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domenica 27 dicembre 2015

IL RELITTO DEL FILICUDI



Il Filicudi era un rimorchiatore spagnolo che si chiamava Pedro. Venne acquistato dalla Regia Marina il 26 Marzo 1916, trasformato e impiegato per compiti di scorta e di dragaggio; affondò per aver urtato una mina il 2 aprile 1917 vicino a Trapani.
Da quanto risulta, fu costruito nel 1898 nel cantiere Earle's Co. Ltd. Hull. Il dislocamento era di centosettanta tonnellate.

Il dragamine Filicudi è affondato la mattina del 2 aprile 1917, la piccola unità della Regia Marina era impegnata in una missione che sembrava di routine: rastrellare i fondali in una zona non ritenuta particolarmente pericolosa. Improvvisamente, però, una tremenda esplosione la squassò da poppa a prua e la fece affondare. aveva urtato un ordigno depositato dal sottomarino austroungarico U-78. Soltanto due i superstiti, il comandante e un marinaio, che si trovavano in coperta.

Adagiato su di un fianco e avvolto dalle immancabili nuvole di Anthias anthias (Linnaeus, 1758), conosciute comunemente come castagnole rosse ,con la loro bellezza fanno da cornice al relitto , pochi colpi di pinneggiata e si vede il suo cannoncino di prua ancora in posizione, bellissimo. Non è molto grande il relitto, ma ci sono svariati spunti interessanti per fare delle belle foto e delle belle riprese. Tutto in torno al relitto, sparsi ovunque, pezzi d’imbarcazione, l`esplosione deve essere stata devastante.

Nel periodo tra il 1906 e il 1921, la Regia Marina acquistò ottantacinque battelli, per lo più rimorchiatori, pescherecci, piccoli piroscafi, che sarebbero stati utilizzati come navi scorta, cannoniere e dragamine. La loro stazza variava dalle centosette alle seicentoquindici tonnellate, la velocità dagli otto ai dodici nodi. Furono armati con un cannone da cinquantasette millimetri, oppure con uno da tre pollici, e con una o due mitragliatrici di tipo MG da sei millimetri e mezzo.

Alcune di queste "navi vedette ausiliarie", come vennero definite, andarono perdute in battaglia o in qualche sinistro marittimo durante la Prima Guerra Mondiale, altre vennero demolite o vendute dopo la guerra, altre ancora si trovarono a combattere nella Seconda Guerra Mondiale. Una dolcissima mattina di aprile, il mare di Sicilia è tranquillo, luminoso; le bianche case di Trapani, investite dal primo sole, sembrano tanti lenzuoli stesi ad asciugare. E' il 1917, l'anno più terribile di tutta la Prima Guerra Mondiale a causa degli affondamenti fatti dai sommergibili tedeschi. Su e giù con il suo ritmo lento e uguale, a cinquecento metri dall'isolotto dei Porcelli, l'ex rimorchiatore, ora dragamine, Filicudi, naviga a lento moto trainando di poppa uno strano arnese destinato a incocciare le mine austriache e tedesche. Il Filicudi è un buon piccolo bastimento. Viene dalla Marina Spagnola e coloro che l'hanno venduto all'Italia ne hanno raccontato cose magnifiche. Sembra che in altri tempi fosse una delle "colonial gunboat". Si chiamava Pedro, allora, e faceva servizio lungo le coste del Marocco, dove riusciva a tenere il mare anche quando i grossi vapori che collegavano le Canarie erano costretti a rimanere in porto o poggiare per non prendere le onde direttamente di prua.
Ora il Filicudi è lì, fuori dalle coste della Sicilia, occupato a rastrellare mine che probabilmente non ci sono nemmeno; lo comanda il tenente di vascello di complemento Giacomo Pastore, di Imperia, uno di quei duri, coriacei uomini di mare liguri che ha iniziato a navigare ai tempi della vela e ha fatto l'allievo e l'ufficiale nella Marina Mercantile. Parla poco, Pastore, e niente lo meraviglia. Vive la guerra con la stessa indifferenza con cui piloterebbe il suo cargo in tempi normali. Sono le otto, gli uomini hanno poco da fare; l'arnese del dragaggio si incarica di tutto e a poppa si vede l'acqua aprirsi sotto quella specie di aratro, e poi richiudersi in un rigurgito blu. A bordo sono in un trentasei, un marinaio è rimasto a terra. E' De Franceschi, incaricato di rifare la provvista della frutta e della verdura per i prossimi giorni. E ai cavoli e alle verze De Franceschi dovrà eterna riconoscenza per essere rimasto vivo. Sulla nave, però, ci sono sei nuovi fuochisti, in soprannumero addirittura; quei ragazzi li ha inviati all'ultimo minuto il Comando della Piazza quando già il Filicudi si stava staccando dalla banchina. La motivazione è che devono imparare, e quindi esercitarsi. Così adesso sono tutti giù, sottocoperta, vicino alle caldaie. L'acqua è tersa, come uno specchio; il comandante Pastore guarda il mare distrattamente, appoggiato al cofano di coperta dei motori. Chiede un caffé all'ordinanza e dopo due minuti è servito. Prende la tazza e distrattamente guarda l'orologio. Sono le otto e diciotto minuti, Pastore porta il caffè alle labbra... E' l'ultimo gesto di cui si ricorda.



Poi vede il pomo della testa d'albero, capisce di trovarsi in aria e chiude gli occhi. Quando li riapre il Filicudi non c'è più e lui è in mare, vicino a dei rottami, qualche pezzo di legno, pochi detriti informi. Pastore si guarda, ma non vede nessuno: trentacinque uomini sono scomparsi, polverizzati dall'esplosione. Ha una strana sensazione al braccio destro, che ciondola come se fosse staccato dal corpo: è spezzato in tre punti. Poi nota un grosso pezzo di legno e riesce ad aggrapparvisi, quindi, aiutandosi con i denti, ci si lega con la manica vuota e aspetta. E' ancora lucido, padrone di sé e tende l'orecchio: un grido giunge da sinistra. E' il sottocapo nocchiere Natale Mastelli, di Marettimo, l'unico superstite, dopo il comandante. Più tardi, Mastelli racconterà che si trovava all'estrema poppa, vicino all'asta della bandiera, quando l'esplosione avvenne sotto i suoi piedi. Anche lui venne proiettato in alto, tre salti mortali, e ricadendo in acqua batté la testa contro qualche cosa. Infatti, gronda sangue. Pastore e Mastelli si sentono, non si vedono per la distanza ma si incoraggiano l'un l'altro. Intanto, da terra hanno visto tutto: il semaforista di San Giuliano ha sentito una gran detonazione, ha scorto un'alta colonna d'acqua e ha fatto una serie di segnalazioni a Trapani, chiedendo aiuto alla torpediniera Orfeo, comandata dal tenente di vascello Repetti che sta arrivando da Palermo. Il messaggio trasmesso è il seguente: "Dragamine Filicudi saltato su mine a cinque miglia da Trapani al traverso dell'Isola Porcelli. Probabilmente pochi superstiti sono in mare; accorrete d'urgenza". In effetti, come si saprà dopo, il Filicudi era saltato su una mina depositata dal sommergibile austroungarico U-78. La silurante vola sull'acqua, a prua un guardiamarina scruta con il binocolo ed effettivamente non si vedono superstiti. Ma poi ecco due punti neri, sembrano stracci abbandonati sull'acqua. Repetti fa preparare le cinture di salvataggio, i cavi e un buon litro di vino caldo. Quando l'Orfeo arriva sul posto, deve rallentare di colpo altrimenti le grandi onde di scia rischiano di travolgere i naufraghi. Il comandante Pastore, ancora attaccato al legno, chiede che per primo venga recuperato il sottonocchiero e solo dopo acconsente a farsi trarre a bordo della torpediniera. Per la mezzora successiva l'Orfeo gira nel luogo dell'esplosione, ma non trova più nessuno, il mare rimane deserto: trentacinque uomini sono spariti con la loro piccola nave. Per oltre un anno e mezzo il comandante Pastore passò di ospedale in ospedale per complicazioni insorte a causa delle fratture al braccio. E dopo la guerra riprese a navigare sul cargo. Gli fu data una medaglia, ma quando gli chiedevano perchè non la portasse, lui alzava le spalle e mugugnava in dialetto ligure: "Sì, me l'hanno data! Ma io che cosa ho fatto?".

Lo scafo del dragamine Filicudi è praticamente distrutto, ma molti resti sono ancora perfettamente riconoscibili.L'esplosione l'aveva spezzata subito dietro l'argano e il paraspruzzi, per cui giaceva piegata sulla dritta di circa cinquanta gradi, conficcata nel fondale. In coperta era saldamente fissato un cannone da settantacinque millimetri e risultavano ancora al loro posto le due ancore di tipo ammiragliato.




domenica 20 settembre 2015

IL MAR DI MARMARA



Il mar di Marmara è un mare interno che separa il mar Nero (Bosforo) dal Mar Egeo (stretto dei Dardanelli), così come separa la Turchia asiatica da quella europea.

Il mar di Marmara occupa una superficie di 11 350 km², con sviluppo costiero di circa 1 000 km. Al suo interno ci sono 23 isole suddivise quasi totalmente nei due gruppi di isole principali conosciute come isole dei Principi e isole di Marmara che danno il nome al mare (marmaros è una parola greca che significa marmo). Quasi tutti i fiumi provengono dall'Anatolia (Simav, Granicus, Susurluk, Biga e Gonen), mentre è assai ridotto il contributo proveniente dalla Tracia.

Il bacino si trova (30 ± 10) cm sotto il mar Nero e circa 5-27 cm sopra il mar Mediterraneo, situazione che determina sostanzialmente i flussi idrici: il mar di Marmara presenta uno strato superficiale di 20-25 m di acque salmastre (salinità di 22 PSU) provenienti prevalentemente dal mar Nero (300 km³/anno), essendo l'apporto fluviale di molto minore. Al di sotto di detto picnoclino di -25 m, le acque hanno densità e salinità maggiore (38 PSU), essendo di provenienza dal mar Mediterraneo (376 km³/anno). Per la sua maggiore densità l'acqua salata in profondità non migra verso la superficie, cosa che limita gli scambi gassosi e in particolare l'apporto di ossigeno: l'ambiente del bacino, come ancor più quello del mar Nero, è quindi ipossico. La caduta dei detriti sul fondale determina la formazione del sapropel, sedimento anossico.

Propontide era l'antico nome di tale mare. Il nome deriva da pro (prima) e ponto (mare): il mar di Marmara era visto come un canale che permetteva di raggiungere con le navi il Mar Nero.

Il mare di Marmara cinge, insieme al mar Morto, lo stretto del Bosforo. È su questo mare che si posano le "Isole dei Principi". Sulla riva occidentale si estende l'antica provincia romana della Tracia (Trakya) il cui interesse turistico principale si limita a Edirne (nelle vicinanze della frontiera greca e bulgara). La città, infatti, possiede alcune delle più belle moschee del paese, in particolare quella di Selimiye - opera d'arte dell'architetto ottomano Eski Cami (XVI sec.).

Nell'estremo sud, la penisola di Gallipoli ed il suo parco nazionale storico è interamente consacrata ai campi di battaglia dei Dardanelli. Di fronte, la riva orientale del mare di Marmara è molto affascinante con i suoi paesaggi ondulati ricoperti di oliveti e frutteti e costellati di piccoli villaggi.

Le isole dei Principi sono un arcipelago costituito da nove isole site davanti alla costa asiatica di Istanbul.

Amministrativamente costituiscono un comune soggetto al comune metropolitano di Istanbul. Il comune è coestensivo dell'omonimo distretto appartenente alla provincia di Istanbul.

Abitato sin dall'antichità, per via della sua posizione strategica presso l'imboccatura del Bosforo l'arcipelago ospitò una fortezza già in epoca classica (sull'isola di Burgazada, ove sorse una fortificazione eretta da Demetrio I Poliorcete tra il IV e il III secolo a.C.).

Durante il periodo bizantino le isole iniziarono ad essere usate come luoghi ove confinare principi ed altri membri dell'alta nobiltà; un convento a Prinkipo fu prescelto per recludervi le imperatrici bizantine Irene, Eufrosina, Teofano, Zoe e Anna Dalassena, oltre a numerosi altri notabili, come gli ex imperatori deposti, come Michele I Rangabe e Romano IV Diogene.



Inizialmente (803) fu qui sepolto il corpo dell'Imperatrice Irene, per poi essere traslato (864) nella chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, a seguito della sua canonizzazione.

Tale tradizione proseguì anche sotto i sultani ottomani, che vi esiliarono membri delle proprie famiglie, dando così origine al nome dell'arcipelago. A partire dal XIX secolo l'arcipelago divenne una meta privilegiata per l'alta borghesia e la nobiltà di Istanbul e vi vennero costruite case di vacanza ed altri edifici che sono ancora preservati sulle isole maggiori. Dopo essere stato espulso dall'Unione Sovietica nel febbraio 1929 vi trascorse quattro anni in esilio anche Lev Trotsky.

Abitate prevalentemente da greci e sede di monasteri ortodossi per secoli, le isole hanno via via visto prevalere la componente etnica e culturale turca soprattutto nella prima metà del XX secolo, a seguito dei conflitti greco-turchi e della seguente pulizia etnica, nonché per l'afflusso di residenti turchi dovuto allo sviluppo turistico delle isole quale luogo di riposo e svago per l'alta società di Istanbul. Tale processo ha subito un'accelerazione quando, all'istituirsi della Repubblica turca, il British Yacht Club di Büyükada fu espropriato e trasformato nell'Anadolu Kulübü (Club Anatolia), riservato allo svago estivo dei parlamentari turchi.

Durante i mesi estivi le isole sono molto affollate essendo una delle destinazioni preferite per gite giornaliere da Istanbul. Le isole principali sono collegate alla terraferma da regolari e veloci servizi di ferryboat pubblici gestiti dal comune di Istanbul sia dalla parte asiatica (da Bostanci e da Kartal) che da quella europea (da Sirkeci/Eminönü, Kabatas e Yenikapi) della città turca. Diversi di questi traghetti effettuano quattro fermate principali: Kinaliada, Burgazada, Heybeliada ed infine Büyükada. Sull'intero arcipelago non esiste traffico in quanto quello motorizzato è vietato (salvo mezzi di servizio) e gli unici mezzi di spostamento consentiti sono le biciclette, i calessi, le carrozzelle a cavallo o anche gli asini da montare per gite sui rilievi. Durante i mesi primaverili ed autunnali le isole sono molto tranquille e piacevoli, mentre nel tardo autunno e l'inverno la traversata può essere resa difficoltosa dalle cattive condizioni meteomarine.

Sono tanti gli “istanbulioti veri” che hanno la casa sulle isole, alcune delle eleganti dimore di stile Vittoriano del XIX sec.
Tra gli istanbulioti amanti e abitanti delle isole ci sono tanti ebrei, greci e armeni. Alcuni Istanbulioti ci vivono tutto l’anno, altri vanno per passare un pò di tempo per rilassarsi anche per qualche giorno o per lunghi periodi durante la stagione bella. L’atmosfera delle isole è molto romantica, il tempo sembra si sia fermato, in quanto non ci sono le macchine e si gira con i calessi (fayton) variopinti sulle strade di pietre, tra le chiese di diverse confessioni e moschee sulla riva del mare dopo lo stress e caos cittadino.

Buyukada è la più grande. In greco “Prinkipo”, in turco vuol dire “isola grande”. L’edificio del molo che vi dà il benvenuto attraccando all’isola è un bell’esempio dell’architettura ottomana neo classica.

A Buyukada secondo un’antica credenza, i desideri si avverano se si sale a piedi nudi nel punto più alto dell’isola, Aya Yorgi Kilisesi. (Chiesa di Hagia Yorgi).

Come le altre dell’Arcipelago, Büyükada ha ospitato nel passato politici e letterati, re deposti, principi in esilio e monaci eremiti, diventando il fulcro di una vivace vita culturale. Il Museo delle Isole dei Principi che sta nella baia di Aya Nikola merita una visita.

Heybeliada è la seconda per dimensioni delle isole dei Principi. In greco “Halki”, in turco vuol dire “l’isola con sacco”. Merita visitare l’unica chiesa bizantina rimasta sull’isola, “Kamariotissa”, l’ultima chiesa costruita prima della conquista ottomana e la tomba di Edward Barton, il secondo ambasciatore inglese mandato all’isola dalla regina Elisabetta I. Le spiagge piccole di Heybeliada sono deliziose.

Kinaliada è la più vicina a Istanbul delle Isole dei Principi, a circa 12 km di distanza. In greco “Proti”, in turco Kinaliada vuol dire “isola di henna” per via del colore che gli hanno dato le miniere di ferro e rame presenti sull’isola. Questa è l’isola con meno foreste tra le Isole dei Principi. Era quella più utilizzata come luogo di confine durante l’Impero Bizantino. La persona più celebre tra gli esiliati qui era l’imperatore Diogene il IV.

Burgazada, in greco “Antigoni” è la terza più grande delle Isole. Ha preso il nome dalla fortezza costruita da uno dei successori di Alessandro Magno, Demetrius I di Macedoni, in quanto la fortezza in greco è prygos. Qui oltre le spiagge potete visitare il Monastero di Hagia Yorgi del 1728. Purtroppo l’isola di Burgaz ha perso 4 km 2 di foreste nell’incendio del 2003, ora gli alberi stanno ricrescendo ma certo, non è come prima.



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lunedì 17 agosto 2015

LE SPIAGGE



La maggior parte dei sedimenti che alimentano le spiagge proviene dall’ambito terrestre. Tramite l’acqua di pioggia, ruscelli e fiumi, i granelli di roccia viaggiano sino al mare. Queste sabbie di graniti o di scisti vengono poi sparse sui litorali, nei fondali marini dalle correnti e dalle mareggiate.
Ma le rive cambiano con le stagioni e col tempo. Durante le mareggiate invernali, le alte onde prelevano sabbia, e la spiaggia raggiunge il suo equilibrio nella bella stagione, quando i sedimenti ritrovano il loro posto.
Le dune attuali sono un’eredità del passato: si sono formate tra l’era quaternaria e l’inizio del nostro millennio. All’epoca le condizioni erano più favorevoli alla produzione di sedimenti, grazie a un clima più freddo, alla presenza di numerosi ghiacciai che esercitavano una potente azione abrasiva sui massicci rocciosi, e alla disgregazione meccanica delle rocce sotto l’effetto del gelo intenso, anche alle basse latitudini.
Oggi la situazione è cambiata radicalmente. La produzione di sedimenti è diminuita in modo considerevole e le piccole quantità prodotte hanno molta difficoltà ad arrivare sino al mare, bloccate dai corsi d’acqua, ed intrappolati dalle vecchie fosse di estrazione di sabbia. L’allineamento delle dune perpendicolari al litorale, a forma di spina di pesce, i porti e la costruzione di canali che collegano gli stagni al mare, bloccano la redistribuzione dei sedimenti da parte delle correnti e aumentano localmente l’erosione costiera. Le dune vivono quindi sul terreno che hanno conquistato, ma anche questo è messo in discussione da un lento aumento del livello del mare provocato su scala planetaria dalle attività umane, ed aggravate dall’aumento dell’intensità e della frequenza delle bufere. L’arretramento dei litorali sabbiosi è un fenomeno generale che interessa tutto il mondo e nessuna spiaggia fa eccezione.



Le dune sono dei cumuli di sabbia formate dai venti. Venuti da lontano, essi sollevano la sabbia e la spostano sino a dove incontrano un ostacolo ( vegetale, roccia, fabbricati, ecc… ). Trattenuta dalle piante, la sabbia forma dei cumuli che si riuniscono per formare una duna, più o meno parallela alla riva. Di fronte al mare, sulle dune costiere, due piante giocano un ruolo fondamentale per la creazione delle dune: la gramigna delle spiagge e l’ammofila ARENARIA; entrambe hanno bisogno di essere ricoperte di sabbia per svilupparsi perché rizomatose. Più indietro, sulla duna fissa, si incontrano altre piante dette stabilizzatrici, poi macchie di ginepri e di arbusti.
La conservazione – o il restauro – della vegetazione dunaria è quindi di fondamentale importanza per la preservazione e consolidamento di questa eredità. Elementi importanti dei paesaggi dei litorali, le dune non proteggono sole le rive, ma costituiscono uno schermo che preserva dagli spruzzi la vegetazione e le colture delle terre coltivate dell’interno. La circolazione dei veicoli, il calpestio umano, le costruzioni, gli incendi, sono altrettanti fattori che concorrono alla loro degradazione ed alla loro eliminazione.
Le dune riuniscono delle condizioni di vita molto particolari ed estreme ( substrato sabbioso, aridità superficiale, venti e spruzzi, continua erosione dei granelli di sabbia…. ) le piante e gli animali che le popolano si sono adattati a queste condizioni. Sulle dune mediterranee si incontrano sia piante diffuse in altre regioni del Mediterraneo o dell’Atlantico, ( l’ammofila, il cardo eringio, il giglio di mare, ecc….. ), sia specie endemiche rare o in pericolo di estinzione, come l’armeria fasciculata o la buglossa sarda. Il ginepro rosso, albero delle dune in regressione su tutte le coste mediterranee, è presente ancora sottoforma di rimboschimento.
Insetti come i formicaleoni, la cui larva scava una trappola ad imbuto nella sabbia, o i coleotteri sono assoggettati alle dune. La lucertola campestre, il rospo smeraldino e la calandrella sono frequenti.

Le Spiagge Bianche costituiscono un tratto di circa quattro chilometri del litorale sabbioso del comune di Rosignano Marittimo in Toscana, tra le frazioni di Rosignano Solvay e il centro della frazione di Vada. Bagnate dal Mar Ligure, si trovano all'estremo lembo settentrionale della costa della Maremma.

L'insolito colore della sabbia, motivo per cui la spiaggia viene paragonata alle coste tropicali, è conseguenza di anni di lavorazione e degli scarichi di carbonato di calcio da parte di un impianto del gruppo Solvay, situato a Rosignano Solvay, a circa un chilometro dalla costa. La sodiera, che risulta essere la più grande d'Europa, venne costruita nel 1912 nei pressi della spiaggia, cominciando la sua attività nel 1914, producendo, oltre il carbonato di sodio, acqua ossigenata, polietilene, cloruro di calcio, bicarbonato di sodio e acido cloridrico. L'accesso alla spiaggia è dato da una piccola collina, che fino al 1983 (ma tenuta aperta fino al 1986) fungeva da discarica di scarti di produzione e di rifiuti domestici.



A causa degli scarichi della Solvay, compreso dunque il mercurio, che viene rilasciato in lavorazione attraverso l'elettrolisi, ed altri inquinanti, le Spiagge Bianche sono tra le più inquinate d'Italia e la pesca nelle acque limitrofe è estremamente ridotta. Inoltre, questo tratto di costa è tra i 15 siti costieri più inquinati del Mar Mediterraneo, secondo l'United Nations Environment Programme, il programma delle Nazioni Unite per l'ambiente. Il problema è stato significativamente risolto a partire dagli anni 2000; nel 2010 infatti è stata ultimata l'eliminazione del mercurio dal ciclo di fabbricazione Solvay, a seguito della conversione dell'impianto all'elettrolisi a membrana avvenuto a partire dal 2008; tuttavia gli scarichi a mare, ad eccezione del mercurio, e la produzione di cloro non sono mutati e vengono riversate in mare ogni anno oltre 100.000 tonnellate di rifiuti. Ciononostante, anche negli anni precedenti alla conversione dell'industria, questo tratto di costa è stato premiato più volte con la Bandiera Blu. Le Spiagge Bianche rimangono comunque una delle mete balneari più frequentate della Toscana.

La sabbia negli occhi irrita, ma com’è rilassante sotto i piedi! Nei fondali ce n’è in gran quantità, ma abbonda anche negli aridi deserti. Molti animali rifuggono da essa mentre altri si sentono a casa. È spesso considerata una seccatura ma, se non ci fosse, la vita moderna sarebbe quasi impossibile.

La sabbia è formata da particelle di minerali, roccia, o terra, e il componente più comune è il quarzo. Vette che un tempo erano roccia sono diventate sabbia a causa dell’erosione.

La sabbia è spesso il prodotto della furia degli oceani. Le onde si frangono contro le scogliere, e queste collisioni finiscono per staccare placche di roccia. Parti di roccia molto grosse soccombono all’attacco a oltranza, frantumandosi in vari pezzi che ricadono nella spuma dei frangenti. Il mare che ribolle smussa i bordi affilati e forma massi tondeggianti. Il moto costante li consuma gradatamente fino a farli diventare ciottoli che a loro volta sono sbriciolati in particelle ancora più piccole: la sabbia. A volte il mare porta via la sabbia, ma in molti luoghi le onde la depositano sulla riva, creando spiagge immacolate.

Quando alla furia degli oceani si unisce il freddo, l’acqua ghiacciata resta intrappolata nella roccia formando cunei di ghiaccio che spaccano i sassi. L’azione di rottura prosegue riducendo grossi massi di roccia in pezzi sempre più piccoli, che alla fine diventano sabbia.

Ha una parte importante anche il vento, che solleva i granelli di sabbia e li spinge contro le rocce. L’abrasione produce altra sabbia. Strati di roccia spessi decine e decine di metri cedono all’azione naturale della sabbia. Intanto il vento disperde la sabbia ottenuta, stendendola sul deserto come un tappeto.

Nel corso dei millenni questi processi abrasivi hanno prodotto innumerevoli tonnellate di sabbia.

Ciò che mangiamo e ciò che beviamo dipende in buona parte dalla sabbia. In un modo o nell’altro, tutto il cibo proviene dalla vegetazione della terra. La sabbia insieme al limo e all’argilla, suoi parenti stretti, fornisce i minerali di cui le piante hanno bisogno. Inoltre permette all’aria e all’acqua di circolare nel terreno. In questo modo le radici delle piante riescono ad assorbire le sostanze nutritive con facilità.

Nelle profondità della crosta terrestre si trovano formazioni geologiche denominate falde acquifere. Sono composte da vasti strati di sabbia e altri minerali porosi e contengono acqua, che filtra forse da migliaia d’anni. Gli scienziati calcolano che in questi invisibili “barattoli d’acqua” sia contenuta una quantità d’acqua dolce 40 volte superiore a quella contenuta in tutti i laghi e i fiumi della terra. Le sorgenti attingono dalle falde per il loro prezioso liquido, che sostiene la vita di milioni di persone.

La sabbia è di vari colori. In paesi diversi si può trovare sabbia nera come il carbone, bianca come la neve, porpora, grigia, rossa, arancione, gialla e di molte altre tonalità. Certi tipi di sabbia includono frammenti di conchiglie. Alcuni sono talmente affascinati dalla varietà di colori e di consistenza della sabbia che hanno iniziato a collezionarla. Pur di arricchire la loro collezione molti non esitano a inginocchiarsi (per raccogliere campioni di sabbia in boccette di vetro), a negoziare scambi e a viaggiare per trovarla. Sono i cosiddetti arenofili, cioè “amanti della sabbia”.