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domenica 8 novembre 2015
LE BALENIERE
La nave baleniera nacque dall'evoluzione e dalle sistematizzazione della caccia della balena, originariamente concepita come un inseguimento effettuato da scialuppe che partivano da terra, inseguivano la preda e la riportavano a riva. Ciò inevitabilmente rendeva le operazioni venatorie poco flessibili e limitate agli spazi costieri, destinati ad un rapido depauperamento.
La necessità di introdurre nella caccia alla balena un vascello di dimensioni e velocità adeguate a sostenere la prova dell'alto mare si pose per la prima volta a partire del XV secolo, quando i Baschi, i primi in Europa a cacciare sistematicamente le balene, esaurita la disponibilità di cetacei nelle acque sottocosta, dovettero avventurarsi al largo. Si munirono pertanto di imbarcazioni potenti e alte sull'acqua, denominati karaka, della lunghezza di circa 20 metri. Successivamente tali imbarcazioni vennero rimpiazzate dalle caravelle, più manovrabili e dotate di maggiore capacità di stivaggio.
Fu tuttavia solo nel XVIII-XIX secolo che la baleniera, così come è stata immortalata da Melville e da scrittori e pittori contemporanei all'apogeo dell'età della caccia, trovò la sua forma definitiva. Si trattava inizialmente di imbarcazioni a un solo albero, ovvero sloops, i primi dei quali vennero armati a Nantucket nel 1715. In seguito, con l'ampliamento delle zone di caccia (precedentemente limitate al solo Atlantico), si passò a imbarcazioni più imponenti, con tre alberi, stazzanti 300-400 tonnellate. Caratteristica peculiare di questa imbarcazione era la sua notevole capacità di stivaggio, con la conseguenza di renderla piuttosto lenta. Lo scafo era solitamente rinforzato, con la possibilità di inspessire ulteriormente il fasciame laddove si prevedesse la necessità di cacciare nelle zone circumpolari (tratto questo tipico delle baleniere britanniche). Visti i lunghissimi tempi di navigazione (spesso fino a 3-4 anni per una circumnavigazione completa del globo) la nave era spesso rivestita di rame per prevenire l'effetto corrosivo dei parassiti e delle alghe. L'attrezzatura a bordo è leggera, necessitando per le manovre non più di 6 uomini (su un totale dell'equipaggio di circa 30-40 unità). Il ponte della nave era soggetto a rapido deterioramento vista l'azione di bollitura del grasso di balena e dello squartamento dei cetacei, effettuato con pale estremamente taglienti. All'arrivo nelle zone di caccia sul ponte principale veniva eretta una piattaforma di mattoni sulla quale erano poste grandi marmitte metalliche (in genere 2) e un recipiente di raffreddamento pieno d'acqua per cercare di limitare gli effetti del calore. Al termine della caccia, riempite le stive, il forno veniva demolito: questa circostanza era accompagnata da festeggiamenti dell'equipaggio. Le baleniere erano prevalentemente di colore nero, con una striscia bianca su entrambi i fianchi intervallata da riquadri neri (disegnati per simulare alla distanza la presenza di bocche da fuoco, onde prevenire in qualche misura attacchi).
Una svolta epocale nella caccia viene impressa dall'adozione degli ultimi ritrovati tecnologici. Risale al 1868 il primo impiego di una baleniera a vapore, la Spes et fides (armata da Svend Foyn), dotata di un cannone lancia-arpioni esplosivo, dotato di una gittata di 50 metri. Tale arma era progettata in modo tale che, all'impatto, gli uncini dell'arpione si aprissero a stella, rompendo una fiala di acido solforico. Quest'ultima incendiava una carica di polvere, che esplodendo provocava la morte del cetaceo colpito. La Spes et fides così attrezzata può dare la caccia anche alle balenottere azzurre, precedentemente non perseguitate perché troppo veloci e grandi e perché affondavano una volta uccise. Foyn risolve questo problema insufflando aria compressa nel ventre della balena.
La progressiva diminuzione del numero di balene nell'Atlantico settentrionale comportò, sul finire del XIX secolo l'abbandono delle stazioni baleniere. A tal proposito i cacciatori giunsero alla conclusione di varare navi officina, che non necessitavano la costruzione di costosi impianti a terra destinati a essere operativi per periodi troppo brevi per risultare economici, risultando preferibile effettuare tali processi a bordo. Ai primi del 900 i norvegesi furono i primi a varare simili vascelli, perfezionando altresì le tecniche venatorie e gli strumenti di caccia. Il primato tecnologico spetta però ai giapponesi, che giunsero a impiegare il sonar per primi sulle baleniere, al fine di rilevare la distanza e gli spostamenti dei cetacei.
Le navi baleniere attualmente armate raggiungono una lunghezza media di 30-40 metri, giungendo fino a un massimo di 60, per una stazza di 500 tonnellate. Si tratta di navi estremamente robuste e maneggevoli, propulse da motori diesel a 6 cilindri, capaci di raggiungere velocità massime di 18 nodi. L'equipaggio della baleniera coopera attivamente con la nave officina, che accoglie le carcasse dei cetacei uccisi (i quali, una volta abbattuti vengono muniti di radiotrasmittente per localizzarli, previa insufflazione d'aria per evitare l'affondamento) recuperati da apposite scialuppe a motore. La nave officina è un'imbarcazione di dimensioni colossali, dotata di una vastissima stiva con piano inclinato ove vengono raccolte le balene. La sua stazza si aggira sulle 20-30000 tonnellate, con un equipaggio che può giungere fino a 400 uomini. Attualmente le principali flotte baleniere sono detenute da Russia (ove i derivati della caccia colmano le carenze del settore chimico) e dal Giappone (dove invece la balena rientra nella normale dieta locale).
La caccia alla balena ha origini antiche risalenti almeno al 6000 a.C., ma si sviluppò soprattutto dal XVI Secolo nell'oceano Atlantico e dal XIX Secolo nell'oceano Pacifico. Fra i primi balenieri commerciali furono i Baschi, mentre fra i più numerosi furono gli statunitensi, di cui il più famoso è sicuramente Herman Melville, autore del romanzo Moby Dick.
Nel XIX secolo il prodotto principale delle balene era il grasso, che veniva convertito in un olio usato per le lampade, ma l'intero animale veniva utilizzato, compresi i fanoni, per corsetti, e l'olio fragrante del capodoglio per profumi. In tempi moderni l'uso principale è la carne, che è un prodotto tipico e spesso prediletto di molte località con lunghe tradizioni baleniere, compresi il Giappone, l'Islanda, e molte popolazioni indigene, comprese negli Stati Uniti e nel Canada.
L'uomo iniziò presumibilmente ad inserire le balene nella sua dieta in tempi molto antichi: la scoperta di un dente di capodoglio nel giacimento paleolitico di Bédeilhac-et-Aynat (Ariège) sembrerebbe avvalorare questa tesi. Tuttavia, vista l'impossibilità pratica di realizzare strumenti idonei alla caccia anche in acque basse, è probabile che si limitasse a recuperare balene arenate sulla spiaggia.
Eppure non è da escludere, sulla base dell'osservazione delle tecniche di caccia degli Aleuti e degli Eschimesi, effettuate mediante l'uso di punte intagliate avvelenate, che gli uomini primitivi facessero altrettanto, seguendo con imbarcazioni l'animale agonizzante. In ogni caso la caccia delle origini era intrapresa in prossimità della costa. Il più antico metodo di caccia conosciuto con certezza è quello consistente nel sospingere le balene a riva. L'operazione veniva eseguita piazzando parecchie barche di piccole dimensioni tra la balena e il mare aperto, cercando di spaventarla con rumori e forse con lance e frecce. Solitamente questo metodo era usato per piccole specie, come il globicefalo (Globicephala melaena), beluga (Delphinapterus leucas), il narvalo (Monodon monoceros).
Successivamente si adoperava un'ancora galleggiante legata ad un arpione, nella speranza che la balena si stancasse abbastanza da poter essere avvicinata e uccisa. Molti popoli del mondo cacciavano le balene in questo modo, inclusi gli Inuit, i Nativi Americani e i Baschi del Golfo di Guascogna. Fonti archeologiche trovate a Ulsan nella Corea del Sud provano che ancore galleggianti, arpioni e lenze venivano usate fin dal 6000 a.C.
All'inizio del Medioevo, documenti scritti scandinavi riferiscono di una tecnica di caccia denominata grind: gli uomini, a bordo di piccole imbarcazioni, sospingevano branchi di piccoli cetacei negli stretti fiordi costieri, fino a farli giungere in acque basse. A quel punto venivano uccisi con delle lance.
Solamente nel IX secolo, presso i Baschi, la caccia alla balena diventa un'attività rilevante, continuativa e non circoscritta al consumo locale e di sussistenza. Nel golfo di Biscaglia infatti, per sei mesi l'anno le femmine di balena franca si recavano per partorire, approfittando delle acque calde ivi presenti. Delle vedette si appostavano nei periodi autunnali in punti elevati sul mare, segnalando la presenza di gruppi con tamburi, campane o falò. Delle imbarcazioni leggere venivano a quel punto messe in acqua, all'inseguimento delle prede. Queste, una volta raggiunte, venivano colpite ed uccise con un tridente, indi trascinate a riva e squartate. I Baschi acquistano esperienza nella caccia e ne fanno il centro della loro economia. Empori commerciali che vendono sottoprodotti della balena, quali la lingua, richiestissima e prelibata o il grasso, che viene salato e distribuito in tutta la Francia, sorgono sulle coste basche.
Verso il XV secolo tuttavia la caccia indiscriminata condotta lungo le coste della Biscaglia determinò un impoverimento delle aree di caccia tradizionali, spingendo i Baschi a mutare le loro tecniche tradizionali e spostarsi più a largo. A bordo di imbarcazioni adatte ad affrontare il mare aperto (prima le caracche, poi le caravelle), si spingono nel nord Atlantico, fino alle isole Faer Oer. Gli equipaggi di questi velieri erano composti perlopiù da stranieri, della Frisia e della Normandia in primis. I Baschi si limitavano all'arpionamento e allo squartamento delle prede.
Le guerre tra la Spagna e la Francia nel XVI secolo rendono la Baskonia zona di guerra e mettono in difficoltà le attività dei locali. Contemporaneamente la caccia comincia ad essere praticata in maniera consistente da Inglesi e Olandesi, i quali, avvalendosi di esperti Baschi, apprendono in breve tutti i segreti del mestiere, salvo poi rispedirli in patria una volta apprese le tecniche della caccia e della lavorazione.
La concorrenza spietata comporta una estensione delle aree di caccia sino alla Groenlandia: gli Olandesi costruiscono sulle coste dello Spitzbergen stazioni di caccia attrezzate, fornite di magazzini e centri di lavorazione e commercializzazione dei prodotti ottenuti dalla balena. Si tratta di villaggi che nella stagione della caccia giungono ad accogliere diverse migliaia di persone, risultando pressoché deserti nel resto dell'anno. La stazione baleniera più importante fu Smeerenburg che, fondata nel 1623, raggiunse il suo apogeo negli anni 30 del XIX secolo, arrivando ad ospitare in una stagione circa 300 baleniere per un numero di persone intorno alle 18000 unità.
La diminuzione e l'allontanamento delle balene franche dalle acque del nord Atlantico segnerà tuttavia il declino dell'industria baleniera olandese, determinando l'abbandono delle stazioni di caccia.
Nel 1800, nel Massachusetts, iniziò a svilupparsi la caccia alle balene; in particolar modo a New Bedford (Massachusetts) e nella vicina isola di Nantucket. Negli anni '20 dello stesso secolo, partì la famosa Baleniera Essex, comandata dal capitano Pollard e dal primo ufficiale Owen Chase. Dopo aver ucciso un branco di balene, fu avvistato un grosso Capodoglio, che fu attaccato, ma che, dopo essersi tolto i ramponi di dosso, cozzò contro la nave.
Invece di andare alla ricerca di isole vicine (presumibilmente abitate da cannibali) si diressero verso le coste del Sud America e stettero circa cento giorni in mare. Finite le pochissime provviste, iniziarono a cibarsi dei compagni periti nel viaggio. Erano in 21 alla partenza su 3 scialuppe, ma alla fine, si salvarono in 5 tra cui il cap.Pollard e il primo ufficiale Chase; ci furono due dispersi (su un'isola trovata). Questo fu l'unico incidente documentato sul naufragio di navi da parte di balene, ma potrebbe non essere l'unico.
A Nantucket e New Bedford, si continuò l'attività della caccia anche nei primi anni del Novecento, ma furono sempre meno i ragazzi che rischiavano la vita in un mestiere molto pericoloso. Oggi la caccia alle balene è vietata internazionalmente.
La crisi di fine secolo fu dovuta principalmente da due grandi eventi: la nascita dell'industria petrolifera e la guerra civile americana. Fino a quel momento l'olio di balena era l'unico combustibile per le lampade, ma venne sostituito in fretta con il kerosene, un sottoprodotto della lavorazione del petrolio. Inoltre, durante la guerra civile l'esercito dei Confederati affondò numerose navi per la caccia alle balene nella costa orientale. L'America non rimase al passo con gli altri stati che ammodernarono sempre di più le proprie tecniche, tanto che all'inizio del 20° secolo possedeva solo quaranta navi adibite alla caccia alle balene.
Oggi la caccia delle balene è vietata nella maggior parte del mondo, ma in molti paesi i cacciatori continuano indisturbati la loro caccia, in particolare in Giappone, dove il governo ha fatto sapere che il Giappone non fermerà la caccia alle balene nonostante un divieto della Corte dell'Aia.
La caccia alla balena è sorgente di molte controversie e dispute diplomatiche internazionali. Al momento è limitata alla ricerca e alla sussistenza di limitate popolazioni indigene.
Molti paesi della Commissione internazionale per la caccia alle balene (IWC) si oppongono alla caccia commerciale, citando sia i numeri delle balene, bassi in confronto al numero esistente prima del XIX Secolo, e anche l'industria turistica che presenta le balene come attrazione, oltre che la simpatia che le balene, come la maggior parte dei cetacei, riscuotono nelle popolazioni.
Inoltre, vi sono sostituti pratici per ciascuno dei prodotti che in secoli passati si potevano solo ottenere dalle balene.
Altri paesi della Commissione citano l'aumento nel numero di balene, e soprattutto di alcune specie di balene, da quando la caccia commerciale alle balene fu sospesa nel 1986 (quando fu sospesa a causa della riduzione nel numero delle balene dovuta alla caccia stessa, e anche per motivi politici). Questo aumento, e gli usi tradizionali delle balene, soprattutto la carne, vengono addotte come giustificazione per riprendere la caccia alle balene, almeno per alcune specie più abbondanti.
Questa decisione viene presa ogni anno dalla Commissione Internazionale Baleniera.
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giovedì 24 settembre 2015
I GLOBICEFALI
Il globicefalo ha un corpo massiccio dotato di due lunghe pinne pettorali a forma di mezzaluna. La testa, globosa, ha fronte sporgente, e termina con un brevissimo rostro. La pelle è nera, biancastra in un'area tra il petto e il ventre. Le sue dimensioni massime arrivano a 8,7 metri di lunghezza.
A volte si osservano dei gruppi praticamente fermi in superficie, tanto da permettere alle imbarcazioni di avvicinarsi. Si osservano spesso lo spyhopping, il lobtailing e anche il breaching ma questo quasi soltanto negli esemplari più giovani.
Le immersioni che effettua per nutrirsi, o meglio per cercare del cibo, possono durare fino a 10 minuti, il suo soffio supera il metro di altezza. Si possono osservare anche a 600 metri di profondità, ma solitamente le sue immersioni si spingono a poche decine di metri.
La specie è stata fortemente sfruttata nei secoli passati, ma in tempi recenti ancora si osserva abbastanza numerosa soprattutto in due luoghi specifici:
Nell'emisfero sud (associata alle correnti di Humboldt, delle Falkland e del Benguela)
Nell'Atlantico del Nord.
Ciò che più colpisce durante l'osservazione di questi delfini è la colorazione nera assai brillante, mentre la pinna dorsale molto arcuata ne è un'altra caratteristica distintiva.
Spesso capita di sorprendere, in mare aperto, gruppi di globicefali quasi fermi sulla superficie dell'acqua, in posizione di jogging: questo permette di osservare gli animali da distanze molto ravvicinate.
Le attività di superficie sono molte tra gli individui più giovani, che si mostrano spesso interessati alle imbarcazioni.
Gli atti respiratori sono intervallati da immersioni della durata di circa dieci minuti.
L'energico soffio, mai superiore al metro di altezza, nelle giornate serene può essere visto ed udito anche a distanza.
Come tutti i Delfinidi, possiede notevoli doti di agilità e velocità, ma sembra che ne facciano un uso limitato. Quando emergono possono espirare producendo un soffio basso e disordinato. Nel loro profilo d’emersione spicca la forma rotonda del capo e la pinna dorsale bassa. L’immersione in genere non dura più di una decina di minuti. Tipico, del Globicefalo, è l’atteggiamento verticale, con il capo fuori dall’acqua (spyhopping) di certo per ispezionare i dintorni. Caratteristica dell’ecologia dei Globicefali è la presenza di branchi particolarmente numerosi, da 10 a 40 individui, formati da animali tutti imparentati tra loro per linea materna, il gruppo sociale prevede la presenza di una capostipite a cui fanno riferimento gli altri componenti del gruppo (pod). Il Globicefalo è prevalentemente teutofago. Un esemplare adulto necessita dai 50 ai 100 kg di calamari al giorno (a seconda del sesso).
La parola faroese Grindadráp viene spesso tradotta come caccia alle balene, pur trattandosi generalmente di caccia a vari generi di delfini. Questa è infatti una delle più grandi risorse economiche del XX secolo delle isole Fær Øer, arcipelago situato nell'Oceano Atlantico appartenente alla Danimarca.
Quest'attività è stata approvata dalle autorità faroesi ma non dalla Commissione internazionale per la caccia alle balene. Circa 950 Globicefali vengono uccisi ogni anno, molti dei quali durante l'estate. Più raramente vengono cacciate specie come le balene dal naso a bottiglia e delfini dai fianchi bianchi atlantici. La caccia alle balene non è un'attività commerciale e tutti possono parteciparvi. Inizialmente i cacciatori di balene le cacciavano a bordo di barche disposte nell'acqua in posizione circolare. Oggi le barche si dispongono sparse nelle baie o nei fiordi.
La maggior parte dei faroesi considerano importante questa caccia: infatti, essendo una tradizione molto antica, gli abitanti pensano che vada mantenuta. Nonostante tutto, molte comunità lottano per la tutela di questi mammiferi marini. I cacciatori però, hanno fatto in modo che i giornalisti sappiano il meno possibile di quest'attività, per evitare maggiori critiche.
In lingua faroese la parola grind (prefisso di grindadráp) può avere diversi significati. Con l'espressione ein grind si può intendere un branco di balene. Il plurale, grindir, invece, indica due o più branchi di balene. Ma il grind è anche un avvenimento odierno degli abitanti faroesi. La parola grind deriva dalla lingua norrena. In lingua faroese balena di dice grindahvalur o grindafiskur, letteralmente pesce-grind. Dráp significa invece uccisione o macello. Quindi, la giusta traduzione di grindadráp sarebbe uccisione della balena o macello della balena. Comunque, tradizionalmente la parola grindadráp viene resa in italiano come caccia alla balena, sebbene esista una parola, in italiano, che descrive perfettamente questa pratica: mattanza
Nell'antichità, quando si avvistava un branco di balene, si urlava grindaboð. Le parole grind e boð significano rispettivamente balena e urlo. Quindi, la traduzione letterale sarebbe messaggio-grind, ovvero messaggio balena; o ancora, forse più correttamente, notizia-di-grind, cioè notizia di balena, "Eccola".
La caccia alle balene è un'attività svolta da diversi secoli. Essa era inizialmente molto sviluppata in Islanda, sulle isole Ebridi, sulle isole Shetland e sulle isole Orcadi.
Insediamenti, che sono stati fondati dai Norreni dal XII secolo, come Norðragøta, mostrano che nell'antichità la caccia alle balene era molto importante per la sopravvivenza economica della famiglia. Inoltre la carne e il grasso di balena costituiva una buona parte della dieta degli antichi faroesi. Il grasso, in particolare, divenne molto importante per la trasformazione in olio, il quale veniva usato per l'illuminazione e per altri scopi. La pelle veniva infine utilizzata per la produzione di corde e funi.
Per la tutela delle balene nel medioevo furono stese delle leggi. Alcune citazioni di queste norme sono state ritrovate in Norvegia; il documento legislativo più antico ritrovato sulle isole Fær Øer, chiamato "Sheep Letter", risale al 1298. Esso include leggi che limitano il numero di uccisioni di balene.
La caccia alla balena delle Faroe, o grindadráp, viene svolta in vari passaggi. Prima di tutto bisogna avvistare un branco di balene nei pressi di una spiaggia autorizzata. Una volta avvistata, si chiamano altre imbarcazioni che circondano il branco e lo spingono a riva. Infine ogni balena viene spiaggiata, uccisa e lavorata.
Per la caccia alla balena è stato escogitato un sistema molto efficace. Il reverendo Lucas Jacobsøn Debes migliorò e mise in atto questo sistema, il quale fu utilizzato sin dal XVII secolo ad oggi. Il sistema antico consisteva nell'avvistare un branco di balene e, una volta fatto questo, avvisare gli abitanti nei dintorni. A quel punto, con un fuoco si avvisavano anche gli abitanti delle isole vicine, che accorrevano per l'elaborazione della balena cacciata.
Questo sistema è considerato il più antico tra tutti. Questo perché occorrevano molte più persone e di conseguenza molte più barche per uccidere un branco di balene rispetto agli altri metodi. Oggi, comunque, la notizia dell'avvistamento di una balena viene diffuso nei dintorni attraverso cellulari e altri mezzi di comunicazione moderni.
Il piccolo villaggio di Hvalvík (letteralmente baia delle balene) sull'isola di Streymoy è noto per la sua fiorente attività di caccia alle balene.
La localizzazione scelta per la caccia alla balena è ovviamente scelta in base al numero di animali presenti nella zona. È illegale uccidere balene in posti con condizioni inappropriato, ad esempio con villaggi e città nei pressi. Il fondale marino dev'essere in pendenza dalla riva al largo, senza buche più profonde o rialzi per una buona caccia alla balena. Infatti, un fondale leggermente in pendenza è l'ottima condizione per trascinare alla riva una balena intrappolata senza rovinarla. Quando si avvista un branco di balene, le barche si avvicinano ad esse per intrappolarle, e questo, per una buona caccia, deve avvenire all'estremità di una baia o di un fiordo. Sulle isole Fær Øer ci sono 17 città e villaggi in grado di ospitare una buona caccia alle balene, e pertanto sono legali per quest'attività. Questi sono Bøur, Fámjin, Fuglafjørður, Syðrugøta, Húsavík, Hvalba, Hvalvík, Hvannasund, Klaksvík, Miðvágur, Norðskáli, Sandavágur, Sandur, Tórshavn, Tvøroyri, Vágur e Vestmanna. Queste città sono alcune tra i maggiori posti in cui vengono uccise le balene secondo le statistiche, iniziate nel 1854, che continuano fino a oggi.
Negli inizi del XIX secolo, nel Parlamento faroese (Løgting) si decise di rendere le regole sulla caccia alle balene più rigide. Il 4 giugno 1907 il Parlamento danese (in lingua faroese amtmaður) stese una bozza di legge per evitare l'estinzione delle balene. Negli anni seguenti, queste leggi persero importanza, ma nel 1932 fu istituita la prima regola nelle isole Fær Øer sulla protezione delle balene. Dopo questo avvenimento, ogni parte di svolgimento della caccia alle balene fu adattata in base alle leggi. Questo non solo fece in modo che fossero uccise meno balene, ma aiutò anche a conservare la tradizione di un tempo, quando non si riusciva a cacciare tante balene per carenza di tecnologie. Nel regolamento è compreso l'utilizzo degli abiti antichi, che però sono scomodi e inappropriati.
Dal 1832 le isole Fær Øer sono divise in distretti per spartire la caccia alle balene omogeneamente e per evitare un numero eccessivo di uccisioni di questi animali. Le balene vengono trasportate nelle apposite industrie, presenti in tutti i distretti, in modo tale che i residenti abbiano una possibilità di lavoro.
Prima della messa in atto della legge del 1948, il Parlamento danese aveva la responsabilità di supervisione delle balene nelle isole Fær Øer. Oggi la supervisione è responsabilità del governo delle Fær Øer. Il governo ha l'incarico di assicurare che siano rispettati i regolamenti e le disposizioni relative alla caccia della balena pilota. Nella pratica, ogni caccia si svolge sotto la supervisione di un rappresentante locale del potere legislativo che è responsabile della preparazione, della caccia vera e propria e della distribuzione del pescato.
Gli elementi che costituiscono la caccia alla balena sono ami, funi e strumenti per la misurazione delle balene. Una barca equipaggiata in questo modo è sicuramente riservata a questa attività. La barca per la caccia alla balena non è come la tradizionale piccola imbarcazione faroese, ma neanche un grande veicolo come quelli riservati alla guardia costiera, e non contengono i moderni macchinari. La barca per la caccia alla balena è semplicemente descritta come una piccola barca, la quale è inoltre usata per la lavorazione del pescato.
Quando i cacciatori incontrano una balena, hanno la possibilità di spostarla. Si ha questo diritto solo quando si incontra, in un fiordo o in una baia, un branco di balene, e ovviamente quando le condizioni marine lo permettono. Tra il codice di leggi sulla caccia alla balena, c'è una regola che dice che se si incontra un branco di balene lo si può incastrare e portare a riva. Per condurre verso la riva il branco di balene le barche formano un semicerchio. Al segnale del caposquadra del gruppo di cacciatori, delle pietre vengono lanciate nell'acqua dietro il branco di balene, così si è più facilitati a spostare le balene fino alla spiaggia, dove verranno poi trasportate nelle fabbriche per il loro lavoro. Non è permesso, nell'oceano aperto, acchiappare le balene con una fune. Lo spostamento di un branco di balene deve sempre avvenire sotto la supervisione di un'autorità del luogo.
Le balene che non vengono arenate sulla spiaggia sono spesso sottoposte all'estrazione del grasso con un oggetto affilato (chiamato in lingua faroese sóknarongul), dopodiché vengono tirate a terra. Ma, dopo l'accusa di maltrattamento di animali, i cacciatori faroesi hanno iniziato a usare oggetti che permettono alla preda di morire prima, per non farla soffrire troppo (questo oggetto in lingua faroese si chiama blásturongul). Oggi questo utensile viene utilizzato solo per arenare questi cetacei sulla spiaggia. Gli oggetti più primitivi, che furono inventati nel 1993, furono accettati, ma sostituiti da ulteriori utensili più efficaci e moderni. Comunque, gruppi contro la caccia alla balena come Greenpeace e l'Associazione per la tutela dei delfini e delle balene (WDCS) richiedono la diminuzione di uccisione di animali.
Inoltre, nel 1985, le isole Fær Øer hanno vietato l'uso di strumenti come arpioni e lance per l'attività di caccia alla balena, considerati non necessari, ma anche crudeli, perché non uccidono subito la vittima, ma la fanno soffrire.
Dopo aver arenato le balene sulla spiaggia, i cacciatori tagliano il dorso delle prede presso la spina dorsale con uno speciale coltello, chiamato in lingua faroese grindaknívur. Date le circostanze, questo coltello è considerato il miglior modo per uccidere una balena, perché la uccide subito senza farla soffrire tanto tempo. Naturalmente, neanche con questo metodo, la morte è istantanea. Dopo aver tagliato la balena, essa può essere ancora viva pochi secondi o pochi minuti. La media aritmetica che è stata calcolata è di circa 30 secondi.
Durante il taglio alla spina dorsale di una balena, le loro maggiori arterie vengono recise. Questo causa una colorazione del mare circostante rosso-sangue. Questo causa molte polemiche e critiche da parte di gruppi per la tutela dei cetacei.
Da quando armi da fuoco, arpioni e lance non vengono più usate in questa attività, ogni cetaceo deve essere ucciso individualmente sulla battigia utilizzando l'apposito coltello.
Ólavur Sjúrðaberg, presidente dell'associazione faroese dei cacciatori di balene, descrive la caccia alla balena in questo modo: "Sono sicuro che nessuno uccida i propri animali senza sentirsi scosso. È una cosa che vuoi essere fatta nel modo più rapido possibile e con la minima sofferenza per l'animale. Posso ben capire le forti reazioni che la gente ha nei confronti delle immagini della caccia alla balena nelle Faroe, ma ogni tipo di carne era prima una creatura vivente che qualcuno ha dovuto uccidere per poterla avere nel piatto. La gente sembra dimenticare questa semplice realtà della vita".
La maggior parte della dieta tradizionale faroese è costituita da carne. Questo perché, le isole Fær Øer, avendo un clima freddo, poco soleggiato ed estremamente ventoso, non consentono un buono sviluppo dell'attività agricola. Durante l'inverno, i feroesi mangiano per lo più carne salata o cibo essiccato (comprendente pesci, carni - per la maggior parte di pecora-, uccelli e balene). Questo ha fatto che, per gli abitanti degli Stati del Nord Atlantico, la balena fosse una grande e pregiata risorsa cibaria tradizionale.
Il grasso e la carne delle balene vengono prevalentemente mangiate, in queste isole, nelle case più antiche. Questo ha fatto in modo che la carne non venisse venduta al supermercato, ma ridistrubuita gratuitamente tra gli abitanti. Benché le isole Fær Øer esportassero pesce, la balena non viene commerciata (a differenza con quanto avviene, ad esempio, in Islanda). Su circa 956 balene (dati medi tra il 1990 e il 1999), cioè 500 tonnellate di carne e grasso, il 30% è prodotto nell'arcipelago.
La carne e il grasso delle balene costituiscono una specialità tipica faroese. Fino allo scorso secolo, questo cibo costituiva la maggior parte della dieta degli abitanti dell'arcipelago. Carne e grasso possono essere cucinati in vari modi, il più famoso dei quali è grind og spik. Quando è ancora fresca, la carne viene bollita e servita tagliata in fette. La bistecca di balena in lingua faroese è chiamata grindabúffur. Carne, grasso e patate in buccia vengono messi in una pentola e fatti cuocere per circa un'ora. Sottili fette di grasso sono tipicamente accompagnate al pesce essiccato.
Per conservare il cibo, un tempo, sulle isole Fær Øer, si salava o si lasciava all'aria aperta in modo da essiccarlo. Oggi, più frequentemente, si lascia in freezer. Il modo tradizionale è meno utilizzato, ma comunque, di rado, è ancora attivo, soprattutto nei villaggi più piccoli.
I turisti che visitano l'arcipelago, e che vogliono assaggiare le specialità del posto, possono degustare nelle varie feste, soprattutto estive, in cui carne e grasso di balena vengono venduti per le strade delle città e dei villaggi.
La caccia alla balena occupa una parte importante nella cultura faroese. Gli uomini faroesi ritengono che l'attività di grindadráp fa sentire faroesi. Le donne non prendono parte all'attività, ma sono favorevoli a quanto dicono i maschi.
Documenti sulla caccia alla balena esistono dal 1584; le statistiche sulle uccisioni, invece, sono state svolte ininterrottamente dal 1709, anno facente parte del periodo in cui la caccia agli animali era molto sviluppata, ritenuta un hobby, a oggi.
La pesca è conosciuta, in lingua faroese, come skinn, il quale nome era più anticamente un indicatore nell'agricoltura. Uno skinn equivale a 38 chilogrammi di carne di balena e più di 34 chilogrammi di grasso: in totale sono 72.
Le balene uccise ogni anno vengono registrate.
Secondo la lista IUCN di specie minacciate, quella dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), le balene pilota del nord-Atlantico non sono minacciate. Per IUCN 778.000 balene si trovavano nell'Oceano Atlantico settentrionale nel 1992. Associazioni favorevoli alla caccia alla balena, come la commissione marina dei mammiferi del nord Atlantico, ritengono che la caccia alla balena sia una tradizione da non perdere.
Dal 1997 al 1999, 956 balene all'anno furono uccise, quindi poco più dello 0.1% della popolazione totale.
Nonostante i dati ufficiali, molti gruppi ecologisti sostengono che la caccia sia una grave minaccia alla popolazione dei globicefali, perché ritengono poco affidabile il dato sulla quantità totale di quenti animali.
Sono state scattate molte fotografie durante le attività di caccia alla balena, molte delle quali riportano il mare color rosso sangue causato dalle balene uccise in acqua. Queste immagini, riportate periodicamente dai quotidiani di tutto il mondo ad opera principalmente di una campagna ambientalista promossa da Sea Shepherd a partire da anni recenti (intorno al 2010), hanno causato molte critiche e quindi hanno dato origine ad associazioni per la protezione di questi animali, come la commissione internazionale per la caccia alle balene e la commissione marina dei mammiferi del nord Atlantico (anche NAMMCO).
Molti faroesi (anche se non la totalità della popolazione) ritengono che cacciare le balene sia una cosa complessivamente positiva per mantenere la propria tradizione, che è presente nella loro comunità da secoli e che ne assicurerebbe la sopravvivenza indipendente dal commercio con l'estero e anche nell'epoca futura "post picco del petrolio". Con questa motivazione i faroesi si giustificano contro le varie associazioni per la protezione degli animali, come anche Greenpeace che ritiene che la caccia alla balena sia un inutile insieme di uccisioni. In secondo luogo, questa popolazione, cacciando le balene, ha sviluppato una tradizione culinaria originale.
Un'altra critica riguarda la commestibilità attuale della carne di globicefalo. Negli anni recenti l'autorità sanitaria locale Feroese ha posto limiti crescenti alla consumabilità di questa carne a causa della presenza di mercurio (che, presente nell'ambiente marino, tipicamente si accumula nei pesci più grandi). Il lato paradossale -e problematico nella discussione- è che la critica alla consumabilità del cibo tradizionale è limitato dalla presenza di inquinanti prodotti dall'industria propria di quei paesi da cui provengono le critiche più forti.
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mercoledì 23 settembre 2015
LE ISOLE FAER OER
Un arcipelago formato da 18 isole, immerse nell'oceano Atlantico settentrionale, e territorio autonomo danese situato più a nord. Le isole Faroe, con i suoi 50,000 abitanti, sono un paradiso naturalistico straordinario che rivela paesaggi mozzafiato, pittoreschi villaggi di pescatori, innumerevoli specie di uccelli e greggi di pecore.
Questa è la carta d'identità delle Isole Faroer, appartenenti politicamente alla Danimarca, ma fiere della loro autonomia, tanto che il loro territorio non fa parte dell'Unione Europea: si tratta infatti di una regione autonoma associata alla Danimarca, forse perché i suoi orgogliosi abitanti sono più affini agli antichi Vichinghi e ai popoli scandinavi che al continente Mitteleuropeo.
Esseri fatati, saggi gnomi portafortuna, folletti dispettosi e soprattutto il mitico "Popolo dei Grigi", rappresentazione leggendaria di entità potenti e ostili alla natura, sono gli interpreti principali di favole centenarie giunte fino ai nostri giorni grazie agli affascinanti racconti dei pescatori locali. I Grigi hanno abitudini inconsuete ed inquietanti, fra le quali quelle di dimorare sottoterra o in caverne o scomodi anfratti, e non sanno nuotare, attitudine piuttosto insolita per chi vive in un territorio interamente circondato dal mare.
Interminabili distese di prati verdi che si interrompono improvvisamente nell'azzurro del mare tempestoso; maestose cascate che compaiono inaspettatamente fra le valli e che si tuffano nell'oceano, fra imponenti scogliere e tenebrosi faraglioni, dove dimorano migliaia di uccelli marini, il cui stridio interrompe il silenzio della solitudine, inframmezzato unicamente dall'incessante sibilo del vento.
E' proprio la caratteristica forma geografica delle Faroer a creare panorami unici, grazie al fatto che nessun luogo delle isole dista dal mare più di cinque chilometri, che la montagna più alta non supera i 900 metri di altezza e che la quasi totale mancanza di alberi consente allo sguardo di spaziare senza limiti verso un orizzonte di 360°, comunicando a chi osserva una duplice sensazione di solitudine e di intima e totale appartenenza allo sconfinato universo del Creato.
Un popolo abituato a vedere la luce solo per poche ore durante il lungo inverno, approfitta di ogni momento utile per stare all'aria aperta durante la bella stagione. Le Faroer sono infatti attraversate dal 7° meridiano ad ovest di Greenwich e dal 62° parallelo a nord dell'Equatore, a pochi gradi dal Circolo Polare Artico, ma il loro clima è mitigato dalla Corrente del Golfo, che rende le temperature invernali non molto diverse da quelle di Milano, grazie ad un mare sempre sgombro di ghiacci, mentre l'estate somiglia ad una lunga e umida primavera, con temperature che oscillano fra i 10 e i 15° centigradi.
Il toponimo Fær Øer (in feringio Føroyar e in danese: Færøerne), la cui prima parte è attestata in norreno nella forma scritta fær, viene tradizionalmente interpretata secondo il danese fåre-øerne, "isole delle pecore". Troviamo per la prima volta questa interpretazione nella Historia Norvegiae, dove l'errata lezione nordica farcar è tradotta con insulæ ovium: il testo aggiunge che i coltivatori faroesi possedevano ricchi greggi di pecore composte da migliaia di capi. La difficoltà è che il termine fåre/fær è sconosciuto in norreno e nelle lingue scandinave occidentali ("pecora" è in norreno sauðr, da cui il feringio seyður e il norvegese sau).
Recentemente si è anche discusso sulla possibilità, peraltro data ormai quasi per certa e largamente accettata, che il nome significhi "isole remote" (dall'antico germanico Far-Før-Fær, ovvero "lontano", presente anche nell'inglese far, e dal norvegese Øy, ovvero "isola").
Tra le proposte alternative, interessante ma remota quella secondo la quale il toponimo si originerebbe da una radice celtica: fær deriverebbe da un irlandese fearann, "terra", parola che i coloni scandinavi avrebbero accolto, rimotivandola.
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La storia delle origini dell'arcipelago delle Fær Øer non è ben nota, anche se si ritiene l'ex-presenza dei vichinghi coloni di Naddoddr, lo scopritore dell'Islanda. Si pensa ci fossero anche monaci irlandesi giunti dalla vicina Scozia o direttamente dall'Irlanda verso il VI secolo. San Brendano di Clonfert, monaco irlandese e Papar, si suppone abbia visitato le Fær Øer in due o tre occasioni (512-530), nominando due delle isole Sheep Island e Paradise Island of Birds. Nel tardo settimo secolo agli inizi del secolo ottavo nelle isole vi era la presenza di monaci provenienti dall'Irlanda, per la conversione e l'evangelizzazione e anche per la solitudine del romitaggio, infatti sia le Fær Øer sia l'Islanda erano per loro come un eremo.
Secondo la Saga dei Faroesi, gli emigranti che lasciarono la Norvegia per sfuggire alla tirannia di Harald I si insediarono nelle isole all'incirca all'inizio del IX secolo. Nell'XI secolo il Cristianesimo venne introdotto da Sigmundur Brestirson, la cui famiglia era originaria delle isole del sud, ma era stata sterminata nel corso di un'invasione degli abitanti delle isole del nord, obbligandolo a rifugiarsi in Norvegia. Sigmundur Brestirson venne poi inviato a conquistare le isole dal re di Norvegia Olaf I. Dopo aver preso possesso delle isole, Sigmundur Brestirson fu assassinato, ma i norvegesi mantennero il loro controllo fino al 1397, quando la Norvegia entrò in un'unione con la Danimarca, che gradualmente evolse nella doppia monarchia Danese-Norvegese. La riforma protestante raggiunse le Fær Øer nel 1538. Quando la Norvegia venne separata dalla Danimarca con il trattato di Kiel del 1814, fu la Danimarca a mantenere il possesso delle Fær Øer.
Il monopolio danese del commercio con le Fær Øer fu abolito nel 1856. Il paese cominciò allora a svilupparsi in una nazione moderna, dedita principalmente alla pesca, e con una propria flotta. Il risveglio dei sentimenti nazionali, cominciato nel 1888, fu all'inizio orientato sull'ambito culturale, in particolare sulla rinascita della lingua faroese. Dopo il 1906 si rafforzò l'indipendentismo politico, con la fondazione dei primi partiti politici delle Fær Øer.
Il 12 aprile 1940, le Fær Øer furono occupate dalle truppe del Regno Unito, come contromossa all'invasione della Danimarca da parte della Germania nazista. Questa azione fu decisa per scongiurare una possibile occupazione tedesca nelle isole, che avrebbe potuto avere gravi conseguenze per gli esiti della seconda battaglia dell'Atlantico. Tra il 1942 e il 1943 gli Inglesi costruirono l'unico aeroporto delle Fær Øer, l'aeroporto di Vágar.
Il controllo delle isole ritornò alla Danimarca dopo la guerra, ma nel 1948 venne introdotta la cosiddetta Hjemmestyre (o, in feringio, Heimastýrislógin), che garantiva un alto grado di autonomia locale. Le Fær Øer scelsero di non unirsi alla Danimarca al momento del suo ingresso nella Comunità europea, ora Unione europea, nel 1973. Le isole hanno incontrato considerevoli difficoltà economiche in seguito al crollo dell'industria della pesca nei primi anni novanta, ma da allora si sono moltiplicati gli sforzi per aumentare il grado di diversificazione dell'economia. Nel frattempo è cresciuto il sostegno popolare per l'indipendenza, che è l'attuale obiettivo del governo.
La lingua nazionale è la lingua faroese, lingua indoeuropea appartenente al gruppo delle lingue germaniche e al sottogruppo del germanico settentrionale (o scandinavo), assieme al danese, al norvegese (bokmål e nynorsk), allo svedese e all'islandese.
Il Trattato di Kiel del 1814 pose fine all'unione tra Danimarca e Norvegia. La Norvegia passò sotto il controllo del Re di Svezia, ma le Fær Øer, l'Islanda e la Groenlandia rimasero in mani danesi. In seguito a questi eventi, il Løgting fu sciolto nel 1816, e il governo delle Fær Øer divenne quello di una regione della Danimarca, con un Prefetto incaricato del controllo delle isole. Nel 1852 il Løgting venne ristabilito, ma fino al 1948 non ebbe altri poteri al di fuori di quelli consultivi.
Alla fine della seconda guerra mondiale, parte della popolazione era favorevole all'indipendenza dalla Danimarca, e il 14 settembre 1946 si tenne un referendum sull'eventuale secessione. Era la prima volta in cui i Faroesi avevano l'opportunità di esprimersi a favore dell'indipendenza, o di scegliere di continuare a far parte del Regno di Danimarca. Il risultato del referendum produsse una piccola maggioranza a favore della secessione, ma fu immediatamente seguito da alcuni eventi che impedirono di portare a termine la separazione dalla Danimarca.
La maggioranza nel parlamento faroese cadde e, in seguito a nuove elezioni, i partiti contrari all'uscita dal Regno di Danimarca, avendo visto crescere il loro elettorato, formarono una coalizione e decisero di non approvare la secessione. Al suo posto venne raggiunto un compromesso e il parlamento danese approvò un regime di ampia autonomia, detto anche Home Rule, che entrò in vigore nel 1948. Le Fær Øer cessarono così di essere considerate una dipendenza della Danimarca, ottennero un ampio controllo sui propri affari e un sostegno economico annuale non irrilevante dalla Danimarca.
Gli isolani sono a tutt'oggi divisi tra quelli favorevoli all'indipendenza e quelli che preferiscono continuare a essere parte del Regno di Danimarca, con numerose opinioni intermedie. Alcuni sono a favore di un'immediata e unilaterale dichiarazione d'indipendenza, altri ritengono sia necessario raggiungere l'autonomia gradatamente e in pieno consenso con il governo danese. Sono anche molti coloro che accettano di buon grado un graduale incremento dell'autonomia, ma sempre mantenendo un forte legame con la Danimarca.
In seguito al Trattato di Famjin del 29 marzo 2005 stipulato tra la Danimarca e le Fær Øer, le isole acquisiscono una sempre maggiore autonomia nel campo della politica estera e della sicurezza.
Dopo un periodo di crisi economica nei recenti anni novanta, che ha portato a un drastico calo dell'attività di pesca, negli ultimi pochi anni le Fær Øer si sono riprese, e la disoccupazione è scesa al 5% a metà 1998, per poi tuttavia risalire negli anni successivi. Tuttavia, la quasi totale dipendenza nella pesca fa sì che l'economia resti estremamente vulnerabile. I Faroesi sperano di ampliare la loro base economica costruendo nuove strutture per il processo dei prodotti ittici. Il petrolio trovato vicino alle Fær Øer dà una speranza per l'esistenza di giacimenti nell'area circostante, che potrebbero garantire una sicura prosperità economica.
Dal 2000, sono stati promossi nelle Isole la tecnologia dell'informazione e alcuni progetti economici per attrarre nuovi investimenti. Il risultato di questi progetti non è ancora noto, ma si spera possa portare una migliore economia di mercato nelle Fær Øer.
Le Fær Øer hanno una bassa percentuale di disoccupazione, ma questo non è necessariamente segno di una riconversione economica, dal momento che giovani e studenti si spostano in Danimarca e in altri paesi una volta terminata la scuola dell'obbligo. Rimane nelle Isole una fascia di popolazione di età medio-alta, che non ha gli strumenti e le conoscenze per espandere l'utilizzo delle tecnologie moderne nelle Fær Øer.
Si segnalano alcune esperienze positive nell'utilizzo delle energie rinnovabili (in particolare, fornita dal moto ondoso), la cui quota ammonta al 45% del totale del consumo energetico dell'arcipelago.
La caccia ai globicefali, o Grindadráp, è sia un'attività economica sia una tradizione per i faroesi. La maggior parte di essi la considera parte della propria cultura e non condivide le tesi di chi ne chiede l'abolizione. Voci critiche però contestano la sostanza e la modalità con cui ha luogo la mattanza e sono molteplici le iniziative a tutela dei cetacei. In particolare è criticata la tradizionale cruenta caccia che avviene all'inizio di ogni estate, in cui un migliaio di globicefali, specie di cetacei chiamati anche balena pilota e balena dalle pinne lunghe vengono spinti in prossimità delle spiagge e uccise con ami, lame e funi. Nonostante la rilevanza del fenomeno rispetto ai soli 50000 abitanti delle Fær Øer, i pescatori faroesi ostacolano l'accesso dei media per evitare maggiori critiche che comprometterebbero il turismo nelle isole.
Sull'isola Vágar è attivo l'omonimo aeroporto, da cui partono voli per diverse destinazioni in Danimarca e in Europa, mentre dal porto di Tórshavn ci sono collegamenti regolari con nave-traghetto per Norvegia e Danimarca.
A causa del territorio roccioso e scosceso delle Fær Øer, per lungo tempo il suo sistema di trasporti non è stato tanto esteso quanto quello di altri Paesi. Questa situazione è cambiata, e oggi le infrastrutture sono state sviluppate estensivamente. Circa l'80% della popolazione nelle isole è connessa da tunnel che passano al di sotto delle acque, da ponti e da argini che collegano le tre isole più grandi nel nord-est, mentre le altre due maggiori isole a sud sono connesse alla concentrazione urbana settentrionale con moderni e veloci traghetti.
In particolare il tunnel Norðoyatunnilin, lungo 6300 metri sotto lo stretto del Leirvíksfjørður, che collega la città di Klaksvík sull'isola di Borðoy con la città di Leirvík sull'isola di Eysturoy ha velocizzato i collegamenti all'interno delle isole.
Ci sono buone strade che collegano ogni villaggio nelle isole, eccetto sette piccole isole dove sorge un solo villaggio che sono comunque collegate con navette che le raggiungono almeno due volte al giorno. A oggi altri tunnel sono in progettazione per migliorare ulteriormente un già ottimo ed efficiente sistema stradale.
La maggior parte della popolazione è di etnia faroese, di origini scandinave e celtiche.
Il feringio è parlato da tutti e quasi tutti parlano anche il danese. Pressoché tutta la popolazione parla correntemente l'inglese, insegnato nelle scuole fin dall'età di cinque anni. Tra le altre lingue in genere si insegnano danese e norvegese.
La popolazione è distribuita sulla maggior parte del paese; solo recentemente si è avuto un significativo aumento dell'urbanizzazione. Le isole inoltre possiedono il tasso di fertilità più alto di tutta l'Europa, con 2,6 figli per coppia contro la media europea di 1,3.
L'industrializzazione è stata significativamente decentralizzata; il paese ha quindi potuto mantenere in modo significativo la propria cultura contadina. I villaggi dotati di strutture portuali insufficienti non hanno potuto beneficiare pienamente della conversione dall'agricoltura all'economia basata sulla pesca, e nelle zone agricole più periferiche restano solo pochi giovani. Queste zone, come Fugloy, Svínoy, Mykines, Skúvoy e Stóra Dímun, che hanno pessime reti di comunicazione col resto del paese, non possono sempre essere raggiunte a causa del cattivo tempo. Nei decenni trascorsi, la struttura sociale organizzata sulla base dei villaggi è stata sottoposta a notevoli pressioni, mentre vi è stata una crescita dei "centri" che possono offrire le merci e i servizi richiesti dalle periferie. I negozi e i centri di servizio sono dunque stati spostati dai villaggi verso i centri urbanizzati.
A dispetto di quanto potrebbe apparire, la popolazione faroese è moderna e dinamica; l'uso delle carte di credito è ovunque diffuso (persino in tutti i taxi), così come quello di internet. Qui si vengono a integrare moderno e antico, cultura e natura, la splendida natura di queste isole che da sempre ha ispirato artisti locali e non.
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IPERODONTE
Sono cetacei di medio-grandi dimensioni (8-10 m di lunghezza quando sono adulti) dalla forma slanciata. Il melone è estremamente rigonfio - la sua forma è simile a quella di una caricatura di un professore dalla "testa d'uovo". Il rostro è lungo e di colore bianco nei maschi e grigio nelle femmine. La pinna dorsale è relativamente piccola, 30-38 cm, situata dietro alla metà del dorso, è falcata ed è solitamente appuntita. Il dorso è di colore grigio scuro nella specie settentrionale e grigio chiaro in quella meridionale. Entrambe le specie hanno le regioni inferiori bianche.
L'iperodonte australe ha una distribuzione circumpolare nell'oceano Meridionale. Si trova a sud fino alle coste antartiche e a nord fino all'estremità del Sudafrica, all'Isola del Nord della Nuova Zelanda e alle regioni meridionali del Brasile. Si pensa che abbia una popolazione globale di più di 500.000 individui.
Gli avvistamenti di un'apparente balena dal naso a bottiglia in acque tropicali e subtropicali sono da attribuirsi probabilmente ad una specie poco conosciuta, la balena dal becco di Longman. La parentela di queste specie con le altre balene dal becco non sono state ancora stabilite.
Ci sono molte maniere per distinguere i maschi dalle femmine, oltre ad esaminare la regione inferiore. I maschi sono generalmente di colore grigio scuro o nero e le femmine e i piccoli sono di colore bianco o grigio molto chiaro.
L'iperodonte australe si pensa che non sia minacciata dalle attività umane.
L’ Iperodonte Boreale può raggiungere, negli individui maschi, la dimensione di 9.8mt. Le femmine rimangono più piccole, raggiungendo la lunghezza di 8 metri. Questo dimorfismo aiuta a distinguere il sesso degli animali avvistati. E’ notevole il fatto che gli Iperodonti della popolazione di Gully (Nuova scozia) raggiungano dimensioni minori rispetto agli animali presenti nel resto dell’Atlantico Settentrionale.
L’ Iperodonte Boreale è un animale abbastanza longevo, riuscendo a vivere in natura sino a 37 anni.
Vi è una notevole variazione individuale di colore tra gli Iperodonti. Il colore può infatti variare, a seconda dell’individuo, dal grigio-verde al cioccolato al grigio. Alcuni individui possono presentare anche macchie di diverso colore, perfino color crema o bianche. I cuccioli sono generalmente color cioccolato e solo crescendo assumono la colorazione definitiva.
Il corpo è allungato, robusto e cilindrico. Il rostro è tondo ed allungato. L’ Iperodonte Boreale presenta un melone molto grosso ed accentuato, presente in entrambi i sessi, ma meno prominente nelle femmine. La pelle del melone, nei maschi, tende ad assumere una colorazione dalla sfumatura grigio-gialla con l’avanzare dell’età.
Le pinne sono piccole ed appuntite.
Un’altra caratteristica per il riconoscimento del sesso è costituita dai denti della mascella inferiore. Questi sono presenti in numero di due in tutti gli animali ma solo nel maschio crescono abbastanza da emergere dalla gengiva.
L’ Iperodonte Boreale sembra mettere in atto, come strategia riproduttiva, la poliginia: durante la stagione riproduttiva un solo maschio adulto si associa ad un branco di femmine per accoppiarsi con esse.
La stagione riproduttiva si estende per tutta la primavera e l’inizio dell’estate e, dopo 12 mesi di gestazione, i cuccioli vengono partoriti da Aprile a Giugno.
L’ Iperodonte Boreale è di norma osservato in gruppi di 4-10 individui, ma a volte la dimensione del branco può raggiungere i 25 individui. Si è osservato che a volte i maschi formano branchi separati da quelli di femmine; questo comportamento viene adottato specialmente durante le migrazioni annuali.
L’ Iperodonte Boreale è generalmente una specie migratoria, che trascorre la primavera e l’estate a latitudini più settentrionali, per spostarsi verso i limiti meridionali dell’areale di distribuzione in inverno.
Anche questi cetacei, come i cugini Delfinidi, sono in grado di produrre click ad alta frequenza e fischi a bassa frequenza, per cacciare o comunicare. Questi suoni vengono amplificati e direzionati dal melone, e quando incontrano un ostacolo la loro eco può esser percepita ed interpretata dall’animale. Questo sistema prende il nome di Ecolocalizzazione e viene utilizzato per cacciare e per orientarsi in acque scure o melmose.
Il comportamento di superficie della specie è molto variabile. L’ Iperodonte Boreale mostra una notevole curiosità nei confronti delle barche, alle quali spesso si avvicina per nuotarvi attorno. Questa caratteristica, unita al fatto che il branco di animali non si allontana da un animale ferito, ha fatto dell’ Iperodonte Boreale una delle prede preferite dei balenieri nello scorso secolo.
L’ Iperodonte Boreale si nutre prevalentemente di calamari ma anche oloturie, seppie, stelle di mare e altri invertebrati di fondo rientrano nella sua dieta.
Questi animali adottano un metodo di caccia simile a quello del capodoglio, compiendo immersioni profonde e soste d’agguato per catturare le prede. Le immersioni di caccia possono durare sino a 70 minuti, e raggiungere profondità fino ai 1000 metri. L’intervallo di respirazione tra due immersioni successive è di circa 10 minuti.
L’ Iperodonte Boreale è stato cacciato per secoli per estrarne l’olio contenuto nel melone, ed a scopo alimentare per le popolazioni di Scozia, Inghilterra e Norvegia. La caccia a questo animale è stata vietata nel 1973.
La facilità di caccia di questo animale, e l’importanza economica dell’olio contenuto nel suo melone, affine a quello del capodoglio, ha fatto si che la popolazione sia stata decimata, prima dell’avvento di norme di protezione.
L’ Iperodonte Boreale è stato inserito nella lista rossa dell’IUCN come "specie vulnerabile" nel 1991.
Nel 1996 è stato inserito nella lista del COSEWIC (Committee on the Status of Endangered Wildlife in Canada) come "specie vulnerabile".
La specie è inoltre inserita nelle liste CITES in allegato A (Appendice I).
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domenica 20 settembre 2015
IL CAPODOGLIO
Ciò che più colpisce nell'osservazione di un capodoglio è la dimensione della testa: essa contiene l'organo dello spermaceti, una vasta ragnatela di tubicini contenenti una grande quantità di sostanze cerose che, variando la densità, aiutano l'animale durante le immersioni.
Abbastanza evidente è il dimorfismo sessuale con le femmine, generalmente di dimensioni inferiori; anche dal punto di vista aggregativo si notano delle differenze tra i due sessi, con i gruppi più numerosi composti da femmine e piccoli, mentre i maschi tendono a formare piccole associazioni o addirittura a scegliere una vita del tutto solitaria.
È stato una dei Cetacei più cacciato dall'industria baleniera ma la specie è comunque numerosa.
Non presenta una evidente pinna dorsale e le pinne pettorali sono relativamente piccole. I maschi sono più grandi delle femmine: 18 m. di lunghezza massima e 60 t di peso nei primi, 12 m e 20 t nelle seconde. I neonati misurano circa 4 m. e possono raggiungere il peso di 1 tonnellata.
Di solito è di colore grigio – bruno uniforme; solo attorno alla regione mandibolare la pelle appare di colore bianco. La superficie del corpo si presenta corrugata.
In superficie nuota lentamente se indisturbato, ma è in grado di aumentare la velocità fino a circa 15 nodi. E’ il campione di apnea del regno animale: può infatti restare sott’acqua fino a due ore e raggiungere profondità di oltre 2000 m. Quando si alimenta, alterna periodi di immersione a permanenze in superficie della durata variabile fra i 10 ed i 30 minuti, a seconda dell’apnea effettuata; in questa fase compie numerosi atti respiratori. Nell’atto dell’immergersi solleva la coda verticalmente fuori dall’acqua.
Si nutre prevalentemente di calamari mesopelagici. La dentatura è solitamente limitata alla mandibola inferiore, quest’ultima piuttosto sottile rispetto alle dimensioni corporee.
In Mediterraneo il capodoglio viene avvistato solitario o in piccoli gruppi, che possono tenersi in contatto acustico anche a notevole distanza. I maschi e le femmine adulti formano gruppi separati che si uniscono nel periodo riproduttivo.
Specie longeva, può arrivare ai 70 anni di età. La maturità sessuale viene raggiunta dalle femmine tra i 7 ed i 13 anni, dai maschi tra i 18 ed i 21 anni.La stagione riproduttiva si prolunga da metà inverno a metà estate. La gestazione può superare i 14 mesi.
Il soffio, basso e diretto obliquamente in avanti, è un carattere distintivo inconfondibile, così come la coda che viene sollevata nell’atto dell’immersione. Talvolta compie salti fuori dall’acqua. E’ una specie la cui frequenza di avvistamento risulta essere piuttosto bassa anche per il Mar Ligure, probabilmente a causa del particolare ciclo di nuoto.
I capodogli hanno 20-26 paia di denti a forma di cono nella mandibola inferiore, lungo ognuno 8–20 cm. Ogni dente può pesare quasi un chilogrammo. La ragione della presenza dei denti non è nota con certezza. Si crede che non siano necessari per nutrirsi di calamari e infatti in natura sono stati trovati capodogli privi di denti in ottima salute. L'attuale opinione scientifica generale è che i denti vengano usati nelle aggressioni tra maschi della stessa specie. Questa ipotesi viene motivata dalla forma conica e dal grande spazio tra un dente e l'altro. Inoltre i capodogli maschi mostrano spesso cicatrici che sembrano causate dai denti di altri maschi. Nella mascella superiore sono presenti denti rudimentali, ma questi si aprono raramente nella bocca.
A causa della caccia intensiva le dimensioni dei capodogli sono diminuite drammaticamente, soprattutto perché i maschi più grandi venivano uccisi per primi e più intensamente, dal momento che erano più ricchi di spermaceti (l'olio di spermaceti ebbe un grande valore nel XVIII e nel XIX secolo). Nel museo di Nantucket è presente una mandibola di capodoglio, lunga 5,5 m. La mandibola cresce fino a raggiungere il 20-25% della lunghezza totale del capodoglio. Quindi questa balena potrebbe essere stata lunga 28 m e pesare circa 150 tonnellate. Un'altra prova dei grandi maschi del passato si trova al museo di New Bedford ed è una mandibola, lunga 5,2 m, di un maschio che potrebbe aver misurato circa 25,6 metri di lunghezza ed avere una massa di circa 120-130 tonnellate. Oltre a questo, i registri di bordo che si trovano nei musei di Nantucket e di Bedford sono ricchi di riferimenti a maschi che erano, considerata la quantità d'olio da essi ricavata, circa delle stesse dimensioni di questi due esemplari. Oggi i capodogli maschi non superano solitamente i 18 m di lunghezza e le 52 tonnellate di peso. I capodogli più grandi mai osservati erano paragonabili per dimensione alla balenottera comune (più piccola della balenottera azzurra), cosa che fa del capodoglio la seconda o terza specie vivente più grande.
I capodogli sono un esempio principale di specie che ha adottato la strategia-K, il che fa credere che la specie si sia sviluppata principalmente sotto condizioni ambientali molto stabili. Questa evoluzione relativamente "facile" ha portato la specie ad avere un basso tasso di natalità, una lenta maturazione ed un'alta longevità. Le femmine partoriscono una volta ogni quattro-sei anni ed il periodo di gestazione dura al minimo 12 mesi e forse si protrae per 18 mesi. L'allattamento dura dai due ai tre anni. Nei maschi la pubertà dura all'incirca tra i 10 e i 20 anni. I maschi continuano a crescere anche a 30-40 anni e raggiungono le loro piene dimensioni circa a 50 anni. I capodogli vivono fino a 80 anni.
Il capodoglio detiene alcuni record del mondo naturale:
Il più grande mammifero con i denti conosciuto.
Il cervello più grande di ogni creatura vivente della Terra. Il cervello di un capodoglio maturo pesa 7 kg e sono persino esistiti esemplari con cervelli che pesavano 9 kg.
Il mammifero che si immerge più in profondità (fino a profondità di 2200 metri), trattenendo il respiro per più di 2 ore.
Secondo un articolo di National Geographic del 2003, il capodoglio sarebbe l'animale più rumoroso del mondo. Gli schiocchi del capodoglio hanno un livello di emissione che supera i 230 dB ad una pressione di un micropascal e ad una distanza di un metro.
Lo spermaceti è la sostanza cerosa semiliquida che si trova nella testa del capodoglio. Il nome deriva dal tardo latino sperma ceti (entrambe parole prese in prestito dal greco), che significa "sperma di balena" (alla lettera, "sperma di mostro marino"). Il nome comune inglese della specie, Sperm Whale, è in effetti un'apocope di Spermaceti Whale. La sostanza non è, ovviamente, il seme della balena, ma è stato scambiato per esso dai primi balenieri. Lo spermaceti si trova nell'organo dello spermaceti, o cassa, davanti e sopra al cranio del capodoglio, ed anche nella cosiddetta giunca, davanti alla testa del capodoglio, proprio sopra la mascella superiore. La cassa consiste di una sostanza cerosa biancastra, satura di spermaceti. La giunca è una sostanza più solida.
Una funzione degli organi dello spermaceti è occuparsi della galleggiabilità durante le immersioni. Prima di immergersi, l'acqua fredda viene trasportata attraverso quest'organo e la cera si solidifica. L'innalzamento della densità specifica genera una spinta verso il basso (equivalente approssimativamente a 40 kg) e consente al capodoglio di inabissarsi senza sforzo. Quando caccia in profondità (ad un massimo di 3000 m) l'ossigeno immagazzinato viene consumato e il calore in eccesso scioglie lo spermaceti. Ora solamente le forze idrodinamiche (sostenute dal nuoto) mantengono il capodoglio in profondità, prima che riemerga senza sforzo.
Sono state ipotizzate anche altre funzioni: una di esse, discussa per inciso in Moby-Dick da Melville, è che la cassa si trasformi in una sorta di ariete da usare nei combattimenti tra maschi. Questa ipotesi viene confermata dagli affondamenti ben documentati delle navi Essex e Ann Alexander in seguito agli attacchi di capodogli che pesavano solamente un quinto delle navi.
Un'altra ipotesi è che la cassa venga usata come aiuto per l'ecolocazione. La forma di quest'organo consente allo stesso tempo di focalizzare e di allargare il raggio dei suoni emessi. Il capodoglio possiede in effetti due narici - una narice esterna, che forma lo sfiatatoio, ed una narice interna che preme contro il contenitore simile ad una borsa dello spermaceti.
Una teoria riguardo alle abilità di ecolocazione di questi animali sostiene che la combinazione della forma del cranio della balena, la geometria altamente variabile (in tre dimensioni) della guaina muscolare che circonda gli organi dello spermaceti e la presenza di questa "narice interna" può consentire al capodoglio di emettere una vasta gamma di produzioni sonore - non solo un'ecolocazione ad alta fedeltà, ma anche altri effetti come onde sonore ed energia meccanica. Per esempio, si è ipotizzato che i capodogli, nuotatori goffi e poderosi, utilizzino scariche sonore per stordire e catturare i calamari, agili nuotatori, di cui si nutrono.
Lo spermaceti è stato molto ricercato dai balenieri dei secolo XVIII, XIX e XX. Questa sostanza trova una grande varietà di applicazioni commerciali, come olio per orologi, fluido per trasmissioni automatiche, lubrificante per lenti fotografiche ed altri strumenti ad alta precisione, in cosmetica, come additivo negli oli per motori, come fonte di glicerina, come composto anti-ruggine, detergente, fibra chimica, nella fabbricazione di vitamine e di più di 70 composti farmaceutici.
Queste balene respirano aria sulla superficie dell'acqua tramite un singolo sfiatatoio a forma di s. Lo sfiatatoio è situato sul lato sinistro della parte anteriore dell'enorme testa. Respirano 3-5 volte al minuto al massimo, ma il numero sale a 6-7 volte al minuto dopo un'immersione. Il soffio è un singolo getto rumoroso che si innalza fino a 15 m sulla superficie dell'acqua ed è rivolto all'indietro, a sinistra della balena, con un angolo di 45°.
I capodogli, insieme agli Iperodonti e agli elefanti marini, sono i mammiferi che si immergono più in profondità del mondo.
Si pensa che siano in grado di immergersi fino a 3 km di profondità e che possano restare sul fondo dell'oceano fino a 90 minuti. Le immersioni più tipiche si aggirano intorno ai 400 m di profondità, durano 30-45 minuti e vengono effettuate generalmente verso nord. Secondo il programma di Animal Planet "Il Più Estremo" (Episodio: Atleti Naturali), i capodogli si classificano al secondo posto tra gli 'atleti' del mondo animale. Possiedono tre tonnellate di sangue, che trasporta abbastanza ossigeno per aiutarli nelle loro immersioni in profondità; in tal modo possono spingersi venti volte più in profondità di quanto possa fare un essere umano.
I racconti di titaniche battaglie tra capodogli e calamari giganti, che si crede raggiungano i 13 m, sono forse il frutto di leggende, visto che anche i più grandi calamari giganti pesano solamente 300 kg, peso irrisorio rispetto anche solo alle poche tonnellate di un giovane esemplare di capodoglio. Anche se recentemente un calamaro colossale di 495 kg è stato catturato da pescatori neozelandesi nel mare di Ross. Comunque, le cicatrici bianche sui corpi dei capodogli si crede che siano causate dai calamari oppure dai denti di altri maschi. I calamari giganti sono considerati la dieta principale dei capodogli, così come gli umani si nutrono dei grandi banchi di pesci di profondità. Sono ben conosciuti, e anche ben documentati, furti di merluzzi neri e di pesci zannuti catturati con tramagli. Si crede che questa caratteristica sia propria anche di altre balene o dei piccoli.
Si ipotizza che i becchi taglienti dei calamari consumati, contenuti nell'intestino della balena, inducano la produzione di ambra grigia, analogamente alla produzione delle perle. L'irritazione dell'intestino provocata dai becchi stimola la secrezione di questa sostanza simile ad un lubrificante. I capodogli sono mangiatori straordinari e ogni giorno ingurgitano cibo per un totale del 3% del loro peso corporeo. Il consumo di prede annuale dei capodogli di tutto il mondo si stima essere di 100 milioni di tonnellate - quanto il peso degli animali marini consumati annualmente dall'uomo.
L'unico predatore che attacca i capodogli, oltre all'uomo, è l'orca. I grandi branchi itineranti di orche attaccano frequentemente gruppi di femmine con i piccoli, cercando solitamente di separare il cucciolo di capodoglio ed ucciderlo. Spesso le femmine di capodoglio possono respingere questi attacchi, formando un cerchio con al centro i loro piccoli per poi sbattere violentemente le loro code, impedendo così alle orche di penetrare la formazione. Se il branco di orche è estremamente grande, esse possono a volte uccidere anche femmine adulte. I grossi maschi di capodoglio non hanno invece predatori, perché persino le orche possono essere uccise da queste aggressive e potenti creature.
Battute di pesca con tramaglio nel golfo dell'Alaska hanno registrato che numerosi capodogli ricavavano vantaggio da esse, nutrendosi dei pesci rimasti attaccati agli ami, risparmiando così a queste balene le operazioni di caccia. Comunque, la quantità del pesce così ottenuto è veramente scarsa rispetto al bisogno di cibo giornaliero del capodoglio. Sono state catturate recenti immagini video di un grosso capodoglio maschio che "depredava" un tramaglio per guadagnarsi un po' di pesce.
La fisiologia del capodoglio presenta alcuni adattamenti per affrontare i drastici cambiamenti di pressione quando si immerge. La gabbia toracica è flessibile per sostenere lunghi collassi e il cuore può ridursi per preservare le riserve di ossigeno. La mioglobina immagazzina ossigeno nei tessuti muscolari. Il sangue può essere indirizzato solamente verso il cervello ed altri organi essenziali, quando è finito il livello di ossigeno. Anche l'organo dello spermaceti gioca un ruolo importante.
Nonostante i capodogli siano ben adattati per immergersi, immersioni ripetute a grandi profondità provocano effetti a lungo termine sulle balene. Alcuni scheletri di capodoglio mostrano corrosione delle ossa, che negli umani è spesso segno della malattia da decompressione. Gli scheletri delle balene più vecchie mostrano una corrosione più profonda, mentre gli scheletri dei piccoli di capodoglio non mostrano alcun danno. Questi danni indicano che i capodogli sono suscettibili alla malattia da decompressione; emersioni improvvise possono anche risultare letali.
Tra un'immersione e l'altra, il capodoglio risale alla superficie per respirare e lascia passare più o meno dagli otto ai dieci minuti prima di immergersi di nuovo.
A causa delle grandi profondità delle loro immersioni, i capodogli a volte annegano quando rimangono intrappolati nei cavi telefonici transoceanici.
La struttura sociale dei capodogli si suddivide in base al sesso. Le femmine sono animali estremamente sociali, caratteristica che si crede derivi dal loro cammino evolutivo relativamente semplice. Le femmine risiedono in gruppi di circa una dozzina di individui con i loro piccoli. I maschi abbandonano queste "scuole materne" tra i 4 e i 21 anni di età e formano dei "gruppi di scapoli" con altri maschi di età e dimensioni simili. Non appena i maschi diventano più vecchi, tendono a disperdersi in gruppi più piccoli e i maschi più vecchi conducono generalmente vita solitaria. Alcuni maschi da poco maturi si sono arenati insieme, cosa che suggerisce un livello di cooperazione non perfettamente compreso.
Il capodoglio è tra le specie più cosmopolite del mondo e vive in tutti gli oceani e nel mar Mediterraneo. La specie è relativamente abbondante tra le acque artiche e l'equatore. Le popolazioni sono più dense nei pressi delle piattaforme continentali e dei canyon, probabilmente perché riescono a nutrirsi più facilmente. I capodogli si trovano solitamente al largo, nelle acque profonde, ma sono anche stati visti lungo la costa in aree dove la piattaforma continentale è meno estesa.
Il numero totale dei capodogli di tutto il mondo è sconosciuto. Stime approssimate, ottenute dalla ricognizione di piccole aree ed estrapolando il risultato da tutti gli oceani del mondo, variano dai 200.000 ai 2.000.000 di individui. Sebbene il capodoglio sia stato cacciato per alcuni secoli per la carne, l'olio e lo spermaceti, la prospettiva conservazionista del capodoglio è più brillante di quella di molte altre balene. Sebbene sopravviva ancora in Indonesia una pesca costiera su piccola scala, esso è protetto praticamente in tutto il mondo. I pescatori non catturano le creature di mare profondo di cui si nutrono i capodogli e il mare profondo è probabilmente più resistente all'inquinamento degli strati superficiali.
Comunque, il recupero dagli anni della caccia alla balena è un processo lento, soprattutto nel Pacifico meridionale, dove il prezzo pagato dai maschi in età riproduttiva è stato molto severo.
I capodogli non sono le balene più facili da osservare, a causa dei loro lunghi periodi di immersione e della loro abilità nel viaggiare per lunghe distanze sott'acqua. Comunque, a causa dell'aspetto distintivo e delle grandi dimensioni di questa balena, la sua osservazione sta diventando molto popolare. Gli osservatori di capodogli usano spesso degli idrofoni per ascoltare gli schiocchi delle balene e localizzarle prima che riemergano. Luoghi celebri per l'osservazione del capodoglio comprendono la pittoresca Kaikoura, sull'Isola del Sud della Nuova Zelanda, dove la piattaforma continentale è così stretta che le balene possono essere osservate dalla costa, Andenes e Tromsø nella Norvegia artica e le Azzorre, dove possono essere viste per tutto l'anno, a differenza di altre balene, che si possono vedere solamente durante le migrazioni. Si ritiene che Dominica sia l'unica isola caraibica con un branco di femmine e piccoli residente per tutto l'anno.
Nel luglio 2003 un'enorme massa indistinta di carne bianca venne trovata su una spiaggia delle coste del Cile meridionale. La lunga massa di 12 metri di tessuto gelatinoso fece credere che si fosse scoperto un polpo gigante sconosciuto. I ricercatori del Museo di Storia Naturale di Santiago conclusero invece che la massa era in verità l'interno di un capodoglio, conclusione dedotta dall'osservazione delle ghiandole dermiche. Quando un capodoglio muore, i suoi organi interni si decompongono, fino a che l'animale non diventa poco più di una massa semiliquida intrappolata sotto la pelle. Eventualmente, la pelle può strapparsi, causando la fuoriuscita della massa interna e l'eventuale spiaggiamento.
I capodogli morti spesso galleggiano verso la costa. Oltre ai tessuti decomposti sopra indicati, i gestori delle spiagge temono che gli squali, in particolare il grande squalo bianco, possano essere attratti verso la spiaggia dalla carne putrefatta e che possano causare un pericolo potenziale per i bagnanti. Per questo motivo, i capodogli morti vengono spesso rimorchiati al largo prima che si spiaggino. Questo avvenne due volte nel maggio 2004, una volta al largo di Oahu, alle Hawaii, dove un capodoglio morto venne rimorchiato in mare per 35 miglia, ma ritornò sulla costa due giorni dopo.
Forse per ricercare la notizia più famosa riguardante un capodoglio bisogna tornare indietro fino al 1970, quando un animale in decomposizione di 7,25 tonnellate di peso e 13,7 m di lunghezza venne a riva in Oregon. Per qualche tempo fu una curiosità per i residenti locali. Essendo la spiaggia di pubblico diritto di transito, fu compito dei membri del Dipartimento dei Trasporti dell'Oregon occuparsi di questo. Essi riempirono l'animale con mezza tonnellata di dinamite. Venerdì 12 novembre la dinamite venne fatta esplodere, ma l'esplosione non si diresse verso il Pacifico, com'era stato previsto. Nessuno rimase ferito, ma un'auto rimase distrutta dalla pioggia di grasso. Gli spettatori furono ricoperti da pezzetti maleodoranti di capodoglio morto.
Nel gennaio 2004 avvenne un fatto ben più eclatante sotto i riflettori dei media globali. Un esemplare di capodoglio morto, lungo 17 m e pesante 50 tonnellate, si arenò sulla spiaggia di Tainan City, a Taiwan. Mentre veniva trasportato all'università della città, la pressione dei gas provocati dalla decomposizione all'interno del corpo causò un'esplosione. Nessuno rimase ferito, ma il sangue e le viscere si sparsero su alcune auto e travolsero i pedoni.
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