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venerdì 4 dicembre 2015
LA PERNICE DI MARE
La pernice di mare (Glareola pratincola, Linnaeus 1758), è un uccello della famiglia dei Glareolidae.
Uccello di piccole dimensioni (22–25 cm., 70-90 g.), possiede una struttura corporea molto slanciata, il becco corto e lievemente ricurvo all’ingiù e le zampe molto corte; presenta il dorso di colore marrone, il ventre è chiaro, le zampe e la coda sono nere, la gola ed il petto color crema e delimitati da un collare nero che parte da sotto l’occhio; quando è in volo ha l’aspetto di una grande rondine, le ali sono lunghe e sottili ed inferiormente di colore rossiccio-bruno, il groppone è bianco e la coda forcuta.
I suoi richiami consistono in una serie di striduli e secchi cinguettii.
La pernice di mare è visibile libero in natura, in Europa, Asia, Africa, ed America del Sud, in Italia ci sono rare nidificazioni, sempre nelle vicinanze della costa marina, è un uccello che è quasi impossibile incontrare all'interno.
La pernice di mare vive in Europa, nell’Asia centroccidentale e in alcune aree dell’Africa settentrionale, dove frequenta in prevalenza le distese costiere fangose con bassa vegetazione e i margini di paludi, lagune e saline. Sverna nell’Africa a sud del Sahara. La nidificazione nell’Europa meridionale risulta piuttosto irregolare; in Italia è estiva e nidificante, ma non comune. Riconoscibile dalla coda biforcuta, nera con base bianca, dalle corte zampe nere e dal becco breve e lievemente ricurvo, presenta un piumaggio bruno-verdastro nelle parti superiori, fulvo chiaro in quelle inferiori e bianco sul ventre. Sulla gola si nota un’ampia macchia color crema bordata di nero. Si nutre di insetti di varie specie che cattura in volo, sfruttando la sua agilità e il suo dinamismo. Di spiccate tendenze gregarie durante tutto l’anno, nidifica in colonie deponendo 3 uova in un’unica covata, tra aprile e giugno.
Frequenta soprattutto ambienti pianeggianti, secchi, con vegetazione bassa e rada o del tutto assente, in prossimità di zone umide costiere a livello del mare. All'interno di questi limiti, la nidificazione può verificarsi in un'ampia varietà di zone (incolti, aree sabbiose, ghiaiose, steppose, zone fangose disseccate o di recente prosciugamento, isole all'interno di zone umide ecc.; ma anche aree con coltivazioni che hanno uno sviluppo tardivo rispetto al calendario riproduttivo della specie, ad esempio angurie, soia ecc.).
I siti scelti per la nidificazione non devono avere ostruzioni voluminose che limitino la visibilità, quali alberi, dossi, grossi cespugli, rocce o simili.
Queste aree devono garantire un’ampia disponibilità di cibo per l'intero ciclo riproduttivo. La dieta è a base di insetti, soprattutto locuste, Coleotteri, Odonati, Emitteri, ma anche Lepidotteri, termiti e ragni, che vengono catturati principalmente volando la mattina presto o la sera; ma ci sono osservazioni di individui a caccia di notte con la luce della luna.
Nella regione Paleartica occidentale, la Pernice di mare nidifica nella parte meridionale della Penisola Iberica, nella Francia mediterranea, in Italia, nei Paesi Balcanici, in Grecia, in Turchia e in Russia. La riproduzione si verifica anche nei Paesi del Nord Africa a contatto del Mediterraneo (Libia esclusa) e in Medio Oriente. La distribuzione è estremamente localizzata in tutte le Nazioni, fuorché nella Penisola Iberica e nella parte settentrionale del Mar Nero.
In Italia, la Pernice di mare è sempre stata una specie poco comune. Essenzialmente estiva e migratrice, viene osservata soprattutto nelle zone umide costiere durante la migrazione (marzo-maggio e agosto-ottobre).
In considerazione della scarsità della specie, nel nostro Paese mancano studi approfonditi sulla sua biologia. La riproduzione, anche se ritenuta possibile in diverse località, è stata accertata soltanto in poche regioni: Emilia Romagna, Puglia, Sardegna, Sicilia e Toscana. La nidificazione si verifica solitamente in colonie monospecifiche o in associazione con il Fratino (Charadrius alexandrinus) e il Fraticello (Sterna albifrons); più raramente con il Cavaliere d'Italia (Himantopus himantopus) o in prossimità di coppie di Gabbiano reale (Larus cachinnans).
I primi dati certi sulla riproduzione risalgono alla fine degli anni '40, quando Brandolini (1948, 1952) rileva la presenza di una colonia con circa 50 individui nelle Valli di Comacchio e di un'altra "numerosa" nel Golfo di Oristano (Sardegna). Sino agli anni '70, la presenza della colonia delle valli di Comacchio è stata riscontrata in modo irregolare, mentre non abbiamo più dati per quella del Golfo di Oristano. Tuttavia, in considerazione della successiva evoluzione di queste colonie, della particolare difficoltà di reperire i nidi della specie, della scarsa copertura ornitologica di queste aree (soprattutto di quella sarda), della tendenza della Pernice di mare a rioccupare regolarmente i siti riproduttivi e delle favorevoli condizioni ecologiche, è possibile che queste colonie siano sempre state presenti con continuità per tutto quel periodo.
In particolare, nell'area di Comacchio, alla metà degli anni '70, è stata rilevata la presenza di una popolazione che ha avuto una consistenza massima di alcune decine di coppie e dal 1982 al 1988 hanno nidificato dalle 2 alle 30 coppie. Tra il 1989 e il 1994 non sono state rilevate coppie nidificanti.
Nel 1995 tre coppie hanno nidificato senza successo nelle Valli di Argenta (Ferrara); mentre nel periodo 1996-1998, 13-15 coppie sono state accertate nella Bonifica del Mezzano.
In Puglia, i primi dati sulla nidificazione della specie risalgono al 1955 quando Frugis & Frugis (1963) trovano una importante colonia con "centinaia di individui" nel Lago Salso di Manfredonia. Successivamente, questa colonia ha subito un rapido declino. Infatti, nel 1965, nella stessa zona sono stati notati non più di 20 individui, aumentati a 30-35 nel 1977 (senza che però venissero rinvenuti nidi), ma ridotti a pochi esemplari nei primi anni '80. Invece, negli anni 1988 e 1993 in un controllo delle zone di nidificazione e di altre aree umide della Puglia, la specie non è stata rilevata. Nel corso degli anni '90 la specie è stata notata soltanto nel 1995, quando sono state censite 2-3 coppie a Manfredonia.
In Sardegna, nel periodo 1970-1994 la Pernice di mare ha occupato regolarmente diversi siti del Golfo di Oristano. Si trattava di alcune colonie separate i cui effettivi hanno avuto un totale di 30-50 coppie sino ai primi anni 90; in seguito si è assistito a un calo repentino dei nidificanti. Nel periodo 1992-94 erano presenti 30-35 coppie, circa il 30% della popolazione italiana; nel periodo successivo, in quest’area dell'isola è stata rilevata soltanto la presenza di singoli individui e nessuna coppia nidificante. Un'altra popolazione, che ha avuto un massimo di circa 15 coppie, ha nidificato regolarmente dalla metà degli anni 70 nel Sud dell'isola (Stagno di Cagliari). Questa colonia ha avuto la stessa dinamica della popolazione dell'oristanese: gli effettivi sono diminuiti soprattutto dalla fine degli anni 80 e più recentemente (1997-1999) sono stati osservati soltanto singoli individui.
In Sicilia, dopo varie notizie dubbiose, la nidificazione di tre coppie è stata accertata nel 1974 nel Simeto (Massa, 1978). In seguito, singole coppie e piccole colonie, con un massimo di 9 coppie nel 1987 sono state accertate a Pachino, nelle saline di Trapani, nel Biviere di Gela e nel Siracusano. In quest'ultima area, la nidificazione è confermata per il periodo 1984-1992; mentre negli anni 1995-98 è stata rilevata la presenza regolare di 60 coppie nel Biviere di Gela.
Nelle altre parti d'Italia, la nidificazione è stata riscontrata solo in Toscana nel 1982, con una coppia nel lago di Massaciuccoli.
In base ai dati disponibili, negli anni 70 la popolazione italiana di Pernice di mare è stata di 80-90 coppie. Seppur con piccole fluttuazioni annuali o locali, questo contingente ha mantenuto gli stessi effettivi sino agli inizi degli anni 90, con circa il 30% della popolazione distribuito nelle colonie della Sardegna. Invece, nella seconda metà degli anni 90 è possibile ipotizzare la presenza di circa 80 coppie, di cui il 75% concentrato in solo sito in Sicilia (Biviere di Gela).
L'evoluzione della popolazione italiana della Pernice di mare negli ultimi decenni è stata meno catastrofica che in altre parti dell'Europa e del Mediterraneo. Infatti, al vistoso calo dei contingenti nidificanti in aree storiche, quali Sardegna e Puglia, è corrisposto un apparente incremento della popolazione siciliana. Non è escluso che quest'ultima si sia formata a partire da contingenti originati delle altre zone meridionali del nostro Paese (Sardegna e Puglia, appunto).
La (quasi) scomparsa della popolazione della Sardegna è imputabile soprattutto alla drastica riduzione dell'habitat di nidificazione a disposizione; ma probabilmente anche all'intensificazione delle pratiche agricole e all'incremento dell'utilizzo di pesticidi e insetticidi nelle aree di nidificazione, che hanno ridotto la disponibilità trofica. Infatti, contemporaneamente al calo dei nidificanti della Pernice di mare, nelle stesse aree si è riscontrata anche una importante diminuzione di altre specie insettivore quali l'Averla capirossa, la Calandra e il Gruccione.
In Emilia Romagna per favorire la nidificazione della Pernice di mare sono stati effettuati con successo dal 1996 al 2000 alcuni interventi di gestione mirata in prati umidi (creati su seminativi ritirati dalla produzione per venti anni con il Regolamento CEE 2078/92) situati tra Argenta e Comacchio (Ferrara), area nella quale la pernice di mare ha nidificato fino alla fine degli anni ’80. Poiché per la nidificazione questa specie predilige vaste superfici di terreno con andamento irregolare e con vegetazione scarsa o nulla, caratteristiche dei fondali di alcune paludi in corso di prosciugamento o dei prati umidi salmastri, si è proceduto ogni anno, a partire dal 1996, ad una lavorazione superficiale del terreno tra la fine di aprile e l’inizio di maggio su almeno 2 ettari emersi di prati umidi creati ex novo. Questa operazione, effettuata su suoli con moderata salinità, ha determinato una lenta ricrescita della vegetazione erbacea e quindi la permanenza di un ambiente idoneo alla nidificazione, permettendo l’insediamento delle coppie e la deposizione delle uova durante il mese di maggio-inizio giugno. I radi cespi di graminacee alofile che si sviluppano nei due mesi successivi alla lavorazione del terreno costituiscono inoltre un rifugio per i pulcini fino al momento dell’involo.
E il risultato è che tutte le coppie nidificanti in Emilia Romagna a partire dal 1997 si sono riprodotte in questo habitat artificiale, ricreato al preciso scopo di favorire la Pernice di mare. Un risultato non da poco per una specie così minacciata.
lunedì 12 ottobre 2015
I VORTICI
Esistono quattro mega vortici situati nell’oceano Indiano, a nord ovest dell’Australia. Il più impressionante di questi giganteschi vortici anticiclonici, chiamati in inglese eddies mesoscale, e che si muovono in senso orario nel nostro emisfero e antiorario in quello boreale, muove una massa d’acqua la cui superficie totale è pari alle aree di Lombardia, Sicilia e Veneto messe insieme, e sprofonda per più di 1000 metri nell’oceano. Si muove molto lentamente, si ritiene si sia formato a causa dello spostamento di correnti di acqua fredda e salata, che tendono a scendere verso il fondo e di quelle calde e a minore salinità, che salgono verso la superficie e che si spostano dal Pacifico verso l’Africa meridionale. Si parla di una portata d’acqua 250 volte più ampia di quella del Rio delle Amazzoni. L’acqua fredda e salata precipitando verso il fondo come in un una catarrata crea, nell’incontro con una corrente di acqua calda e salata che tende a salire verso la superficie, un vortice. Si parla infatti di circolazione termoalina, ed è nel mare della Groenlandia, che la circolazione oceanica globale ha il suo settore chiave.
Le osservazioni scientifiche del fenomeno dei vortici nell’oceano Indiano, scoperto nell’ultimo lustro, si stanno dimostrando molto utili anche per lo studio dei fenomeni meteorologici che si formano proprio in quella zona del Pacifico e che influenzano le condizioni atmosferiche di Australia e zone limitrofe.
Michael Bernitsas, ingegnere dell’università del Michigan, ha messo a punto il primo dispositivo in grado di generare energia elettrica sfruttando la forza delle correnti ed i vortici creati dalle stesse.
Il dispositivo si chiama VIVACE che è l’acronimo di Vortex Induced Vibrations for Aquatic Clean Energy e si basa sullo sfruttamento delle vibrazioni provocate dai vortici che si creano con lo scorrere delle correnti anche di soli 2 nodi. Solitamente questo tipo di vibrazioni sono origine di danni anche molto gravi a ponti e piattaforme marine ed è questa la prima volta che la ricerca invece di cercare di eliminare il problema, lo amplifica e addirittura lo ricrea in laboratorio con il fine costruttivo di creare energia pulita, rinnovabile e su larga scala.
Grazie a un progetto di ricerca sui neutrini dell‘Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è stato possibile osservare per la prima volta nel Mediterraneo la presenza di estese catene di vortici marini alla profondità di oltre i 2500-3000 metri, nel cuore degli abissi del “mare Nostrum”. In pratica si tratta di grandi strutture d’acqua, del diametro di circa 10 chilometri, lentamente in moto alla velocità di circa tre centimetri al secondo. Lo studio è stato effettuato da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Fisica Nucleare di Roma e Catania e dei Laboratori Nazionali del Sud. Le misure oceanografiche svolte nell’ambito dell’esperimento denominato “Nemo” (Neutrino Mediterranean Observatory), che prevede la realizzazione di un apparato strumentale per la rivelazione su fondali oceanici del passaggio di neutrini di alta energia provenienti dallo spazio profondo, hanno indagato il mar Ionio a una profondità di 3.500 metri.
“Lo scopo di Nemo è riuscire a vedere il risultato delle interazioni dei neutrini, che sono particelle che interagiscono molto poco e quindi hanno bisogno di tanta materia per dare luogo a qualche evento che produca particelle elementari che provino il loro passaggio” – come spiega Antonio Capone, uno degli studiosi dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. I dispositivi dell’esperimento “Nemo” sono collocati sul fondale marino in modo che l’acqua funzioni da “schermo” rispetto ai raggi cosmici, le cui interazioni con la strumentazione potrebbero fornire dei falsi positivi, mentre si dà la caccia ai neutrini. E’ stata così posizionata una serie di strumenti per la misura delle correnti e della temperatura, raccogliendo lunghe serie temporali annuali di dati. L’analisi di questi dati ha messo in luce la presenza di queste grandi catene di vortici marini profondi che la comunità oceanografica non si attendeva in un bacino chiuso come il Mediterraneo.
Si tratta di vortici che a quella profondità non si sono mai riscontrati, se non negli oceani. Potrebbero essere arrivati lì da lontano, come se fossero stati trasportati da una sorta di fiume sottomarino e in questo senso possono dirci qualcosa sia sull’acqua del luogo da cui provengono. Di certo la scoperta di questi insoliti vortici, per giunta molto grandi (più di quanto si poteva immaginare), ha spiazzato oceanografi e tanti altri studiosi. Tali formazioni vorticose possono essere definite insolite o addirittura anomale per un mare chiuso come il Mediterraneo, ma non di certo per un oceano, come l’Atlantico o il Pacifico. Ad esempio, quando le acque del Mediterraneo attraversano lo stretto di Gibilterra, si vanno a inabissare nell’Oceano Atlantico formando grandi vortici lentiformi che si propagano a circa 1.500 metri di profondità, perché le acque del nostro mare hanno una densità maggiore rispetto a quelle oceaniche atlantiche. Secondo Giueppe Manzella, oceanologo dell’Enea, uno dei principali enti di ricerca italiano, “Un fenomeno di questo genere potrebbe essersi verificato anche nel caso del sistema Adriatico-Mediterraneo durante lo scorso inverno, infatti, si sono formate nell’Adriatico delle acque più dense, che quindi tendono a inabissarsi verso il fondo del mare. Queste acque più pesanti una volta uscite dal bacino Adriatico, probabilmente si sono disposte secondo una configurazione lenticolare, che solitamente è dello spessore di poche centinaia di metri, e hanno cominciato a ruotare per effetto della rotazione terrestre ma anche in seguito alla dinamica della stessa uscita dal bacino. Si tratta di fenomeni che, normalmente, possono sopravvivere qualche mese prima di disperdersi e che rappresentano per il mare un elemento di vitalità, dato che portano con sé delle quantità supplementari di ossigeno”. Di questi vortici, comunque, non è stata ancora chiarita l’origine.
Gli autori di questa interessante ricerca non escludono un’origine abbastanza remota legata a processi di instabilità fluidodinamica nelle acque dell’Adriatico, come è stato spiegato, o anche del mar Egeo. Questi processi darebbero appunto luogo a strutture rotanti e lentiformi in grado di percorrere centinaia di chilometri senza perdere le loro caratteristiche dinamiche e idrografiche. Ma questi vortici potrebbero essere generati anche dall’interazione di opposte correnti marine, derivate da forti “gradienti di densità e salinità” che scorrono lungo gli abissi. Nel Nord Atlantico, attorno alla Groenlandia e nel mar di Norvegia, ed attorno alla Penisola Antartica, nel Mare di Weddel e di Ross, l’acqua alla superficie diventa talmente densa che scivola fino al fondo dell’oceano, verso gli abissi. Sul fondo, le correnti si organizzano in grandi fiumi che attraversano gole sottomarine e scorrono lungo i fianchi delle scarpate continentali e delle grandi dorsali oceaniche. Esse costituiscono l’analogo abissale delle grandi correnti superficiali oceaniche, come la Corrente del Golfo, ma hanno una velocità alquanto inferiore, pochi centimetri al secondo. Con questo moto lentissimo le correnti abissali immettono sul fondo di tutti gli oceani acque di origine polare che mescolandosi con acque meno fredde raggiungono una temperatura di circa +1° +2°.
sabato 12 settembre 2015
IL DELFINO ROSA
Un delfino tutto rosa è fotografato in un lago della Louisiana, per quello che è un avvistamento davvero unico. Si tratta di un animale albino, notato per la prima volta nel 2007 da Erik Rue, un pescatore della zona. Negli anni gli avvistamenti si sono ripetuti ed è lo stesso uomo a raccontarne la storia: "L'ho visto che era un piccolo e adesso è cresciuto di alcuni metri".
Il web ha subito adottato il mammifero che lo ha battezzato Pinky: è un tursiope albino ma, ed è questa la particolarità, la specie, in caso di albinismo, presenta infatti una colorazione rosa anzichè bianca, oltre che un paio di occhi rossi, come si vede nella foto della National Wildlife Association.
L'inia è il delfino più colorato del mondo. Il colore brillante della sua pelle non è dovuto alla pigmentazione , ma dalla presenza di numerosi vasi sanguigni che traspaiono sotto la pelle. La ricca vascolazione serve a regolare la temperatura corporea sotto lo sforzo liberando calore. Appena nato però è nero, per poi diventare grigio man mano che cresce, e infine rosa nella maturità.
L'inia, nome scientifico Inia geoffrensis della famiglia Iniidae è un cetaceo odontoceta (ovvero provvisto di denti al contrario delle balene che sono cetacei misticeti cioè privi di denti) d'acqua dolce, tipico del Rio delle Amazzoni e dei bacini idrografici dell'Orinoco e dei loro principali affluenti. Si ritrova pertanto in Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela, vale a dire in tutti i paesi dove scorrono questi fiumi.
Le tre sottospecie oggi riconosciute considerano la diversa localizzazione geografica di questi delfini: Inia geoffrensis geoffrensis occupa tutta la parte centrale del rio delle Amazzoni; Inia geoffrensis humboldtiana si ritrova nel bacino dell'Orinoco in Venezuela e Colombia e Inia geoffrensis boliviensis come dice il nome stesso in Bolivia.
Il suo habitat è rappresentato non solo dal corso principale del fiume ma anche dai piccoli canali, dalle foci, dai laghi e anche appena al di sotto di cascate e rapide. In pratica la presenza del delfino rosa in una zona piuttosto che in un'altra è determinata esclusivamente dalla presenza di cibo quindi dal livello dell'acqua: durante la stagione secca l'inia si concentra nei canali principali più ricchi di acqua mentre durante la stagione delle piogge si sposta senza problemi anche nei bracci secondari, avventurandosi anche nelle pianure alluvionali e nelle foreste allagate.
E' stato osservato che esiste una preferenza di habitat tra maschi e femmine di delfino rosa: mentre i maschi tendono a rimanere nei canali principali, con un livello dell'acqua molto alto, le femmine tendono con i piccoli a stare nelle zone più interne. Questo sembra sia dettato dal fatto che nelle acque secondarie le correnti sono meno impetuose e quindi i piccoli corrono minor pericolo inoltre le catture dei pesci sono più facili e quindi anche l'insegnamento; inoltre possono essere aggrediti con minor frequenza sia dai maschi adulti oltre che da altri predatori.
In pratica la sua presenza è limitata solo dal mare, dalle rapide, dalle cascate, dai fondali troppo bassi coprendo una superficie pari a circa 7 milioni di kmq.
Le inia presentano dimorfismo sessuale in quanto i maschi sono più grandi delle femmine e questa caratteristica è unica tra le diverse specie di delfini di fiume dove in genere sono le femmine più grandi dei maschi.
Il colore del corpo è in relazione all'età dell'animale: gli esemplari giovani sono di colore grigio scuro mentre gli adulti tendono ad essere rosati o chiazzati di rosa ed i maschi sono in genere più rosa delle femmine. Si pensa in ogni caso che la colorazione del corpo dipenda molto sia dalla temperatura, che dalla limpidezza dell'acqua che dalla zona geografica.
Ad una prima occhiata sembrerebbe che l'inia sia un animale tozzo, sgraziato e poco agile in quanto non difetta certo di peso. In realtà è un animale particolarmente agile e presenta la caratteristica di essere privo di vertebre cervicali cosa che porta con se il vantaggio che può girare la testa in tutte le direzioni.
Ha pinne pettorali triangolari inserite nel corpo non per tutta la loro larghezza cosa che consentono al delfino inia di muoversi con maggiore libertà ed agilità consentendo una grande navigabilità potendosi muovere senza problemi in tutte le direzioni a discapito però della velocità. La pinna dorsale è piccola e di forma triangolare.
Non sono dei delfini particolarmente veloci tanto la velocità massima è di 15-20 km/h (la media è di 1,5-3,2 km/h) che però possono sostenere anche per un discreto periodo di tempo.
Hanno un rostro molto allungato rispetto a quello che siamo abituati a vedere nei delfini di mare. Hanno occhi piccoli anche se hanno una buona visione.
La pelle del corpo in genere forma numerose pieghe, anche nella testa. Hanno una buona dentatura e sono eterodonti vale a dire che hanno i denti diversi a seconda della loro posizione, come nell'uomo.
Le inia sono animali solitari e gli unici gruppi sono quelli formati dalla madre con i suoi piccoli (in genere la madre con due piccoli di età diverse). Tuttavia è possibile che per brevi periodi di tempo, si possano creare dei piccoli gruppi finalizzati all'accoppiamento o all'alimentazione anche se si è visto in cattività, che non vengono stabilite delle gerarchie all'interno dei gruppi. La inia può però associarsi con animali diversi dalla sua specie quali ad esempio la sotalia (Sotalia fluviatilis), un'altra specie di delfino fluviale, o la lontra gigante (Pteronura brasiliensis) per cacciare assieme.
E' stato osservato che la inia è un cetaceo molto attivo sia di giorno che di notte ed è un animale particolarmente socievole e giocherellone tanto da lasciarsi avvicinare senza problemi da chiunque (vedi video sotto) anche se è molto più difficile da addomesticare rispetto ai delfini tursiopi.
Le inia non sono dei cetacei che amano cambiare spesso il luogo che sono soliti frequentare tanto che sono considerati animali sedentari. In ogni caso le loro migrazioni sono legare al livello dell'acqua, quindi all'andamento delle stagioni che ovviamente condiziona la maggiore o minore presenza di cibo.
Le inia, come tutti i delfini usano l'ecolocalizzazione (lo stesso meccanismo dei sonar che sfrutta la riflessione delle onde sonore) per individuare ostacoli, capire come sono strutturati i fondali e localizzare la preda. In pratica l'inia emette dei suoni ad una frequenza tra 16-170 Hz che sono anche utilizzati per comunicare tra individui della stessa specie.
La inia ha una dieta estremamente varia e si è visto che comprende una quarantina di specie diverse di pesce di dimensioni comprese tra 5-80 cm (media 20 cm) comprese le tartarughe di fiume in quanto la loro dentatura è talmente forte da consentirle di rompere anche un carapace o un guscio di un granchio.
La dieta del delfino rosa varia in funzione della stagione infatti durante il periodo delle piogge, quando diventa più difficile catturare il pesce data la grande abbondanza di acqua e quindi il pesce è più sparpagliato, si accontentano di quello che trovano mentre durante la stagione secca, quando la densità dei pesci è più elevata, diventano molto più selettivi.
La inia è un cacciatore solitario e normalmente caccia la mattina tra le 9,00 e le 10,00 oppure il primo pomeriggio tra le 15,00 e le 16,00. Alle volte forma delle rapide società con un'altra specie di delfino fluviale la sotalia (Sotalia fluviatilis) o la lontra gigante (Pteronura brasiliensis) per cacciare il pesce in maniera coordinata, specialmente quando si tratta di banchi. Questa caccia è favorita dal fatto che i gusti di ciascuna specie di fatto sono molto diversi per cui alla fine della caccia non c'è competizione su ciò che deve mangiare una specie rispetto all'altra.
Circa le abitudini sessuali di questo delfino rosa si sa molto poco. E' stato osservato in cattività che i maschi sono molto aggressivi nei confronti delle femmine all'atto dell'accoppiamento. Questo è stato evidenziato anche dal fatto che tutti i maschi presentano sia cicatrici dovute a morsi sia le pinne danneggiate e questo fa supporre che in natura la lotta per accoppiarsi con una femmina deve essere abbastanza dura e cruenta. Questa conclusione fa supporre pertanto che le inia non sono dei cetacei monogami.
Le osservazioni sulle loro modalità di accoppiamento sono state osservate in cattività dove si è visto che il maschio corteggia la femmina, girandole attorno, mordicchiandola. Se una femmina non è in calore a queste attenzioni del maschio risponde in maniera aggressiva. Il maschio però è particolarmente tenace ed insiste fino a quando non ottiene di accoppiarsi. Sempre in cattività è stato osservato che nel giro di 3,5 ore si accoppiano una cinquantina di volte ed in diverse posizioni.
Le femmine diventano sessualmente mature quando raggiungono una lunghezza di 160-175 cm mentre i maschi ad una lunghezza di circa 200 cm che corrispondono entrambe a circa 5 anni di età del delfino rosa.
In genere gli accoppiamenti avvengono tra giugno - agosto e dopo circa 11 mesi nasce un solo piccolo del peso di 6-7 kg lungo circa 80 cm. Le nascite avvengono pertanto nel periodo in cui i fiumi sono ricchi di acqua (maggio-luglio) e quindi le femmine si possono spostare nei canali laterali. Questo fatto porta con se diversi vantaggi: via via che le acque si abbassano si ha una maggiore concentrazione di pesce e quindi diventa più facile pescare sia per la madre che per il piccolo.
I piccoli di delfino rosa sono allattati per circa un anno ma restano con la madre almeno sino ai 3 anni e questo comporta che spesso la madre sia incinta mentre allatta il piccolo.
Di fatto non ha nemici naturali. Alle volte il caimano nero (Melanosuchus niger) o l'anaconda o i giaguari o il pesce gatto (famiglie Cetopsidae e Trichomycteridae) possono disturbarla.
La Inia geoffrensis è classificata nella Red list dell'IUNC tra gli animali DATA DEFICIENT (DD) vale a dire che non vi sono informazioni adeguate per effettuare una valutazione diretta o indiretta del suo rischio di estinzione in base alla sua distribuzione e/o allo stato della popolazione. Infatti nelle zone nelle quali l'inia è studiata si hanno abbondanti informazioni tuttavia queste zone sono solo una piccolissima area poco rappresentativa dell'estensione territoriale di questo cetaceo ed è per questo motivo che la sua valutazione viene considerata "dati insufficienti".
La specie si trova elencato nell'Appendice II del CITES (Convenzione sul commercio internazionale di specie di fauna e flora minacciate d'estinzione, nota semplicemente come "Convenzione di Washington") che include le specie non necessariamente minacciate di estinzione, ma il cui il commercio deve essere controllato al fine di evitare uno sfruttamento incompatibile con la loro sopravvivenza.
E' stato osservato che anche se il tipo di pesce che mangia non è una varietà particolarmente pescata, in realtà questo delfino rosa è visto come una calamità dai pescatori in quanto squarcia le reti dei pescatori per rubare il pesce.
Gli indigeni dell'Amazzonia, prevenuti da varie superstizioni, in genere non cacciano l'inia; solo in Brasile in rari casi per ricavarne olio. Ma la crescita di insediamenti, in maggioranza da parte di persone non soggette ai tradizionali tabù, ha comportato un notevole aumento delle uccisioni di questi curiosi e interessanti cetacei. Numerose inie sono tenute in cattività da delfinari nordamericani (una è ancora a Duisburg in Germania): vi vivono anche più di 10 anni. Un parto si è avuto nello zoo di Fort Worth, Texas, ma il piccolo è morto poco dopo la nascita.
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