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venerdì 5 febbraio 2016

LA FOSSA CALYPSO



La fossa Calypso, situata nel Mar Ionio sud-orientale al largo della Grecia, è il punto più profondo del Mar Mediterraneo (5 270 m).

Si trova a circa 50 km dalla costa meridionale del Peloponneso, a sud-ovest di Pylos.

È la fossa abissale più profonda di una lunga depressione del fondo marino detta fossa ellenica, formatasi in conseguenza della subduzione della placca africana sotto la placca del Mar Egeo.

Il nome deriva dalla ninfa Calipso della mitologia greca.



giovedì 10 dicembre 2015

LE ISOLE EOLIE



Le Isole Eolie formano un arcipelago, costituito da sette isole vere e proprie, alle quali si aggiungono isolotti e scogli affioranti dal mare. Le sette isole sono disposte a forma di Y coricata, con l'asta che punta verso Ovest; sono ubicate al largo della Sicilia settentrionale, di fronte alla costa tirrenica messinese. Sono perciò visibili da gran parte della costiera tirrenica della Sicilia, quando la visibilità è ottima e non è presente foschia.

L'arcipelago, di origine vulcanica, è situato nel Mar Tirreno, a nord della costa siciliana. Comprendono due vulcani attivi, Stromboli e Vulcano, oltre a vari fenomeni di vulcanismo secondario.

Le sette isole sono:

Lipari. Nome in greco antico: Lipàra o Meligunìs.
Salina con lo Scoglio Faraglione. Nome in greco antico: Didme.
Vulcano, all'estremità Sud dell'arcipelago. Nome in greco antico: Hierà.
Stromboli, con l'isolotto di Strombolicchio, all'estremità nord-est dell'arcipelago. Nome in greco antico: Stronghle.
Filicudi. Nome in greco antico: Phoinicdes o Phoinicùssa; entrambi i nomi derivanti da finix, che significa palma, ma anche porpora.
Alicudi, all'estremità ovest dell'arcipelago. Nome greco antico: Ericùssa.
Panarea, con gli isolotti di Basiluzzo, Dattilo e Lisca Bianca. Nomi in greco antico: Eunymos; e gli isolotti: Basilùs  e Dàktylos.
Le isole Eolie, tutte di origine vulcanica, sono situate nel Mar Tirreno meridionale di fronte alla costa nord della Sicilia all'altezza di Capo Milazzo da cui distano meno di 12 miglia nautiche.

La presenza umana nell'arcipelago risulta sin da epoca molto antica. Le genti preistoriche vennero infatti sicuramente attratte dalla presenza di grandi quantità di ossidiana, sostanza vetrosa di origine vulcanica grazie alla quale le Eolie furono al centro di fiorenti rotte commerciali. I primi insediamenti si ebbero già alcuni secoli prima del 4000 a.C., nell'età neolitica. L'ossidiana, che a quei tempi era un materiale ricercatissimo in quanto tra i più taglienti materiali di cui l'uomo dell'epoca disponeva, alimentò traffici commerciali intensi: anche ad essi si deve ascrivere la notevole prosperità dell'Arcipelago in cui fioriscono strutture abitative e villaggi. L'ossidiana liparese è attestata in Sicilia, nell'Italia meridionale, in Liguria, in Provenza e in Dalmazia. A Lipari nacque così un insediamento di notevole ampiezza. Tra il XVI e il XIV secolo a.C. le Eolie videro aumentare la loro importanza in quanto poste sulla rotta commerciale dei metalli: in particolare sembra fosse scambiato lo stagno che giungeva via mare dai lontani empori della Britannia e transitava per lo stretto di Messina verso oriente.

Agli inizi del secondo millennio a.C. in Sicilia si afferma la Cultura di Castelluccio, mentre nelle Eolie si diffonde la cultura detta di Capo Graziano, dai rinvenimenti dell'isola di Filicudi. La medesima cultura è attestata anche a Lipari e l'abitato è formato di capanne circolari con pareti di pietre a secco, poste sulla rupe, quasi a strapiombo sul mare. Le forme ceramiche di questo periodo sono numerose e si trasformano nel tempo, attestando per il bronzo Medio un forte influsso della cultura di Thapsos detta cultura del Milazzese. Le influenze dalle aree della Sicilia centro meridionale perdurano sino al bronzo recente. Per l'età del Bronzo si rilevano anche importazioni dal mondo Miceneo e dal Vicino Oriente. Successivamente è documentata una diversa cultura, di tipo villanoviano con tombe in situle e in vasi biconici, detta dell'Ausonio I e dell'Ausonio II, perché propone forme attestate anche nella penisola Italiana e forse da essa importate. Lipari fu poi colonizzata da un gruppo di Greci (Cnidi e Rodii), intorno al 580 a.C., e nel mondo greco si identificò l'Arcipelago con le isole Eolie, note ad Omero e considerate la dimora del dio dei venti, Eolo.

Anche nel periodo greco l'Arcipelago rappresentò un punto nodale di incontro tra Tirreni (Etruschi), Fenici (Cartaginesi) e Greci (sia di Grecia propria che della Magnagrecia e della Sicilia, con particolari legami con le città dello Stretto e con Siracusa). Le ricche necropoli di Lipara hanno restituito vasi e materiali di importazione dalla Grecia (di Corinto, di Atene e della Ionia) e produzioni locali sfarzose. Di particolare interesse sono sia le terrecotte (mascherette teatrali e pinakes votivi) che le produzioni vascolari nel IV sec. caratterizzate da crateri di importazione siceliota e campana e nel III da una pregevole produzione locale con ricco cromatismo.

Durante la prima guerra Punica le isole furono teatro degli scontri tra Roma e Cartagine e Lipara fu conquistata da Roma nel 252. In epoca romana le Eolie divennero centri di commercio dello zolfo, dell'allume e del sale, del vino e del garum. Anche in questo caso le ricche oreficerie e i corredi tombali con olle di vetro e frammenti riconducibili a sarcofagi ed a statue funerarie dimostrano un buon livello di vita, probabilmente connesso alla diffusione del latifondo senatorio.

Nell'836-837 l'arcipelago è assaltato dall'armata di al-Fadl ibn Yaqub (poi sostituito a settembre dal nuovo governatore aghlabide Abu l-Aghlab Ibrahim b. Abd Allah b. al-Aghlab, cugino dell'emiro Ziyadat Allah I). La flotta musulmana condotta da al-Fadl ibn Yaqub devasta le Isole Eolie ed espugna diverse fortezze sulla costa settentrionale della Sicilia, tra cui la vicina Tyndaris. Nell'XI secolo Lipari è conquistata dai Normanni che vi impostano una abazia benedettina e con Ruggero II la elevano a sede vescovile.

Nel 1544, quando la Spagna dichiara guerra alla Francia, il re francese Francesco I chiede aiuto al sultano ottomano Solimano il Magnifico. Questi manda una flotta comandata da Khayr al-Din Barbarossa che attacca le isole Eolie, uccidendo e deportando molti dei suoi abitanti. Secondo il suo disegno le Eolie avrebbero dovuto essere l'avamposto dal quale attaccare Napoli.

Nel corso dei secoli successivi l'arcipelago viene nuovamente popolato da comunità spagnole, siciliane e del resto d'Italia. In epoca borbonica l'isola di Vulcano viene usata come colonia penale per l'estrazione coatta di allume e zolfo.

Le isole prendono nome dal dio Eolo, re dei venti. Secondo la mitologia greca, Eolo riparò su queste isole e diede loro nome, grazie alla sua fama di domatore dei venti. Viveva a Lipari e riusciva a prevedere le condizioni del tempo osservando la forma delle nubi sbuffate da un vulcano attivo, probabilmente lo Stromboli. Grazie a questa abilità, determinante per gli isolani, che erano in gran parte pescatori e necessitavano di conoscere la probabile evoluzione degli eventi meteorologici, Eolo si guadagnò grande popolarità nell'arcipelago; secondo una teoria, fu da ciò che un semplice principe greco, abile nel prevedere il tempo dalle nubi, alimentò il mito del dio Eolo, in grado invece di comandare i venti.

Il nome di isole Lipari viene invece, secondo il mito, dal re Liparo, mitico colonizzatore dell'isola, contemporaneo di Eolo. Secondo Plinio, dai greci queste isole venivano chiamate Efestiadi e conseguentemente, dai romani, assieme a Aeoliae e Lipari, Volcaniae (Plin. III, 92).

Le isole Eolie costituiscono un sistema vulcanico determinato dalla subduzione della litosfera oceanica sotto quella continentale, determinandone la fusione con liberazione di magma che, giunto in superficie, forma un arco insulare, l'arco Eoliano, lungo 200 km e composto, oltre che dalle sette isole vulcaniche emerse, dai monti sottomarini (in inglese "seamount") Alcione, Lametini, Palinuro, Glabro, Marsili, Sisifo, Eolo, Enarete).

Le isole dell'arcipelago eoliano appartengono amministrativamente a 4 comuni della provincia di Messina: Leni, Malfa e Santa Marina Salina sono situate sull'isola di Salina, mentre il comune di Lipari è costituito dalle rimanenti isole.

Negli anni novanta il geologo siciliano Sergio Cucchiara ha identificato una nuova specie di lucertola sullo scoglio La Canna, vicina a Filicudi: la Podarcis raffoneae sottospecie Cucchiarai, registrata all'Università di Palermo ed anche al British Museum di Londra. Sono in seguito state riscontrate altre sottospecie di tale lucertola presso lo Scoglio Faraglione di Salina, Strombolicchio e l'isola di Vulcano. Nell'anno 2000 le Isole Eolie sono state insignite del titolo di Patrimonio dell'Umanità da parte dell'UNESCO, come riserva della biosfera nonché come patrimonio culturale.



Sono state definite le "sette perle del mediterraneo", questo perchè sono isole di straordinario fascino. Si tratta di vulcani sempre attivi e quando ci si avvicina non si può fare a meno di essere invogliati ad esplorarle. Panarea è la più piccola ma anche la più frequentata da giovani ed offre una vita notturna niente male. Chi va a Vulcano non può non immegersi almeno per un minuto nel laghetto naturale dei fanghi caldi. Lipari, la più grande, è detta la montagna bianca perchè costituita dalla pomice una pietra che in acqua sta a galla. Salina è l'isola che ha affascinato Massimo Troisi infatti e proprio lì che è stato girato il Film "Il Postino", inoltre è famosa per i capperi e per la produzione di Malvasia il famoso nettare degli dei. Stromboli si presenta come un enorme gigante nero col pennacchio infatti quando il sole tramonta è possibile vedere la fiamma del vulcano uno spettacolo unico al mondo. Rimangono Alicudi e Filicudi che sono le più antiche e tutte e due dotate di straordinaria bellezza in quanto sono le più incontaminate. Questo perchè la sera, come vita notturna, non offrono molta scelta. Quindi sono frequentate, principalmente, da persone che vogliono rilassarsi il più possibile godendosi paesaggi unici al mondo. 

La splendida natura delle Eolie contiene alcune preziosissime rarità di passaggio fra il regno vegetale ed animale. A Lipari la ginestra, l'erica, l'oleandro, il rosmarino (la parola deriva dal latino e significa rugiada di mare) ed il mirto colorano e profumano tutta l'isola. Passeggiare senza fretta in questa natura incontaminata e selvaggia è l'esperienza più bella che l'isola possa offrire. La Bouganvillea, pianta brasiliana importata in Europa da un famoso esploratore francese, " De Bouganville" , è stata adottata dagli eoliani e cresce arrampicandosi sui muri e poi ricade in nuvole di colore fittissime creando una vera gioia per gli occhi. Il Cappero è quasi un simbolo per tutte le Eolie. E' una pianta molto bella dai morbidi rami a unico stelo intervallati qua e là da qualche spina; è una pianta che ama il sole e che genera il buonissimo frutto (il bocciolo del fiore) che guarnisce i nostri piatti mediterranei. La fioritura dell' Erica avviene nell'estate inoltrata, fino al tardo autunno. Il fiore è di un rosa intenso, a forma di minuta anfora e si raccoglie in compatte ombrelle terminali. L'Ibisco è un meraviglioso fiore rosso-porpora. o bianco, o rosa. Scoppia agli occhi dal segreto dei giardini delle casette eoliane, oppure ad una svolta del vicolo che state percorrendo.

Dal punto di vista faunistico oltre all' allevamento ovino, caprino e bovino si trova, in quasi tutte le isole, il coniglio selvatico. Gli uccelli invece sono presenti solo nel momento del passaggio. Ricca e abbondante é la fauna ittica: nelle acque dell' arcipelago viene praticata la pesca del pesce spada, del tonno, dell' aragosta e del pesce azzurro (sardine, sgombri e alici), nonché la raccolta di crostacei e molluschi. Alle Eolie esiste una fauna legata strettamente al terreno ed estremamente sensibile alle variazioni ambientali, in particolare gli Acari Oribatidi, appartenenti agli Aracnidi. Tra gli insetti, che sono il gruppo animale più rappresentato nelle isole, vanno ricordate le specie endemiche dei Collemboli; sono noti anche due Blattari Ectobiidi. Il lepidottero Satiride è una splendida farfalla diurna esclusiva dell'arcipelago, abbastanza comune in tutte le isole. La fauna vertebrata annovera un numero di specie alquanto ridotto in confronto a quello della vicina Sicilia. Tra i vertebrati presenti alle Eolie esistono alcune specie che, seguendo linee evolutive indipendenti, si sono differenziate a livello specifico, e che costituiscono parte significativa del patrimonio biologico e naturalistico dell'arcipelago. L'unico anfibio presente certamente a Lipari e a Salina è il Bufo viridis, specie in grado di tollerare prolungati periodi di siccità. 
Fra i rettili, la Testuggine terrestre risulta presente a Salina, dove è stata importata dall'uomo Abbastanza diffuso è il Biacco , chiamato localmente "sierpi niura", chiamata così a causa del colore scuro degli individui adulti. Si tratta di un animale del tutto innocuo per l'uomo e molto utile, in quanto la sua dieta si basa prevalentemente sui piccoli vertebrati, tra cui i topi. Abbastanza cospicuo è il numero delle specie migratorie segnalate nell'arcipelago; fra queste, una notevole parte è costituita dagli uccelli acquatici , grazie alla presenza del lago salmastro di Punta Lingua a Salina e di una piccola zona umida stagionale nell'istmo di Vulcano, gli unici ambienti ottimali esistenti nelle Eolie per la sosta di tali uccelli. Lo Scricciolo e l'Usignolo di fiume, sono localizzati presso i canaloni costieri ricoperti dalla vegetazione tipica delle aree umide e ombrose. Fra i roditori, le uniche specie presenti su tutte le isole e sull'isolotto di Basiluzzo sono il Coniglio, il Ratto nero e il Topo comune.

Tra la fauna marina delle isole Eolie, le specie più comuni in questo arcipelago sono le Meduse, i Coralli neri, le Attinie equine, il Rombo e le Stelle di mare. Il mare delle Eolie riserva spesso la sgradita sorpresa di incontri con le piccole e brucianti Meduse L'Attinia equina è un fiore animale dai colori smaglianti, arancio, verde, rosso, giallo, attaccato al fondo da un gambo robusto e carneo. Quando un piccolo pesce si avvicina nuotando, l'attinia si anima e afferra voracemente la preda. I Coralli neri costituiscono gli ultimi esemplari di questa specie esistenti nel Mediterraneo. Il Rombo è un pesce piatto e tondeggiante, molto simile a una sogliola. Nel mare delle Eolie è ancora possibile trovare numerose Stelle marine di colore rosso e dalle cinque braccia tondeggianti. La stella si nutre prevalentemente di molluschi: si attacca ai bivalvi aderendo alle due valve e vi esercita una leggera ma continua pressione che vince la forza avversa che tiene chiuse ermeticamente le conchiglie.

Le Isole Eolie sono i luoghi ideali per chi ama scoprire continuamente qualcosa di nuovo. Sono sette isole e ciascuna ha caratteristiche sue che la rendono diversa da tutte le altre ed è così per tutto. Basti pensare alle spiagge: di sabbia nera a Vulcano, di ciotoli neri a stromboli ed altrove, di sabbia normale a Panarea, di pomice bianca a Lipari, di ciotoloni nelle calette più piccole. Non c'è un posto che assomiglia davvero ad un altro.

Sin dall'età preistorica grazie alla loro posizione geografica le Eolie hanno avuto un importante ruolo nelle rotte commerciali che interessavano ad ampio raggio il Mediterraneo da Oriente ad Occidente passando attraverso lo stretto di Messina. Punti insidiosi per la navigazione in antico erano la secca di Capistello e la secca del Bagno di Lipari, la secca di Capo Graziano di Filicudi, e gli scogli appena affioranti delle Formiche di Panarea. 
Per le navi cariche di ceramiche e di anfore piene di vino, olio, grano e garum (la salsa di pesce particolarmente gradita ai Romani), le Eolie costituivano stazioni di sosta nel Tirreno meridionale o di rifornimento e scambio commerciale delle risorse locali. 
Il materiale archeologico fino ad ora recuperato, frutto di scavi effettuati a partire dagli anni '60 o di recuperi occasionali, proviene da circa venti relitti. Lo si può ammirare visitando la sala di Archeologia Marina del Museo Archeologico "Luigi Bernabò Brea"a Lipari: dalla baia di Pignataro di Fuori, di fronte al Monte Rosa di Lipari, provengono ceramiche databili all'antica età del bronzo (inizi II millennio a.C.), fabbricate a Lipari e destinate, forse a bordo di una piccola imbarcazione, alle isole minori. A Filicudi e Panarea sono state trovate parecchie anfore di età greca, mentre una macina in pietra vulcanica proviene dalla secca del Bagno di Lipari. Grande mostra poi fanno i carichi delle navi naufragate: un relitto datato al IV secolo a.C. fu individuato in prossimità dello scoglio di Dattilo, sui fondali di Panarea caratterizzati da manifestazioni di vulcanesimo secondario. La superficie dei vasi raccolti è infatti alterata dalle incrostazioni ferrose delle fumarole.
Il relitto di Filicudi, denominato relitto F, e quello della secca di Capistello di Lipari, risalgono al III sec.a.C. Le navi trasportavano vino in anfore fabbricate nell'Italia centro-meridionale (note come anfore greco-italiche) e ceramiche varie, acrome e a vernice nera. Dal relitto della secca di Capistello di Lipari, è stato recuperato un bel servizio da mensa: lucerne su alto piede e piatti da pesce. Al centro della sala spicca la grande piramide di anfore ordinate così come dovevano essere nella stiva di una nave di età romana (II sec.a.C.) che fece naufragio presso la secca di Capo Graziano di Filicudi. Al carico appartenevano anche ceramiche e monete di zecca romana. 
Parecchie anfore provengono da relitti di età romana individuati a Filicudi, Panarea e Vulcano. 
Singolare il carico di una nave tardo romana, naufragata a Lipari, presso Punta Crapazza (di fronte Vulcano): lingotti di stagno, nocciole e zolle di solfuro di arsenico usato nell'antichità come colorante.






domenica 6 settembre 2015

IL DUGONGO



I dugonghi sono stati a lungo scambiati per le sirene della mitologia.
Il più antico resto di dugongo, risalente a 6000 anni fa, si trova nelle Akab Island (Umm al Qaywayn, Emirati Arabi Uniti, Jousse 1999).

L'analisi dell'animale ci ha rivelato che esso è stato lasciato a lungo invariato nell'evoluzione. Oggi esiste una sola specie di dugongo, il D. dugon, ma non è sempre stato così: fino al XVIII secolo, infatti, ne era esistita una seconda, l'Hydrodamalis gigas, la ritina o vacca di mare di Steller, poi estintasi per l'eccessiva caccia da parte dalle popolazioni locali e dai colonizzatori europei all'inizio del Settecento. L'unica specie di dugongo sopravvissuta è dunque oggi considerata protetta, malgrado la caccia abusiva o la pesca disattenta ne stiano lentamente causando la completa estinzione.



In alcuni altri stati, specialmente appartenenti al sud-est asiatico, si sono create diverse leggende sui dugonghi: alcune culture lo vogliono portatore di sfortuna, mentre altre ritengono la sua presenza di buon augurio; ci furono civiltà, sempre in quei luoghi, che credevano le lacrime di dugongo una magica pozione amorosa, mentre infine altre (appartenenti alle isole Filippine) utilizzavano le sue ossa per fabbricare amuleti contro la sorte avversa.

Questo enorme mammifero erbivoro vive nelle calde acque costiere che vanno dall’Africa orientale all’Australia, compresi il Mar Rosso, l’Oceano Indiano e il Pacifico. Il dugongo è imparentato con il lamantino, al quale somiglia per aspetto e comportamento, pur avendo la coda bilobata come quella della balena. Entrambi sono imparentati con l’elefante, anche se il gigantesco animale terrestre non ha un aspetto né un comportamento simile.

Il dugongo bruca giorno e notte le erbe acquatiche, di cui va in cerca con il muso sensibile ricoperto di setole e che mastica fragorosamente con le labbra ruvide. Questi mammiferi possono rimanere sott’acqua per sei minuti prima di tornare a galla. A volte prendono fiato “alzandosi” sulla coda con la testa fuori dall’acqua. I dugonghi trascorrono la gran parte del tempo da soli o in coppia, anche se a volte sono avvistati in grandi gruppi di un centinaio di individui.



L'accoppiamento dei dugongo può durare anche ore. La femmina partorisce solitamente un solo cucciolo dopo una gravidanza di 12 mesi che, poi, allatta utilizzando le pinne anteriori per tenere il piccolo 'in braccio'. Subito dopo la nascita la madre aiuta il piccolo a salire a galla per compiere il primo respiro. Restano accanto alla madre per 18 mesi restando aggrappati al suo dorso. In questo periodo i maschi diventano più aggressivi e non sono rari i casi di combattimenti per la conquista della femmina.

Oggigiorno il dugongo è diffuso solamente nell'Oceano Indiano, all'estremità occidentale di quello Pacifico, in corrispondenza a particolari gruppi di isole equatoriali e tropicali come l'Australia, l'Indonesia, la Thailandia (in particolare nel mare nelle Andamane nell'arcipelago di Trang, spesso avvistato nei pressi dell'isola di Koh Libong) o lo Sri Lanka, e nel Mar Rosso.

Il luogo in cui la densità della popolazione di dugonghi raggiunge il valore massimo è l'Australia, soprattutto nelle sue coste settentrionali, seguita dalle sponde egiziane del Mar Rosso; negli altri stati i dugonghi sono invece una specie rara, raggiungendo al massimo i 100 individui a nazione: basti pensare che il Kenya, luogo dove una volta i manatee abbondavano, oggi conta una popolazione totale di soli 6 individui. Anche nelle già nominate isole giapponesi Ryūkyū, habitat da millenni di questi animali, la situazione è tragica, così come in Madagascar e nelle isole al largo della costa orientale africana: ciò ha spinto importanti organizzazioni mondiali, come il WWF, a dichiarare il dugongo un animale in via d'estinzione da salvaguardare.


LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/09/il-lamantino.html






sabato 5 settembre 2015

LE SIRENE



Le sirene erano in origine delle figure religiose greche dalle forme ornitomorfe e caratterizzate da un seducente richiamo. Successivamente tali entità mitologico-religiose verranno trasferite nella tradizione della Roma antica. Queste sirene dell'antichità classica si sovrappongono spesso, nella denominazione in lingua italiana, con differenti figure leggendarie.

Le sirene classiche dell'antichità mediterranea affondano il loro mito in epoche che non hanno tuttora potuto far giungere a noi documentazione originale scritta. Citate nell'Odissea e non descritte, si ricollegano a precedenti epiche, come il mito degli Argonauti e quindi alla civiltà egea. Sono comunque numerose le rappresentazioni coeve e precedenti di esseri alati con capo o con capo e busto femminili che vengono associate alle sirene.

L'origine letteraria, nell'antichità classica, della figura delle sirene è nell'Odissea di Omero dove vengono presentate come cantatrici marine abitanti un'isola presso Scilla e Cariddi, le quali incantavano, facendo poi morire, i marinai che incautamente vi sbarcavano. La loro isola mortifera era disseminata di cadaveri in putrefazione. Ma Odisseo, consigliato da Circe, la supererà indenne.

Omero non descrisse l'aspetto fisico delle sirene; a tal proposito si è presupposto che ciò fosse dovuto alla sua consapevolezza che il proprio uditore conoscesse le forme di queste creature grazie ad altri racconti mitici come le avventure di Giasone e degli Argonauti avendo il compito di consolare le anime dei defunti con il loro dolce canto e di accompagnarle nell'Ade.

Secondo i glossografi siriani le sirene sarebbero invece esseri metà uomo e metà cavallo, e in arabo ed etiopico il termine al plurale seriel presenta una tipologia di mostri misteriosi abitanti il deserto.

L'ibrido donna-animale nelle sue diverse connotazioni, nasce dunque, come indicato nella premessa, da un equivoco o da una tradizione, tuttavia non attestata, secondo la quale le sirene, gettatesi in mare per non essere riuscite a trattenere l'eroe Odisseo/Orfeo, si sarebbero trasformate in vergini-pesce. Su questi ed altri equivoci, a volte assimilanti anche altri esseri come ninfe naiadi e spiriti acquatici come la nixie, e molti personaggi di favole e mitologie anglosassoni e norrene, continua a perdurare una ormai inestricabile confusione terminologica.

In ogni caso, per traslazione o trasformazione, un tipico esempio dell'evoluzione del termine e della sua rappresentazione lo troviamo in uno dei simboli di Varsavia, la Warszawska Syrenka o sirena guerriera di Varsavia. La più antica immagine della sirena di Varsavia giunge dal 1390. Nel centro storico troneggia lo stemma: una figura con piedi di uccello, corpo di un drago e volto umano.
Nel secolo successivo (1459) mostra la coda di pesce, un busto femminile con mani e piedi con artigli da uccello.

La forma attuale di una donna con una coda di pesce deriva dal 1622, e questa disposizione è la forma odierna. Nella mano sinistra tiene uno scudo, una spada nella destra. Dal 1938 è mostrata su uno sfondo rosso.

A Varsavia ci sono attualmente due statue della sirena. La più vecchia è stata creata dallo scultore Hegel Konstanty, in lega di zinco, situata sulla Piazza della Città Vecchia 1855. La nuova statua è stata creata dallo scultore Ludwika Nitschowa nel 1939. Modella di riferimento è stata l'etnografa, poetessa e partigiana Krystyna Krahelska che cadde nella rivolta di Varsavia del 1944 come infermiera.

Nella cultura contemporanea, in virtù appunto della sovrapposizione tra i termini inglesi siren e mermaid, e largamente nella cultura popolare le sirene sono generalmente indicate come ibridi donna-animale con busto da donna e coda di pesce. Diffusamente note in tutte le culture odierne, anche grazie alla fiaba dello scrittore danese Hans Christian Andersen(ripresa dal mito di Partenope), pubblicata per la prima volta nel 1836. Esse sono coloro che cantano negli oceani e ingannano gli uomini, facendoli annegare. In molte fiabe invece, troviamo esse come pacifiche creature marine abitanti di Atlantide.

Nella St. Senara's Church, chiesa di San Senara del XII secolo, a Zennor Churchtown, Cornovaglia, si trova una delle più note rappresentazioni, una scultura lignea in altorilievo, sul lato di una sedia, un simbolo che ha avuto diverse interpretazioni da parte dei fedeli medievali. Prima dell'era cristiana, le sirene (mermaid) sono state uno dei simboli di divinità del mare e dell'amore. In una mano tenevano una mela cotogna e nell'altra un pettine. Più tardi la mela cotogna è stata cambiata in uno specchio, simbolo di vanità e di mancanza di cuore per i cristiani medievali come simbolo di lussuria e un monito contro i peccati della carne. Ma localmente, appunto in Cornovaglia, aveva anche un'altra interpretazione più ispiratrice tra le comunità marinare, dove è stata utilizzata anche per illustrare le due nature di Cristo. Mentre la sirena era umana e pesce, così Cristo poteva essere nello stesso tempo umano e divino, un messaggio che avrebbe colpito gli abitanti di questa regione isolata le cui vite erano intrecciate con il mare. La leggenda locale, La leggenda della sirena di Zennor sostiene che questa figura commemora un evento reale dalla storia parrocchiale, quando il canto di un corista di nome Matteo Trewhella, avrebbe adescato una sirena a giungere a terra dalle profondità del mare. Secondo il racconto ogni domenica essa si sedeva in fondo alla chiesa, incantata dalla sua bella voce. Un giorno, non più contenendo la sua infatuazione, lo portò al piccolo ruscello che scorre ancora attraverso il centro del paese e porta in mare a Cove Pendour nelle vicinanze. Matteo Trewhella non fu mai più visto. Nelle calde serate estive, a piedi nella pittoresca insenatura ora chiamata "Mermaid Cove", si dice che si sentano i due amanti cantare felici insieme, e le loro voci passano ascoltabili attraverso il fragore delle onde che si infrangono.

Secondo il libro di Dorothy Dinnerstein, Mermaid and the Minotaur, queste creature ibride uomo-animale, possono trasmettere i concetti emergenti di antichi esseri umani diversi dagli animali: "La natura umana è contraddittoria, e le nostre differenze di animali terrestri sono misteriose e profonde". Gloria Jean Watkins, bell hooks, cita Dorothy Dinnerstein nel suo libro The Will to Change: Men, Masculinity, and Love, interpretando la figura simbolica della sirena, come archetipo femminile primordiale, calato nella cultura che contrappone uomini e donne. La figura viene vista e rivisitata in chiave psicoanalitica, alla ricerca di una sintesi maschio-femmina nei temi relativi alla cura e all'educazione della prole.



Nella mitologia greco-romana le sirene erano mostri marini in forma di donna con la parte inferiore di pesce, il cui canto affascinava i naviganti. Oggi le uniche sirene scientificamente conosciute sono i lamantini e i dugonghi: grandi mammiferi misteriosi, unici, rari e per molti bellissimi.

Se ogni leggenda ha un briciolo di verità, anche nel caso del mito delle sirene esiste una realtà: i Sirenii o Sirenidi, un ordine di Mammiferi che come i Cetacei o i Pinnipedi è perfettamente adattato all’ambiente acquatico.

Le quattro specie attualmente viventi (il dugongo, il lamantino dei Caraibi, il lamantino africano e il lamantino delle Amazzoni), tutte sempre più rare e minacciate di estinzione, vivono in acque dolci e in acque marine tropicali e subtropicali.

Gli antenati degli attuali sirenidi risalgono a 55 milioni di anni fa quando lasciarono la terra per il mare e intrapresero una radicale trasformazione: gli arti posteriori, il bacino e il collo sparirono e la coda e gli arti anteriori divennero pinne.
Fossili africani hanno dimostrato che i sirenidi sono lontani parenti degli iracidi (o procavie) e dei proboscidati, gli attuali elefanti, avendo antenati in comune. Queste affinità si riscontrano ad esempio nella dentizione: come gli elefanti, lamantini e dugonghi hanno grossi molari che compaiono nella cavità orale a mano a mano che i precedenti si consumano. Altra particolarità in comune sono le mammelle in sede pettorale (mentre nei Cetacei e nei Pinnipedi le mammelle sono in posizione inguinale) e sarà forse per questo che i marinai di un tempo, con molta fantasia scambiarono i lamantini dei Caraibi per le mitiche sirene.
I lamantini si chiamano anche manati, un nome che deriva da "manattoui" che nella lingua degli indiani Seminole significa "petto di donna". Il primo a descriverli fu Cristoforo Colombo il 9 gennaio del 1493 nel suo diario di bordo verso Española:
“Ho visto tre sirene emergere dall’acqua. Ma non sono così belle come le dipingono, benché in un certo qual modo posso dirvi che hanno forma umana...” Ma la leggenda delle sirene è soprattutto collegata ai dugongidi.
I marinai di un tempo vedevano questi animali emergere in posizione verticale dall'acqua. Forse videro una femmina di dugongo che allattava il piccolo tenendolo stretto con gli arti anteriori ed è quindi probabile che le sirene di cui parla Omero, quelle di Ulisse, siano state dei dugonghi.

Per secoli, le sirene hanno affascinato molte persone attirando la loro attenzione. Culture provenienti da tutto il mondo e senza alcun contatto tra loro riportano racconti di sirene nel loro folklore e tutte con descrizioni molto simili. Grazie a queste storie e ai film moderni tutti sanno che cosa siano le sirene, ma poche persone sono state in grado di fornire prove per testimoniare la loro esistenza. Gli scettici sono molti, ma esistono anche persone che ci credono.

Kiryat Yam è l'unico posto al mondo in cui esiste una ricompensa di oltre 700 mila euro per la prima persona a fornire filmati risolutori circa l'esistenza di una vera sirena. Il governo locale ha offerto questo premio, in risposta ai numerosi avvistamenti in Israele.

Pare ci sia una sirena che certe volte appare al tramonto. Una delle prime persone a vederla è stato Shlomo Cohen: «Ero con degli amici quando improvvisamente abbiamo visto una donna, distesa sulla sabbia in modo strano. In un primo momento ho pensato che fosse solo un'altra bagnante, ma quando ci siamo avvicinati si è gettata in acqua scomparendo. Eravamo tutti sotto shock perché abbiamo visto che aveva una coda», ha detto Cohen secondo Israel National News.




Il 6 marzo del 2013, il geologo marino Torsten Schmidt ha rilasciato uno straordinario documento riguardo a ciò che crede essere una sirena ripresa con la sua telecamera durante un'esplorazione in acque profonde.

Stipulato un contratto con l'Iceland GeoSurvey, il dottor Schmidt e la sua squadra danese hanno lavorato su una 'mappatura sismica e di campionamento dei fondali oceanici' per individuare i siti promettenti di riserve petrolifere e gas naturale.

A quasi mille metri sotto la superficie dell'oceano, il dottor Schmidt ha riferito di aver non solo visto qualche fenomeno interessante, ma anche di aver udito alcune cose notevoli. Dopo aver segnalato all'Iceland GeoSurvey gli strani rumori che sentiva quando stava analizzando il fondo dell'oceano, ha chiesto di avviare un'indagine, che tuttavia è stata rifiutata.

«Ci hanno ricordato i nostri accordi di riservatezza e ci è stato detto che non potevamo condividere la nostra registrazione con nessun altro», ha detto il dott. Schmidt al giornalista Jon Frankel nel documentario Animal Planet: Sirene: le nuove prove.

Il dottor Schmidt ha finito per condurre in maniera autonoma la sua indagine: «ho portato con me due telecamere in ogni immersione, nel caso in cui riuscissimo a vederle». Commentando il suo filmato, il geologo ha detto a Jon Frankel: «bene, l'ho guardata e sapevo che stavo guardando negli occhi un'altra specie intelligente, come noi».

Le sirene sono state avvistate in numerose occasioni in Zimbabwe. Si è affermato che i lavori per completare la costruzione delle dighe siano stati ritardati dalle sirene: a quanto pare, le sirene avevano molestato i lavoratori durante l'installazione delle pompe per l'acqua. «Tutti gli ufficiali che ho inviato hanno giurato di non voler tornare più lì», spiega il ministro Nkomo sul quotidiano Herald, approvato dello stato del Zimbabwe.

«Abbiamo anche assunto bianchi pensando che i nostri ragazzi non avessero voglia di lavorare, ma anche loro sono tornati dicendo che non sarebbero tornati di nuovo a lavorare lì», ha aggiunto Nkomo.

In Sud Africa circa il 30 per cento dei resti di una sconosciuta creatura simile all'uomo sono stati trovati nella pancia di un grande squalo bianco morto. Dopo le analisi è emerso che il corpo aveva le mani e un teschio umanoide. Inoltre, nelle fauci dello squalo, era rimasta incastrata la punta di una pastinaca, che si dice sia l'arma tipica di una sirena.

Nel 1967 nel Canada c'è stato un avvistamento di una donna con la coda di un delfino da parte di turisti che erano su un traghetto. La creatura è stata descritta avente bellissimi capelli biondi nell'atto di mangiare un salmone. L'avvistamento è stato riportato dal quotidiano Times-Colonist e ha attirato un sacco di attenzione, ma nessuno è riuscito ad avvistarla di nuovo.

Nel 1943, al tempo della seconda guerra mondiale, molte sirene sono state avvistate dai soldati giapponesi sulle coste delle isole Kei in Indonesia. Hanno riferito di averle viste nuotare in acqua e una anche sulla spiaggia; una descrizione di quest'ultima è la seguente: alta circa 150 cm, la pelle rosata, volto e arti umani, pungiglioni sopra la testa e la bocca come quella di una carpa.

Quando il sergente Taro Horiba sentì le notizie di una sirena morta portata a riva, andò a esaminarla. Dopo averla vista con i propri occhi ne fu convinto e dopo il suo ritorno in Giappone, esortò gli scienziati ad andare a studiare queste sirene, ma nessuno gli credette e le sue affermazioni furono respinte, quindi non fu intrapresa nessuna indagine.

La gente del posto si riferisce alle sirene come Orang Ikan, ovvero 'persone pesce' in malese. Ci sono stati diversi avvistamenti simili nella zona; in più, sembra che alcune sirene siano state catturate nelle reti da pesca in alcune occasioni.

Una segnalazione d'avvistamento di sirene in Canada nel 1886 è citata dal zoologo Karl Shuker sul suo sito web. Il resoconto proviene dal giornale Cape Brooklyn Eaglenell'agosto del 1886.

«I pescatori di Gabarus, Cape Breton, si sono esaltati per le apparizioni di una sirena, vista nelle acque da alcuni pescatori pochi giorni prima. Mentre il signor Bagnall, accompagnato da alcuni pescatori, era fuori in barca, osservarono che sulla superficie dell'acqua, a pochi metri dalla barca, galleggiava quello che doveva essere un cadavere. Avvicinandosi con l'intento di portarlo a riva, lo videro muoversi e con loro grande sorpresa, si voltò in posizione seduta, li guardò e scomparve. Pochi istanti dopo riapparve in superficie e li guardò di nuovo, per poi sparire del tutto. La faccia, la testa, le spalle e le braccia assomigliavano a quelle di un essere umano, ma gli arti inferiori avevano l'aspetto di un pesce. La parte posteriore della sua testa era coperta da lunghi capelli scuri che ricordano la criniera di un cavallo e le braccia erano a forma di essere umano, tranne per il fatto che le dita di una mano erano molto lunghe. Il colore della pelle non era diverso da quello di un essere umano. Non vi è dubbio che il misterioso sconosciuto corrisponde a quella che viene definita una sirena ed è il primo avvistamento nelle acque di Cape Breton».

Shuker cita un altro articolo dal quotidiano Daily Kennebec Journal of Augusta, Maine, del 24 giugno 1873:

«Circa nello stesso periodo (1737) un racconto venne da Virgo, in Spagna, dopo che alcuni pescatori sulla costa avevano preso una sorta di tritone grande un metro e mezzo dalla testa ai piedi. La testa era come quella di una capra, con una lunga barba e baffi, una pelle nera, un po' peloso, un collo molto lungo, le braccia corte, le mani più lunghe di quanto dovrebbero essere in proporzione e lunghe dita, con le unghie come artigli;dita palmate e una pinna nella parte inferiore della schiena».

Henry Hudson, esploratore e pioniere del fiume Hudson, testimonia di aver visto una vera sirena vicino alla Russia. Hudson scrisse nel suo diario: «Due membri dell'equipaggio – Thomas Hilles e Robert Rayner – avvistarono una sirena a 75° 7' N, e gridarono al resto dell'equipaggio di andare a guardare». L'esploratore l'ha anche descritta avente una «coda di un delfino maculata come un sgombro».