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lunedì 28 dicembre 2015
L'ISOLA DI FILICUDI
Filicudi è un'isola appartenente all'arcipelago delle isole Eolie.
Anticamente l'isola era nota come Phoinicussa oppure come Phoinicdes, dal sostantivo phoinix, che in greco antico indica la palma nana, assai diffusa in epoca antica ed oggi ancora presente sui promontori dell'isola.
Molto interessanti sono le rovine del villaggio neolitico sul promontorio di Capo Graziano. I reperti ritrovati testimoniano la presenza sull'isola, durante il Neolitico, di una fiorente industria e lavorazione dell'ossidiana. È presente sull'isola una sezione del Museo archeologico eoliano, con reperti provenienti dagli scavi di Capo Graziano e da altre zone delle isole Eolie.
Ad oggi i principali prodotti agricoli dell'isola sono i capperi ed i fichi. La principale voce dell'economia locale è il turismo. La pesca non è praticata intensamente, mentre lo è quella amatoriale o comunque non professionale.
La luce elettrica è stata portata a Filicudi nel 1986 con un impianto di generazione a gasolio; ciò ha innescato un drammatico balzo nel futuro nella quotidianità degli isolani. Il turismo ha iniziato a svilupparsi in quel periodo, crescendo poi di anno in anno. Con l'elettricità sono giunti sull'isola ausilii per ogni attività, tra i quali pompe elettriche per l'acqua dei pozzi; le televisioni sono divenute di massa, gli elettrodomestici hanno cominciato a diffondersi. Quanto all'acqua corrente, la si trasporta tramite navi cisterna, per poi distribuirla sulla rete idrica. La proposta di costruire un impianto dissalatore non è ancora stata attuata.
Filicudi è sotto la protezione dell'Unesco, in quanto patrimonio dell'umanità. È stato creato un parco regionale in parte dell'isola.
L'isola si estende per 9,5 km² dei quali solo una piccola parte è abitata, è di natura vulcanica, la sua parte sommitale è costituita dal monte "Fossa Felci" che è alto 774 metri sul livello del mare ed è, un vulcano spento.
Le meravigliose coste sono in alcuni punti a strapiombo sul mare mentre in altri caratterizzate da spiagge pianeggianti come a Capo Graziano. Imponenti scogli di natura eruttiva si ergono dal mare come faraglioni, il più famoso dei quali "La Canna" è meta immancabile di ogni giro dell'isola via mare.
Sono altresì presenti numerose grotte, la piu' famosa delle quali è la grotta del Bue Marino, dal fondale blu cristallino.
Le coste di Filicudi sono una meraviglia della natura, e valgono la pena di essere ammirate anche dal turista più frettoloso.
Innumerevoli sono i terrazzamenti costruiti dall'uomo per strappare all'isola ogni metro di terra per poterlo dedicare all'agricoltura. Essi si alternano a declivi di tipica vegetazione mediterranea, più verdi e floridi nella zona nord dell'isola per via della minore esposizione solare. La natura vulcanica dell'isola offre una moltitudine di strette vallate e maestose scogliere perpendicolari, nelle quale l'alternanza delle stratificazioni multicolori testimonia una vita geologica tumultuosa.
Numerose sono le insenature e le baie, ricche di anfratti dove l'acqua cristallina lambisce la nera roccia lavica che si tuffa nel mare e prosegue sott'acqua creando percorsi tortuosi e vallate sottomarine di rara bellezza, che si offrono anche al sub occasionale senza costringerlo ad immersioni profonde per ammirare lo spettacolo della natura e della vita sottomarina.
La natura vulcanica e l'erosione degli agenti atmosferici e marini ha creato monumenti geologici mozzafiato, come la grotta del Maccatore, la porta lavica nel mare denominata "perciato" a Siccagni,e la famosa grotta del Bue Marino (dove viveva non troppi decenni orsono una colonia di leoni marini). L'atrio della grotta dischiude una cavità molto vasta, il fondale è illuminato dalla luce solare che riflessa e rifratta crea cristallini giochi di viva luce azzurrina, che rendono il luogo meta obbligata per ogni giro dell'isola in barca.
Ad ovest dell'isola di Filicudi affiorano gli scogli di Montenassari, del Mitra, del Notaio e sopratutto quello della Canna, alto circa 74 metri, circondato esclusivamente dal mare, e habitat naturale di una lucertola endemica che vive solo li e li si è evoluta autonomamente.
A nord ovest dell'isola, molto vicino alla costa, si trova lo scoglio detto "il giafante".
In quel punto la costa e' molto frastagliata e ricca di insenature e baiette meravigliose dove fare il bagno.
Il fondale e' basso, limpido e cangiante tra il verde ed il blu.
Il lato Ovest dell'isola di Filicudi è tagliato verticalmente in due dalla "Sciara", una ripida lingua di sabbia vulcanica e roccia che si tuffa nel mare, attraversata ormai da pochi ardimentosi o da qualche capra selvatica.
La vegetazione tipica della macchia mediterranea (lentisco,felce aquilina, corbezzolo, ginestre, arborea, erica, ginestra, cappero , fico d'india e ) ha riconquistato il dominio del territorio, un tempo faticosamente messo a coltura e oggi abbandonato, raramente interrotta da qualche macchia di essenze arboree (leccio, roverella e, in alcune vallette più umide, salice, frassino e bagolaro). In prossimità delle case ancora abitate altre varietà (pino, bouganvillea, ibiscus), di recente introduzione, vegetano circondate dalle specie tipiche dei giardini di terraferma.
Un'altra attrazione di Filicudi e' la roccia a forma di testa di cavallo nel lato sud dell'isola, visibile dalla strada carrabile che porta dal porto verso pecorini nell'unico lungo tratto rettilineo.
A Filicudi, dal punto di vista paleontologico, è notevole la penisola di Capo Graziano a sud est dell'isola, in quanto sede di vari e vasti abitati preistorici risalenti principalmente al Neolitico e poi all'età del bronzo. Un primo abitato molto vasto, ma del quale sono state scavate finora solo poche capanne ovali, si estende sul Piano del Porto sulla costa meridionale dell'istmo che congiunge la Montagnola al Capo Graziano in località Filo Braccio e nei pressi della diruta Casa Lopez (può essere attribuito ai secoli XVIII-XVII a.C.).
Un altro abitato più vasto, con datazione successiva al precedente, si trova sull'altura della Montagnola di Capo Graziano (E' indicato dai cartelli turistici come "Villaggio Preistorico", e si raggiunge facilmente a piedi dal porto).
Gli scavi condotti negli anni 60 e 70 hanno rinvenuto una ventina di abitazioni a pianta ovale sull'altipiano a 100m di altezza sul livello del mare.
Il villaggio probabilmente si estendeva anche sugli altipiani sovrastanti fino alla vetta della Montagnola.
Si ipotizza che questo primo nucleo abitativo sia stato spostato sul Monte di Capo Graziano poichè la posizione è più facilmente difendibile.
Nelle capanne della Montagnola sono state trovate, insieme a ceramiche di produzione indigena, anche numerosi frammenti di ceramiche micenee e cicladiche attestanti rapporti commerciali con l'Egeo fra il 1500 e 1300 a.C.
Si ipotizza che il villaggio sia stato distrutto violentemente nel XIII secolo a.C.
Sulle scoscese pendici del monte di Capo Graziano sono state rinvenute alcune sepolture.
Sulla vetta di "Montagnola" a Pecorini cioè sulla montagna che domina l'abitato omonimo, sulla costa Sud-ovest dell'isola, è stato ritrovato un masso con una iscrizione greca.
I segni di età classica si riducono a tracce di abitati, a ceramiche con vernice nera di epoca greca e di terra sigillata di età romana rinvenute nelle contrade Siccagni e Zucco Grande, a una grande cisterna e tracce di edifici romani identificati al Piano del Porto e, sulla Montagnola di Pecorini, a un masso con nome greco inciso. L’archeologia marina, in diverse campagne di ricerche più o meno sistematiche, ha recuperato, da almeno nove diversi relitti di navi naufragate presso l’insidioso capo Graziano, un’anforetta micenea del secolo XV a.C., gruppi di anfore diversamente databili dal secolo IV a.C. fino all’età tardoimperiale e cannoni di bronzo da una nave da guerra del secolo XVII-XVIII d.C. Il materiale proveniente dagli scavi e dai recuperi marini è esposto al Museo di Lipari.
Lo scultore Jacques Basler organizza a Filicudi, in località Fossetta, una Biennale d'arte. Lo scrittore Roland Zoss presenta la storia di Filicudi in un libro premiato. Originario di quest'isola è il noto cantante rap/hip-hop Jacopo D'Amico, in arte Dargen D'Amico o JD.
Due sono gli approdi principali di Filicudi, nessuno dei quali può definirsi «sicuro» per ogni condizione meteorologica:
il Porto, quello dove approdano quasi tutte le navi, i traghetti e gli aliscafi, è naturalmente la zona più frequentata e «commerciale» dell'isola di Filicudi.
Pecorini Mare rappresenta l'alternativa di attracco nelle giornate nelle quali, per le condizioni meteo o per altri motivi, i mezzi di collegamento non possono attraccare al Porto. Questo attracco ultimamente viene spesso utilizzato per la nave di collegamento con Napoli.
L'unico sport praticato sull'isola è il calcio, con partite amatoriali organizzate solitamente la Domenica nel «campetto» improvvisato a Valdichiesa. Il campetto è aperto a tutti ; il terreno di gioco è in terra battuta e ci sono due porte con le reti ; c' è anche un impianto di illuminazione . L'accesso principale al terreno di gioco è nella strada vicinale Torrione . Il campetto, ed il terreno vicino al campetto, appartengono agli eredi di Castellano Angela fu Salvatore ed il panorama di fronte al campetto è meraviglioso . Esiste una squadra regolarmente iscritta ai campionati provinciali di Terza Categoria della Provincia di Messina. I componenti della squadra sono quasi tutti giovani filicudari; le partite in casa del Filicudi vengono giocate sul campo neutro del Balestrieri di Lipari, essendo l'isola di Filicudi ancora sprovvista di impianti regolamentari.
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domenica 27 dicembre 2015
IL RELITTO DEL FILICUDI
Il Filicudi era un rimorchiatore spagnolo che si chiamava Pedro. Venne acquistato dalla Regia Marina il 26 Marzo 1916, trasformato e impiegato per compiti di scorta e di dragaggio; affondò per aver urtato una mina il 2 aprile 1917 vicino a Trapani.
Da quanto risulta, fu costruito nel 1898 nel cantiere Earle's Co. Ltd. Hull. Il dislocamento era di centosettanta tonnellate.
Il dragamine Filicudi è affondato la mattina del 2 aprile 1917, la piccola unità della Regia Marina era impegnata in una missione che sembrava di routine: rastrellare i fondali in una zona non ritenuta particolarmente pericolosa. Improvvisamente, però, una tremenda esplosione la squassò da poppa a prua e la fece affondare. aveva urtato un ordigno depositato dal sottomarino austroungarico U-78. Soltanto due i superstiti, il comandante e un marinaio, che si trovavano in coperta.
Adagiato su di un fianco e avvolto dalle immancabili nuvole di Anthias anthias (Linnaeus, 1758), conosciute comunemente come castagnole rosse ,con la loro bellezza fanno da cornice al relitto , pochi colpi di pinneggiata e si vede il suo cannoncino di prua ancora in posizione, bellissimo. Non è molto grande il relitto, ma ci sono svariati spunti interessanti per fare delle belle foto e delle belle riprese. Tutto in torno al relitto, sparsi ovunque, pezzi d’imbarcazione, l`esplosione deve essere stata devastante.
Nel periodo tra il 1906 e il 1921, la Regia Marina acquistò ottantacinque battelli, per lo più rimorchiatori, pescherecci, piccoli piroscafi, che sarebbero stati utilizzati come navi scorta, cannoniere e dragamine. La loro stazza variava dalle centosette alle seicentoquindici tonnellate, la velocità dagli otto ai dodici nodi. Furono armati con un cannone da cinquantasette millimetri, oppure con uno da tre pollici, e con una o due mitragliatrici di tipo MG da sei millimetri e mezzo.
Alcune di queste "navi vedette ausiliarie", come vennero definite, andarono perdute in battaglia o in qualche sinistro marittimo durante la Prima Guerra Mondiale, altre vennero demolite o vendute dopo la guerra, altre ancora si trovarono a combattere nella Seconda Guerra Mondiale. Una dolcissima mattina di aprile, il mare di Sicilia è tranquillo, luminoso; le bianche case di Trapani, investite dal primo sole, sembrano tanti lenzuoli stesi ad asciugare. E' il 1917, l'anno più terribile di tutta la Prima Guerra Mondiale a causa degli affondamenti fatti dai sommergibili tedeschi. Su e giù con il suo ritmo lento e uguale, a cinquecento metri dall'isolotto dei Porcelli, l'ex rimorchiatore, ora dragamine, Filicudi, naviga a lento moto trainando di poppa uno strano arnese destinato a incocciare le mine austriache e tedesche. Il Filicudi è un buon piccolo bastimento. Viene dalla Marina Spagnola e coloro che l'hanno venduto all'Italia ne hanno raccontato cose magnifiche. Sembra che in altri tempi fosse una delle "colonial gunboat". Si chiamava Pedro, allora, e faceva servizio lungo le coste del Marocco, dove riusciva a tenere il mare anche quando i grossi vapori che collegavano le Canarie erano costretti a rimanere in porto o poggiare per non prendere le onde direttamente di prua.
Ora il Filicudi è lì, fuori dalle coste della Sicilia, occupato a rastrellare mine che probabilmente non ci sono nemmeno; lo comanda il tenente di vascello di complemento Giacomo Pastore, di Imperia, uno di quei duri, coriacei uomini di mare liguri che ha iniziato a navigare ai tempi della vela e ha fatto l'allievo e l'ufficiale nella Marina Mercantile. Parla poco, Pastore, e niente lo meraviglia. Vive la guerra con la stessa indifferenza con cui piloterebbe il suo cargo in tempi normali. Sono le otto, gli uomini hanno poco da fare; l'arnese del dragaggio si incarica di tutto e a poppa si vede l'acqua aprirsi sotto quella specie di aratro, e poi richiudersi in un rigurgito blu. A bordo sono in un trentasei, un marinaio è rimasto a terra. E' De Franceschi, incaricato di rifare la provvista della frutta e della verdura per i prossimi giorni. E ai cavoli e alle verze De Franceschi dovrà eterna riconoscenza per essere rimasto vivo. Sulla nave, però, ci sono sei nuovi fuochisti, in soprannumero addirittura; quei ragazzi li ha inviati all'ultimo minuto il Comando della Piazza quando già il Filicudi si stava staccando dalla banchina. La motivazione è che devono imparare, e quindi esercitarsi. Così adesso sono tutti giù, sottocoperta, vicino alle caldaie. L'acqua è tersa, come uno specchio; il comandante Pastore guarda il mare distrattamente, appoggiato al cofano di coperta dei motori. Chiede un caffé all'ordinanza e dopo due minuti è servito. Prende la tazza e distrattamente guarda l'orologio. Sono le otto e diciotto minuti, Pastore porta il caffè alle labbra... E' l'ultimo gesto di cui si ricorda.
Poi vede il pomo della testa d'albero, capisce di trovarsi in aria e chiude gli occhi. Quando li riapre il Filicudi non c'è più e lui è in mare, vicino a dei rottami, qualche pezzo di legno, pochi detriti informi. Pastore si guarda, ma non vede nessuno: trentacinque uomini sono scomparsi, polverizzati dall'esplosione. Ha una strana sensazione al braccio destro, che ciondola come se fosse staccato dal corpo: è spezzato in tre punti. Poi nota un grosso pezzo di legno e riesce ad aggrapparvisi, quindi, aiutandosi con i denti, ci si lega con la manica vuota e aspetta. E' ancora lucido, padrone di sé e tende l'orecchio: un grido giunge da sinistra. E' il sottocapo nocchiere Natale Mastelli, di Marettimo, l'unico superstite, dopo il comandante. Più tardi, Mastelli racconterà che si trovava all'estrema poppa, vicino all'asta della bandiera, quando l'esplosione avvenne sotto i suoi piedi. Anche lui venne proiettato in alto, tre salti mortali, e ricadendo in acqua batté la testa contro qualche cosa. Infatti, gronda sangue. Pastore e Mastelli si sentono, non si vedono per la distanza ma si incoraggiano l'un l'altro. Intanto, da terra hanno visto tutto: il semaforista di San Giuliano ha sentito una gran detonazione, ha scorto un'alta colonna d'acqua e ha fatto una serie di segnalazioni a Trapani, chiedendo aiuto alla torpediniera Orfeo, comandata dal tenente di vascello Repetti che sta arrivando da Palermo. Il messaggio trasmesso è il seguente: "Dragamine Filicudi saltato su mine a cinque miglia da Trapani al traverso dell'Isola Porcelli. Probabilmente pochi superstiti sono in mare; accorrete d'urgenza". In effetti, come si saprà dopo, il Filicudi era saltato su una mina depositata dal sommergibile austroungarico U-78. La silurante vola sull'acqua, a prua un guardiamarina scruta con il binocolo ed effettivamente non si vedono superstiti. Ma poi ecco due punti neri, sembrano stracci abbandonati sull'acqua. Repetti fa preparare le cinture di salvataggio, i cavi e un buon litro di vino caldo. Quando l'Orfeo arriva sul posto, deve rallentare di colpo altrimenti le grandi onde di scia rischiano di travolgere i naufraghi. Il comandante Pastore, ancora attaccato al legno, chiede che per primo venga recuperato il sottonocchiero e solo dopo acconsente a farsi trarre a bordo della torpediniera. Per la mezzora successiva l'Orfeo gira nel luogo dell'esplosione, ma non trova più nessuno, il mare rimane deserto: trentacinque uomini sono spariti con la loro piccola nave. Per oltre un anno e mezzo il comandante Pastore passò di ospedale in ospedale per complicazioni insorte a causa delle fratture al braccio. E dopo la guerra riprese a navigare sul cargo. Gli fu data una medaglia, ma quando gli chiedevano perchè non la portasse, lui alzava le spalle e mugugnava in dialetto ligure: "Sì, me l'hanno data! Ma io che cosa ho fatto?".
Lo scafo del dragamine Filicudi è praticamente distrutto, ma molti resti sono ancora perfettamente riconoscibili.L'esplosione l'aveva spezzata subito dietro l'argano e il paraspruzzi, per cui giaceva piegata sulla dritta di circa cinquanta gradi, conficcata nel fondale. In coperta era saldamente fissato un cannone da settantacinque millimetri e risultavano ancora al loro posto le due ancore di tipo ammiragliato.
giovedì 10 dicembre 2015
LE ISOLE EOLIE
Le Isole Eolie formano un arcipelago, costituito da sette isole vere e proprie, alle quali si aggiungono isolotti e scogli affioranti dal mare. Le sette isole sono disposte a forma di Y coricata, con l'asta che punta verso Ovest; sono ubicate al largo della Sicilia settentrionale, di fronte alla costa tirrenica messinese. Sono perciò visibili da gran parte della costiera tirrenica della Sicilia, quando la visibilità è ottima e non è presente foschia.
L'arcipelago, di origine vulcanica, è situato nel Mar Tirreno, a nord della costa siciliana. Comprendono due vulcani attivi, Stromboli e Vulcano, oltre a vari fenomeni di vulcanismo secondario.
Le sette isole sono:
Lipari. Nome in greco antico: Lipàra o Meligunìs.
Salina con lo Scoglio Faraglione. Nome in greco antico: Didme.
Vulcano, all'estremità Sud dell'arcipelago. Nome in greco antico: Hierà.
Stromboli, con l'isolotto di Strombolicchio, all'estremità nord-est dell'arcipelago. Nome in greco antico: Stronghle.
Filicudi. Nome in greco antico: Phoinicdes o Phoinicùssa; entrambi i nomi derivanti da finix, che significa palma, ma anche porpora.
Alicudi, all'estremità ovest dell'arcipelago. Nome greco antico: Ericùssa.
Panarea, con gli isolotti di Basiluzzo, Dattilo e Lisca Bianca. Nomi in greco antico: Eunymos; e gli isolotti: Basilùs e Dàktylos.
Le isole Eolie, tutte di origine vulcanica, sono situate nel Mar Tirreno meridionale di fronte alla costa nord della Sicilia all'altezza di Capo Milazzo da cui distano meno di 12 miglia nautiche.
La presenza umana nell'arcipelago risulta sin da epoca molto antica. Le genti preistoriche vennero infatti sicuramente attratte dalla presenza di grandi quantità di ossidiana, sostanza vetrosa di origine vulcanica grazie alla quale le Eolie furono al centro di fiorenti rotte commerciali. I primi insediamenti si ebbero già alcuni secoli prima del 4000 a.C., nell'età neolitica. L'ossidiana, che a quei tempi era un materiale ricercatissimo in quanto tra i più taglienti materiali di cui l'uomo dell'epoca disponeva, alimentò traffici commerciali intensi: anche ad essi si deve ascrivere la notevole prosperità dell'Arcipelago in cui fioriscono strutture abitative e villaggi. L'ossidiana liparese è attestata in Sicilia, nell'Italia meridionale, in Liguria, in Provenza e in Dalmazia. A Lipari nacque così un insediamento di notevole ampiezza. Tra il XVI e il XIV secolo a.C. le Eolie videro aumentare la loro importanza in quanto poste sulla rotta commerciale dei metalli: in particolare sembra fosse scambiato lo stagno che giungeva via mare dai lontani empori della Britannia e transitava per lo stretto di Messina verso oriente.
Agli inizi del secondo millennio a.C. in Sicilia si afferma la Cultura di Castelluccio, mentre nelle Eolie si diffonde la cultura detta di Capo Graziano, dai rinvenimenti dell'isola di Filicudi. La medesima cultura è attestata anche a Lipari e l'abitato è formato di capanne circolari con pareti di pietre a secco, poste sulla rupe, quasi a strapiombo sul mare. Le forme ceramiche di questo periodo sono numerose e si trasformano nel tempo, attestando per il bronzo Medio un forte influsso della cultura di Thapsos detta cultura del Milazzese. Le influenze dalle aree della Sicilia centro meridionale perdurano sino al bronzo recente. Per l'età del Bronzo si rilevano anche importazioni dal mondo Miceneo e dal Vicino Oriente. Successivamente è documentata una diversa cultura, di tipo villanoviano con tombe in situle e in vasi biconici, detta dell'Ausonio I e dell'Ausonio II, perché propone forme attestate anche nella penisola Italiana e forse da essa importate. Lipari fu poi colonizzata da un gruppo di Greci (Cnidi e Rodii), intorno al 580 a.C., e nel mondo greco si identificò l'Arcipelago con le isole Eolie, note ad Omero e considerate la dimora del dio dei venti, Eolo.
Anche nel periodo greco l'Arcipelago rappresentò un punto nodale di incontro tra Tirreni (Etruschi), Fenici (Cartaginesi) e Greci (sia di Grecia propria che della Magnagrecia e della Sicilia, con particolari legami con le città dello Stretto e con Siracusa). Le ricche necropoli di Lipara hanno restituito vasi e materiali di importazione dalla Grecia (di Corinto, di Atene e della Ionia) e produzioni locali sfarzose. Di particolare interesse sono sia le terrecotte (mascherette teatrali e pinakes votivi) che le produzioni vascolari nel IV sec. caratterizzate da crateri di importazione siceliota e campana e nel III da una pregevole produzione locale con ricco cromatismo.
Durante la prima guerra Punica le isole furono teatro degli scontri tra Roma e Cartagine e Lipara fu conquistata da Roma nel 252. In epoca romana le Eolie divennero centri di commercio dello zolfo, dell'allume e del sale, del vino e del garum. Anche in questo caso le ricche oreficerie e i corredi tombali con olle di vetro e frammenti riconducibili a sarcofagi ed a statue funerarie dimostrano un buon livello di vita, probabilmente connesso alla diffusione del latifondo senatorio.
Nell'836-837 l'arcipelago è assaltato dall'armata di al-Fadl ibn Yaqub (poi sostituito a settembre dal nuovo governatore aghlabide Abu l-Aghlab Ibrahim b. Abd Allah b. al-Aghlab, cugino dell'emiro Ziyadat Allah I). La flotta musulmana condotta da al-Fadl ibn Yaqub devasta le Isole Eolie ed espugna diverse fortezze sulla costa settentrionale della Sicilia, tra cui la vicina Tyndaris. Nell'XI secolo Lipari è conquistata dai Normanni che vi impostano una abazia benedettina e con Ruggero II la elevano a sede vescovile.
Nel 1544, quando la Spagna dichiara guerra alla Francia, il re francese Francesco I chiede aiuto al sultano ottomano Solimano il Magnifico. Questi manda una flotta comandata da Khayr al-Din Barbarossa che attacca le isole Eolie, uccidendo e deportando molti dei suoi abitanti. Secondo il suo disegno le Eolie avrebbero dovuto essere l'avamposto dal quale attaccare Napoli.
Nel corso dei secoli successivi l'arcipelago viene nuovamente popolato da comunità spagnole, siciliane e del resto d'Italia. In epoca borbonica l'isola di Vulcano viene usata come colonia penale per l'estrazione coatta di allume e zolfo.
Le isole prendono nome dal dio Eolo, re dei venti. Secondo la mitologia greca, Eolo riparò su queste isole e diede loro nome, grazie alla sua fama di domatore dei venti. Viveva a Lipari e riusciva a prevedere le condizioni del tempo osservando la forma delle nubi sbuffate da un vulcano attivo, probabilmente lo Stromboli. Grazie a questa abilità, determinante per gli isolani, che erano in gran parte pescatori e necessitavano di conoscere la probabile evoluzione degli eventi meteorologici, Eolo si guadagnò grande popolarità nell'arcipelago; secondo una teoria, fu da ciò che un semplice principe greco, abile nel prevedere il tempo dalle nubi, alimentò il mito del dio Eolo, in grado invece di comandare i venti.
Il nome di isole Lipari viene invece, secondo il mito, dal re Liparo, mitico colonizzatore dell'isola, contemporaneo di Eolo. Secondo Plinio, dai greci queste isole venivano chiamate Efestiadi e conseguentemente, dai romani, assieme a Aeoliae e Lipari, Volcaniae (Plin. III, 92).
Le isole Eolie costituiscono un sistema vulcanico determinato dalla subduzione della litosfera oceanica sotto quella continentale, determinandone la fusione con liberazione di magma che, giunto in superficie, forma un arco insulare, l'arco Eoliano, lungo 200 km e composto, oltre che dalle sette isole vulcaniche emerse, dai monti sottomarini (in inglese "seamount") Alcione, Lametini, Palinuro, Glabro, Marsili, Sisifo, Eolo, Enarete).
Le isole dell'arcipelago eoliano appartengono amministrativamente a 4 comuni della provincia di Messina: Leni, Malfa e Santa Marina Salina sono situate sull'isola di Salina, mentre il comune di Lipari è costituito dalle rimanenti isole.
Negli anni novanta il geologo siciliano Sergio Cucchiara ha identificato una nuova specie di lucertola sullo scoglio La Canna, vicina a Filicudi: la Podarcis raffoneae sottospecie Cucchiarai, registrata all'Università di Palermo ed anche al British Museum di Londra. Sono in seguito state riscontrate altre sottospecie di tale lucertola presso lo Scoglio Faraglione di Salina, Strombolicchio e l'isola di Vulcano. Nell'anno 2000 le Isole Eolie sono state insignite del titolo di Patrimonio dell'Umanità da parte dell'UNESCO, come riserva della biosfera nonché come patrimonio culturale.
Sono state definite le "sette perle del mediterraneo", questo perchè sono isole di straordinario fascino. Si tratta di vulcani sempre attivi e quando ci si avvicina non si può fare a meno di essere invogliati ad esplorarle. Panarea è la più piccola ma anche la più frequentata da giovani ed offre una vita notturna niente male. Chi va a Vulcano non può non immegersi almeno per un minuto nel laghetto naturale dei fanghi caldi. Lipari, la più grande, è detta la montagna bianca perchè costituita dalla pomice una pietra che in acqua sta a galla. Salina è l'isola che ha affascinato Massimo Troisi infatti e proprio lì che è stato girato il Film "Il Postino", inoltre è famosa per i capperi e per la produzione di Malvasia il famoso nettare degli dei. Stromboli si presenta come un enorme gigante nero col pennacchio infatti quando il sole tramonta è possibile vedere la fiamma del vulcano uno spettacolo unico al mondo. Rimangono Alicudi e Filicudi che sono le più antiche e tutte e due dotate di straordinaria bellezza in quanto sono le più incontaminate. Questo perchè la sera, come vita notturna, non offrono molta scelta. Quindi sono frequentate, principalmente, da persone che vogliono rilassarsi il più possibile godendosi paesaggi unici al mondo.
La splendida natura delle Eolie contiene alcune preziosissime rarità di passaggio fra il regno vegetale ed animale. A Lipari la ginestra, l'erica, l'oleandro, il rosmarino (la parola deriva dal latino e significa rugiada di mare) ed il mirto colorano e profumano tutta l'isola. Passeggiare senza fretta in questa natura incontaminata e selvaggia è l'esperienza più bella che l'isola possa offrire. La Bouganvillea, pianta brasiliana importata in Europa da un famoso esploratore francese, " De Bouganville" , è stata adottata dagli eoliani e cresce arrampicandosi sui muri e poi ricade in nuvole di colore fittissime creando una vera gioia per gli occhi. Il Cappero è quasi un simbolo per tutte le Eolie. E' una pianta molto bella dai morbidi rami a unico stelo intervallati qua e là da qualche spina; è una pianta che ama il sole e che genera il buonissimo frutto (il bocciolo del fiore) che guarnisce i nostri piatti mediterranei. La fioritura dell' Erica avviene nell'estate inoltrata, fino al tardo autunno. Il fiore è di un rosa intenso, a forma di minuta anfora e si raccoglie in compatte ombrelle terminali. L'Ibisco è un meraviglioso fiore rosso-porpora. o bianco, o rosa. Scoppia agli occhi dal segreto dei giardini delle casette eoliane, oppure ad una svolta del vicolo che state percorrendo.
Dal punto di vista faunistico oltre all' allevamento ovino, caprino e bovino si trova, in quasi tutte le isole, il coniglio selvatico. Gli uccelli invece sono presenti solo nel momento del passaggio. Ricca e abbondante é la fauna ittica: nelle acque dell' arcipelago viene praticata la pesca del pesce spada, del tonno, dell' aragosta e del pesce azzurro (sardine, sgombri e alici), nonché la raccolta di crostacei e molluschi. Alle Eolie esiste una fauna legata strettamente al terreno ed estremamente sensibile alle variazioni ambientali, in particolare gli Acari Oribatidi, appartenenti agli Aracnidi. Tra gli insetti, che sono il gruppo animale più rappresentato nelle isole, vanno ricordate le specie endemiche dei Collemboli; sono noti anche due Blattari Ectobiidi. Il lepidottero Satiride è una splendida farfalla diurna esclusiva dell'arcipelago, abbastanza comune in tutte le isole. La fauna vertebrata annovera un numero di specie alquanto ridotto in confronto a quello della vicina Sicilia. Tra i vertebrati presenti alle Eolie esistono alcune specie che, seguendo linee evolutive indipendenti, si sono differenziate a livello specifico, e che costituiscono parte significativa del patrimonio biologico e naturalistico dell'arcipelago. L'unico anfibio presente certamente a Lipari e a Salina è il Bufo viridis, specie in grado di tollerare prolungati periodi di siccità.
Fra i rettili, la Testuggine terrestre risulta presente a Salina, dove è stata importata dall'uomo Abbastanza diffuso è il Biacco , chiamato localmente "sierpi niura", chiamata così a causa del colore scuro degli individui adulti. Si tratta di un animale del tutto innocuo per l'uomo e molto utile, in quanto la sua dieta si basa prevalentemente sui piccoli vertebrati, tra cui i topi. Abbastanza cospicuo è il numero delle specie migratorie segnalate nell'arcipelago; fra queste, una notevole parte è costituita dagli uccelli acquatici , grazie alla presenza del lago salmastro di Punta Lingua a Salina e di una piccola zona umida stagionale nell'istmo di Vulcano, gli unici ambienti ottimali esistenti nelle Eolie per la sosta di tali uccelli. Lo Scricciolo e l'Usignolo di fiume, sono localizzati presso i canaloni costieri ricoperti dalla vegetazione tipica delle aree umide e ombrose. Fra i roditori, le uniche specie presenti su tutte le isole e sull'isolotto di Basiluzzo sono il Coniglio, il Ratto nero e il Topo comune.
Tra la fauna marina delle isole Eolie, le specie più comuni in questo arcipelago sono le Meduse, i Coralli neri, le Attinie equine, il Rombo e le Stelle di mare. Il mare delle Eolie riserva spesso la sgradita sorpresa di incontri con le piccole e brucianti Meduse L'Attinia equina è un fiore animale dai colori smaglianti, arancio, verde, rosso, giallo, attaccato al fondo da un gambo robusto e carneo. Quando un piccolo pesce si avvicina nuotando, l'attinia si anima e afferra voracemente la preda. I Coralli neri costituiscono gli ultimi esemplari di questa specie esistenti nel Mediterraneo. Il Rombo è un pesce piatto e tondeggiante, molto simile a una sogliola. Nel mare delle Eolie è ancora possibile trovare numerose Stelle marine di colore rosso e dalle cinque braccia tondeggianti. La stella si nutre prevalentemente di molluschi: si attacca ai bivalvi aderendo alle due valve e vi esercita una leggera ma continua pressione che vince la forza avversa che tiene chiuse ermeticamente le conchiglie.
Le Isole Eolie sono i luoghi ideali per chi ama scoprire continuamente qualcosa di nuovo. Sono sette isole e ciascuna ha caratteristiche sue che la rendono diversa da tutte le altre ed è così per tutto. Basti pensare alle spiagge: di sabbia nera a Vulcano, di ciotoli neri a stromboli ed altrove, di sabbia normale a Panarea, di pomice bianca a Lipari, di ciotoloni nelle calette più piccole. Non c'è un posto che assomiglia davvero ad un altro.
Sin dall'età preistorica grazie alla loro posizione geografica le Eolie hanno avuto un importante ruolo nelle rotte commerciali che interessavano ad ampio raggio il Mediterraneo da Oriente ad Occidente passando attraverso lo stretto di Messina. Punti insidiosi per la navigazione in antico erano la secca di Capistello e la secca del Bagno di Lipari, la secca di Capo Graziano di Filicudi, e gli scogli appena affioranti delle Formiche di Panarea.
Per le navi cariche di ceramiche e di anfore piene di vino, olio, grano e garum (la salsa di pesce particolarmente gradita ai Romani), le Eolie costituivano stazioni di sosta nel Tirreno meridionale o di rifornimento e scambio commerciale delle risorse locali.
Il materiale archeologico fino ad ora recuperato, frutto di scavi effettuati a partire dagli anni '60 o di recuperi occasionali, proviene da circa venti relitti. Lo si può ammirare visitando la sala di Archeologia Marina del Museo Archeologico "Luigi Bernabò Brea"a Lipari: dalla baia di Pignataro di Fuori, di fronte al Monte Rosa di Lipari, provengono ceramiche databili all'antica età del bronzo (inizi II millennio a.C.), fabbricate a Lipari e destinate, forse a bordo di una piccola imbarcazione, alle isole minori. A Filicudi e Panarea sono state trovate parecchie anfore di età greca, mentre una macina in pietra vulcanica proviene dalla secca del Bagno di Lipari. Grande mostra poi fanno i carichi delle navi naufragate: un relitto datato al IV secolo a.C. fu individuato in prossimità dello scoglio di Dattilo, sui fondali di Panarea caratterizzati da manifestazioni di vulcanesimo secondario. La superficie dei vasi raccolti è infatti alterata dalle incrostazioni ferrose delle fumarole.
Il relitto di Filicudi, denominato relitto F, e quello della secca di Capistello di Lipari, risalgono al III sec.a.C. Le navi trasportavano vino in anfore fabbricate nell'Italia centro-meridionale (note come anfore greco-italiche) e ceramiche varie, acrome e a vernice nera. Dal relitto della secca di Capistello di Lipari, è stato recuperato un bel servizio da mensa: lucerne su alto piede e piatti da pesce. Al centro della sala spicca la grande piramide di anfore ordinate così come dovevano essere nella stiva di una nave di età romana (II sec.a.C.) che fece naufragio presso la secca di Capo Graziano di Filicudi. Al carico appartenevano anche ceramiche e monete di zecca romana.
Parecchie anfore provengono da relitti di età romana individuati a Filicudi, Panarea e Vulcano.
Singolare il carico di una nave tardo romana, naufragata a Lipari, presso Punta Crapazza (di fronte Vulcano): lingotti di stagno, nocciole e zolle di solfuro di arsenico usato nell'antichità come colorante.
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