale come lingua colta, affiancando il sardo usato per vari documenti ufficiali come condaghe e Carta de Logu. Altri documenti redatti in più lingue, come gli Statuti Sassaresi in latino e sardo, o in toscano, come il Breve di Villa di Chiesa a Iglesias.


La musica tradizionale sarda, sia cantata che strumentale, è molto antica. In un vaso risalente alla cultura di Ozieri, circa 3.000 anni a.C., sono raffigurante scene di danza. La caratteristica danza sarda chiamata su ballu tundu viene accompagnata dal suono delle launeddas, un antico strumento formato essenzialmente da tre canne palustri e suonato con la tecnica del fiato continuo. L'origine delle launeddas, in base al ritrovamento nelle campagne di Ittiri di un bronzetto raffigurante un suonatore, viene fatta risalire ad un'epoca antecedente all'VIII secolo a.C. Su questo strumento sono stati fatti diversi studi negli anni 1957-58 e 1962 dal musicologo danese Andreas F. Weis Bentzon, il quale ha registrato e filmato diverse esecuzioni musicali che poi ha catalogato e trascritto su pentagramma. Le launeddas sono tradizionalmente diffuse soprattutto nel Sarrabus, nel Campidano, nel Sinis e in Ogliastra.

Il Canto a tenore è tipico delle zone interne della Barbagia ed è ritenuto un'espressione artistica peculiare e unica al mondo. La prima testimonianza potrebbe risalire ad un bronzetto del VII secolo a.C. dove è raffigurato un cantore nella tipica posa dei tenores. Questo tipo di canto nel 2005 è stato riconosciuto dall'Unesco come Patrimonio orale e immateriale dell'Umanità. Il canto sardo a chitarra (cantu a chiterra) è una tipica espressione artistica nata in Logudoro e sviluppatosi successivamente anche in Gallura e Planargia, dove ha avuto grande diffusione. Il canto nella forma attuale è il risultato dell'incontro con le tradizioni melodie locali con la chitarra portata in Sardegna dagli spagnoli. Questo canto ha avuto una gran diffusione a partire dal XX secolo grazie alle numerose feste paesane durante le quali si svolgono delle vere e proprie competizioni tra cantadores, in genere maschi, accompagnati da un chitarrista e spesso anche da un fisarmonicista. Questo canto ha avuto notevole diffusione a livello internazionale grazie all'attività di Maria Carta. In ambito colto, la Sardegna ha dato i natali a diversi compositori tra i quali si ricordano Luigi Canepa, Gavino Gabriel, Lao Silesu ed Ennio Porrino.

Dai colori vivaci e dalle forme più svariate e originali, i costumi tradizionali rappresentano un chiaro simbolo di appartenenza a specifiche identità collettive. Sono considerati uno scrigno di tradizioni etnografiche e culturali dalle caratteristiche molto peculiari, frutto di secolari stratificazioni storiche. Sebbene il modello base sia omogeneo e comune in tutta l'isola, ogni paese ha un proprio abbigliamento tradizionale, maschile e femminile, che lo differenzia dagli altri paesi.

Nel passato gli abiti si diversificavano anche all'interno delle comunità, svolgendo una precisa funzione di comunicazione in quanto rendevano immediatamente palese lo stato anagrafico e il ruolo di ciascun membro in ambito sociale, la regione storica o il paese di appartenenza, un particolare stato civile (baghiàna/u, gathìa/u). Ancora oggi in varie parti dell'isola si possono incontrare persone anziane vestite in costume, ma sino a metà Novecento il costume rappresentava il vestiario quotidiano in buona parte della Sardegna.

I materiali usati per la loro confezione sono tra i più vari: si va dall'orbace alla seta, al lino, dal bisso al cuoio. I vari componenti dell'abito femminile sono: il copricapo, la camicia, il corpetto, il giubbetto, la gonna, il grembiule, in Ogliastra le donne di alcuni paesi hanno dei particolari ganci angancerias de prata sul copricapo. Quelli dell'abito maschile sono: il copricapo, la camicia, il giubbetto, i calzoni, il gonnellino, il soprabito, la mastruca, una sorta di giacca in pelle di agnello o di pecora priva di maniche (mastrucati latrones ovvero "briganti coperti di pelli" era l'appellativo con il quale Cicerone denigrava i Sardi ribelli al potere romano).

Le feste scandiscono da sempre la vita delle comunità isolane e in epoca moderna, soprattutto con la rivalutazione di molte sagre minori, sono legate al desiderio (ed alla necessità) di riaffermare la propria unica identità culturale. In Sardegna, andare per feste significa immergersi in una cultura antica alla scoperta di suoni e di armonie sconosciute, di balli ritmici con ricchi costumi tradizionali, di gare poetiche fuori dal tempo, di sfrenate corse di cavalli, di sfilate folcloristiche - a piedi o a cavallo - con preziosi e coloratissimi abiti d'altri tempi.

Spesso le feste durano diversi giorni e coinvolgono tutta la comunità; molte volte, per l'occasione, vengono preparati dolci speciali e organizzati banchetti con pietanze tradizionali a cui tutti possono partecipare. Le feste popolari più conosciute sono: Faradda di li candareri (proclamato patrimonio orale e immateriale dall'UNESCO nel 2013) a Sassari, la Cavalcata sarda a Sassari, Sant'Efisio a Cagliari, la Sagra di S.Antioco Martire Patrono della Sardegna a (Sant'Antioco), la Sagra del Redentore a Nuoro, S'Ardia a Sedilo, Pozzomaggiore e Illorai, Sa Sartiglia a Oristano, San Gavino a Porto Torres, San Michele ad Alghero, la festa di Santa Vitalia a Serrenti, la festa dell'Assunta ad Orgosolo, la sagra di Santa Maria de is Acuas o Santa Mariàcuas a Sardara, la nota Festa del Rimedio ad Ozieri, San Simplicio a Olbia, i festeggiamenti del carnevale in Barbagia e Ogliastra, il carnevale allegorico di Tempio Pausania e i riti della Settimana Santa in varie parti dell'isola.

La cucina sarda è molto varia ed è basata su ingredienti semplici e originali, derivati sia dalla tradizione pastorale e contadina, che da quella marinara. Varia da zona a zona non solo nel nome delle pietanze ma anche nei componenti utilizzati. Come antipasti sono diffusi i prosciutti di cinghiale e di maiale, le salsicce, accompagnati da olive e funghi, mentre per i piatti a base di pesce sono svariati gli antipasti di mare. Alcuni primi piatti tipici sono i malloreddus, i culurgiones ogliastrini, i cui ingredienti cambiano da paese a paese, il pane frattau, la fregula, la zuppa gallurese e le lorighittas. Come secondi piatti, gli arrosti costituiscono una peculiare caratteristica, tanto che quello del maialetto è considerato l'emblema della cucina sarda.

Diverse tecniche, trasmesse di generazione in generazione per lavorare la pasta, insieme ai molteplici procedimenti per farla lievitare, contribuiscono ad offrire una vasta scelta di originali forme di pane in ogni regione dell'isola. Alcuni tipi di pane più diffusi sono: il Pane carasau, tipico pane della Barbagia, composto da una sfoglia croccante, rotonda e piatta, il nome deriva da carasare che in sardo significa tostare, cosparso d'olio, salato e scaldato al forno viene chiamato pane guttiau; il pistoccu (tipico ogliastrino), di spessore maggiore della sfoglia di pane carasau; la spianada, conosciuta anche come Cogones o Cogoneddas, pagnotta di semola di grano duro, dalla forma rotonda e non molto spessa; in Ogliastra è tipico il pani pintau, i prodotti più significativi provengono da Tertenia e Ulassai, in quest'ultimo paese si realizza anche un pane unico nel suo genere il Pani de binu cotu, per le feste. Il civraxiu, tipico del Campidano, è una grande pagnotta che si consuma a fette; il coccoi a pitzus, pagnotta decorata di semola di grano duro; il pane de poddine, tipico del Logudoro e dell'Anglona, dal diametro di circa 40 cm, e noto anche con il nome di pane di Ozieri o anche pane ladu, è molto simile al pane che i greci, gli arabi e gli ebrei chiamano pita.

Legata a particolari ricorrenze, la lavorazione dei pani votivi e la preparazione dei dolci in certe regioni dell'isola può diventare un'arte. Gli ingredienti sono semplici e vanno dalla farina di grano duro alle mandorle, al miele. In alcuni dolci si usa come ingrediente anche il formaggio o la ricotta. A gennaio in alcune regioni, per i falò di Sant'Antonio, vengono preparati come dolci le cotzuleddas, i pirichitos e il pistiddu. Per Carnevale si preparano le frisolas, le catas, le orilletas e le tzìpulas.

Per la festa di San Marco sono tipici i pani votivi artistici, gialli per la presenza dello zafferano, decorati con delle particolari fantasie floreali viste come delle vere e proprie effimere opere d'arte. Per la Pasqua si preparano le pitzinnas de ou, le casadinas, le tzilicas e la pischedda. Per Ognissanti dolci caratteristici sono il pane de saba e i vari pabassinos. Per i matrimoni si preparano dolci molto variegati e ricchi di decorazioni come i singolari gatò, sos coros, s'arantzada . In altre occasioni sono comunemente diffusi il torrone, le seadas, i rujolos, i mostaccioli, i sospiri, particolarmente delicate e pregiate le copulette (tiriccas) di Ozieri.

La Sardegna ha un'antica tradizione pastorale e offre una vasta produzione di formaggi pecorini esportati ed apprezzati ovunque, soprattutto in Nord America. Attualmente sono tre i formaggi D.O.P: il Fiore Sardo, il Pecorino Sardo ed il Pecorino Romano che, a dispetto del nome, è prodotto per il 90% nell'isola.

Come evidenziato da alcune ricerche archeologiche, la coltura della vite in Sardegna risale all'epoca della civiltà nuragica. Tale tradizione è continuata con i Romani e poi attraverso le varie occupazioni straniere si è ancora arricchita. Tra i vini rossi si annoverano il Cannonau, il Monica, il Carignano del Sulcis, il Girò, mentre tra i bianchi vi sono quelli previsti dal disciplinare Vermentino di Gallura DOCG, la Malvasia di Bosa, il Nasco, il Torbato di Alghero, il Nuragus di Cagliari, il Moscato, la Vernaccia di Oristano. A fine Novecento diversi vitigni minori sono stati riscoperti e sono oggetto di un'importante valorizzazione da parte di diversi produttori sardi.

È il caso di vitigni come il Cagnulari (che era in via di estinzione), del Caddiu (valle del Tirso), del Semidano e altri. Vista la lunga tradizione, molti vini sono D.O.C., e variano di gusto e di gradazione a secondo delle regioni in cui vengono prodotti. Si produce l'acquavite che è nota con il nome di Filu 'e ferru o Abbardente. Tra i liquori il Mirto (sia bianco che rosso) ed il Villacidro sono tra i più diffusi.

La nascita del settore industriale sardo contemporaneo (escludendo quindi il settore minerario) è principalmente dovuta all'apporto dei finanziamenti statali al Piano di Rinascita negli anni sessanta-settanta, che portò alla formazione dei cosiddetti poli di sviluppo industriali nei settori chimico, petrolifero e metallurgico in varie aree dell'isola. Oltre ad essi sono attive imprese industriali nel settore alimentare, manifatturiero, metalmeccanico, edile e legato alla lavorazione del sughero.

L'energia viene prodotta da centrali termoelettriche (a carbone), idroelettriche (nei bacini artificiali) e da varie centrali eoliche.

La Sardegna è la regione italiana con il sottosuolo più ricco di minerali. Prima l'ossidiana, poi l'argento, lo zinco e il rame sono stati fin dall'antichità una vera ricchezza per l'isola, posizionandola al centro di intensi traffici commerciali. Molti centri minerari erano sfruttati per l'estrazione di piombo, zinco, rame e argento, e dall'Ottocento in poi furono aperte miniere di carbone, antimonio e bauxite e oro. Dopo il secolare sfruttamento, dalla seconda metà degli anni sessanta molti siti minerari hanno cessato l'attività e le zone minerarie si stanno convertendo sempre di più al turismo legato all'archeologia industriale.

Il 47,9% della superficie della Sardegna è sfruttata per pascoli e agricoltura: di questo per il 60,1 % per l'allevamento, il 34,1 % per l'agricoltura e il resto è occupato da coltivazioni legnose. In Sardegna vivono oltre 3 milioni di ovini, quasi la metà dell'intero patrimonio nazionale, a fronte di circa 12.600 pastori. La Sardegna si è specializzata da millenni nell'allevamento ovino e, in minor misura, caprino e bovino. Oltre alla carne, dal latte ricavato si produce anche una grande varietà di formaggi.

Anche l'agricoltura ha avuto un ruolo molto importante nella storia economica dell'isola, soprattutto nella grande piana campidanese, particolarmente adatta alla cerealicoltura. Nel XXI secolo è legata a produzioni specializzate come quelle cerealicola, vinicola, dell'olivicoltura, degli agrumi e del carciofo. Le bonifiche hanno aiutato ad estendere le colture e di introdurre alcune coltivazioni specializzate quali ortaggi e frutta, accanto a quelle storiche dell'ulivo e della vite che sono presenti nelle zone collinari.

Nel patrimonio boschivo è presente la quercia da sughero, che cresce spontanea favorita dall'aridità del terreno e viene esportata; la Sardegna produce circa l'80% del sughero italiano.

Resa insicura in passato dalle frequenti scorrerie saracene, la pesca è un'attività affermatasi tra il Settecento e l'Ottocento, grazie alla pescosità dei mari circostanti e alla notevole estensione costiera dell'isola. È molto sviluppata a Cagliari, ad Alghero e nelle coste del Sulcis, oltre ad avere rilevanza anche in Gallura e nell'Oristanese (anguille e muggini). Ottima è la produzione di mitili, specialmente a Olbia.

Nelle zone di Alghero, Bosa e Santa Teresa è molto attiva la pesca alle aragoste insieme alla raccolta del corallo. Di antica tradizione e mai abbandonata è la pesca del tonno specie nei dintorni di Carloforte.

L'artigianato tradizionale sardo è un insieme di arti popolari estremamente vario, sviluppato in campi molto diversi, ricco di gusto e originalità. Alcune di queste forme artistiche sono di origine antica ed hanno subito l'influenza delle diverse culture che hanno segnato la storia dell'isola.

La tessitura in lana, cotone e lino di tappeti, arazzi, cuscini e tende è in larga parte ancora praticata a mano con telai di concezione molto antica. I gioielli tradizionali sono in filigrana. Tra essi la corbula, ossia il bottone sardo. La lavorazione del legno è caratterizzata da prodotti originali come le cassapanche intagliate, le sedie impagliate di Assemini, le biseras dei Mamuthones,(le maschere tradizionali mamoiadine), e le produzioni in sughero di Calangianus.

L'artigianato della cestineria è molto diffuso, specie nell'oristanese. Le ceramiche hanno una forma semplice e lineare. Altra antica tradizione artigianale sarda è quella legata alla coltelleria artigianale, con la produzione della arresoja, resolza o resorza nella cui lavorazione si distinguono gli artigiani di Pattada e Arbus.

Grazie al clima mite, ai paesaggi incontaminati, alla purezza delle acque marine, la Sardegna attira ogni anno un gran numero di vacanzieri. I primi investimenti ed i primi piani di sviluppo risalgono al 1948 in concomitanza con la sconfitta definitiva della malaria e con la l'acquisizione dello status di regione autonoma. Le prime promozioni e realizzazioni infrastrutturali furono attuate attraverso l'ESIT (Ente Sardo Industrie Turistiche) ed il primo boom turistico si sviluppò a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, soprattutto ad Alghero e nella sua Riviera del Corallo. Pochi anni dopo di rilievo fu la nascita della Costa Smeralda, benché avente come target una clientela élitaria. A queste iniziative seguirono una miriade di altri insediamenti sia nella zona che nel resto della Sardegna, che resero il turismo uno dei settori trainanti dell'economia isolana.

Negli anni l'offerta turistica si è in parte modificata, orientandosi verso la diversificazione e la destagionalizzazione cercando di interessare anche le zone interne e di valorizzare la cultura, l'arte e l'archeologia, il turismo equestre, l'escursionismo, il birdwatching, la vela, il free climbing.

I centri urbani più importanti sono Cagliari, capoluogo regionale, e Sassari, secondo polo di rilevanza regionale. Cagliari è al centro di una conurbazione di 484.000 abitanti circa, i cui principali centri sono Quartu Sant'Elena, Selargius, Assemini, Capoterra , Sestu, Monserrato, Sinnai e Quartucciu.

Sassari, Alghero e Porto Torres sono i poli di un'area vasta (della quale il capoluogo sassarese è il centro catalizzatore) che si espande soprattutto verso la Nurra e il golfo dell'Asinara che include anche Sorso e altri centri come Ittiri, Sennori e Castelsardo  .

La particolare posizione geografica, inserita al centro del Mediterraneo occidentale, le ricchezze minerarie e le fertili pianure, hanno fatto della Sardegna, sin dall'antichità, un'isola molto ambita dalle potenze coloniali antiche. Sempre in guerra con i nuragici, mai assoggettati, sia i Cartaginesi che i Romani deportarono nell'isola un vasto numero di schiavi, utilizzati per lavorare nelle miniere e nelle pianure come agricoltori, per la produzione intensiva di cereali.

Importante fu anche l'afflusso di genti iberiche durante la dominazione aragonese e spagnola, mentre in epoca moderna, nel XVIII secolo, ci fu l'insediamento dei tabarchini nell'isola di San Pietro (Carloforte) e nell'estremità settentrionale dell'isola di Sant'Antioco (Calasetta). Arrivarono poi alcune popolazioni venete, chiamate da Mussolini ad insediarsi nelle bonifiche dell'oristanese e che nel 1928 fondarono Mussolinia, in seguito rinominata Arborea. Molti minatori peninsulari giunsero da diverse parti d'Italia per popolare il grosso centro minerario di Carbonia, nel Sulcis (1938). Nel 1946 arrivarono gli esuli istriano-giuliano-dalmati scampati all'epurazione etnica perpetrata in Dalmazia e nell'Istria, che si stabilirono a Fertilia, nella Nurra di Alghero. Tra la fine del XX secolo è l'inizio del XXI si è registrato un discreto flusso immigratorio di cittadini provenienti da altri paesi europei ed extra-europei. La popolazione straniera al 31-12-2010 ammontava a circa 37.000 persone, il 2,2% della popolazione totale sarda.

I primi flussi emigratori considerevoli si registrano verso la fine dell'Ottocento, fatto correlato anche all'interruzione del trattato commerciale con la Francia nel 1888. Considerando il periodo che va dal 1876 al 1903 gli espatri sardi furono verso il bacino del Mediterraneo e l'Europa, mentre il resto dei flussi emigratori era quasi interamente destinato verso le Americhe (di cui oltre il 92% con meta il Brasile). Dai primi anni del Novecento il flusso divenne costante, dal 1901 al 1905 la destinazione principale fu l'Africa. Dal 1906 al 1914 la media annuale crebbe in maniera considerevole e anche le destinazioni cambiarono infatti l'America divenne la meta più ambita seguita dall'Europa, mentre in Africa si indirizzò il flusso minore.

Dopo l'intervallo della I guerra mondiale il flusso riprese e nell'intervallo fra il 1919 ed il 1925 l'Europa assorbì la maggioranza degli emigranti. In totale considerando l'intervallo dal 1876 al 1925 si contano 44.619 emigrati verso l'Europa, 44.169 verso l'America e 34.190 verso l'Africa. Dal 1987 al 1999, secondo le statistiche, sono emigrati 15.647 isolani (82% in Europa, 16% nelle Americhe), mentre ne sono rientrati 12.869, con una differenza di 2.598 unità. La situazione all'inizio del XXI secolo vede la popolazione sarda emigrata all'estero stabilita nell'81% dei casi in alcuni dei maggiori paesi europei (Francia, Belgio, Paesi Bassi, Germania e Svizzera), altre mete sono nazioni come Inghilterra, Spagna, Argentina e Venezuela. Fra questi un numero cospicuo è costituito da giovani laureati. Una caratteristica particolare del movimento migratorio sardo fu quello dell'emigrazione femminile che in alcuni periodi, come negli anni sessanta era pari come numero a quella maschile.

Diffusosi in Sardegna dalla seconda metà dell'Ottocento in poi (in particolare da secondo dopoguerra), lo sport fu praticato inizialmente nelle città, per poi diffondersi nelle periferie e nei centri minori. Le prime società sportive furono fondate a Cagliari, a Sassari e nel Sulcis dove era alta la concentrazione di operai che lavoravano nelle miniere.

Con riferimento ai dati ISTAT 2009 lo sport coinvolge circa il 28% della popolazione sopra i 3 anni con circa 460.000 praticanti (cifra che raddoppia considerando anche coloro che praticano semplice attività fisica), divenendo un fenomeno di massa, sostenuto anche da iniziative della Regione Sardegna (legge n. 17/1999), che favoriscono l'organizzazione di eventi sportivi anche a livello internazionale. L'isola è rappresentata a livello nazionale con una o più squadre nelle massime serie, A o B, in vari sport di squadra.

Uno sport in particolare, S'istrumpa, o lotta sarda, disciplina riconosciuta dal CONI e dalla Federazione Internazionale Lotte Celtiche (F.I.L.C), è una pratica sportiva tipica della Sardegna le cui origini sono antichissime. Rivalutata di recente e praticata soprattutto nella Sardegna centrale, i campioni sardi sono conosciuti a livello internazionale.

Nel capoluogo dell'isola ha sede il Cagliari Calcio, società fondata nel 1920 e che nella stagione 2014-2015 milita nella Serie A del Campionato italiano. Gli incontri casalinghi vengono disputati allo stadio Sant'Elia di Cagliari. La squadra vinse lo scudetto nella stagione 1969-1970, la prima a riuscirvi tra i club non situati nel centro-nord.

Lo storico titolo fu per la città di Cagliari un'occasione di orgoglio portando all'attenzione nazionale e internazionale tutti i sardi e la Sardegna stessa.

L'A.S.D. Torres Calcio è una società di calcio femminile di Sassari ed è la principale della regione, nonché la più titolata d'Italia. Detiene infatti il record di scudetti, coppe Italia e supercoppe italiane.

La massima espressione del basket sardo è la Polisportiva Dinamo Sassari, che dopo una ventennale militanza nel Campionato di Legadue, ha raggiunto nella stagione 2009/2010 la promozione nella massima serie del campionato italiano maschile di pallacanestro, laureandosi campione d'Italia nella stagione 2014-2015 e qualificandosi in più occasioni ai play-off scudetto e nelle competizioni europee. La Dinamo Sassari ha inoltre vinto altri tre trofei nazionali, due Coppa Italia e una Supercoppa italiana. Nel passato la Brill Cagliari ha militato nella Serie A dal 1968 al 1978. Nel basket femminile le principali società sono la Mercede Basket Alghero, la Virtus Cagliari e il CUS Cagliari.

Nell'ambito del basket in carrozzina figurano l'Anmic Dinamo Sassari, facente parte della Polisportiva omonima, e il GSD Porto Torres.

In campo velico, le competizioni internazionali che si disputano nell'isola sono molteplici e di grande prestigio (tra di esse la Veteran Boat rally, considerata una delle più grandi regate di barche d'epoca, e la Sardinia Rolex Cup, ritenuta dagli appassionati l'equivalente mediterranea dell'Admiral's Cup). Anche il rally ha lunga tradizione sugli sterrati sardi, con il Rally Costa Smeralda e dal 2004 con la tappa italiana del Campionato Mondiale Rally. Il Giro di Sardegna di ciclismo è stato vinto da importanti campioni, mentre per la corsa campestre vede ogni anno ad Alà dei Sardi il trofeo Alasport, anch'esso con la partecipazione di campioni internazionali della specialità.

Nel corso della storia la Sardegna ha dato i natali a personalità versate in ogni genere di arte e disciplina. Durante il Novecento ha espresso figure di rilevanza internazionale come Antonio Gramsci, la scrittrice premio Nobel Grazia Deledda ed Enrico Berlinguer, segretario del più grande partito comunista dell'occidente. Inoltre, a livello italiano l'isola di Sardegna ha avuto modo di esprimere quali presidenti della Repubblica Antonio Segni e Francesco Cossiga, oltre a Giuseppe Saragat, nato a Torino da genitori sardi.




domenica 10 gennaio 2016

L'ISOLA D'ELBA



L'isola d'Elba è situata tra il mar Ligure a nord, il canale di Piombino a est, il mar Tirreno a sud e il canale di Corsica a ovest, posta a circa 10 chilometri dalla costa. È la più grande delle isole dell'Arcipelago Toscano, e la terza più grande d'Italia (223 km²). L'Elba, assieme alle altre isole dell'arcipelago (Pianosa, Capraia, Gorgona, Montecristo, Giglio e Giannutri) fa parte del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano.

«Si trovano anco de' canarij bastardi scesi dalli naturali nell'isola dell'Elba, in questo modo, che venendo una nave di Canaria per queste parti, patì naufragio nelli scogli di detta isola, e portando molti di questi ucelli se ne vennero in detta isola, dove si trovano e sono della grossezza della lecora (lucherino), ma più gialli assai nel mento ch'il canario naturale, et ha i piedi negri, et questo sarà il maschio de' bastardi.»

L'isola era già abitata durante il Paleolitico, come dimostrano i ritrovamenti di strumenti litici (Lacona, Sant'Andrea, Pomonte, Procchio, Biodola, Colle di Santa Lucia, Marciana Marina e Serrone delle Cime). Il Neolitico è attestato da manufatti in pietra ed ossidiana (asce, punte di freccia e lame) rinvenuti sul Massiccio del Monte Capanne (Masso alla Guata, Masso dell'Aquila, Serraventosa, La Stretta, Piana di Moncione, Chiusa Borsella), Marciana Marina, Procchio, Lacona, Biodola, Portoferraio, Cavo, Rio nell'Elba. Notevoli tracce dell'Età del Rame e dell'Età del Bronzo esistono in vari settori dell'isola; di estremo interesse la Necropoli rupestre di Rio Marina, eneolitica, gli insediamenti protostorici del Monte Capanne e del settore orientale (Cima del Monte, Volterraio) insieme ai siti megalitici dei Sassi Ritti, delle Piane alla Sughera, di Monte Còcchero, Monte Giove, Masso dell'Aquila, Masso dell'Omo, Serraventosa, Pietra Murata e Cima del Monte. All'VIII secolo a.C. si datano invece alcuni ripostigli di oggetti in bronzo rinvenuti nell'area di Colle Reciso, di San Martino e Chiessi. Secondo la tradizione letteraria, in epoca protostorica l'Elba era abitata dagli Ilvati, una popolazione appartenente all'etnia dei Liguri, come sembrerebbe attestato dai toponimi Borandasco, Ciarbonciasca, Marcerasca e Soleasco con il tipico suffisso in «-asc»; da qui, secondo alcuni, il nome antico dell'isola: Ilva.

Ricchissima di giacimenti di ferro, l'isola d'Elba rese possibile il sorgere della civiltà etrusca, la quale costruì vari villaggi d'altura fortificati (Monte Castello, Castiglione di San Martino, Castiglione di Campo, Monte Fabbrello e Monte Puccio), ubicati su colline in posizione strategica per il controllo del mare e delle rotte marittime di diffusione del ferro. Ad essi si affianca la Necropoli ellenistica di Capoliveri e la Necropoli di Casa del Duca. Altri siti che hanno restituito materiali etruschi sono Le Trane, Monte Orello, Colle di Santa Lucia, Masso dell'Aquila, Serraventosa, Grassera, Pietra Murata, Poggio, Volterraio, Le Mure, Capoliveri e Monte Serra. Nel 453 a.C. l'isola fu saccheggiata dalla flotta siracusana comandata da Apelles e Phayllos; di tale evento sarebbero testimonianza alcuni rinvenimenti presso Le Mure.

Successivamente, con il dominio di Roma, sull'isola furono edificate almeno tre ville marittime (Villa della Linguella, Villa delle Grotte e Villa di Capo Castello) ed almeno un centro abitato di cospicue dimensioni, l'attuale Portoferraio, dove furono rinvenute due necropoli e condutture fittili. Sempre all'età romana risalgono alcuni importanti relitti subacquei (Relitti di Sant'Andrea, Relitto del Nasuto, Relitto di Chiessi, Relitto di Procchio e Relitto di Punta Cera). In località Seccheto, nel 1899, fu rinvenuto un altare in granodiorite dedicato ad Ercole dal prefetto Publius Acilius Attianus. Un'interessante traccia toponomastica d'età romana è costituita dalla località Remmiano presso Cavoli, che deriverebbe dal possedimento di un Remmius.

Dopo la caduta di Roma, l'Elba divenne territorio degli Ostrogoti e successivamente, nel 610, dei Longobardi; a questi ultimi si devono numerosi toponimi presenti ancora oggi sull'isola, come Gualdo (da wald, «bosco»), Cafaio (da gahagi, «recinto»), Catro (da kater, «cancello»), Caparùtoli, Cadonno e Castormo (casa di Barùttuli, di Donno e Sturmi, nomi personali). Contestualmente l'Elba divenne luogo di eremitaggio per i primi anacoreti cristiani, tra cui San Cerbone nel 573. Nell'874 l'isola fu pesantemente saccheggiata dai Saraceni, mentre nel 1003 e nel 1016 fu assalita da Mujahid al-Amiri.

A partire dal primo millennio dopo Cristo, l'isola divenne parte del territorio della Repubblica di Pisa; furono edificate torri di avvistamento come la Torre di San Giovanni, il villaggio fortificato di Montemarsale, la Fortezza di Marciana e la Fortezza del Volterraio, situata su un'altura inaccessibile per trovare rifugio dalle scorrerie dei pirati. Sempre ai Pisani, tramite l'Opera della Primaziale Pisana, si deve l'apertura o il riutilizzo del sito estrattivo delle Grottarelle.

Nello stesso periodo si svilupparono i Comuni dell'isola: Capoliveri (sede del Capitanato), Rio, Gràssera, Latrano, Ferraia, Montemarsale, Campo, Poggio, Marciana e Pomonte. A tale epoca risalgono alcuni importanti edifici religiosi come la Pieve di San Lorenzo, la Pieve di San Giovanni, la Pieve di San Michele e la scomparsa Pieve di San Giovanni di Ferraia. Allo stesso periodo risalgono le piccole chiese intitolate a San Bartolomeo, San Frediano, San Benedetto, San Biagio, Santa Maria, San Quirico, San Menna e alla Madonna della Neve.

Nel 1399 l'Elba passò sotto la signoria degli Appiano di Piombino.

L'isola subì pesanti devastazioni da parte di corsari tunisini nel 1442, e successivamente per mano di Khayr al-Din nel 1534 e 1544 e di Dragut nel 1553 e 1555. Nel 1548 il granduca di Toscana Cosimo I affidò all'architetto Giovanni Camerini la progettazione una città fortificata simbolicamente chiamata Cosmopoli (oggi Portoferraio), concepita come presidio militare con lo scopo di difendere le coste toscane nonché come sede dei Cavalieri di Santo Stefano e che nel 1583 venne così descritta da Giovan Battista Adriani: «Il poggio più elevato, che signoreggia e scuopre tutto il porto, fu chiamato il Falcone: l'altro men rilevato dalla forma della fortezza secondo la qualità del sito hebbe nome la Stella, spargendo le sue fortificazioni qua e là a guisa di razzi. Parimente fermarono un bastione sopra la bocca del porto, il quale fu chiamato dalla forma Linguella.» In tal modo l'isola venne a trovarsi divisa in tre settori politicamente dipendenti da Firenze (circondario di Portoferraio), dalla Spagna con lo Stato dei Presidi (circondario di Porto Longone, oggi Porto Azzurro) e da Piombino (tutto il restante territorio elbano). Nel 1603 gli spagnoli dello Stato dei Presidi iniziarono a Porto Azzurro la costruzione del nucleo fortificato chiamato Forte Beneventano, insieme al presidio militare del Forte Focardo. Al 1744 risale la prima descrizione generale sulla storia dell'isola (Zibaldone di memorie) da parte di Giovanni Vincenzo Coresi Del Bruno, governatore di Grosseto. Intorno al 1780 l'Elba fu visitata dal pittore John Robert Cozens, che ritrasse panorami di Porto Azzurro. Nel 1799 la Francia tentò di impossessarsi dell'isola, con pesanti scontri avvenuti presso Procchio. Nel 1802 l'Elba entrò a far parte dell'Impero francese, e Louis Puissant fu incaricato di misurare l'isola e di redigere con altri collaboratori un'accurata cartografia. Negli stessi anni l'Elba fu visitata da diversi scrittori inglesi e francesi che descrissero l'isola nelle loro opere, come Arsenne Thiébaut De Bernaud (Voyage à l'isle d'Elbe), Richard Colt Hoare (A tour through the island of Elba) e Hugh William Williams (Travels in Italy). L'imperatore Napoleone Bonaparte fu esiliato all'Elba nel 1814 e vi rimase 10 mesi come sovrano del Principato dell'Isola d'Elba.

A testimonianza della sua permanenza restano due belle ville ove soggiornò: Villa dei Mulini in posizione dominante a Portoferraio, e Villa San Martino residenza estiva del Còrso alla periferia della piccola capitale elbana; dal 23 agosto al 5 settembre 1814 Bonaparte soggiornò presso il Santuario della Madonna del Monte. Nel 1815 Giuseppe Ninci pubblicò a Portoferraio la Storia dell'isola dell'Elba, dedicata a Napoleone Bonaparte.

A partire dal 1830 si ebbero i primi flussi migratori dall'isola d'Elba verso il Venezuela, nello Stato di Trujillo. Il 13 dicembre 1900 la società siderurgica Ilva iniziò la costruzione degli altiforni a Portoferraio. Le due guerre mondiali hanno visto morire centinaia di giovani elbani; e i due dopoguerra hanno visto emigrare migliaia di lavoratori elbani.

Il 17 giugno 1944 le truppe alleate franco-senegalesi sbarcarono sulla spiaggia di Fonza con la cosiddetta Operazione Brassard. Nel 1950 l'Elba fu interessata dai finanziamenti devoluti dalla Cassa per il Mezzogiorno per i rimboschimenti a conifere in diversi rilievi come il Monte Perone e il Monte Orello. Tra il 1959 e il 1964 l'isola fu visitata dall'archeologo Giorgio Monaco, che intraprese numerosi scavi nei siti archeologici di Monte Giove, Monte Còcchero, Valle dell'Inferno e della Villa romana delle Grotte. Nel 1960, a seguito delle numerose scoperte archeologiche avvenute all'Elba, fu costituito a Portoferraio su iniziativa privata il Sodalizio Elbano per Studi e Ricerche archeologiche. Più recentemente, grazie al turismo internazionale, l'isola è diventata famosa (anche all'estero) per il suo vino, in particolare l'aleatico, dolce vino liquoroso da dessert che spesso accompagna il dolce tipico, la schiaccia briaca.



Per sua posizione geografica, l'Elba rappresenta un ponte linguistico tra Toscana e Corsica. Il dialetto elbano sopravvive nelle zone più marginali dell'isola, specialmente nel versante occidentale e orientale; secondo alcuni glottologi, «l'elbano appartiene al gruppo dei dialetti còrsi, e fra essi è  il più toscanizzato.» Secondo altri, come Gerhard Rohlfs, l'elbano fa parte dei dialetti toscani insulari. Inoltre «il dialetto elbano è fra i più interessanti per gli avvicendamenti etnici e le varie situazioni storiche, che l'hanno condizionato in doppia direttrice, nell'ascissa còrso-toscana e nell'ordinata napoletana-genovese.»

In ogni caso, la gorgia toscana risulta assente tranne che nell'area di Portoferraio (luogo di assidua frequentazione continentale a partire dal XVI secolo), mentre nel circondario di Capoliveri le consonanti intervocaliche c, p e t hanno pronuncia sonora (ad es. aberto per aperto, munigibio per municipio). Il settore occidentale dell'Elba è quello che più si avvicina al còrso settentrionale e al capocorsino; sostantivi come bóllero, gaina (con suono cacuminale), regùzzolo e téppa equivalgono al còrso bóllaru («sorgente»), ghjaina («gallina»), regùzzulu («pettirosso») e tippa («pendio»). Influssi del dialetto ligure si riscontrano nei sostantivi léppico («appiccicoso») e rumenta («immondizia»), che si riallacciano a lépegu e rumenta. Modi di dire in antico dialetto elbano sono, ad esempio, «'Un c'è nimo 'n dógo» («Non c'è nessuno in giro», dal latino nemo in loco) e «Gaina ch'un ha fatto óve d'è sempre poasta» («Gallina che non ha fatto uova è sempre pollastra»). Molti toponimi dell'Elba tradiscono un'origine comune con quelli della Corsica; tra essi Bóllero (còrso bóllaru, «sorgente»), Caracuto (còrso caracutu, «agrifoglio»), Gombale (còrso ghjómbulu, «masso»), Pastorecce (còrso pasturìcciule, «quartieri pastorali»), Penzutello (còrso pinzutellu, «pendio»), Tole (còrso tola, «tavola»). Nella toponomastica elbana esistono inoltre alcuni esempi della terminazione locativa -inco (dal latino incola, «abitante») come Batinca, Castaldinco, Ciabattinca, Generinco e Sassinca.

L'Isola d'Elba è diventata una meta del turismo nazionale ed internazionale grazie alla sua preziosa natura capace di soddisfare le aspettative dei turisti che ogni anno la scelgono per le proprie vacanze.
A chi la sceglie per il mare l'Isola d'Elba offre 147 Km di coste con una alternanza di spiagge, calette, baie, fondali ricchi di pesci, crostacei e piante:
un paradiso naturale sia per il villeggiante che ama stendersi in riva al mare sia per il subacqueo più esigente.

Non solo: agli amanti del ciclismo, della mountain bike, agli scooteristi e motociclisti l'Isola d'Elba propone con i suoi 220 Km di strade asfaltate e gli oltre 60 Km di strade sterrate scenari grandiosi, panorami mozzafiato alternati a rilassanti amenità.
E poi: il piacere di una cucina tradizionale, di mare e di terra, tramandata negli anni dalle famiglie dei minatori e dei pescatori che prima dell'avvento del turismo rappresentavano la maggioranza della popolazione elbana; ed i vini caratteristici, sia bianchi che rossi, forti, provenienti da vigne pregne di iodio, di salmastro e di sapori di macchia mediterranea.
E i passiti, fiore all'occhiello della nostra produzione enologica: l'Aleatico, il Moscato e l'Ansonica.

L’Elba è un’isola molto interessante sia dal punto di vista paesaggistico che storico, geologico e architettonico. Le spiagge, una diversa dall’altra, e i panorami sono incantevoli, mentre i siti archeologici, le miniere, i musei e le fortezze sono accattivanti.

Perla dell’Arcipelago toscano, l’Elba è famosa per le spiagge di Cavoli, Fetovaia, l’Innamorata, Le Ghiaie e Seccheto ma numerosi piccoli litorali quasi inaccessibili si trovano lungo la sua costa.

Mozzafiato la vista dal Monte Capanne: il vostro sguardo spazierà su golfi stupendi e raggiungerà le coste italiane e quelle delle isole vicine come Capraia, Montecristo e Pianosa.

Portoferraio, la città più importante dell’isola, è uno scrigno grazie alle fortificazioni medicee di Forte Falcone, Forte Stella e Torre Linguella. Non meno affascinanti Marciana e Capoliveri con i loro caratteristici vicoli che s’intrecciano su diversi dislivelli.

Ma l’isola custodisce anche fortificazioni etrusche, torri pisane e ville romane.

I musei più conosciuti all’Isola sono quelli legati all’Esilio di Napoleone Bonaparte.

Portoferraio è la cittadina principale dell’Isola d’Elba e si affaccia intorno ad una bellissima insenatura lungo la costa nordorientale.

Il centro storico di Portoferraio, di una bellezza e di un fascino unico, si sviluppa lungo il versante di una piccola collina.
Conosciuta in epoca Romana con il nome di Fabricia, Portoferraio è stata dominata anche dagli etruschi e dai greci. Il suo aspetto fortificato rinascimentale, come ci appare oggi, è dovuto agli interventi voluti da Cosimo I dei Medici nel 1548. Le fortificazioni medicee, il Forte Falcone, il Forte Stella e la Torre della Linguella all’ingresso della darsena, furono realizzate dall’architetto Giovanni Battista Bellucci e sono collegate tra loro da possenti mura.
Nel 1814 l’isola ospitò l’esule Napoleone Bonaparte che scelse la Palazzina dei Mulini come residenza istituzionale.
Nella parte nordoccidentale del centro storico si trovano le bellissime spiagge di ciottoli bianchi di Le Ghiaie, Capo Bianco e Padulella. Appena fuori città si trovano le spiagge di Bagnaia, Biodola e Forno.
Molto bello il colpo d’occhio sulla città all’arrivo in traghetto.

Tra i borghi più belli e romantici dell’Isola d’Elba, Porto Azzurro si trova all’interno del profondo Golfo di Mola, la più ampia insenatura della costa orientale, ed è sovrastato dalla Fortezza Spagnola di San Giacomo, una cittadella a pianta stellata costruita nel 1603 e oggi carcere.
Questa rinomata località balneare è dotata di un bel porto turistico, costeggiato da ristorantini, gelaterie e negozietti, e vanta una bella e ampia piazza che la sera si anima con numerosi eventi. Inoltre strette e pittoresche viuzze e scalinate si snodano sul versante della collina regalando stupendi scorci sui tetti e sulla baia.

Nelle vicinanze di Porto Azzurro si trovano le bellissime spiagge di Barbarossa, La Rossa, Terranera, Reale, Mola e La Pianotta, e numerose aziende vitivinicole dove assaggiare il vino prodotto sull’isola.
Porto Azzurro si trova a 13 chilometri da Portoferraio.

Tra le località turistiche più amate dell’isola d’Elba, specialmente da russi e tedeschi, Marciana Marina si trova lungo la costa settentrionale dell’isola, all’estremità sinistra dal grande golfo di Procchio.
Il nucleo abitato principale sorge sulla scogliera del Cotone ma le strutture turistiche hanno raggiunto sia l’entroterra che il lungomare. I caratteri architettonici dell’Ottocento, tipici della costa toscana, sono stati preservati e le donano un aspetto elegante e romantico.

La spiaggia più famosa è quella della Fenicia, situata dietro la Torre Saracena edificata nel XII secolo simbolo del paese, ma sono molto belle anche la Cala, la Crocetta e la spiaggetta delle Sprizze.
La vita notturna di Marciana Marina è vivace e mondana e si sviluppa sul lungomare dove si affacciano negozietti, ristoranti, gelaterie, pasticcerie e e localini.
Marciana Marina si trova a 20 chilometri da Portoferraio.

Nella parte meridionale dell’Isola d’Elba, a pochi chilometri da Porto Azzurro, su una terrazza del Monte Calamita al centro di una verde penisola, si trova il paese di Capoliveri, un antico castello fortificato dai pisani nel XII secolo.
L’aspetto medievale domina il centro di Capoliveri dove le case si affacciano su stretti vicoli e continui saliscendi fino a raggiungere la piazza principale, Piazza Matteotti, da dove ammirare splendidi scorci sui tetti del borgo. Il centro oltre ad essere pittoresco offre splendide viste sulla costa ed è vivace e ricco di negozietti di artigianato, ristorantini, enoteche e locali.
Famoso in età etrusca per le miniere di ferro e in epoca latina per il vino, Capoliveri prosegue ancora oggi la sua antica tradizione di vigneti e ottimo vino che può essere acquistato direttamente nelle aziende vitivinicole che si trovano lungo la strada che da Portoferraio conduce a Porto Azzurro e a Capoliveri.
Diverse spiagge si trovano vicino a Capoliveri: ai piedi del promontorio su cui sorge il paese si trovano la meravigliosa spiaggia della Madonna delle Grazie, la strepitosa Zuccale, l’Innamorata, Barabarca e Naregno, mentre verso Marina di Campo oltre al golfo di Lacona potete apprezzare la spiaggia di Norsi, Capo Stella e Capo Fonza.

Non lontano, a Morcone, si trova il Santuario della Madonna delle Grazie mentre a Lacona potete visitare il Santuario della Madonna della Neve e il Forte Focardo. Molto interessante la vasta area mineralogica circostante ideale per passeggiate ed escursioni in bicicletta o a cavallo.

Conosciuta come Costa del Sole, il tratto occidentale dell’isola d’Elba è lungo poco più di 10 chilometri e si sviluppa da Seccheto a Colle d’Orano.
Montuosa e ricca di calette, sabbiose e di ghiaia, e scogliere, la costa occidentale è dominata dal Monte Capanne e offre viste mozzafiato sulle isole di Montecristo e Pianosa e della Corsica e tramonti indimenticabili.

Le spiagge della Costa del Sole sono la meta ideale quando spirano il vento di Ponente e il Libeccio. Le baie più famose sono Le Tombe, di sassolini scuri, Fetovaia, tra le più amate dell’isola, Pomonte, famosa per il relitto dell’Elviscot, Patresi, per gli amanti dello snorkeling, e Sant’Andrea, una piccola spiaggetta di sabbia tra imponenti scogli di granito levigati.

Lungo la costa meridionale dell’Elba si aprono i bellissimi golfi di Campo, della Lacona e Stella che racchiudono spiagge sensazionali specie quando spira il Grecale.

La spiaggia di Remaiolo è la più meridionale dell’isola e si trova a sud di Capoliveri, ai piedi del Monte Calamita. Subito dopo, verso ovest, troviamo le spiagge dell’Innamorata, Pareti, immersa nella macchia mediterranea, Barabarca e Zuccale.

Nella parte più interna del Golfo Stella si trovano la spiaggia del Lido, si sabbia chiara, la piccola spiaggia del Felciaio, Norsi, di sabbia scura, e Margidore. Subito dopo, nel golfo quasi gemello, potete ammirare le spiagge di Lacona, tra le più amate dell’isola, e Laconella.

Molto amati anche il litorale di Campo e la spiaggetta di Galenzana. Infine, la spiaggia di sabbia, ideale per i bambini e per i giovani, di Cavoli.

La costa orientale dell’isola d’Elba si affaccia sul canale di Piombino e sulle coste toscane ed è famosa per le sue spiagge di sabbia e minerali dal colore brillate. Riparata dai venti di Levante e Grecale, questa parte dell’isola è stata abitata sin dai greci grazie alle miniere di ferro a nord di Rio Marina.

All’interno del profondo golfo di Porto Azzurro si trovano le spiagge di Reale, Barbarossa, Terranera, di sabbia mischiata ad ematite, e Naregno. Appena più a sud si trova la spiaggia di Istia, oasi di pace e tranquillità difficilmente accessibile.

Nella parte nordorientale, intorno al porticciolo turistico di Cavo, si trovano le spiagge di Cala Seregola, di sabbia scura e mineraria, Topinetti, di sabbia scura e ferrosa, e Cala dell’Alga.

A Sud di Cavo la costa è dominata da pendici scoscese fino all’entrata del golfo di Porto Azzurro.

L’Isola d’Elba è famosa in tutto il mondo per il mare cristallino, per il prezioso patrimonio naturalistico e per la grande varietà di specie mineralogiche presenti, uniche per la loro particolarità.

Molti appassionati di geologia all’Elba rimangono stupefatti per l’enorme quantità di resti, reperti o luoghi ricchi di storia, come fossili, vulcani estinti o addirittura isole interamente metamorfosate.

Un materiale considerato uno dei più pregiati all’Elba fin dall’antichità è il granito, il quale è stato utilizzato per la produzione di colonne, altari, vasche e anche per semplici utensili di lavoro.

Le vie del granito all’Isola d’Elba sono diventate importanti soprattutto grazie all’Impero Romano, infatti molte rocce di località Seccheto, S. Piero e Cavoli si possono ritrovare in mastodontiche costruzioni, come al Pantheon, al Colosseo, al Palatino o ancora nella Cattedrale di Aquisgrana in Germania, sede di culto cattolico e costruita da Carlo Magno nel 786 d.C.

Gli itinerari trekking all’Elba vicino Capoliveri sono veramente affascinanti, ma tra i tanti sicuramente il più suggestivo è quello de “La Via della Vecchia Ferrovia” nei pressi del Monte Calamita!

Il sentiero ripercorre la vecchia strada ferrata che collegava il cantiere del Vallone al punto d’imbarco vicino alla spiaggia dell’Innamorata, di fronte alle Isole Gemini.

Il cammino ripercorre i punti di carico e scarico dei minerali che venivano imbarcati sulle navi mercantili e offre tanti punti per ammirare zone ricche di ferro, ma anche azzurrite, Malachite e Crisocolla.

Se amate lo sport all’aria aperta alla scoperta delle zone minerarie dell’Elba visitate il sito di mineralogia pelagos, che offre molti spunti per escursioni veramente suggestive!

L’isola d’Elba è il territorio ideale che valorizza le piccole produzioni, recuperando mestieri e tecniche di lavorazione tradizionale: come la ceramica, l’artigianato, l’agricoltura e la vitivinicoltura.

I prodotti tipici dell’Elba come il vino, il miele, le birre artigianali e la pasta fanno parte delle ricchezze dell’arcipelago ancora oggi, grazie al rispetto per l’ambiente e alla tutela della biodiversità che ha caratterizzato lo sviluppo dell’isola.

L’Aleatico dell’Elba DOCG è la punta di diamante tra i vini passiti dolci dell’Isola d’Elba, si abbina perfettamente con i cantucci e con il cioccolato ed è amato sia dagli elbani che dai turisti.

La passione per l’Aleatico dell’Elba - così come il metodo di lavorazione di questo passito - è stata tramandata negli anni: si narra che questo vino di color rosso rubino era uno dei preferiti di Napoleone, grande intenditore di buon vino e buona cucina, che fu conquistato da quel dolce sapore.

L’occasione ideale per assaporare questa prelibatezza è la Festa dell’Uva di Capoliveri, l’evento enogastronomico che vede i quattro rioni del paese sfidarsi per conquistare il trofeo del Bacco.

Nella cucina elbana sono molto utilizzate le erbe aromatiche e le piante selvatiche, facili da reperire e ottime per la preparazione di zuppe di legumi di legumi e stufati. Nell’isola troverete piante di rosmarino, lentisco, capperi, aglio selvatico, nepitella, ginepro, alloro, salvia e peperoncino, largamente utilizzate per la preparazione delle ricette più tradizionali. Nei roveti cresciuti spontaneamente nascono poi delle ottime more, prelibato ingrediente per dolci e marmellate fatte in casa.

Tra le ricette tipiche dell’Elba ricordiamo le sambelle cotte, una zuppa che contiene aglio selvatico, uova e fave. Ci sono anche distillati e liquori a base di erbe, come il liquore di Mortella a base di mirto, nepitella e semi di finocchio selvatico.

L'isola offre un'incredibile rete di percorsi per stradisti in cerca di percorsi tecnici per allenarsi, bikers che si divertono su sentieri e strade sterrate, cicloturisti, famiglie con bambini che hanno bisogno di percorsi accessibili da percorrere rilassatamente e in sicurezza. A tutto ciò si deve aggiungere una serie di servizi specifici dedicati a chi va in bici come centri di assistenza e noleggio bici. Il Capoliveri Bike Park, con oltre 100 km di strade e sentieri pedalabili, è un must per tutti bikers. Il resto dell'isola offre agli amanti della bici da strada percorsi spettacolari, godibili e tecnicamente interessanti. L'altimetria è estremamente varia e le traiettorie sono imprevedibili. Sulla strada che arriva a Rio nell'Elba da Porto Azzurro si trova la Fonte di Coppi. Fausto Coppi, verso la fine della sua carriera, venne ad allenarsi per ritrovare la forma migliore sulle strade dell'Elba.

Ricca di spiagge e scogliere, l'isola d'Elba offre un'ampia scelta per le immersioni subacquee, spaziando da immersioni accessibili ai principianti a quelle più impegnative:

Relitto di Pomonte, vicino allo Scoglio dell'Ògliera, posato ad una profondità di soli 10 metri sul fondale sabbioso, adatto anche ai neofiti della subacquea;
Formiche della Zanca, ad ovest dell'isola vicino a Capo Sant'Andrea, una parete verticale dai 20 ai 40 metri ricca di gorgonia rossa;
Capo Stella, un'immersione impegnativa fino a 41 metri ricca di cernie, murene, gorgonie rosse e corallo rosso;
Picchi di Pablo, da 8 a 33 metri di profondità, con la parete popolata da gorgonie bianche e gialle, spugne gialle coperte da gamberi.
Scoglietto di Portoferraio, un'immersione su una franata tra i 20 e i 35 metri, con scarsa corrente. Ricca di barracuda anche in numero considerevole, saraghi, orate, dentici, cernie, corvine, murene, mustelle.
Punta della Madonna, tra Sant'Andrea e Marciana Marina, bella immersione anche per principianti, tra i 15 ed i 35 metri. Così chiamata perché da lì i pescatori scorgevano sulla montagna di fronte al Santuario della Madonna del Monte. Si trovano gorgonie, murene, saraghi e se si è fortunati qualche grossa cernia.

Ma è ovviamente il turismo balneare che maggiormente attrae turisti sull'isola da maggio a settembre inoltrato, grazie al clima caldo ma ventilato e alla bellezza e varietà delle spiagge dislocate nei suoi 147 km di coste. Spiagge di sabbia bianca granitica e scogli levigati nella parte occidentale come le spiagge di Marina di Campo, Cavoli, Fetovaia, Seccheto e Sant'Andrea; di sabbia dorata nella parte centrale sia a sud che a nord-ovest come Procchio, Biodola, Lacona e Lido di Capoliveri; spiagge di ghiaia bianchissima nella parte di costa a ovest di Portoferraio che conferiscono al mare una eccezionale trasparenza come Le Ghiaie, Capo Bianco, Sansone; e infine spiagge caratterizzate da polvere e minerale di ferro nella costa orientale come Terranera e Topinetti. A Pomonte, dalla Spiaggia del Relitto, si può raggiungere a nuoto lo Scoglio dell'Ògliera dove è possibile osservare il relitto della nave mercantile Elviscot.

Fino al XIX secolo, in occasione dei funerali venivano svolte due particolari pratiche. Secondo lo storico Eugenio Branchi (1839), «in Marciana, Poggio e Marciana Marittima, posto il cadavere nella stanza più amplia della casa, tutti i parenti gli si aggirano intorno piangendo o fingendo di piangere, e formano una specie di lotta con la Confraternita allorquando si reca a prenderlo, intendendo così mostrare il dispiacere della sua ultima dipartita. In S.Piero e S.Ilario, allorquando al morente è stata amministrata la estrema unzione, spegnesi quasi subito il fuoco che arde sul focolare domestico e qualora presso il medesimo siavi qualche cosa a cuocere, si rovescia o si getta via per denotare che l'infermo ha cessato di cibarsi.» Sempre Eugenio Branchi descrive «una particolare costumanza nelle festività straordinarie che antichissima oggi raramente ripetesi; appellasi questa Moresca, e consiste in una sfida fra due stuoli cristiani e turchi vestiti ambedue rispettivamente alla foggia della nazione cui fingono appartenere; ne è l'introduzione un dialogo fra i capi dei due stuoli e successivamente tra ciascuno, finché tutti i rappresentanti non siano in scena; ciò fatto avvengono reciproci ingiuriosi diverbi e quindi un combattimento cui è dato fine con la pace, e successivamente con balli. Questa specie di comica scena, che ha la durata di circa due ore e mezza, è un continuo faticosissimo esercizio pantomimico per gli attori che non offre ai medesimi riposo, se non che nei brevi intervalli dei dialoghi che avvengono anche a metà del combattimento o del ballo.» A Capoliveri esisteva la credenza popolare della Pagana; di derivazione latina, era una strega barbuta che appariva in sogno alle donne partorienti, facendole abortire. Dopo il parto, le donne si presentavano in chiesa per la benedizione, il cosiddetto insanto (ossia «rientrare in santo»). A Rio nell'Elba, la domenica delle Palme si svolge il Rito della Sportella; i ragazzi innamorati fanno giungere alla loro amata un cesto pieno di fiori con all'interno il cerimito, un dolce di forma fallica. Il giorno di Pasqua, se il gesto è gradito, le ragazze presentano ai corteggiatori una sportella, un dolce a forma di organo genitale femminile. Per l'Epifania viene rappresentato il Canto della Befana, in cui alcuni cantori (befanotti) intonano una nenia tradizionale che evoca la nascita di Cristo con l'arrivo dei Magi; attestato almeno dal 1839, il Canto della Befana viene svolto nei paesi di Poggio e Rio nell'Elba: Noi vi diam la buonasera, generosa compagnia, saluteremo il padron di casa con la nobil compagnia. Santa nova noi vi diamo: che l'è nato il Re del Mondo in un parto così giocondo, noi convien che l'annunziamo. Egli è nato in Betlemme, in città della Giudea presso di Gerusalemme, sopra il fien dove giacea. Per presepio una capanna, fatta l'è di stipa e fieno, la soffitta era di canna, le lucenti a ciel sereno. I Re Magi sono partiti dalla propria abitazione, sono giunti a questi lidi per trovare il Redentore. «Buona gente, dove andate che portate tanti doni?» «Noi andiamo a trovare il Signore dei signori». Falso Erode e traditore diede luce ai suoi intenti, per uccidere il Signore fece strage d'innocenti. La Madonna fu avvisata che di lì fosse partita, ubbidiente all'imbasciata si nascose fra la stipa. Ma la stipa traditora in quel punto fu fiorita, diede segno a tali signori che di lì fosse partita. «Buona donna, dove andate ed in grembo che ci avete?» «Io ci ho quel che cercate, gran Signor se lo volete.» Un di loro la guardava per vedere cosa ci aveva, e dal grembo grano versava, bel miracolo faceva. La Befana abbiam cantato in onor di Dio potente, saluteremo il padron di casa. Felice notte, o brava gente. Al 1871, in occasione della cattura di una foca monaca, risale la Canzone del bove marino: «Il dì 5 di marzo dell'anno settantuno fu preso all'Elba un pesce mai visto da nessuno. Poi venne il sor Cristino in giubba ed in fanfara: il pesce è nella bara, venitelo a vedé. Sia benedetto Dio - questo lo disse il prete - che ora le nostre rete si possono calar.» Dal 1938 esiste la Festa dell'Uva, che si svolgeva a Portoferraio con sfilate allegoriche sulla vendemmia ed è stata ripresa in anni recenti a Capoliveri; legata alla prima edizione della festa è la Canzone del Poggio, il cui testo recita «Chi dice che il Poggio non è bello? Soltanto le ragazze che ci stanno! I giovanotti son fatti a pennello, chi dice che il Poggio non è bello? Il vino del Lavacchio fa cantare a chi ne beve più di un bel bicchiere; le gambe accascia e il capo fa girare, il vino del Lavacchio fa cantare! Il mese di settembre è una gran festa, e tutta l'Elba l'uva al vin consacra». Ai primi anni del XX secolo risale l'Inno a San Niccolò, composto dal sacerdote Aristide Mazzarri: «Domatore dei secoli infidi, oggi un popol devoto ti onora, e fra tante sciagure implora un soccorso da te, protettor. Noi ti lodiamo, noi ti preghiamo, noi t'invochiamo, Niccolò santo! Sacerdote fedele ed ardente, oh di Poggio gran Santo patrono, tu dei falli ci ottieni il perdono, tu ci guidi la mente ed il cuor.» Intorno al 1945 è datata la canzone Elba, terra nostra di Alberto Carletti: «Quando io sono lontano, sento nel cuor la malinconia e allora penso alla terra mia, che al mondo più bella non v'è. Tutto è un giardino fiorito, tutto è un sorriso di primavera dove la gente vive sincera, laggiù non tradisce l'amor. Sei tu la terra dell'amor, o Elba in fiore dove ogni cuore canta. Sei tu, in quell'azzurro mar, l’isola bella che come stella brilla. Le tue fanciulle sono raggi di sol, più belle di mille rondinelle nel vol. Sei tu, coi tuoi vigneti d'or sul mare, regina di splendor; terra di ferro e di sole, cantano tutti per te.»

La pesca è un'attività economica importante nell'isola. Sono 72 i pescherecci che praticano la pesca commerciale di cui quasi la metà a Portoferraio. Molto praticata la pesca sportiva. Era attiva per secoli la pesca del tonno. Diverse erano le tonnare che erano localizzate in vari punti della costa elbana: Portoferraio, Enfola, Marciana Marina. La pesca del tonno, nell'ultima tonnara attiva dell'Enfola, si concluse nel 1958.

Ormai scomparso è l'allevamento delle capre, che avveniva soprattutto nel settore occidentale dell'isola in quartieri pastorali (caprili). I prodotti ricavati erano formaggi e ricotte.

Le miniere di ferro (Elba orientale) hanno rivestito un ruolo di primo piano per l'economia dell'isola sin dall'epoca etrusca. Lo sfruttamento delle stesse è continuato sino alla metà degli anni cinquanta del XX secolo. Da quel momento è stato un continuo susseguirsi di chiusure di miniere con la chiusura dell'ultima avvenuta nel 1981. L'isola è ricca di granodiorite (Elba occidentale) ed una cava è tuttora presente in prossimità del paese di San Piero in Campo. L'attività estrattiva è oggi quasi del tutto abbandonata.




mercoledì 2 dicembre 2015

L'OCEANO PACIFICO



L'Oceano Pacifico è il più grande oceano del mondo, occupa circa un terzo della superficie terrestre e si estende su una superficie di circa 179 milioni di chilometri quadrati. Si estende per circa 15.500 chilometri dal Mar di Bering nell'Artico a nord fino ai margini ghiacciati del mare di Ross nell'Antartide a sud. Il punto più largo si trova a circa cinque gradi di latitudine nord tra l'Indonesia e le coste della Colombia. Si considera invece lo Stretto di Malacca come limite occidentale dell'oceano, nel quale è situato anche il luogo più basso della superficie terrestre, la Fossa delle Marianne.
Il numero delle isole che contiene l'oceano Pacifico (25.000) è superiore al numero delle isole di tutti gli oceani messi insieme.
Lungo i bordi di tutto l'oceano si trovano molti mari e tra questi: il mar Cinese orientale, il mar del Giappone, il mar di Sulu, il mar di Tasmania e il mar Giallo. L'oceano è inoltre unito all'oceano Indiano ad ovest con lo Stretto di Malacca e con l'oceano Atlantico ad est con lo Stretto di Magellano.
Questo oceano deve il suo nome all'esploratore portoghese Ferdinando Magellano, che lo chiamò così per il mare molto calmo che trovò durante la sua traversata dallo Stretto di Magellano fino alle Filippine. Nonostante ciò, in molti periodi dell'anno numerosi tifoni e uragani colpiscono le isole del Pacifico, mentre la presenza di molti vulcani causa spesso terremoti e tsunami che in passato hanno devastato numerosi atolli e distrutto diverse città.

La profondità media dell'oceano Pacifico è 4270 metri, e il fondo oceanico è relativamente uniforme, nonostante esistano grandi montagne sottomarine estremamente ripide e con una cima piatta.
La parte occidentale del fondo consiste invece di numerosi archi montagnosi che emergono dalla superficie e che cono considerate gruppi di isole, come ad esempio le isole Salomone e la Nuova Zelanda. Essendo il bacino idrografico del Pacifico relativamente piccolo ed essendo questo oceano immenso, i sedimenti sono di origine autogenica o pelagica, mentre quelli terrigeni sono confinati in zone limitate vicino alla terraferma.

La temperatura dell'acqua nel Pacifico varia dal punto di congelamento nelle zone polari fino a circa 29°C vicino all'equatore, dove l'acqua è anche meno salata a causa delle abbondanti precipitazioni equatoriali durante l'anno. Invece, più a nord delle latitudini temperate la salinità torna a scendere.
L'acqua in superficie circola generalmente in senso orario nell'emisfero nord, ma in senso antiorario nell'emisfero sud.  La Corrente Equatoriale Nord gira verso nord vicino alle Filippine, e mentre parte delle sue acque si muove verso nord con il nome di Corrente Auletiana, il resto torna a sud e si unisce alla Corrente Equatoriale. La corrente Auletiana si divide quando raggiunge il Nordamerica e forma la base della circolazione in senso antiorario nel Mare di Bering. Il suo braccio meridionale è chiamato Corrente della California e si diffonde lentamente verso sud. La Corrente Equatoriale Sud, scorrendo verso ovest lungo l'equatore, si sposta verso sud ad est della Nuova Guinea, gira ad est alla latitudine di 50 gradi sud, e si unisce alle correnti principali del Pacifico del Sud, tra cui la Corrente Circumpolare Antartica che compie l'intero giro del globo. Quando si avvicina alle coste cileni, la Corrente Equatoriale Sud si divide: un ramo sorpassa il Capo Horn e finisce nell'Atlantico, mentre l'altro gira a nord per formare la Corrente del Perù (o di Humboldt).

Tutta l'Australia, la Nuova Zelanda e la Nuova Guinea subiscono l'influenza climatica del Pacifico, tranne le zone più interne. Si possono comunque distinguere cinque diverse regioni climatiche: la zona ovest, the trades, la regione dei monsoni (nel Pacifico occidentale, tra il Giappone e l'Australia), la regione dei tifoni (nelle parti occidentali e sud-occidentali del Pacifico) e the doldrums. Sono presenti nelle latitudini intermedie grandi variazioni stagionali di temperatura, dovute a flussi d'aria in movimento verso ovest. Infatti vicino all'equatore le temperature sono costanti durante tutto l'anno.
Le caratteristiche della regione climatica dei monsoni sono venti che soffiano dall'interno del continente verso l'esterno durante l'inverno e in direzione opposta durante l'estate.
Inoltre nell'oceano si estendono anche due grandi aree di bonaccia: una al largo delle coste dell'America Centrale, l'altra nelle acque equatoriali del Pacifico occidentale, ma entrambi si distinguono per la loro umidità, notevole copertura nuvolosa, deboli venti e frequenti bonacce.



La linea dell'Andesite (la linea immaginaria dei vulcani attivi della terra) è la principale caratteristica geologica del Pacifico. E' infatti la linea che separa le rocce profonde ed ignee del Pacifico centrale, per lo più basiche, dalle zone continentali parzialmente sommerse composte da rocce ignee acide. La linea coincide con il bordo occidentale di tutte le isole al largo della California e passa a sud delle isole Aleutine, ad est della penisola Kamchatka, le isole Kurili , il Giappone, le isole Marianne, l isole Solomon e la Nuova Zelanda. prosegue anche sopra profonde fosse come la fossa delle Marianne e la fossa delle Filippine. La maggior parte delle fosse più profonde si trova accanto ai margini della piattaforma continentale del Pacifico occidentale.
Una parte del sistema mondiale di dorsali sottomarine, il Rialzo Est del Pacifico, si trova lungo il bacino orientale.
Per quanto riguarda invece tutte le estensioni orientali dei continenti dell'Asia e dell'Australia si può dire che si trovano completamente al di fuori della linea dell'Andesite.
All'interno dello spazio delimitato dalla linea dell'Andesite si trovano la maggior parte delle fosse profonde, delle montagne vulcaniche sottomarine tipiche del bacino del Pacifico Centrale, dove le lave basaltiche scorrono lentamente dalle fratture per formare enormi montagne di tipo vulcanico. Fuori dalla linea dell'Andesite invece i fenomeni vulcanici sono di tipo esplosivo ed il cerchio di fuoco ha la maggior concentrazione mondiale di vulcani esplosivi.

L'estensione più grande di terra all'interno dell'oceano Pacifico è il continente australiano, che ha un'area leggermente più piccola di quella dell'Europa. A una distanza di 3 200 km, in direzione sudest, si trova il grande gruppo di isole della Nuova Zelanda.

Quasi tutte le altre isole del Pacifico si trovano tra 30 gradi di latitudine nord e 30 di latitudine sud, dall'Asia sudorientale all'isola di Pasqua. Il resto del Bacino del Pacifico non contiene in pratica terraferma. Il grande triangolo della Polinesia, che unisce le Hawaii, l'isola di Pasqua e la Nuova Zelanda, contiene al suo interno i gruppi delle Marchesi, le Samoa, Tonga. A nord dell'equatore e ad ovest della linea di cambio di data si trovano le numerose piccole isole della Micronesia, incluse le Kiribati, le isole Caroline, le isole Marshall, e le isole Marianne. Nell'angolo sudovest del Pacifico si trovano le isole della Melanesia, dominate dalla Nuova Guinea. Altri gruppi importanti nella Melanesia includono le isole Bismarck, le Figi, la Nuova Caledonia, le isole Salomone e Vanuatu. Questa suddivisione in Polinesia, Micronesia e Melanesia, vecchia del 1831 (Jules Dumont d'Urville), non corrisponde alle realtà bio-geografiche: le due zone ora riconosciute dagli scienziati sono l'Oceania vicina e l'Oceania lontana, zone che corrispondono a realtà diverse dal punto di vista botanico, zoologico e anche umano e culturale.

Le isole del Pacifico sono di quattro tipi fondamentali: isole continentali, isole alte, barriere coralline, e piattaforme coralline rialzate. Le isole continentali si trovano fuori dalla Linea dell'Andesite e includono la Nuova Guinea, le isole della Nuova Zelanda e le Filippine. Queste isole sono fisicamente associate con i continenti vicini. Le isole alte sono di origine vulcanica, e possono contenere dei vulcani attivi. Tra queste le Hawaii e le isole Solomon.

Gli altri due tipi di isole sono il risultato del lavoro dei coralli. Le barriere coralline sono strutture subacquee che sono state costruite dai coralli sopra la lava basaltica sotto la superficie dell'oceano. Una delle più grandi è la Grande barriera corallina, al largo dell'Australia nordorientale. Un secondo tipo è quello di una piattaforma corallina rialzata, che è in genere un po' più grande. Ne sono esempi Banaba e Makatea nel gruppo di Tuamotu nella Polinesia francese.

In tempi preistorici vi furono importanti migrazioni umane nel Pacifico, prima tra tutte quella dei Polinesiani da Tahiti fino alle Hawaii e la Nuova Zelanda. L'oceano fu visto per la prima volta dagli Europei all'inizio del XVI secolo, prima da Vasco Núñez de Balboa (1513) e poi da Ferdinando Magellano, che attraversò il Pacifico durante la sua circumnavigazione (1519-22). Per il resto del XVI secolo, l'esplorazione fu condotta principalmente dalla Spagna, con navi che raggiungevano le Filippine, la Nuova Guinea e le isole Solomon. Durante il XVII secolo la scena fu dominata dagli olandesi; Abel Janszoon Tasman scoprì nel 1642 la Tasmania e la Nuova Zelanda. Il XVIII secolo vide l'esplorazione russa in Alaska e nelle isole Aleutine, i francesi in Polinesia, e gli inglesi con tre viaggi del capitano James Cook.

L'imperialismo crescente del XIX secolo risultò nell'occupazione della maggior parte del Pacifico da parte delle potenze occidentali. La nave esploratrice HMS Beagle portò importanti contributi scientifici negli anni 1830, con a bordo Charles Darwin. Un'altra nave famosa fu la HMS Challenger. Anche se gli Stati Uniti presero le Filippine nel 1898, nel 1914 il Giappone controllava la maggior parte del Pacifico occidentale, e occupò molte altre isole durante la Seconda guerra mondiale. Alla fine della guerra, l'oceano era dominato dalla marina militare americana.

Il Pacifico comprende diciassette stati indipendenti: Australia, Figi, Giappone, Kiribati, le isole Marshall, Micronesia, Nauru, Nuova Zelanda, Palau, Papua Nuova Guinea, Filippine, Samoa, le isole Salomone, Taiwan (disputata dalla Repubblica Cinese), Tonga, Tuvalu e Vanuatu. Undici di queste nazioni sono totalmente indipendenti solo dal 1960. Le isole Marianne del Nord hanno un proprio governo, ma dipendono dagli Stati Uniti per la politica estera, e le isole Cook e Niue hanno una relazione simile con la Nuova Zelanda. Inoltre nel Pacifico si trova lo Stato americano delle Hawaii e numerosi territori e possessioni di Australia, Cile, Francia, Giappone, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Lo sfruttamento delle risorse minerarie del Pacifico è ostacolato dalle grandi profondità dell'oceano. Nelle acque basse al largo delle coste australiane e neozelandesi, vengono estratti gas naturale e petrolio, mentre le perle vengono raccolte o coltivate lungo le coste di Australia, Giappone, Nuova Guinea, Nicaragua, Panama e Filippine, anche se si tratta di un'industria in declino. La risorsa maggiore del Pacifico sono i suoi pesci. Le acque costiere dei continenti e delle isole più temperate forniscono salmoni, sardine, pesce spada e tonno, più numerosi crostacei. Nel 1986, le nazioni che fanno parte del Forum del Sud Pacifico hanno dichiarato l'area libera dal nucleare, nel tentativo di fermare gli esperimenti nucleari e di prevenire lo stoccaggio delle scorie nucleari nel Pacifico.