Visualizzazione post con etichetta cetacei. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cetacei. Mostra tutti i post

giovedì 24 settembre 2015

I GLOBICEFALI



Il globicefalo è una delle due specie di cetacei del genere Globicephala, insieme al globicefalo di grey. Fanno parte della famiglia Delphinidae.
 
Il globicefalo ha un corpo massiccio dotato di due lunghe pinne pettorali a forma di mezzaluna. La testa, globosa, ha fronte sporgente, e termina con un brevissimo rostro. La pelle è nera, biancastra in un'area tra il petto e il ventre. Le sue dimensioni massime arrivano a 8,7 metri di lunghezza.

A volte si osservano dei gruppi praticamente fermi in superficie, tanto da permettere alle imbarcazioni di avvicinarsi. Si osservano spesso lo spyhopping, il lobtailing e anche il breaching ma questo quasi soltanto negli esemplari più giovani.

Le immersioni che effettua per nutrirsi, o meglio per cercare del cibo, possono durare fino a 10 minuti, il suo soffio supera il metro di altezza. Si possono osservare anche a 600 metri di profondità, ma solitamente le sue immersioni si spingono a poche decine di metri.

La specie è stata fortemente sfruttata nei secoli passati, ma in tempi recenti ancora si osserva abbastanza numerosa soprattutto in due luoghi specifici:

Nell'emisfero sud (associata alle correnti di Humboldt, delle Falkland e del Benguela)
Nell'Atlantico del Nord.

Ciò che più colpisce durante l'osservazione di questi delfini è la colorazione nera assai brillante, mentre la pinna dorsale molto arcuata ne è un'altra caratteristica distintiva.
Spesso capita di sorprendere, in mare aperto, gruppi di globicefali quasi fermi sulla superficie dell'acqua, in posizione di jogging: questo permette di osservare gli animali da distanze molto ravvicinate.
Le attività di superficie sono molte tra gli individui più giovani, che si mostrano spesso interessati alle imbarcazioni.
Gli atti respiratori sono intervallati da immersioni della durata di circa dieci minuti.
L'energico soffio, mai superiore al metro di altezza, nelle giornate serene può essere visto ed udito anche a distanza.





Come tutti i Delfinidi, possiede notevoli doti di agilità e velocità, ma sembra che ne facciano un uso limitato. Quando emergono possono espirare producendo un soffio basso e disordinato. Nel loro profilo d’emersione spicca la forma rotonda del capo e la pinna dorsale bassa. L’immersione in genere non dura più di una decina di minuti. Tipico, del Globicefalo, è l’atteggiamento verticale, con il capo fuori dall’acqua (spyhopping) di certo per ispezionare i dintorni. Caratteristica dell’ecologia dei Globicefali è la presenza di branchi particolarmente numerosi, da 10 a 40 individui, formati da animali tutti imparentati tra loro per linea materna, il gruppo sociale prevede la presenza di una capostipite a cui fanno riferimento gli altri componenti del gruppo (pod). Il Globicefalo è prevalentemente teutofago. Un esemplare adulto necessita dai 50 ai 100 kg di calamari al giorno (a seconda del sesso).

La parola faroese Grindadráp viene spesso tradotta come caccia alle balene, pur trattandosi generalmente di caccia a vari generi di delfini. Questa è infatti una delle più grandi risorse economiche del XX secolo delle isole Fær Øer, arcipelago situato nell'Oceano Atlantico appartenente alla Danimarca.

Quest'attività è stata approvata dalle autorità faroesi ma non dalla Commissione internazionale per la caccia alle balene. Circa 950 Globicefali vengono uccisi ogni anno, molti dei quali durante l'estate. Più raramente vengono cacciate specie come le balene dal naso a bottiglia e delfini dai fianchi bianchi atlantici. La caccia alle balene non è un'attività commerciale e tutti possono parteciparvi. Inizialmente i cacciatori di balene le cacciavano a bordo di barche disposte nell'acqua in posizione circolare. Oggi le barche si dispongono sparse nelle baie o nei fiordi.

La maggior parte dei faroesi considerano importante questa caccia: infatti, essendo una tradizione molto antica, gli abitanti pensano che vada mantenuta. Nonostante tutto, molte comunità lottano per la tutela di questi mammiferi marini. I cacciatori però, hanno fatto in modo che i giornalisti sappiano il meno possibile di quest'attività, per evitare maggiori critiche.

In lingua faroese la parola grind (prefisso di grindadráp) può avere diversi significati. Con l'espressione ein grind si può intendere un branco di balene. Il plurale, grindir, invece, indica due o più branchi di balene. Ma il grind è anche un avvenimento odierno degli abitanti faroesi. La parola grind deriva dalla lingua norrena. In lingua faroese balena di dice grindahvalur o grindafiskur, letteralmente pesce-grind. Dráp significa invece uccisione o macello. Quindi, la giusta traduzione di grindadráp sarebbe uccisione della balena o macello della balena. Comunque, tradizionalmente la parola grindadráp viene resa in italiano come caccia alla balena, sebbene esista una parola, in italiano, che descrive perfettamente questa pratica: mattanza



Nell'antichità, quando si avvistava un branco di balene, si urlava grindaboð. Le parole grind e boð significano rispettivamente balena e urlo. Quindi, la traduzione letterale sarebbe messaggio-grind, ovvero messaggio balena; o ancora, forse più correttamente, notizia-di-grind, cioè notizia di balena, "Eccola".

La caccia alle balene è un'attività svolta da diversi secoli. Essa era inizialmente molto sviluppata in Islanda, sulle isole Ebridi, sulle isole Shetland e sulle isole Orcadi.

Insediamenti, che sono stati fondati dai Norreni dal XII secolo, come Norðragøta, mostrano che nell'antichità la caccia alle balene era molto importante per la sopravvivenza economica della famiglia. Inoltre la carne e il grasso di balena costituiva una buona parte della dieta degli antichi faroesi. Il grasso, in particolare, divenne molto importante per la trasformazione in olio, il quale veniva usato per l'illuminazione e per altri scopi. La pelle veniva infine utilizzata per la produzione di corde e funi.

Per la tutela delle balene nel medioevo furono stese delle leggi. Alcune citazioni di queste norme sono state ritrovate in Norvegia; il documento legislativo più antico ritrovato sulle isole Fær Øer, chiamato "Sheep Letter", risale al 1298. Esso include leggi che limitano il numero di uccisioni di balene.

La caccia alla balena delle Faroe, o grindadráp, viene svolta in vari passaggi. Prima di tutto bisogna avvistare un branco di balene nei pressi di una spiaggia autorizzata. Una volta avvistata, si chiamano altre imbarcazioni che circondano il branco e lo spingono a riva. Infine ogni balena viene spiaggiata, uccisa e lavorata.

Per la caccia alla balena è stato escogitato un sistema molto efficace. Il reverendo Lucas Jacobsøn Debes migliorò e mise in atto questo sistema, il quale fu utilizzato sin dal XVII secolo ad oggi. Il sistema antico consisteva nell'avvistare un branco di balene e, una volta fatto questo, avvisare gli abitanti nei dintorni. A quel punto, con un fuoco si avvisavano anche gli abitanti delle isole vicine, che accorrevano per l'elaborazione della balena cacciata.

Questo sistema è considerato il più antico tra tutti. Questo perché occorrevano molte più persone e di conseguenza molte più barche per uccidere un branco di balene rispetto agli altri metodi. Oggi, comunque, la notizia dell'avvistamento di una balena viene diffuso nei dintorni attraverso cellulari e altri mezzi di comunicazione moderni.



Il piccolo villaggio di Hvalvík (letteralmente baia delle balene) sull'isola di Streymoy è noto per la sua fiorente attività di caccia alle balene.
La localizzazione scelta per la caccia alla balena è ovviamente scelta in base al numero di animali presenti nella zona. È illegale uccidere balene in posti con condizioni inappropriato, ad esempio con villaggi e città nei pressi. Il fondale marino dev'essere in pendenza dalla riva al largo, senza buche più profonde o rialzi per una buona caccia alla balena. Infatti, un fondale leggermente in pendenza è l'ottima condizione per trascinare alla riva una balena intrappolata senza rovinarla. Quando si avvista un branco di balene, le barche si avvicinano ad esse per intrappolarle, e questo, per una buona caccia, deve avvenire all'estremità di una baia o di un fiordo. Sulle isole Fær Øer ci sono 17 città e villaggi in grado di ospitare una buona caccia alle balene, e pertanto sono legali per quest'attività. Questi sono Bøur, Fámjin, Fuglafjørður, Syðrugøta, Húsavík, Hvalba, Hvalvík, Hvannasund, Klaksvík, Miðvágur, Norðskáli, Sandavágur, Sandur, Tórshavn, Tvøroyri, Vágur e Vestmanna. Queste città sono alcune tra i maggiori posti in cui vengono uccise le balene secondo le statistiche, iniziate nel 1854, che continuano fino a oggi.

Negli inizi del XIX secolo, nel Parlamento faroese (Løgting) si decise di rendere le regole sulla caccia alle balene più rigide. Il 4 giugno 1907 il Parlamento danese (in lingua faroese amtmaður) stese una bozza di legge per evitare l'estinzione delle balene. Negli anni seguenti, queste leggi persero importanza, ma nel 1932 fu istituita la prima regola nelle isole Fær Øer sulla protezione delle balene. Dopo questo avvenimento, ogni parte di svolgimento della caccia alle balene fu adattata in base alle leggi. Questo non solo fece in modo che fossero uccise meno balene, ma aiutò anche a conservare la tradizione di un tempo, quando non si riusciva a cacciare tante balene per carenza di tecnologie. Nel regolamento è compreso l'utilizzo degli abiti antichi, che però sono scomodi e inappropriati.

Dal 1832 le isole Fær Øer sono divise in distretti per spartire la caccia alle balene omogeneamente e per evitare un numero eccessivo di uccisioni di questi animali. Le balene vengono trasportate nelle apposite industrie, presenti in tutti i distretti, in modo tale che i residenti abbiano una possibilità di lavoro.

Prima della messa in atto della legge del 1948, il Parlamento danese aveva la responsabilità di supervisione delle balene nelle isole Fær Øer. Oggi la supervisione è responsabilità del governo delle Fær Øer. Il governo ha l'incarico di assicurare che siano rispettati i regolamenti e le disposizioni relative alla caccia della balena pilota. Nella pratica, ogni caccia si svolge sotto la supervisione di un rappresentante locale del potere legislativo che è responsabile della preparazione, della caccia vera e propria e della distribuzione del pescato.

Gli elementi che costituiscono la caccia alla balena sono ami, funi e strumenti per la misurazione delle balene. Una barca equipaggiata in questo modo è sicuramente riservata a questa attività. La barca per la caccia alla balena non è come la tradizionale piccola imbarcazione faroese, ma neanche un grande veicolo come quelli riservati alla guardia costiera, e non contengono i moderni macchinari. La barca per la caccia alla balena è semplicemente descritta come una piccola barca, la quale è inoltre usata per la lavorazione del pescato.



Quando i cacciatori incontrano una balena, hanno la possibilità di spostarla. Si ha questo diritto solo quando si incontra, in un fiordo o in una baia, un branco di balene, e ovviamente quando le condizioni marine lo permettono. Tra il codice di leggi sulla caccia alla balena, c'è una regola che dice che se si incontra un branco di balene lo si può incastrare e portare a riva. Per condurre verso la riva il branco di balene le barche formano un semicerchio. Al segnale del caposquadra del gruppo di cacciatori, delle pietre vengono lanciate nell'acqua dietro il branco di balene, così si è più facilitati a spostare le balene fino alla spiaggia, dove verranno poi trasportate nelle fabbriche per il loro lavoro. Non è permesso, nell'oceano aperto, acchiappare le balene con una fune. Lo spostamento di un branco di balene deve sempre avvenire sotto la supervisione di un'autorità del luogo.

Le balene che non vengono arenate sulla spiaggia sono spesso sottoposte all'estrazione del grasso con un oggetto affilato (chiamato in lingua faroese sóknarongul), dopodiché vengono tirate a terra. Ma, dopo l'accusa di maltrattamento di animali, i cacciatori faroesi hanno iniziato a usare oggetti che permettono alla preda di morire prima, per non farla soffrire troppo (questo oggetto in lingua faroese si chiama blásturongul). Oggi questo utensile viene utilizzato solo per arenare questi cetacei sulla spiaggia. Gli oggetti più primitivi, che furono inventati nel 1993, furono accettati, ma sostituiti da ulteriori utensili più efficaci e moderni. Comunque, gruppi contro la caccia alla balena come Greenpeace e l'Associazione per la tutela dei delfini e delle balene (WDCS) richiedono la diminuzione di uccisione di animali.

Inoltre, nel 1985, le isole Fær Øer hanno vietato l'uso di strumenti come arpioni e lance per l'attività di caccia alla balena, considerati non necessari, ma anche crudeli, perché non uccidono subito la vittima, ma la fanno soffrire.

Dopo aver arenato le balene sulla spiaggia, i cacciatori tagliano il dorso delle prede presso la spina dorsale con uno speciale coltello, chiamato in lingua faroese grindaknívur. Date le circostanze, questo coltello è considerato il miglior modo per uccidere una balena, perché la uccide subito senza farla soffrire tanto tempo. Naturalmente, neanche con questo metodo, la morte è istantanea. Dopo aver tagliato la balena, essa può essere ancora viva pochi secondi o pochi minuti. La media aritmetica che è stata calcolata è di circa 30 secondi.



Durante il taglio alla spina dorsale di una balena, le loro maggiori arterie vengono recise. Questo causa una colorazione del mare circostante rosso-sangue. Questo causa molte polemiche e critiche da parte di gruppi per la tutela dei cetacei.

Da quando armi da fuoco, arpioni e lance non vengono più usate in questa attività, ogni cetaceo deve essere ucciso individualmente sulla battigia utilizzando l'apposito coltello.

Ólavur Sjúrðaberg, presidente dell'associazione faroese dei cacciatori di balene, descrive la caccia alla balena in questo modo: "Sono sicuro che nessuno uccida i propri animali senza sentirsi scosso. È una cosa che vuoi essere fatta nel modo più rapido possibile e con la minima sofferenza per l'animale. Posso ben capire le forti reazioni che la gente ha nei confronti delle immagini della caccia alla balena nelle Faroe, ma ogni tipo di carne era prima una creatura vivente che qualcuno ha dovuto uccidere per poterla avere nel piatto. La gente sembra dimenticare questa semplice realtà della vita".

La maggior parte della dieta tradizionale faroese è costituita da carne. Questo perché, le isole Fær Øer, avendo un clima freddo, poco soleggiato ed estremamente ventoso, non consentono un buono sviluppo dell'attività agricola. Durante l'inverno, i feroesi mangiano per lo più carne salata o cibo essiccato (comprendente pesci, carni - per la maggior parte di pecora-, uccelli e balene). Questo ha fatto che, per gli abitanti degli Stati del Nord Atlantico, la balena fosse una grande e pregiata risorsa cibaria tradizionale.

Il grasso e la carne delle balene vengono prevalentemente mangiate, in queste isole, nelle case più antiche. Questo ha fatto in modo che la carne non venisse venduta al supermercato, ma ridistrubuita gratuitamente tra gli abitanti. Benché le isole Fær Øer esportassero pesce, la balena non viene commerciata (a differenza con quanto avviene, ad esempio, in Islanda). Su circa 956 balene (dati medi tra il 1990 e il 1999), cioè 500 tonnellate di carne e grasso, il 30% è prodotto nell'arcipelago.

La carne e il grasso delle balene costituiscono una specialità tipica faroese. Fino allo scorso secolo, questo cibo costituiva la maggior parte della dieta degli abitanti dell'arcipelago. Carne e grasso possono essere cucinati in vari modi, il più famoso dei quali è grind og spik. Quando è ancora fresca, la carne viene bollita e servita tagliata in fette. La bistecca di balena in lingua faroese è chiamata grindabúffur. Carne, grasso e patate in buccia vengono messi in una pentola e fatti cuocere per circa un'ora. Sottili fette di grasso sono tipicamente accompagnate al pesce essiccato.

Per conservare il cibo, un tempo, sulle isole Fær Øer, si salava o si lasciava all'aria aperta in modo da essiccarlo. Oggi, più frequentemente, si lascia in freezer. Il modo tradizionale è meno utilizzato, ma comunque, di rado, è ancora attivo, soprattutto nei villaggi più piccoli.

I turisti che visitano l'arcipelago, e che vogliono assaggiare le specialità del posto, possono degustare nelle varie feste, soprattutto estive, in cui carne e grasso di balena vengono venduti per le strade delle città e dei villaggi.



La caccia alla balena occupa una parte importante nella cultura faroese. Gli uomini faroesi ritengono che l'attività di grindadráp fa sentire faroesi. Le donne non prendono parte all'attività, ma sono favorevoli a quanto dicono i maschi.

Documenti sulla caccia alla balena esistono dal 1584; le statistiche sulle uccisioni, invece, sono state svolte ininterrottamente dal 1709, anno facente parte del periodo in cui la caccia agli animali era molto sviluppata, ritenuta un hobby, a oggi.

La pesca è conosciuta, in lingua faroese, come skinn, il quale nome era più anticamente un indicatore nell'agricoltura. Uno skinn equivale a 38 chilogrammi di carne di balena e più di 34 chilogrammi di grasso: in totale sono 72.

Le balene uccise ogni anno vengono registrate.

Secondo la lista IUCN di specie minacciate, quella dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), le balene pilota del nord-Atlantico non sono minacciate. Per IUCN 778.000 balene si trovavano nell'Oceano Atlantico settentrionale nel 1992. Associazioni favorevoli alla caccia alla balena, come la commissione marina dei mammiferi del nord Atlantico, ritengono che la caccia alla balena sia una tradizione da non perdere.

Dal 1997 al 1999, 956 balene all'anno furono uccise, quindi poco più dello 0.1% della popolazione totale.

Nonostante i dati ufficiali, molti gruppi ecologisti sostengono che la caccia sia una grave minaccia alla popolazione dei globicefali, perché ritengono poco affidabile il dato sulla quantità totale di quenti animali.

Sono state scattate molte fotografie durante le attività di caccia alla balena, molte delle quali riportano il mare color rosso sangue causato dalle balene uccise in acqua. Queste immagini, riportate periodicamente dai quotidiani di tutto il mondo ad opera principalmente di una campagna ambientalista promossa da Sea Shepherd a partire da anni recenti (intorno al 2010), hanno causato molte critiche e quindi hanno dato origine ad associazioni per la protezione di questi animali, come la commissione internazionale per la caccia alle balene e la commissione marina dei mammiferi del nord Atlantico (anche NAMMCO).

Molti faroesi (anche se non la totalità della popolazione) ritengono che cacciare le balene sia una cosa complessivamente positiva per mantenere la propria tradizione, che è presente nella loro comunità da secoli e che ne assicurerebbe la sopravvivenza indipendente dal commercio con l'estero e anche nell'epoca futura "post picco del petrolio". Con questa motivazione i faroesi si giustificano contro le varie associazioni per la protezione degli animali, come anche Greenpeace che ritiene che la caccia alla balena sia un inutile insieme di uccisioni. In secondo luogo, questa popolazione, cacciando le balene, ha sviluppato una tradizione culinaria originale.

Un'altra critica riguarda la commestibilità attuale della carne di globicefalo. Negli anni recenti l'autorità sanitaria locale Feroese ha posto limiti crescenti alla consumabilità di questa carne a causa della presenza di mercurio (che, presente nell'ambiente marino, tipicamente si accumula nei pesci più grandi). Il lato paradossale -e problematico nella discussione- è che la critica alla consumabilità del cibo tradizionale è limitato dalla presenza di inquinanti prodotti dall'industria propria di quei paesi da cui provengono le critiche più forti.


LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/09/le-isole-faer-oer.html








venerdì 18 settembre 2015

LO STRETTO DI GIBILTERRA



Nell'antichità le due località che si fronteggiano ai due lati dello stretto (le Colonne d'Ercole) si chiamavano Calpe e Abyla (rispettivamente, Gibilterra e Ceuta, oggi importanti porti).

Prima dell'apertura del canale di Suez lo stretto di Gibilterra costituiva l'unico sbocco del Mediterraneo. In ragione di ciò esso rivestì sempre grande importanza militare e commerciale.

La comunicazione tra il Mediterraneo e l'Atlantico subì, nel corso dei periodi geologici, modificazioni profonde. Nell'Eocene questa comunicazione avveniva attraverso lo stretto denominato Guadalquivir, che poi si chiuse nell'epoca dei movimenti alpini del Miocene e del Pliocene, mentre si aprì un altro stretto a sud del Rif. Dopo l'emersione di questo si stabilì l'attuale Stretto di Gibilterra.
Le ricerche oceanografiche nello stretto cominciarono circa un secolo fa, con le prime spedizioni di Dumont d'Urville (1826-29); seguirono le indagini di Carpenter, dell'amm. Magnaghi col Washington (1884), le crociere francesi del Travailleur, quelle dell'ammiraglio S. O. Makarov, del principe Alberto I, ecc. Le spedizioni norvegesi del Michael Sars, le danesi del Thor e del Dana furono oggetto di numerosi studî di Murray, Wolfenden, Hjort, J. Schmidt, Nielsen, Schott, e di altri, fino alle recenti di Rafael de Buen, dell'Istituto oceanografico spagnolo

Lo stretto di Gibilterra mette in comunicazione l'oceano Atlantico e il mar Mediterraneo.
Geograficamente è delimitato a nord dall'estremità meridionale della penisola iberica e a sud da un'exclave spagnola nella parte più settentrionale del Marocco, la città di Ceuta; prende il nome dalla rocca di Gibilterra, promontorio della penisola iberica attualmente possedimento del Regno Unito, che si trova all'imboccatura orientale dello stretto.

La sua larghezza minima è di 14 km tra punta de Tarifa e punta Cires, quella massima è di 44 km; la lunghezza è circa 60 km. La profondità massima è di circa 286 m. Lo stretto costituisce il punto di maggior vicinanza tra l'Europa (intesa come continente a sé stante, non come Eurasia) e l'Africa.



La salsedine delle acque mediterranee è maggiore di quella dell'Atlantico perché l'evaporazione della superficie del Mediterraneo non è compensata dalle piogge e dalle acque fluviali. D'altra parte la constatata costanza di salinità del Mediterraneo richiede una corrente entrante dall'Atlantico (meno salata) superficiale, che non s'inverte mai nonostante le maree, e una sottostante, più salata, uscente: la loro esistenza è nota dal 1865.

La temperatura del Mediterraneo decresce fino alla profondità di circa 350 m., rimanendo poi quasi stazionaria intorno a 13° fino alle maggiori profondità; la temperatura dell'Atlantico decresce con la profondità. La soglia sottomarina dello stretto costituisce pertanto una barriera che impedisce l'ingresso delle acque fredde dell'Atlantico. Alla profondità di 800 m., p. es., si trova a oriente dello stretto, nel Mar di Ponente, la temperatura di 12°,9 e una salsedine di oltre 38‰, mentre allo stesso livello a occidente la temperatura è di 10° e la salsedine minore del 36‰.

La corrente sottomarina attraverso lo stretto, non prosegue verso occidente, ma per l'azione deflettente della rotazione terrestre piega verso la sua destra, nel Golfo di Cadice, e poi verso NO., lambendo le coste spagnole e portoghesi. Verso il Capo Finisterre si trovano in profondità masse di acqua con 36‰ di salsedine, con un massimo a circa 1000 m., e il massimo di temperatura, circa 11°, a 700-800 m. di profondità. In una serie di stazioni di misure nel Golfo di Biscaglia fino a SO. dell'Irlanda si constatò l'esistenza, in profondità, di acque mediterranee.

Le velocità delle correnti inverse superficiale e profonda nello Stretto di Gibilterra sono soggette a variazioni periodiche dipendenti dalla marea. Inoltre esiste una variazione stagionale per effetto della diminuita evaporazione invernale, nel Mediterraneo, e al cresciuto efflusso dei fiumi, per cui si ha, da febbraio ad aprile, un aumento d'intensità della sottocorrente mediterranea, coincidente con una diminuzione della corrente atlantica superficiale; da maggio a luglio, per contro, la corrente superficiale è più intensa e la corrente profonda s'indebolisce; verso la fine dell'estate la corrente atlantica raggiunge il massimo sviluppo e la sottocorrente diminuisce considerevolmente, fin quasi a sparire. Il vento dominante, che è l'O. nello stretto, accresce la velocità della corrente superficiale verso E. Da misure recenti (1930) dell'Istituto oceanografico spagnolo R. de Buen conchiude che il regime dinamico delle correnti dello stretto non è molto semplice; che può avvenire periodicamente un attivo mescolamento delle acque dei diversi livelli che modifica i caratteri della corrente profonda; e ritiene che questo mescolamento possa spiegarsi con l'ascesa delle acque mediterranee striscianti sul fondo dello stretto, a causa della pendenza del rilievo sottomarino, che trasformerebbe la corrente inferiore in corrente inclinata verso l'alto: onde le acque del Mediterraneo, trascinate indietro, dalla corrente superficiale, ritornerebbero, almeno in parte, verso il luogo di origine.

Il paesaggio é affascinante e con l’apparizione dei cetacei l’escursione si converte in un’esperienza indimenticabile. Lo Stretto di Gibilterra é un punto strategico e per la fauna marina dell’Atlantico e del Mediterraneo è un punto in cui tutto si concentra ed é una zona di passaggio obbligatorio dove molte specie si vedono forzate ad avvicinarsi alle coste per entrare od uscire dai due rispettivi mari. A causa delle elevate temperature il Mediterraneo evapora una grande quantitá delle sue acque. É talmente importante la perdita che né le piogge né tanto meno i fiumi che in lui sfociano sono sufficienti per riporre le sue acque. Per questo dall’Oceano Atlantico l’acqua entra continuamente nel Mare Nostrum generando una corrente marina forte e permanente che, dipendendo dalle maree e dalle zone dello Stretto, puó raggiungere una velocitá da tre a cinque nodi.

Le specie di cetacei che possiamo incontrare durante gli avvistamenti sono: Delfino Rigato (o Stenello), Delfino Mulare ( o Tursiope - “Flipper”) e Delfino Comune; Balena Pilota; Orche; Capodoglio e Balenottera Comune. Si possono vedere anche gruppi di tonni, tartarughe e altre specie marine che a volte ci sorprendono come ad esempio la manta razza e il pesce spada. Tutti gli anni da metá a fine estate le orche arrivano nelle acque dello Stretto cercando i banchi di tonni. É proprio in questo periodo che organizziamo uscite speciali, di tre ore – tre ore e mezza,per poter osservare questi impressionanti mammiferi.



Il tunnel sotto lo stretto di Gibilterra è un ipotetico tunnel che attraverserà lo stretto di Gibilterra andando a collegare l'Europa con l'Africa.

Il governo della Spagna e quello del Marocco hanno nominato un comitato misto per valutare la fattibilità di collegare i due continenti. Ciò ha portato al progetto Euromed.

Nel corso degli anni sono stati proposti diversi progetti. La Spagna propose infatti una galleria sotto lo stretto di Gibilterra già nel 1930. Sorse però un grosso problema quando gli ingegneri assunti dal governo spagnolo scoprirono che il materiale roccioso era costituito da rocce estremamente dure, ciò rendeva la creazione del tunnel quasi impossibile con la tecnologià disponibile all'epoca. Si pensò allora di prefabbricare il tunnel in varie sezioni e poi di appoggiarlo al fondo dello stretto fissandolo tramite cavi. Il tunnel avrebbe gestito sia il traffico derivante dalle auto e dai camion, che il traffico su rotaia. Ma questa soluzione non ebbe poi alcun seguito.

Nel marzo 2009 è stata attivata una collaborazione tra la società marocchina "Société Nationale d'Etudes du Détroit de Gibraltar" (Sned) con il suo omologo spagnolo la "Sociedad Española de Estudios para la comunicación fija un Traves del Estrecho de Gibraltar SA" (SECEGSA) con obiettivo di realizzare un sistema comune di collegamento.

L'idea di fare transitare all'interno del futuro tunnel anche i veicoli stradali come auto e camion è stata ridimensionata. Attualmente infatti sviluppare un sistema di ventilazione per rimuovere i gas di scarico da un tunnel di queste caratteristiche sarebbe una sfida ingegneristica molto difficile. Il tunnel sarebbe quindi esclusivamente di tipo ferroviario.

La profondità dello stretto tocca i 900 metri in corrispondenza del percorso più breve, mentre è di circa 300 metri un po' più a ovest dove le placche europea e africana si incontrano. La più breve traversata è di circa 14 chilometri mentre il percorso proposto si svolge a ovest di Tarifa e ad est di Tangeri. Il percorso non sarà rettilineo ed avrà una lunghezza probabile di circa 34 km in tutto.

Il progetto sarebbe stato finanziato da due aziende di proprietà pubblica, SECEGSA Spagna e Sned in Marocco, con il supporto economico della Unione europea. Non è invece ancora chiaro se questo sarà un progetto Euromed o un consorzio commerciale.


LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/09/il-mare-mediterraneo.html






giovedì 10 settembre 2015

LA BALENA NEL MEDITERRANEO



La costa ligure veniva chiamata dai romani "Costa balaenae" che significa "Costa della balena".
Segnalazioni storiche, in tempi più recenti, si ritrovano anche in giornali e pubblicazioni locali, dove gli spiaggiamenti sono riportati come eventi straordinari.
Viaggiando in Italia scoprirete che molti musei di storia naturale conservano ed espongono ossa e scheletri di cetacei.

Il Centro Studi Cetacei ha pubblicato un rendiconto annuale sugli animali trovati morti lungo le coste italiane e i numeri sono significativi: 221 spiaggiamenti come media annuale tra il 1987 e il 1990. Una violenta epidemia di Morbillivirus nel 1991 ha fatto aumentare il numero di spiaggiamenti fino a 550 esemplari, ma negli anni successivi la media si è riabbassata tornando ai valori precedenti.
Nel Mar Mediterraneo vivono regolarmente 8 specie di cetacei.
Esistono poi 4 specie che si definiscono occasionali e altre 7 che entrano in Mediterraneo solo accidentalmente.
Nel mondo sono state classificate 78 specie di cetacei.

Il Mar Mediterraneo viene considerato un bacino semichiuso; l’unica apertura che lo mette in comunicazione con gli altri mari del mondo è lo Stretto di Gibilterra che, però, risulta essere molto piccolo con un’ampiezza di circa 10 km e una profondità di poco superiore ai 300 metri. Il Canale di Suez, lo Stretto dei Dardanelli e quello del Bosforo sono ancora più piccoli e, in pratica, influenzano molto poco la vita del Mediterraneo.
Il Mar Mediterraneo non ha sempre avuto la forma che conosciamo oggi e la sua geologia spiega l’origine e il significato del nome. Nel Permiano, infatti, circa 240 milioni di anni fa, tutti i continenti erano riuniti in un unico grande blocco, la Pangea, circondato da un immenso mare, la Tetide. Grazie alla lenta deriva dei continenti, la Pangea si frammentò nei vari continenti e il mar della Tetide cominciò a rimpicciolirsi sempre più fino a quando raggiunse la forma attuale dovuta al ricongiungimento del blocco africano con quello eurasiatico. Questo piccolo tratto di mare rimasto “intrappolato” tra due grandi continenti è il Mar Mediterraneo ed è ciò che rimane del grande mar della Tetide. Mediterraneo significa infatti “mare in mezzo alle terre”.



Per poter studiare e comprendere la vita che si ha in un determinato ambiente, bisogna conoscerne le caratteristiche chimico-fisiche ed oceanografiche.
In Mediterraneo vi è una circolazione di acqua fredda e leggera che entra da Gibilterra e si distribuisce sulla superficie del mare. Essendo un bacino semichiuso, nelle acque del nostro mare si verifica un’elevatissima evaporazione causata dall’irraggiamento solare. Si ha in questo modo una maggior salinità delle acque interne al bacino. La salinità del Mediterraneo è infatti molto alta, 37-38‰. Questa acqua più salata risulta essere anche più pesante e, di conseguenza, cade sul fondo del mare e tracima successivamente, dopo aver fatto il giro di tutto il bacino, attraverso lo Stretto di Gibilterra. In questa zona si hanno quindi due correnti di acqua differenti: una leggera e superficiale in entrata, e un’altra pesante sul fondo in uscita.
Un’altra particolare caratteristica oceanografica del Mare Nostrum è la temperatura delle sue acque. Negli altri mari del mondo, si osserva normalmente una diminuzione della temperatura dalla superficie al fondo del mare; in Mediterraneo, invece, si hanno fluttuazioni stagionali molto elevate con una conseguente escursione termica nelle acque superficiali fino a 14°, valore nettamente alto. In aggiunta, in profondità, la temperatura si mantiene sempre costante, sia d’estate che d’inverno, intorno ai 13°.
Il Mediterraneo viene considerato un mare povero e poco produttivo (oligotrofo) per quanto riguarda la produttività primaria, ossia la quantità di biomassa prodotta dagli organismi vegetali attraverso la fotosintesi. Il ciclo biologico della materia prevede che tutta la sostanza organica presente in mare, sottoforma di animali e vegetali, una volta morti gli organismi, cada sul fondo del mare e venga trasformata in sostanza inorganica grazie all’opera di particolari batteri decompositori che vivono sul fondo marino. Ciò avviene anche in Mediterraneo, ma a causa della corrente che abbiamo visto essere presente sul fondo, gran parte di questa sostanza inorganica viene persa tracimando dallo Stretto di Gibilterra.
Ciò causa una riduzione del numero di specie animali e vegetali rispetto a quello osservato negli altri mari più produttivi. Tuttavia, grazie a un fenomeno oceanografico particolare, questa “povertà” non si osserva in una zona del Mediterraneo, ossia nel Bacino corso-ligure-provenzale.
E’ delimitato dalla costa italo-francese tra Genova e Tolone, la Corsica occidentale e la Sardegna occidentale. Esso è caratterizzato da una profondità media di 2300 metri ed è direttamente collegato all’Oceano Atlantico grazie ad una corrente superficiale proveniente dallo Stretto di Gibilterra. Questa corrente si biforca all’altezza dell’Algeria: un ramo si dirige verso le coste occidentali della Sardegna e della Corsica, l’altro costeggia la costa tirrenica italiana. In prossimità di Genova le due correnti si ricongiungono e si mescolano alle acque di origine continentale portate dal fiume Rodano. Un vortice ciclonico antiorario è tipico del Bacino corso-ligure-provenzale durante la stagione estiva; esso crea una risalita delle acque profonde ricche di nutrienti, fenomeno noto con il nome di upwelling. Durante il periodo autunnale questo fenomeno è dovuto all’attività di venti provenienti dal continente, ovvero tramontana e maestrale; ed è proprio questo rimescolamento verticale, in concomitanza con altri parametri chimico-fisici e oceanografici, quali l’intensa evaporazione e l’immissione di nutrienti dal Rodano, a determinare le condizioni per una elevata produttività primaria, non riscontrabile in nessuna altra zona del Mar Mediterraneo.
Il Bacino corso-ligure-provenzale è infatti la regione mediterranea in cui la presenza dei Cetacei è più massiccia, sia per quanto riguarda il numero di esemplari sia come diversità di specie.
Alla luce di questa abbondanza di specie di Cetacei, il 22 marzo 1993 i rappresentanti dei Ministeri dell’Ambiente di Francia e Italia e il Ministro di Stato del Principato di Monaco firmarono a Bruxelles una dichiarazione relativa all’istituzione in questa zona di un Santuario mediterraneo per i mammiferi marini; esso è delimitato ad ovest da una linea che va dalla punta Escampobariou (punta ovest della penisola di Giens) con posizione 43°01’N e 006°05’E fino a Capo Falcone, situato sulla costa occidentale della Sardegna (40°58’N e 008°12’E); ad est, una linea che va da Capo Ferro, situato sulla costa nord della Sardegna (41°09’N e 009°31’E) fino a Fosso Chiarone, situato sulla costa occidentale italiana (42°21’N e 011°31’E).
L'accordo definitivo del 25 Novembre 1999 ha finalmente sancito la nascita di questa grande area marina protetta. E nel 2001 è arrivata la ratifica dell'accordo da parte dell'Italia.



La balenottera comune è il secondo animale del pianeta per dimensioni, dopo la balenottera azzurra. Si sa che può raggiungere e superare i 26 m, anche se la lunghezza media è molto inferiore. Gli animali dell'emisfero boreale sono normalmente di 1-1,5 m più corti di quelli dell'emisfero australe e alcuni autori ritengono che si tratti di sottospecie distinte. È facilmente confusa con la balenottera boreale o con la balenottera azzurra o nei tropici con la balenottera di Eden. Un elemento essenziale per riconoscere la balenottera comune a distanza ravvicinata è la pigmentazione asimmetrica della testa: sul lato destro, il labbro inferiore, la cavità orale e alcuni dei fanoni sono bianchi, mentre il lato sinistro è grigio uniforme. Quando nuota proprio sotto la superficie è spesso chiaramente visibile il labbro bianco, che può tuttavia essere confuso con la pinna pettorale bianca di una megattera. Un tempo una delle balenottere più comuni, presenta oggi popolazioni seriamente compromesse dalla caccia baleniera.

Non evita né si avvicina alle barche. È quasi impossibile valutare quando emergerà o si allontanerà: può essere difficile osservarla da vicino. Il tipo di emersione varia a seconda che stia nuotando in superficie oppure stia emergendo da un'immersione profonda. Soffia tipicamente da 2 a 5 volte, a intervalli di 10 o 20 secondi, prima di immergersi per 5-15 minuti (anche se può restare immersa più a lungo). Si immerge sino a profondità di almeno 230 m. La pigmentazione asimmetrica può essere legata al modo in cui la balena nuota sul lato destro mentre si nutre. Talora salta completamente fuori dall'acqua. È una nuotatrice veloce, capace di raggiungere velocità di 30 km/h. Si vede più spesso di altre balenottere in piccoli gruppi.

La dieta della Balenottera comune è piuttosto varia. Le componenti principali sono: krill, pesci e piccoli cefalopodi, ma varia a seconda della distribuzione (emisfero boreale, australe o Mediterraneo). La tecnica di caccia è particolare: si avvicina a notevole velocità ad un branco di pesci per buttarsi nel punto in cui questo è più fitto. Quindi, distendendo la regione golare, che può anche raddoppiare il diametro della parte anteriore del corpo, ingoia acqua e pesci.

Più comune nell'emisfero australe, meno comune nei tropici. Giunge nelle acque polari, ma meno frequentemente della balenottera azzurra o della balenottera minore. Nel Mediterraneo si trovano normalmente solo le balenottere comuni. Ci sono probabilmente tre popolazioni isolate: nel Nord Atlantico, nel Nord Pacifico e nell'emisfero meridionale. Alcune popolazioni migrano verso basse latitudini, con acque relativamente calde, in inverno e verso latitudini più elevate, con acque più fredde, in estate, anche se gli spostamenti sono meno prevedibili che in altri cetacei di grandi dimensioni. Certe popolazioni di basse latitudini, come quelle del Golfo di California (Baia di Cortez), in Messico, sembrano essere stanziali. Si trova normalmente al largo, ma la si vede anche sottocosta là dove l'acqua ha profondità sufficiente.

La Zoological Society of London, in base a criteri di unicità evolutiva e di esiguità della popolazione, considera Balaenoptera physalus una delle 100 specie di mammiferi a maggiore rischio di estinzione.



LEGGI ANCHE :  http://marzurro.blogspot.it/2015/09/lampedusa.html





mercoledì 2 settembre 2015

I DELFINI



Fin dall'antichità i delfini sono stati accreditati, nel mar Mediterraneo, per mostrare una intelligenza superiore a quella normalmente attribuita ai pesci, sia nel proprio gruppo che nei confronti dell'uomo, il che ha creato una precoce e persistente idea della loro socievolezza e li ha posti al centro di culti, miti e rappresentazioni. È ormai noto in effetti che i delfini, come gli altri cetacei, dispongono di un sistema di comunicazione complesso come un vero e proprio linguaggio, fondato non solo sulla capacità di produrre ultrasuoni significanti all'interno del gruppo, ma anche su schemi di movimento utilizzati come segni di comunicazione.

Ben 32 sono le specie di Delfinidi nei mari del Mondo. Nel Mediterraneo sono segnalate 9 specie di cui 1 accidentale, 3 occasionali e 5 regolarmente presenti.

“Delphys”, denominazione del delfino in greco, era originariamente l’utero: organo arcuato, vivo e procreatore situato nel mare sacro e profondo del corpo femminile. I delfini abitano il mare, ma sono mammiferi a tutti gli effetti.
Appartenenti al grande ordine degli Odontoceti, nell’immaginario collettivo corrispondono in particolare a due specie simili tra loro per peculiarità: il tursiope e il delfino comune. Il tursiope, chiamato anche “delfino dal naso a bottiglia” è il più frequente nei nostri mari, e grazie alla sua capacità acrobatica, anche quello più studiato e sottoposto, purtroppo, alla cattività. Il delfino comune ha la bocca più allungata e frequenta generalmente le acque continentali o, nei mesi troppo caldi, quelle subpolari.
Le numerose sottospecie di delfino differiscono tra loro per colorazione (dal grigio scuro a un grigio più tenue)  e dimensione  (la femmina raggiunge i 2 metri, il maschio può arrivare a 2,60), ma caratterialmente presentano caratteristiche comuni.
Non è strano vederli “saltare”, rincorrersi e “chiacchierare”: sì, perché, oltre agli ampi schemi di movimento di cui sono dotati, secondo gli studiosi i delfini hanno elaborato un vero e proprio linguaggio che permette loro di comunicare attraverso suoni e scriccholii e localizzare le prede tramite i cosiddetti suoni “clic”, onde sonore che rimbalzano contro gli oggetti e tornano verso il cetaceo. Il delfino li elabora e può così riconoscere il mondo marino circostante.



Ha un corpo affusolato, adattato per nuotare velocemente, e usa la pinna caudale come organo motore. La testa contiene un organo particolare e voluminoso, utilizzato per l'orientamento e la ricerca del cibo. In molte specie le mandibole sono elongate e formano un becco, o rostro, distintivo; per alcune specie, come il tursiope, la bocca assume una curva con una espressione simile a un sorriso permanente. In molte specie i denti possono essere molto numerosi, fino a 250. Il cervello del delfino è largo e possiede una corteccia molto complessa, per questa complessità, infatti, paragonabile al cervello umano, anche se non è ancora chiaro per cosa sia utilizzato. La colorazione di base consiste di gradazioni di grigio con il lato del ventre bianco, spesso combinato con linee e macchie con tonalità differenti. La pupilla nell'occhio del delfino ha una figura a forma di cuore. La maggior parte degli odontoceti nuota rapidamente. Le specie più piccole occasionalmente riescono a cavalcare le onde, e i delfini sono spesso visti affiancare le navi e "accompagnarle" nuotando in superficie. I delfini sono anche famosi per le loro evoluzioni acrobatiche fuori dall'acqua. Arrivano a vivere sino a 35 anni.

I delfini sono predatori e cacciano le loro prede in velocità. La dentatura è adattata agli animali che cacciano: le specie con molti denti si nutrono prevalentemente di pesci, mentre le specie con becchi più corti e minor numero di denti si nutrono di molluschi (seppie, calamari, polpi e moscardini). Alcune specie di delfini catturano anche crostacei, tra cui i granchi.

I delfini hanno uno straordinario spirito imitativo, una capacità questa tipica degli esseri umani e di pochissime altre specie di primati.
Sono animali molto intelligenti e comunicativi, capaci di imparare in tempi brevissimi esercizi anche complessi.



Questi mammiferi sono dotati di un ricchissimo “vocabolario”: oltre a fischiare, grugnire e strillare, riescono a emettere una vasta gamma di suoni percepibili anche da noi uomini, oltre ad emettere ultrasuoni con frequenze troppo elevate per i nostri limitati organi acustici.
Chi studia i delfini sa che un giorno riusciremo a comunicare alla perfezione con loro, ma già oggi riusciamo a farlo con il linguaggio dei sordomuti.

I delfini sono tra gli animali più amati in assoluto. Protagonisti di storie e leggende strettamente legate alla nostra specie, utilizzati come simboli di tutto ciò che è positivo, questi allegri cetacei sembrano a loro volta molto attratti verso gli uomini.
In Australia da oltre trenta anni lungo la spiaggia di Monkey Mia, a novecento chilometri a Nord di Perth, un gruppo di tursiopi ha preso l’abitudine di avvicinarsi alla riva e di familiarizzare con la gente: uno spettacolo che attira migliaia di turisti.

Nonostante siano protetti da leggi internazionali che ne vietano l’uccisione e la cattura, i delfini stanno vivendo un momento davvero difficile della loro storia evolutiva.
Rischiare di scomparire per sempre dall’elenco degli “abbonati al mondo vivente” rappresenta infatti una triste possibilità per questi nostri simpatici coinquilini del pianeta Terra.
Ogni anno migliaia di delfini vengono uccisi nelle reti da pesca dei tonni e anche nei nostri mari si impigliano nelle reti utilizzate per la cattura dei pesci spada, le cosiddette spadare, e muoiono per mancanza d’aria. Per non parlare di altre cause della loro rarefazione: misteriosi batteri e virus che li minacciano, alterazioni magnetiche dei loro sofisticati sistemi di orientamento, inquinamenti che li avvelenano e drammatiche prigionie in piccole vasche per animali abituati a percorrere ogni giorno da 60 a 90 chilometri.



I comportamenti e le abitudini di vita di questi affascinanti esploratori del “profondo blu” variano notevolmente a seconda delle specie. Nei nostri mari sono segnalate nove specie di Delfinidi, nome della famiglia di cui fanno parte questi Cetacei Odontoceti: una famiglia rappresentata nei mari del mondo da 32 specie.
Questi geniali predatori frequentano i vasti oceani o i canali salmastri. Due famiglie di Cetacei, molto vicine ai Delfinidi, i Platanistidi e gli Inidi, hanno colonizzato le acque dolci.
I delfini si procurano il cibo in acqua e riescono a predare persino sulla terraferma, coordinando attacchi a ignari pesci trascinati a riva dalle onde da loro stessi prodotte.
Dormono galleggiando in superficie e una metà del loro cervello rimane intenta a vigilare.

Quando saltano fuori dall’acqua i delfini sembrano voler esprimere la loro gioia di vivere e nei movimenti hanno riunito la grazia e l’energia.

Forti, indomiti e astuti i delfini sono predatori di grande esperienza e sanno combattere insieme le avversità. Ma questi protagonisti degli oceani possono essere anche “violenti” e “crudeli”, anche se questi aggettivi dovremmo usarli per caratterizzare solo la nostra specie.
I delfini fanno spesso lotte fra clan, le aggressioni talvolta sono particolarmente intense. I maschi mordono i giovani dei clan rivali e “violentano” le femmine.
Alcuni delfini sono stati visti attaccare altre specie di delfinidi come le focene.



LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/08/lisola-del-giglio.html



                               http://marzurro.blogspot.it/2015/08/le-spadare.html