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domenica 11 settembre 2016

LA BALENA ALBINA



Una macchia bianca sotto la superficie dell'Oceano Pacifico segnala il ritorno della balena albina Migaloo, la rarissima megattera che ogni anno percorre 12mila chilometri, passando per l'Antartide, la Grande Barriera Corallina e le acque del Queensland, in Australia.

L'enorme megattera di 14 metri è stata avvistata per la prima volta nel 1991. Quest'anno, contrariamente al passato, non era sola. Ad accompagnarla una piccola balena femmina di colore più scuro. Migaloo, che in lingua aborigena australiana significa "uomo bianco", si avvicina alle barche per salutare i passeggeri e poi riprende il suo viaggio.



Era il 1991 quando fu avvistata per la prima volta nell'oceano, e da allora Migaloo, uno splendido quanto raro esemplare di balena bianca, è diventata un vero e proprio fenomeno del web.

Da anni il mammifero è studiato dagli scienziati, i quali pensano che la balena sia bianca per albinismo. È un maschio, perché canta, infatti solo i maschi delle megattere cantano; e dovrebbe avere tra i 26 e i 28 anni.


domenica 8 novembre 2015

LE BALENIERE



La nave baleniera nacque dall'evoluzione e dalle sistematizzazione della caccia della balena, originariamente concepita come un inseguimento effettuato da scialuppe che partivano da terra, inseguivano la preda e la riportavano a riva. Ciò inevitabilmente rendeva le operazioni venatorie poco flessibili e limitate agli spazi costieri, destinati ad un rapido depauperamento.

La necessità di introdurre nella caccia alla balena un vascello di dimensioni e velocità adeguate a sostenere la prova dell'alto mare si pose per la prima volta a partire del XV secolo, quando i Baschi, i primi in Europa a cacciare sistematicamente le balene, esaurita la disponibilità di cetacei nelle acque sottocosta, dovettero avventurarsi al largo. Si munirono pertanto di imbarcazioni potenti e alte sull'acqua, denominati karaka, della lunghezza di circa 20 metri. Successivamente tali imbarcazioni vennero rimpiazzate dalle caravelle, più manovrabili e dotate di maggiore capacità di stivaggio.

Fu tuttavia solo nel XVIII-XIX secolo che la baleniera, così come è stata immortalata da Melville e da scrittori e pittori contemporanei all'apogeo dell'età della caccia, trovò la sua forma definitiva. Si trattava inizialmente di imbarcazioni a un solo albero, ovvero sloops, i primi dei quali vennero armati a Nantucket nel 1715. In seguito, con l'ampliamento delle zone di caccia (precedentemente limitate al solo Atlantico), si passò a imbarcazioni più imponenti, con tre alberi, stazzanti 300-400 tonnellate. Caratteristica peculiare di questa imbarcazione era la sua notevole capacità di stivaggio, con la conseguenza di renderla piuttosto lenta. Lo scafo era solitamente rinforzato, con la possibilità di inspessire ulteriormente il fasciame laddove si prevedesse la necessità di cacciare nelle zone circumpolari (tratto questo tipico delle baleniere britanniche). Visti i lunghissimi tempi di navigazione (spesso fino a 3-4 anni per una circumnavigazione completa del globo) la nave era spesso rivestita di rame per prevenire l'effetto corrosivo dei parassiti e delle alghe. L'attrezzatura a bordo è leggera, necessitando per le manovre non più di 6 uomini (su un totale dell'equipaggio di circa 30-40 unità). Il ponte della nave era soggetto a rapido deterioramento vista l'azione di bollitura del grasso di balena e dello squartamento dei cetacei, effettuato con pale estremamente taglienti. All'arrivo nelle zone di caccia sul ponte principale veniva eretta una piattaforma di mattoni sulla quale erano poste grandi marmitte metalliche (in genere 2) e un recipiente di raffreddamento pieno d'acqua per cercare di limitare gli effetti del calore. Al termine della caccia, riempite le stive, il forno veniva demolito: questa circostanza era accompagnata da festeggiamenti dell'equipaggio. Le baleniere erano prevalentemente di colore nero, con una striscia bianca su entrambi i fianchi intervallata da riquadri neri (disegnati per simulare alla distanza la presenza di bocche da fuoco, onde prevenire in qualche misura attacchi).

Una svolta epocale nella caccia viene impressa dall'adozione degli ultimi ritrovati tecnologici. Risale al 1868 il primo impiego di una baleniera a vapore, la Spes et fides (armata da Svend Foyn), dotata di un cannone lancia-arpioni esplosivo, dotato di una gittata di 50 metri. Tale arma era progettata in modo tale che, all'impatto, gli uncini dell'arpione si aprissero a stella, rompendo una fiala di acido solforico. Quest'ultima incendiava una carica di polvere, che esplodendo provocava la morte del cetaceo colpito. La Spes et fides così attrezzata può dare la caccia anche alle balenottere azzurre, precedentemente non perseguitate perché troppo veloci e grandi e perché affondavano una volta uccise. Foyn risolve questo problema insufflando aria compressa nel ventre della balena.

La progressiva diminuzione del numero di balene nell'Atlantico settentrionale comportò, sul finire del XIX secolo l'abbandono delle stazioni baleniere. A tal proposito i cacciatori giunsero alla conclusione di varare navi officina, che non necessitavano la costruzione di costosi impianti a terra destinati a essere operativi per periodi troppo brevi per risultare economici, risultando preferibile effettuare tali processi a bordo. Ai primi del 900 i norvegesi furono i primi a varare simili vascelli, perfezionando altresì le tecniche venatorie e gli strumenti di caccia. Il primato tecnologico spetta però ai giapponesi, che giunsero a impiegare il sonar per primi sulle baleniere, al fine di rilevare la distanza e gli spostamenti dei cetacei.

Le navi baleniere attualmente armate raggiungono una lunghezza media di 30-40 metri, giungendo fino a un massimo di 60, per una stazza di 500 tonnellate. Si tratta di navi estremamente robuste e maneggevoli, propulse da motori diesel a 6 cilindri, capaci di raggiungere velocità massime di 18 nodi. L'equipaggio della baleniera coopera attivamente con la nave officina, che accoglie le carcasse dei cetacei uccisi (i quali, una volta abbattuti vengono muniti di radiotrasmittente per localizzarli, previa insufflazione d'aria per evitare l'affondamento) recuperati da apposite scialuppe a motore. La nave officina è un'imbarcazione di dimensioni colossali, dotata di una vastissima stiva con piano inclinato ove vengono raccolte le balene. La sua stazza si aggira sulle 20-30000 tonnellate, con un equipaggio che può giungere fino a 400 uomini. Attualmente le principali flotte baleniere sono detenute da Russia (ove i derivati della caccia colmano le carenze del settore chimico) e dal Giappone (dove invece la balena rientra nella normale dieta locale).

La caccia alla balena ha origini antiche risalenti almeno al 6000 a.C., ma si sviluppò soprattutto dal XVI Secolo nell'oceano Atlantico e dal XIX Secolo nell'oceano Pacifico. Fra i primi balenieri commerciali furono i Baschi, mentre fra i più numerosi furono gli statunitensi, di cui il più famoso è sicuramente Herman Melville, autore del romanzo Moby Dick.

Nel XIX secolo il prodotto principale delle balene era il grasso, che veniva convertito in un olio usato per le lampade, ma l'intero animale veniva utilizzato, compresi i fanoni, per corsetti, e l'olio fragrante del capodoglio per profumi. In tempi moderni l'uso principale è la carne, che è un prodotto tipico e spesso prediletto di molte località con lunghe tradizioni baleniere, compresi il Giappone, l'Islanda, e molte popolazioni indigene, comprese negli Stati Uniti e nel Canada.

L'uomo iniziò presumibilmente ad inserire le balene nella sua dieta in tempi molto antichi: la scoperta di un dente di capodoglio nel giacimento paleolitico di Bédeilhac-et-Aynat (Ariège) sembrerebbe avvalorare questa tesi. Tuttavia, vista l'impossibilità pratica di realizzare strumenti idonei alla caccia anche in acque basse, è probabile che si limitasse a recuperare balene arenate sulla spiaggia.

Eppure non è da escludere, sulla base dell'osservazione delle tecniche di caccia degli Aleuti e degli Eschimesi, effettuate mediante l'uso di punte intagliate avvelenate, che gli uomini primitivi facessero altrettanto, seguendo con imbarcazioni l'animale agonizzante. In ogni caso la caccia delle origini era intrapresa in prossimità della costa. Il più antico metodo di caccia conosciuto con certezza è quello consistente nel sospingere le balene a riva. L'operazione veniva eseguita piazzando parecchie barche di piccole dimensioni tra la balena e il mare aperto, cercando di spaventarla con rumori e forse con lance e frecce. Solitamente questo metodo era usato per piccole specie, come il globicefalo (Globicephala melaena), beluga (Delphinapterus leucas), il narvalo (Monodon monoceros).

Successivamente si adoperava un'ancora galleggiante legata ad un arpione, nella speranza che la balena si stancasse abbastanza da poter essere avvicinata e uccisa. Molti popoli del mondo cacciavano le balene in questo modo, inclusi gli Inuit, i Nativi Americani e i Baschi del Golfo di Guascogna. Fonti archeologiche trovate a Ulsan nella Corea del Sud provano che ancore galleggianti, arpioni e lenze venivano usate fin dal 6000 a.C.

All'inizio del Medioevo, documenti scritti scandinavi riferiscono di una tecnica di caccia denominata grind: gli uomini, a bordo di piccole imbarcazioni, sospingevano branchi di piccoli cetacei negli stretti fiordi costieri, fino a farli giungere in acque basse. A quel punto venivano uccisi con delle lance.

Solamente nel IX secolo, presso i Baschi, la caccia alla balena diventa un'attività rilevante, continuativa e non circoscritta al consumo locale e di sussistenza. Nel golfo di Biscaglia infatti, per sei mesi l'anno le femmine di balena franca si recavano per partorire, approfittando delle acque calde ivi presenti. Delle vedette si appostavano nei periodi autunnali in punti elevati sul mare, segnalando la presenza di gruppi con tamburi, campane o falò. Delle imbarcazioni leggere venivano a quel punto messe in acqua, all'inseguimento delle prede. Queste, una volta raggiunte, venivano colpite ed uccise con un tridente, indi trascinate a riva e squartate. I Baschi acquistano esperienza nella caccia e ne fanno il centro della loro economia. Empori commerciali che vendono sottoprodotti della balena, quali la lingua, richiestissima e prelibata o il grasso, che viene salato e distribuito in tutta la Francia, sorgono sulle coste basche.

Verso il XV secolo tuttavia la caccia indiscriminata condotta lungo le coste della Biscaglia determinò un impoverimento delle aree di caccia tradizionali, spingendo i Baschi a mutare le loro tecniche tradizionali e spostarsi più a largo. A bordo di imbarcazioni adatte ad affrontare il mare aperto (prima le caracche, poi le caravelle), si spingono nel nord Atlantico, fino alle isole Faer Oer. Gli equipaggi di questi velieri erano composti perlopiù da stranieri, della Frisia e della Normandia in primis. I Baschi si limitavano all'arpionamento e allo squartamento delle prede.

Le guerre tra la Spagna e la Francia nel XVI secolo rendono la Baskonia zona di guerra e mettono in difficoltà le attività dei locali. Contemporaneamente la caccia comincia ad essere praticata in maniera consistente da Inglesi e Olandesi, i quali, avvalendosi di esperti Baschi, apprendono in breve tutti i segreti del mestiere, salvo poi rispedirli in patria una volta apprese le tecniche della caccia e della lavorazione.



La concorrenza spietata comporta una estensione delle aree di caccia sino alla Groenlandia: gli Olandesi costruiscono sulle coste dello Spitzbergen stazioni di caccia attrezzate, fornite di magazzini e centri di lavorazione e commercializzazione dei prodotti ottenuti dalla balena. Si tratta di villaggi che nella stagione della caccia giungono ad accogliere diverse migliaia di persone, risultando pressoché deserti nel resto dell'anno. La stazione baleniera più importante fu Smeerenburg che, fondata nel 1623, raggiunse il suo apogeo negli anni 30 del XIX secolo, arrivando ad ospitare in una stagione circa 300 baleniere per un numero di persone intorno alle 18000 unità.

La diminuzione e l'allontanamento delle balene franche dalle acque del nord Atlantico segnerà tuttavia il declino dell'industria baleniera olandese, determinando l'abbandono delle stazioni di caccia.

Nel 1800, nel Massachusetts, iniziò a svilupparsi la caccia alle balene; in particolar modo a New Bedford (Massachusetts) e nella vicina isola di Nantucket. Negli anni '20 dello stesso secolo, partì la famosa Baleniera Essex, comandata dal capitano Pollard e dal primo ufficiale Owen Chase. Dopo aver ucciso un branco di balene, fu avvistato un grosso Capodoglio, che fu attaccato, ma che, dopo essersi tolto i ramponi di dosso, cozzò contro la nave.

Invece di andare alla ricerca di isole vicine (presumibilmente abitate da cannibali) si diressero verso le coste del Sud America e stettero circa cento giorni in mare. Finite le pochissime provviste, iniziarono a cibarsi dei compagni periti nel viaggio. Erano in 21 alla partenza su 3 scialuppe, ma alla fine, si salvarono in 5 tra cui il cap.Pollard e il primo ufficiale Chase; ci furono due dispersi (su un'isola trovata). Questo fu l'unico incidente documentato sul naufragio di navi da parte di balene, ma potrebbe non essere l'unico.

A Nantucket e New Bedford, si continuò l'attività della caccia anche nei primi anni del Novecento, ma furono sempre meno i ragazzi che rischiavano la vita in un mestiere molto pericoloso. Oggi la caccia alle balene è vietata internazionalmente.

La crisi di fine secolo fu dovuta principalmente da due grandi eventi: la nascita dell'industria petrolifera e la guerra civile americana. Fino a quel momento l'olio di balena era l'unico combustibile per le lampade, ma venne sostituito in fretta con il kerosene, un sottoprodotto della lavorazione del petrolio. Inoltre, durante la guerra civile l'esercito dei Confederati affondò numerose navi per la caccia alle balene nella costa orientale. L'America non rimase al passo con gli altri stati che ammodernarono sempre di più le proprie tecniche, tanto che all'inizio del 20° secolo possedeva solo quaranta navi adibite alla caccia alle balene.

Oggi la caccia delle balene è vietata nella maggior parte del mondo, ma in molti paesi i cacciatori continuano indisturbati la loro caccia, in particolare in Giappone, dove il governo ha fatto sapere che il Giappone non fermerà la caccia alle balene nonostante un divieto della Corte dell'Aia.

La caccia alla balena è sorgente di molte controversie e dispute diplomatiche internazionali. Al momento è limitata alla ricerca e alla sussistenza di limitate popolazioni indigene.

Molti paesi della Commissione internazionale per la caccia alle balene (IWC) si oppongono alla caccia commerciale, citando sia i numeri delle balene, bassi in confronto al numero esistente prima del XIX Secolo, e anche l'industria turistica che presenta le balene come attrazione, oltre che la simpatia che le balene, come la maggior parte dei cetacei, riscuotono nelle popolazioni.
Inoltre, vi sono sostituti pratici per ciascuno dei prodotti che in secoli passati si potevano solo ottenere dalle balene.

Altri paesi della Commissione citano l'aumento nel numero di balene, e soprattutto di alcune specie di balene, da quando la caccia commerciale alle balene fu sospesa nel 1986 (quando fu sospesa a causa della riduzione nel numero delle balene dovuta alla caccia stessa, e anche per motivi politici). Questo aumento, e gli usi tradizionali delle balene, soprattutto la carne, vengono addotte come giustificazione per riprendere la caccia alle balene, almeno per alcune specie più abbondanti.

Questa decisione viene presa ogni anno dalla Commissione Internazionale Baleniera.


giovedì 10 settembre 2015

LA BALENA NEL MEDITERRANEO



La costa ligure veniva chiamata dai romani "Costa balaenae" che significa "Costa della balena".
Segnalazioni storiche, in tempi più recenti, si ritrovano anche in giornali e pubblicazioni locali, dove gli spiaggiamenti sono riportati come eventi straordinari.
Viaggiando in Italia scoprirete che molti musei di storia naturale conservano ed espongono ossa e scheletri di cetacei.

Il Centro Studi Cetacei ha pubblicato un rendiconto annuale sugli animali trovati morti lungo le coste italiane e i numeri sono significativi: 221 spiaggiamenti come media annuale tra il 1987 e il 1990. Una violenta epidemia di Morbillivirus nel 1991 ha fatto aumentare il numero di spiaggiamenti fino a 550 esemplari, ma negli anni successivi la media si è riabbassata tornando ai valori precedenti.
Nel Mar Mediterraneo vivono regolarmente 8 specie di cetacei.
Esistono poi 4 specie che si definiscono occasionali e altre 7 che entrano in Mediterraneo solo accidentalmente.
Nel mondo sono state classificate 78 specie di cetacei.

Il Mar Mediterraneo viene considerato un bacino semichiuso; l’unica apertura che lo mette in comunicazione con gli altri mari del mondo è lo Stretto di Gibilterra che, però, risulta essere molto piccolo con un’ampiezza di circa 10 km e una profondità di poco superiore ai 300 metri. Il Canale di Suez, lo Stretto dei Dardanelli e quello del Bosforo sono ancora più piccoli e, in pratica, influenzano molto poco la vita del Mediterraneo.
Il Mar Mediterraneo non ha sempre avuto la forma che conosciamo oggi e la sua geologia spiega l’origine e il significato del nome. Nel Permiano, infatti, circa 240 milioni di anni fa, tutti i continenti erano riuniti in un unico grande blocco, la Pangea, circondato da un immenso mare, la Tetide. Grazie alla lenta deriva dei continenti, la Pangea si frammentò nei vari continenti e il mar della Tetide cominciò a rimpicciolirsi sempre più fino a quando raggiunse la forma attuale dovuta al ricongiungimento del blocco africano con quello eurasiatico. Questo piccolo tratto di mare rimasto “intrappolato” tra due grandi continenti è il Mar Mediterraneo ed è ciò che rimane del grande mar della Tetide. Mediterraneo significa infatti “mare in mezzo alle terre”.



Per poter studiare e comprendere la vita che si ha in un determinato ambiente, bisogna conoscerne le caratteristiche chimico-fisiche ed oceanografiche.
In Mediterraneo vi è una circolazione di acqua fredda e leggera che entra da Gibilterra e si distribuisce sulla superficie del mare. Essendo un bacino semichiuso, nelle acque del nostro mare si verifica un’elevatissima evaporazione causata dall’irraggiamento solare. Si ha in questo modo una maggior salinità delle acque interne al bacino. La salinità del Mediterraneo è infatti molto alta, 37-38‰. Questa acqua più salata risulta essere anche più pesante e, di conseguenza, cade sul fondo del mare e tracima successivamente, dopo aver fatto il giro di tutto il bacino, attraverso lo Stretto di Gibilterra. In questa zona si hanno quindi due correnti di acqua differenti: una leggera e superficiale in entrata, e un’altra pesante sul fondo in uscita.
Un’altra particolare caratteristica oceanografica del Mare Nostrum è la temperatura delle sue acque. Negli altri mari del mondo, si osserva normalmente una diminuzione della temperatura dalla superficie al fondo del mare; in Mediterraneo, invece, si hanno fluttuazioni stagionali molto elevate con una conseguente escursione termica nelle acque superficiali fino a 14°, valore nettamente alto. In aggiunta, in profondità, la temperatura si mantiene sempre costante, sia d’estate che d’inverno, intorno ai 13°.
Il Mediterraneo viene considerato un mare povero e poco produttivo (oligotrofo) per quanto riguarda la produttività primaria, ossia la quantità di biomassa prodotta dagli organismi vegetali attraverso la fotosintesi. Il ciclo biologico della materia prevede che tutta la sostanza organica presente in mare, sottoforma di animali e vegetali, una volta morti gli organismi, cada sul fondo del mare e venga trasformata in sostanza inorganica grazie all’opera di particolari batteri decompositori che vivono sul fondo marino. Ciò avviene anche in Mediterraneo, ma a causa della corrente che abbiamo visto essere presente sul fondo, gran parte di questa sostanza inorganica viene persa tracimando dallo Stretto di Gibilterra.
Ciò causa una riduzione del numero di specie animali e vegetali rispetto a quello osservato negli altri mari più produttivi. Tuttavia, grazie a un fenomeno oceanografico particolare, questa “povertà” non si osserva in una zona del Mediterraneo, ossia nel Bacino corso-ligure-provenzale.
E’ delimitato dalla costa italo-francese tra Genova e Tolone, la Corsica occidentale e la Sardegna occidentale. Esso è caratterizzato da una profondità media di 2300 metri ed è direttamente collegato all’Oceano Atlantico grazie ad una corrente superficiale proveniente dallo Stretto di Gibilterra. Questa corrente si biforca all’altezza dell’Algeria: un ramo si dirige verso le coste occidentali della Sardegna e della Corsica, l’altro costeggia la costa tirrenica italiana. In prossimità di Genova le due correnti si ricongiungono e si mescolano alle acque di origine continentale portate dal fiume Rodano. Un vortice ciclonico antiorario è tipico del Bacino corso-ligure-provenzale durante la stagione estiva; esso crea una risalita delle acque profonde ricche di nutrienti, fenomeno noto con il nome di upwelling. Durante il periodo autunnale questo fenomeno è dovuto all’attività di venti provenienti dal continente, ovvero tramontana e maestrale; ed è proprio questo rimescolamento verticale, in concomitanza con altri parametri chimico-fisici e oceanografici, quali l’intensa evaporazione e l’immissione di nutrienti dal Rodano, a determinare le condizioni per una elevata produttività primaria, non riscontrabile in nessuna altra zona del Mar Mediterraneo.
Il Bacino corso-ligure-provenzale è infatti la regione mediterranea in cui la presenza dei Cetacei è più massiccia, sia per quanto riguarda il numero di esemplari sia come diversità di specie.
Alla luce di questa abbondanza di specie di Cetacei, il 22 marzo 1993 i rappresentanti dei Ministeri dell’Ambiente di Francia e Italia e il Ministro di Stato del Principato di Monaco firmarono a Bruxelles una dichiarazione relativa all’istituzione in questa zona di un Santuario mediterraneo per i mammiferi marini; esso è delimitato ad ovest da una linea che va dalla punta Escampobariou (punta ovest della penisola di Giens) con posizione 43°01’N e 006°05’E fino a Capo Falcone, situato sulla costa occidentale della Sardegna (40°58’N e 008°12’E); ad est, una linea che va da Capo Ferro, situato sulla costa nord della Sardegna (41°09’N e 009°31’E) fino a Fosso Chiarone, situato sulla costa occidentale italiana (42°21’N e 011°31’E).
L'accordo definitivo del 25 Novembre 1999 ha finalmente sancito la nascita di questa grande area marina protetta. E nel 2001 è arrivata la ratifica dell'accordo da parte dell'Italia.



La balenottera comune è il secondo animale del pianeta per dimensioni, dopo la balenottera azzurra. Si sa che può raggiungere e superare i 26 m, anche se la lunghezza media è molto inferiore. Gli animali dell'emisfero boreale sono normalmente di 1-1,5 m più corti di quelli dell'emisfero australe e alcuni autori ritengono che si tratti di sottospecie distinte. È facilmente confusa con la balenottera boreale o con la balenottera azzurra o nei tropici con la balenottera di Eden. Un elemento essenziale per riconoscere la balenottera comune a distanza ravvicinata è la pigmentazione asimmetrica della testa: sul lato destro, il labbro inferiore, la cavità orale e alcuni dei fanoni sono bianchi, mentre il lato sinistro è grigio uniforme. Quando nuota proprio sotto la superficie è spesso chiaramente visibile il labbro bianco, che può tuttavia essere confuso con la pinna pettorale bianca di una megattera. Un tempo una delle balenottere più comuni, presenta oggi popolazioni seriamente compromesse dalla caccia baleniera.

Non evita né si avvicina alle barche. È quasi impossibile valutare quando emergerà o si allontanerà: può essere difficile osservarla da vicino. Il tipo di emersione varia a seconda che stia nuotando in superficie oppure stia emergendo da un'immersione profonda. Soffia tipicamente da 2 a 5 volte, a intervalli di 10 o 20 secondi, prima di immergersi per 5-15 minuti (anche se può restare immersa più a lungo). Si immerge sino a profondità di almeno 230 m. La pigmentazione asimmetrica può essere legata al modo in cui la balena nuota sul lato destro mentre si nutre. Talora salta completamente fuori dall'acqua. È una nuotatrice veloce, capace di raggiungere velocità di 30 km/h. Si vede più spesso di altre balenottere in piccoli gruppi.

La dieta della Balenottera comune è piuttosto varia. Le componenti principali sono: krill, pesci e piccoli cefalopodi, ma varia a seconda della distribuzione (emisfero boreale, australe o Mediterraneo). La tecnica di caccia è particolare: si avvicina a notevole velocità ad un branco di pesci per buttarsi nel punto in cui questo è più fitto. Quindi, distendendo la regione golare, che può anche raddoppiare il diametro della parte anteriore del corpo, ingoia acqua e pesci.

Più comune nell'emisfero australe, meno comune nei tropici. Giunge nelle acque polari, ma meno frequentemente della balenottera azzurra o della balenottera minore. Nel Mediterraneo si trovano normalmente solo le balenottere comuni. Ci sono probabilmente tre popolazioni isolate: nel Nord Atlantico, nel Nord Pacifico e nell'emisfero meridionale. Alcune popolazioni migrano verso basse latitudini, con acque relativamente calde, in inverno e verso latitudini più elevate, con acque più fredde, in estate, anche se gli spostamenti sono meno prevedibili che in altri cetacei di grandi dimensioni. Certe popolazioni di basse latitudini, come quelle del Golfo di California (Baia di Cortez), in Messico, sembrano essere stanziali. Si trova normalmente al largo, ma la si vede anche sottocosta là dove l'acqua ha profondità sufficiente.

La Zoological Society of London, in base a criteri di unicità evolutiva e di esiguità della popolazione, considera Balaenoptera physalus una delle 100 specie di mammiferi a maggiore rischio di estinzione.



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