domenica 24 gennaio 2016

CAPRI



Capri è un'isola nel golfo di Napoli, situata di fronte alla penisola sorrentina.
Il nome deriverebbe dal greco kàpros, ossia cinghiale, collegato al latino capreae, capre (in antichità l'isola era nota come Caprae).

La colonizzazione greca di Capri e dell'intera Campania affonda le sue origini nella leggenda. Non fu un processo omogeneo, come ben testimoniato dalla differenziazione dei culti e dei racconti leggendari delle varie colonie: Capri, Sorrento e, in generale, il versante orientale del Golfo di Napoli, erano legati al culto delle sirene, mentre il versante occidentale, con Pithecusa (Ischia), dipendeva storicamente e religiosamente da Cuma ed era fedele al culto di Apollo oracolo.

È Ulisse, l'eroe leggendario dell'Odissea, l'emblema dei coraggiosi marinai che, attraverso rischiosi e lunghi viaggi, giunsero in Sicilia e nell’Italia meridionale, creando così le prime comunità greche. L'opera omerica non sembra pura invenzione poetica, dal momento che pare essere confermata anche dalla toponomastica. E anche la successiva tradizione letteraria colloca la maggior parte delle avventure dell’Odissea in Sicilia e nel versante occidentale dell’Italia meridionale. Le Sirene, ad esempio, vengono descritte da Servio, nel suo Commento all'Eneide (In Aen., 5, 864), come creature metà uccello e metà donna (una cantava, una suonava il flauto e una la lira) che sarebbero vissute prima a Pelorias e poi a Capreae (antico nome dell'isola), adescando i marinai con i loro canti (ma Servio, più realisticamente, annota che si trattava di prostitute che mandavano in rovina i marinai).

La presenza dello scoglio delle Sirene a Marina Piccola è frutto forse della fantasia di qualche erudito del Settecento venuto a conoscenza del commento di Servio. È anche vero, però, che l'idea che le Sirene risiedessero a Capri è favorita dalle caratteristiche naturali dell'isola, ricca di distese verdi e di pericolosi precipizi che la rendono tanto simile alla descrizione di Omero e all'isola fiorita descritta da Esiodo.

A partire dall'VIII secolo a.C., i Greci cominciarono a percorrere tutto il Golfo di Napoli e, secondo Livio (8, 22, 5-6), si insediarono inizialmente sull'isola di Ischia e, sulla terraferma, a Cuma; solo più tardi giunsero a Capri.

La storia della colonizzazione, inoltre, lega leggendariamente Capri al popolo dei Teleboi, abitanti delle coste dell’Acarnania e delle isole greche dello Ionio. Virgilio, infatti, narra nell'Eneide che uno dei nemici di Enea era Ebalo, figlio della ninfa Sebetide e di Telone, re dei Teleboi di Capri e signore di gran parte della Campania:

« Nec tu carminibus nostris indictus abibis
Oebale quem generasse Telon Sebethide nympha
fertur, Teleboumque Capreas cum regna teneret
iam senior ... »
(Virgilio, Aen., VII, 733ss.)
Nel VII e VIII secolo a.C. tutta la vita politica e marittima del Golfo di Napoli gravitava intorno a Cuma, mentre Capri non ebbe una funzione altrettanto importante. Lo storico Strabone racconta che "nei tempi antichi a Capri vi erano due cittadine in seguito ridotte ad una sola" (Geografia, 5, 4, 9, 38).

Sicuramente una delle due cittadine era collocata dove sorge l'odierna Capri. Ciò è confermato dalla presenza di resti delle mura di fortificazione, costruite con grandi massi di calcare pseudopoligonale nella parte inferiore e da blocchi squadrati nella parte superiore, visibili dalla terrazza della funicolare e in un tratto alle falde del Castiglione; questi, insieme ad altri tratti andati ormai distrutti, chiudevano l'antico abitato (V-IV secolo a.C.). Sembra, inoltre, che la prima cittadina fosse anch'essa il risultato di due nuclei: uno, in alto, tra il monte San Michele e il Castiglione e l'altro in prossimità del porto.

Per quanto riguarda la seconda cittadina, tante ipotesi sono state avanzate, ma la più attendibile è quella che la riconduce ad Anacapri in base anche all'esistenza della Scala Fenicia che la collegava al porto.

Fin dalla sua prima colonizzazione, quindi, la naturale conformazione dell’isola portò alla creazione di due comunità, una a levante con alture degradanti verso le marine a settentrione e meridione, e una a ponente costituita da un grande altopiano, dalle scoscese pendici del Solaro e priva di possibilità di approdo.

Fu così che l'isola di Capri ebbe un abitato alla marina (Capri) e uno sul monte (Anacapri), come le isole greche dell'Egeo. A differenza di Capri che aveva due marine d'approdo (la Grande e la Piccola), Anacapri ne era priva e dovette cercare un collegamento con la marina dell'altra cittadina attraverso un sentiero rupestre che diede origine alla Scala Fenicia; scavata in parte nella roccia, la scala risale tortuosamente il ripido pendio, congiungendo il porto ad Anacapri. Da rilevare che, nonostante la sua denominazione, non può essere stata realizzata dai fenici, ma fu opera dei coloni greci.

Il ruolo rivestito da Capri in epoca romana fu notevole. La svolta che segnò la storia dell'isola fu nel 29 a.C., quando Cesare Ottaviano, tornando dall'Oriente, sbarcò a Capri dove, secondo il racconto di Svetonio, una quercia vecchissima cominciò a dar segni di vita. Il futuro Augusto, interpretando questo come un segno favorevole, tolse Capri dalla dipendenza di Napoli (sotto la quale viveva dal 328 a.C.), dando in cambio la più grande e fertile isola di Ischia e facendola diventare dominio di Roma (Vitae Caesarum, 2, 92).

Fu così che la comunità greca presente a Capri venne a contatto con quella romana e l'isola iniziò la sua vita imperiale, diventando il soggiorno prediletto di Augusto e dimora di Tiberio per dieci anni, centro quindi della vita mediterranea di Roma. Oltre all'interesse per la raccolta di fossili ed armi preistoriche, ad Augusto si devono la nuova costituzione giuridico-amministrativa dell'isola, affidata come patrimonium principis a liberti procuratores, e le prime fabbriche imperiali.

Nel racconto di Svetonio sull'ultimo viaggio di Augusto (Vitae Caesarum 2, 98, 4) si narra che egli fosse solito chiamare la città Apragopolis, cioè "città del dolce far niente", e con quel nome venisse battezzata tutta l'isola, o perlomeno la parte di essa dove sembrava fosse situata anche la tomba del suo fondatore Masgaba.

Augusto morì a Nola nell'agosto del 14 d.C. Suo successore fu Tiberio il quale tanto ereditò la predilezione per Capri, che vi si trasferì per dieci anni, abbandonando la dimora imperiale di Roma.

L'isola, priva di porti naturali, ma ricca di scoscesi dirupi, piacque al nuovo imperatore per la sua naturale inaccessibilità. Ben presto, però, la necessità di essere continuamente in contatto con il governo e la flotta di Miseno lo fecero ricredere; di conseguenza sentì l'esigenza di creare un porto alla "Grande Marina", dove la spiaggia meglio lo consentiva e dove ancora sorge: la presenza di alcuni resti dell'antico porto lungo le pendici di Palazzo a mare ne fanno però supporre l'esistenza già in epoca di Augusto. La nuova infrastruttura e l'eccelsa Torre del Faro a villa Jovis, destinata a trasmettere e ricevere notizie dal faro del Capo Atheneo (nella penisola sorrentina) e da quello di Miseno, attraverso fumate e fuochi, permisero una migliore comunicazione dell'isola con l'impero.

Durante un viaggio lungo le coste campane e laziali, un malore costrinse Tiberio a fermarsi in una villa a Miseno, dove morì il 16 marzo del 37 d.C.




Merito di Augusto e Tiberio fu la costruzione di numerose ville imperiali. Le tre più importanti furono villa Jovis, Damecuta e Palazzo a Mare. Quest'ultima, secondo Maiuri, fu residenza ufficiale di Augusto, preferita al nucleo residenziale di Torre per la sua vicinanza all'approdo e la sua collocazione all'ombra e in luogo poco ventilato (fattori favorevoli alla cagionevole salute dell'imperatore).

Le notevoli dimensioni delle nuove ville e l'aumento della popolazione comportarono la realizzazione di cisterne per l'approvvigionamento idrico mediante la raccolta di acqua piovana.

Diverse soluzioni interessarono le ville capresi, come quella di villa Jovis, dove più cisterne vennero riunite nel corpo centrale della villa. Ma, per la maggior parte, erano cisterne scavate nel vivo della roccia, ricoperte di buon intonaco signino a tenuta idraulica, intercomunicanti e intramezzate da muri per meglio permetterne l'utilizzazione e la distribuzione, provviste, le più vaste e profonde, di vasche di sedimentazione e di scale di discesa per l'annuale svuotamento e rinettamento, coperte da una volta che funzionava da piano raccoglitore.

Oltre le cisterne delle ville venne realizzato un pubblico serbatoio nella località di Soprafontana o di Maruscello.

Per quanto riguarda l’abitato, Maiuri parla di uno spostamento della popolazione verso la marina, lungo le contrade Aiano, Campodipisco, Villanova e Truglio, dove sorgerà la chiesa di San Costanzo.

Con la fine dell'epoca imperiale, Capri ritornò a far parte dello Stato napoletano e iniziò a diventare il centro di scorrerie e di saccheggi da parte di pirati, ben motivati dalla posizione dell'isola sulla rotta fra Agropoli ed il Garigliano.

Nell'866 passa sotto il dominio di Amalfi, per decisione dell'imperatore Ludovico II, che desiderava premiare gli amalfitani per i servigi offertigli nella lotta contro i saraceni nella liberazione del vescovo di Napoli Attanasio, imprigionato da Sergio duca di Napoli nell'isola di Megaride, attuale Castel dell'Ovo. La dipendenza di Capri ad Amalfi, che aveva rapporti frequenti con l'Oriente, è particolarmente evidente nell'arte e nell'architettura, nelle quali furono introdotti, sui saldi stilemi classici, moduli bizantini ed islamici (come l'impiego delle volte estradossate).

Nonostante questi diversi influssi artistici, quattro chiese sono riuscite a conservare i loro originari caratteri e la loro semplicità, rimanendo incontaminate da rifacimenti posteriori: la Chiesa di Sant'Anna, quella di San Michele, quella di Santa Maria di Costantinopoli e la parrocchia di San Costanzo.

Nel 987 venne consacrato il primo vescovo caprese per ordine di Papa Giovanni XV, nella chiesa di San Costanzo, prima cattedrale dell'isola, sorta nel borgo medievale e intorno alla quale si raccoglieva la popolazione che risiedeva presso Marina Grande.

Capri, abbandonata a sé stessa e flagellata da numerose scorrerie musulmane, vide i propri abitanti costretti ad abbandonare Marina Grande per rifugiarsi sulle alture ai piedi del Castiglione. A quanto pare, però, quest'ipotesi sembra sia stata messa in discussione dall'esame del disegno cartografico opera del geografo arabo Edrisi, nella quale è evidente la presenza di una zona abitata intorno al porto. La stessa presenza, tra l'altro, della chiesa di San Costanzo fa pensare che la popolazione, avvistata una nave saracena, si mettesse in salvo dietro le mura della città alta e nella grotta di Castiglione, pregando San Costanzo suo protettore.

Con gli Angioini, Capri ebbe il suo primo signore nel conte Giacomo Arcucci, che nel 1371 fondò la Certosa di San Giacomo nella valle fra il Castiglione e il Monte Tuoro, su un territorio donato dalla regina Giovanna I, prima regale protettrice della casa angioina. Numerosi furono i privilegi concessi dalla monarca e da diversi papi alla Certosa, i cui monaci, grazie al prestigio acquisito, poterono rivestire un ruolo politicamente e socialmente influente.

Intanto, sull'isola continuavano a configurarsi due realtà urbane, opposte "l'una all'altra come due isole", come afferma Berardi, "spazio plurale per decisione culturale più che per conformazione geografica e dunque per costruzione storica più che per natura". L'astio si trasformò in concorrenza nei vantaggi fiscali e alimentari.

Per quanto riguarda l'insediamento medievale, esso trova collocazione a brevissima distanza da Marina Grande dove è situata la coeva chiesa di S. Costanzo (anche se non ne esiste alcuna testimonianza diretta), mentre in seguito si trasferì tra le pendici del Monte San Michele e quelle del Monte Solaro.

Quest'ultimo agglomerato urbano è stato interessato da due distinti fenomeni di formazione urbana, come viene mostrato da Berardi, dei quali uno, il settore orientale, è da considerarsi originario, mentre il secondo, il settore occidentale, che si sviluppa intorno al Palazzo Arcucci, poi diventato Palazzo Cerio, sarebbe dovuto ad una evoluzione successiva, frutto di un potere non locale legato all'ammiraglio del Regno di Napoli. Tra questi due insediamenti, fra il XVII e il XVIII secolo, venne creata un'area di continuità rappresentativa: la piazza.

Il settore orientale (via Longano, via Sopramonte e via Le Botteghe) costituì inizialmente la totalità dell'abitato formatosi forse intorno alla chiesa della Madonna delle Grazie, quando la scarsa popolazione della piana di S. Costanzo decise di trasferirsi sulle alture, per potersi difendere dalle incursioni dal mare. L'insediamento è definito, a nord, dalle mura greche, sulle quali si sono impostate quelle medioevali, costituite dai fronti stessi delle costruzioni, il che è una costante del sistema difensivo locale. A sud, che corrisponde a via Le Botteghe, troviamo probabilmente disposte due porte, una a sud-est nell'innesto con via Fuorlovado ed una a nord all'imboccatura della piazzetta. La densità abitativa, in modo diverso, diventa più sporadica a nord-est, sul pendio ripido del monte San Michele, e a sud-est sul versante che scende verso la Certosa. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che la ripidità del terreno costituiva, insieme al monastero ben fortificato, un elemento di difesa difficilmente raggiungibile dal mare.

Il sistema risulta organizzato da strutture che rendono legati gli edifici che lo compongono: la via spesso corre al disotto delle case mentre queste ultime, che la scavalcano, comunicano tra di loro, in modo indipendente, anche al di sopra di essa. A quanto pare, la città, consapevole dell'insufficienza di qualunque difesa, escogitò un modo per potersi segmentare in infiniti punti a livello del suolo, attraverso i suoi innumerevoli e minuscoli vicoli curvilinei che, al momento opportuno, era possibile chiudere per poter poi comunicare a livello superiore. È come se ad una città di strade ne fosse sovrapposta un'altra, le cui parti sono collegate da sistemi indipendenti che creano una città superiore, anche grazie alla complicità dei cittadini che potevano percorrere l'intero insediamento dopo aver bloccato i vicoli sottostanti ai nemici.

Il versante occidentale, sviluppatosi oltre il Largo Cerio, verso via Madre Serafina, si organizzava differentemente: era legato ai nobili e alla Corte, era sede di una società diversa di patrizi, dei loro seguiti e dei loro ospiti, lentamente emersa nel corso del XIV secolo. Nello stesso Largo, in corrispondenza del quale troviamo la scalinata che lo collega alla piazzetta, doveva in quell'epoca essere situato il convento di Santo Stefano di cui si dice che la torre campanaria sia ciò che resta.

Il 24 ottobre 1496 Federico I di Napoli stabilì la parità tra Capri ed Anacapri, riconoscendo a questa le stesse franchigie ed immunità dell'altra, separandone le amministrazioni e le rendite, atto confermato poi dal Generale Consalvo di Cordova il Gran Capitano, primo viceré della dinastia spagnola di Ferdinando il Cattolico.

Come tutta la penisola Sorrentino-amalfitana, l'isola di Capri farà parte dell'antico e prestigioso Principato di Salerno.

Intanto, le continue scorrerie dei pirati degenerarono durante l'impero di Carlo V ed il governo del suo grande viceré Don Pietro di Toledo, quando le flotte corsare guidate dallo spietato Kheir-ed-Din, soprannominato il Barbarossa, saccheggiarono e incendiarono Capri non meno di sette volte. La peggiore incursione si ebbe nel 1535, quando il Barbarossa si impadronì di Capri ed incendiò il castello di Anacapri, le cui rovine da allora recano il nome di Castello Barbarossa. Nel 1553 una seconda invasione, che si risolse nel saccheggio e nell'incendio della Certosa, fu compiuta dall'ammiraglio Dragut. Il pericolo di incursioni come queste portò Carlo V ad autorizzare gli abitanti a girare armati, e nuove torri vennero costruite a difesa dell'isola, accanto a quelle già esistenti del Castiglione e di Torre Materita.

Solo la conquista da parte della Francia degli stati barbareschi nel 1830 pose fine alla pirateria.

Il XVII secolo vede Capri afflitta da numerosi contrasti interni, a noi noti grazie alle numerose rimostranze inviate dai vescovi dell'isola alla sede pontificia ed ai viceré di Napoli contro il capitano del re o contro i monaci della Certosa. Contraria a queste lotte per i beni mondani fu suor Madre Serafina, che, votata alla povertà e alla carità, fondò un ramo dell'ordine delle carmelitane e fece costruire il primo convento a Capri con la piccola eredità ricevuta dalla madre e dallo zio (suoi genitori spirituali, morti a causa della peste del 1656) e con gli aiuti ricevuti dall'arcivescovo di Amalfi e dal viceré di Napoli. La cerimonia di inaugurazione si ebbe nel 1678. Annessa al convento di Santa Teresa era la chiesa del Salvatore inaugurata nel 1685, opera dell'architetto Dionisio Lazzari.

Negli anni successivi, tra 1673 e il 1691, la religiosa fondò altri cinque conventi sulla terraferma ed un altro ad Anacapri mantenendo così una promessa fatta all'arcangelo Michele, che nel liberare Vienna dai Turchi aveva ascoltato una sua preghiera. Di quest'ultimo convento si possono ammirare, oltre le mura che circondano la Casa Timberina dietro la parrocchia di Santa Sofia, la chiesa barocca di San Michele a pianta ottagonale con il suo pavimento in maiolica raffigurante la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso.

In questo periodo, in cui Capri viveva invasioni piratesche ed intrighi ecclesiastici, comparve sull'isola il suo primo turista, Jean Jacques Bouchard, il cui diario, ritrovato nel 1850, rimane una testimonianza importantissima di quegli anni. In esso egli descrive con cura i caratteri paesaggistici e culturali capresi, riuscendo a raccogliere in soli due giorni molte più notizie di chi, dopo di lui, poté fermarsi più tempo.

Fra i regnanti della dinastia borbonica, Carlo III e il figlio Ferdinando IV furono quelli che mostrarono più interesse per l'isola. In un periodo di grande fervore per le scoperte archeologiche (si pensi agli scavi di Ercolano e Pompei), Carlo III affidò al governatore dell'isola l'incarico di registrare le antichità. Il suo interesse, però, era dovuto alla volontà di abbellire a arricchire gli arredi della Reggia di Caserta (si pensi alle quattro colonne di S. Costanzo trasformate in lastre e cornici) piuttosto che al desiderio di ampliare la cultura e le conoscenze del tempo.

Più tardi, Ferdinando diede il permesso a Norbert Hadrawa di compiere devastanti scavi, allo scopo di assicurarsi antiche sculture e marmi da riutilizzare nei suoi palazzi.

A quegli anni risale il dissotterramento di Villa Jovis, che assicurò alla cattedrale di Santo Stefano (Capri) il più bel pavimento di marmo della villa imperiale.

Nei primi anni dell'Ottocento l'aspra lotta fra Napoleone I e l'Inghilterra coinvolse anche Capri. L'occupazione della città da parte dei francesi (gennaio 1806) non lasciò tranquille le truppe inglesi, le quali, sbarcate sull'isola nel maggio dello stesso anno, sotto la guida di Sir W. Sidney Smith, riuscirono ad avere la meglio sui loro nemici. Gli inglesi per due anni agirono incontrastati, vi stabilirono una nutrita guarnigione e realizzarono alcune opere di fortificazione che resero l'isola una "Piccola Gibilterra", causando però danni irreparabili alle rovine delle ville imperiali. In quel periodo Capri contava circa 3.000 abitanti.

Il solo che riuscì a annientare le forze inglesi fu Gioacchino Murat, il 4 ottobre del 1808: attraverso un attacco simulato sui due approdi di Marina Grande e Marina Piccola distolse l'attenzione degli inglesi dalla costa occidentale, da dove i francesi riuscirono a risalire la scogliera e a costringere i nemici alla resa e a far loro precipitare in mare un cannone, poi ritrovato sott'acqua nel 2000. Poco dopo la conquista di Capri, i privilegi della Certosa furono annullati da Murat, e il 12 novembre del 1808 i monaci furono obbligati a lasciare l'isola.

I francesi qui rimasero fino alla fine della potenza napoleonica e alla restaurazione borbonica (1815), quando Ferdinando IV di Napoli rientrò a Napoli e con il nome di Ferdinando I, secondo le disposizioni del congresso di Vienna, divenne sovrano del Regno delle Due Sicilie.

Capri poté uscire dal lungo periodo di letargo che aveva caratterizzato quegli ultimi anni, affacciandosi all'Ottocento con una nuova veste. Diventò meta di numerosi viaggiatori che la visitarono e ne ammirarono la natura e la celebre Grotta Azzurra, divenuta intanto famosa in tutto il mondo.

A partire dai primi anni del Novecento, approdarono a Capri, per rimanervi più o meno a lungo, Vladimir Lenin, Maksim Gorkij, Jacques d'Adelsward-Fersen, Marguerite Yourcenar, Friedrich Alfred Krupp, Pablo Neruda, Curzio Malaparte, Norman Douglas, Sibilla Aleramo, Monika Mann, Roger Peyrefitte.

Meta di poeti, pittori e scrittori, Capri cominciò a conoscere un nuovo sviluppo economico, che poté ovviare al decadimento dell'agricoltura, frutto anche della cacciata dei monaci dall'isola. Parallelamente, diminuì la produzione del vino e quella della seta, poi scomparsa completamente insieme alla produzione del corallo.

L'isola è, a differenza delle vicine Ischia e Procida, di origine carsica. Inizialmente era unita alla Penisola Sorrentina, salvo essere successivamente sommersa in parte dal mare e separata quindi dalla terraferma, dove oggi si trova lo stretto di Bocca Piccola. Capri presenta una struttura morfologica complessa, con cime di media altezza (Monte Solaro 589 m e Monte Tiberio 334 m) e vasti altopiani interni, tra cui il principale è quello detto di "Anacapri". È al ventunesimo posto tra le isole italiane in ordine di grandezza.

La costa è frastagliata con numerose grotte e cale che si alternano a ripide scogliere. Le grotte, nascoste sotto le scogliere, furono utilizzate in epoca romana come ninfei delle sontuose ville che vennero costruite qui durante l'Impero. La più famosa è senza dubbio la Grotta Azzurra, in cui magici effetti luminosi furono descritti da moltissimi scrittori e poeti.

Caratteristici di Capri sono i celebri Faraglioni, tre piccoli isolotti rocciosi a poca distanza dalla riva che creano un effetto scenografico e paesaggistico; ad essi sono stati attribuiti anche dei nomi per distinguerli: Stella per quello attaccato alla terraferma, Faraglione di Mezzo per quello frapposto agli altri due e Faraglione di Fuori (o Scopolo) per quello più lontano dall'isola.

L'isola conserva numerose specie animali e vegetali, alcune endemiche e rarissime, come la lucertola azzurra, che vive su uno dei tre Faraglioni. La vegetazione è tipicamente mediterranea, con prevalenza di agavi, fichi d'India e ginestre. A Capri non sono più presenti sorgenti d'acqua potabile ed il rifornimento idrico è garantito da condotte sottomarine provenienti dalla penisola sorrentina. L'energia elettrica viene fornita da una società privata in loco.

I principali centri abitati dell'isola sono Capri, Anacapri, Marina Grande mentre l'altro versante marino di Capri, Marina Piccola, risulta meno abitato e ancora più soggetto al fenomeno della speculazione edilizia che ha investito tutta l'isola dai primi anni ottanta ad oggi.

La grotta Azzurra ha una apertura parzialmente sommersa dal mare, dalla quale filtra la luce esterna che - in questo modo - crea un'intensa tonalità blu di colore, che rappresenta la caratteristica peculiare dell'antro.

In età romana, ai tempi di Tiberio, la Grotta era utilizzata come un ninfeo marittimo. L'antro, infatti, costituiva una vera e propria appendice subacquea ad una villa augusto-tiberiana detta di Gradola, oggi ridotta a pochi ruderi. Testimoni di quest'utilizzo sono le numerose statue romane, rappresentanti Poseidone, un tritone ed altre creature marine che in origine dovevano esser state disposte lungo le pareti della caverna. Le statue, trovate nel 1963 dopo alcune indagini archeologiche, sono oggi custodite nel Museo della Casa Rossa.

Dopo il declino dell'Impero romano, la Grotta fu condannata ad un lungo ed inesorabile declino, venendo completamente dimenticata.

Il 17 agosto 1826 il poeta prussiano August Kopisch, il marinaio caprese Angelo Ferraro, il locandiere Pagano (che li sollecitò nell'impresa) ed altri uomini decisero di esplorare un antro ubicato nel versante nord-occidentale dell'Isola, non tenendo fede ad antiche leggende che volevano la grotta infestata da spiriti maligni e demoni.

La cronaca della giornata fu riportata da Kopisch nel 1838 nell'annuario «Italia», sotto il titolo La scoperta della Grotta Azzurra. Naturalmente Kopisch contribuì ad estendere universalmente la fama della cavità, venendo addirittura citato come lo «scopritore» della Grotta; ciononostante, la Grotta Azzurra era già nota prima della redazione del racconto, grazie alle infuocate descrizioni di molti scrittori romantici. Fra questi, vanno citati Wilhelm Waiblinger con la sua Leggenda nella Grotta Azzurra (1828) e Hans Christian Andersen, con Improvvisatoren (1835).

Alcune antiche leggende capresi volevano la grotta abitata da spiriti e diavoli. Nessuno osava infatti avventurarsi, e chi voleva sfidare la sorte (come i due preti del racconto che segue) avrebbe perso il senno.

Questo è quanto disse Giuseppe Pagano a Kopisch:
« Or son circa trent'anni seppi da un vecchissimo pescatore che duecento anni prima due preti vollero affrontare gli spiriti. Essi nuotarono anche per un tratto nella grotta, ma subito tornarono indietro, assaliti da terribile paura. »

La Grotta Azzurra è articolata in un sistema sotterraneo carsico costituito da più ambienti, sconosciuti ai visitatori che vedono solamente quello più ampio, universalmente noto come Duomo Azzurro.

L'ingresso è una fenditura nella roccia alta due metri e lunga altrettanto, che si trova - quando il mare non è mosso - a un solo metro dal livello del mare. Di conseguenza, quando si entra nella cavità, bisogna adagiarsi sulla barca che richiede la presenza di un barcaiolo esperto. Questo, abbandonati i remi, spinge la barca appigliandosi ad una catena di ferro che è murata sull'ingresso.

Una volta entrati, si è al cospetto del Duomo Azzurro. Questa grande cavità di erosione è profonda 22 metri (14 nell'interno), larga 25 e lunga circa 60. L'altezza media della volta è pari a 7 metri, aumentando fino a 14 nelle zone interne. Considerando anche la soglia subacquea, l'altezza totale (che va fino al soffitto) è uguale addirittura a 35 metri.

Spingendosi verso il fondo, sulla sinistra si notano diversi cunicoli (sia sotto che sopra il velo d'acqua) che dovrebbero continuare con la vicina Grotta Guarracini. Sulla destra invece si apre un'altra cavità, la cui formazione è dovuta all'umidità dell'aria, allo stillicidio ed alle continue variazioni termiche, che tra l'altro fanno sì che le pareti continuino a frantumarsi.

Nell'angolo sud-occidentale si trova una piattaforma tombata a mare dai Romani, che per la sua livellazione utilizzarono detriti di mattoni (signino). A fianco di quest'area si aprono tre rami di galleria, che prendono il nome di «Galleria dei Pilastri», che continuano fino alla cosiddetta «Sala dei Nomi» così chiamata per le varie firme lasciate dai visitatori otto-novecenteschi sulle pareti. Superata la Sala dei Nomi l'antro va restringendosi fino alla «Sala della Corrosione», situata nelle più recondite viscere della montagna - qui termina la parte esplorabile della grotta, che continua attraverso vari cunicoli che non si possono percorrere a causa delle condizioni irrespirabili dell'aria. Pare tuttavia che questi cunicoli non comunichino con l'esterno, bensì siano un tentativo vano da parte dei Romani di cercare acqua dolce.

La colorazione blu della grotta è dovuta alla presenza della soglia sottomarina (che si apre esattamente sotto l'ingresso) attraverso cui penetra la luce. La finestra subacquea agisce da filtrante, assorbendo i colori rossi e lasciando passare quelli blu. Curioso notare che, a causa del fenomeno della riflessione totale, la soglia non riesce ad illuminare l'antro se il mare è completamente calmo - quindi c'è bisogno di un movimento dell'acqua, per quanto questo possa essere minimo.

Lo sfolgorio color argento degli oggetti immersi, invece, è riconducibile ad un altro fenomeno: sulla superficie dell'oggetto aderiscono diverse bolle d'aria che, avendo un indice di rifrazione differente da quello dell'acqua, lasciano uscire la luce.

I faraglioni di Capri sono tre picchi rocciosi posizionati a sud-est dell’isola omonima, famosi in tutto il mondo grazie alla suggestiva e storica panoramica offerta dai giardini di Augusto.

Queste emergenze sono identificate con tre nomi distinti: il primo (unito alla terraferma) è il Faraglione di Terra; il secondo, separato dal primo dal mare, è quello di Mezzo; mentre il terzo, proteso verso il mare, è il Faraglione di Fuori. Quest'ultimo è molto noto poiché è l'unico habitat della leggendaria lucertola azzurra.

I faraglioni sono:
faraglione di Terra (o Saetta), che è l’unico ancora unito alla terraferma, è il più elevato con i suoi 109 metri.
faraglione di Mezzo (o Stella), è quello in cui è presente la cavità al centro, una galleria naturale lunga 60 metri che lo attraversa per intero, raggiunge un’altezza di 81 metri. La denominazione forse è da attribuirsi a un culto della Madonna della Libera, anche conosciuta come Stella Maris, cui è stata dedicata una cappella trecentesca sul monte Castiglione.
faraglione di Fuori (o Scopolo), cioè promontorio sul mare, che raggiunge un’altezza di 104 metri. Proprio su quest'ultimo faraglione vive la famosissima lucertola azzurra.

In realtà esiste anche un quarto faraglione, chiamato scoglio del Monacone, che si erge al di dietro dei tre più noti. Il nome è da attribuirsi probabilmente ai bovi marini, una specie di foche che viveva nei pressi dello scoglio fino al 1904, anno in cui l'ultimo esemplare fu assassinato presso Palazzo a Mare.

Sullo scoglio sono presenti dei resti di muratura romana, attribuiti senza alcun criterio ai resti della tomba dell'architetto di Augusto: Masgaba. Altre teorie, tuttavia, suggeriscono una funzione di vasche per salare il pesce oppure addirittura un recinto per l'allevamento dei conigli.

I faraglioni furono citati anche da Virgilio nell'Eneide narrando il mito delle Sirene. Il nome deriva dal greco pharos, che vuol dire faro.

Infatti, anticamente sui monti e sulle rocce vicino alle coste, venivano accesi dei grandi fuochi durante le ore notturne, in modo da segnalare ai navigatori sia la rotta che eventuali ostacoli pericolosi per la navigazione stessa. Molto probabilmente i faraglioni ebbero la stessa funzione.

I Faraglioni dovevano far parte di un esteso sistema sotterraneo modellato dagli agenti esterni. I primi ad agire furono indubbiamente le acque carsiche, che hanno scavato la roccia fino a 15 metri sotto l'attuale livello del mare. A quest'evento seguirono innanzitutto un disfacimento della costa, che causò la distruzione delle cavità; dopodiché, l'abrasione marina e l'azione meccanica dei fenomeni atmosferici favorirono il crollo delle volte, dopo il quale vennero finalmente forgiate le forme attuali.

L'unica parte a rimanere illesa dai vari eventi franosi fu la galleria naturale del Faraglione di Mezzo, che addirittura si ampliò in seguito agli eventi franosi.

Il picco roccioso più esterno, il Faraglione di Fuori, è conosciutissimo per essere l'unico habitat della Podarcis siculus coeruleus, nome scientifico della lucertola azzurra. Questa specie viene resa unica dalla particolarissima colorazione bluastra che va dalla gola al ventre fino alla coda, venendo interrotta solo dalla pigmentazione nerastra presente sul dorso.

La lucertola azzurra è parente stretta di quella campestre, che invece vive sulla terraferma; da quando è avvenuto il distacco dei Faraglioni, tuttavia, se ne è discostata, assumendo per il fenomeno del mimetismo il colore blu del mare e del cielo.

Le prime scoperte di epoca preistorica si ebbero più di duemila anni fa, quando, in epoca romana, dagli scavi per la costruzione delle prime fabbriche imperiali vennero alla luce resti di animali scomparsi decine di migliaia di anni prima e tracce di vita di uomini primitivi dell'età della pietra. La vicenda è documentata dallo storico Svetonio (75-140 d.C.) che descrive l'interesse mostrato dall'imperatore Augusto nel custodire resti di vita primordiale ritrovati a Capri nella sua casa, adibita quasi a primo museo della storia di paleontologia e paletnologia (Vitae Caesarum, 2, 72).

I racconti di Svetonio vennero confermati dai lavori di scavo del 1905-1906, quando, per un ampliamento dell'Hotel Quisisana, all'inizio della Valle di Tragara, sotto uno strato di materiale eruttivo e un banco di argilla rossa del Quaternario, affondate in limo essiccato, derivato da un antico bacino lacustre, vennero alla luce ossa gigantesche di mammiferi estinti come l'Elephas primigenius (mammut), il Rhinoceros merckii e l'Ursus spelaeus.

Fu il medico e naturalista Ignazio Cerio (Ignacio el Cartero) a riconoscere e a conservare questi fossili insieme ad armi in pietra, quali quarzite scheggiate e appuntite, triangolari o amigdaloidi (a forma, cioè, di mandorla). Altre importanti scoperte sono state fatte nella grotta delle Felci, situata sopra Marina Piccola, in località Le Parate, a Petrara, in via Tiberio e via Krupp, a Campitello e alla Grotta del Pisco, tutti ritrovamenti che hanno sottolineato la presenza di vita dalla fine dell'età neolitica all’età del bronzo.



sabato 23 gennaio 2016

CORFU'



Corfù è un'isola greca, nel mar Ionio, posta di fronte alle coste dell'Epiro, al confine tra Grecia e Albania.

La città fu fondata col nome di Corcira (gr. Kérkyra) nel 700 a.C. dalla tribù illirica dei Liburni. Entrò nella storia come colonia di Corinto (733 a.C.) e passò molte volte da una dominazione all'altra a causa della posizione molto favorevole nel Mar Mediterraneo: legata a Roma dal 299 a.C. divenne poi nel IV-XI secolo bizantina, XI-XII normanna, poi passò sotto Genova, sotto gli Angioini, nel 1202-1204 (l'epoca della 4ª crociata) arrivò Venezia, che rimase dalla fine del XIV al XVIII secolo.

Corfù continuò ad appartenere all'Impero romano d'Oriente e dall'VIII secolo costituì un distretto del tema di Cefalonia. Nell'876 la città divenne sede di un vescovato, dipendente dal patriarcato di Costantinopoli. Con l'XI secolo, la conquista normanna dell'Italia meridionale fece dell'isola uno dei primari obiettivi dei sovrani siciliani. Roberto il Guiscardo se ne impadronì una prima volta nel 1081, ma l'intervento della flotta veneziana, chiamata dall'imperatore Alessio I Comneno, riportò l'isola sotto il dominio bizantino. La flotta Normanno-Sicula riconquista però Corfù nel 1147, sia pure per breve tempo, e nuovi attacchi subì nel 1185, finché nel 1197 non cadde in mano ai Genovesi, guidati dall'Ammiraglio Leone Vetrano, il quale ne fece una Signoria personale, divenendone poi Conte. Nel 1204, con la spartizione dell'impero bizantino seguita alla quarta crociata, Corfù fu assegnata ufficialmente a Venezia, la quale solo nel 1206 riuscì però a impossessarsene spodestando il Conte Leone Vetrano. L'isola fu allora divisa in dieci feudi che furono assegnati ad altrettanti nobili veneti, con il solo obbligo di versare un tributo annuo e di provvedere alla difesa. Si trattò però di una breve parentesi, perché nel 1214 se ne impadronì Niceforo Ducas, primo despota d'Epiro, il quale costruì sulla costa occidentale il castello di S.Angelo a protezione delle incursioni dei pirati genovesi e si preoccupò di risollevare le condizioni della popolazione indigena e del clero ortodosso. Nel 1259, però, dando in sposa la figlia Elena a Manfredi, figlio di Federico II di Svevia, il despota Michele II Ducas gli diede in dote Corfù e alcune fortezze sulla costa albanese, ponendo così termine alla dominazione bizantina.

Corfù venne, in tal modo, a far parte del regno di Napoli; ma il dominio di re Manfredi fu di breve durata: egli, infatti, venne sconfitto e ucciso a Benevento da Carlo d'Angiò, il quale si impadronì così del regno di Sicilia e di Napoli. A Corfù il governatore svevo Filippo Cinardo cercò di conservare il potere proclamandosi re dell'isola e facendo prigioniera la vedova Elena e i figli. In tale occasione il despota Michele II cercò di recuperare la città, ma i suoi tentativi fallirono e alla fine del 1266 re Carlo d'Angiò riuscì a prendere possesso di Corfù e delle altre terre poste sulla terraferma albanese che erano state di Manfredi, che vennero riunite alla corona napoletana. Da allora Corfù costituì la capitale dei domini angioino-napoletani del Levante ma, sul finire del Trecento, l'isola e i domini albanesi divennero appannaggio di fatto del principe Filippo I di Taranto che, sposatosi in seconde nozze con Caterina di Valois, nipote dell'ultimo imperatore latino di Costantinopoli, ereditò anche le rivendicazioni dei Courtenay su Costantinopoli. Da allora l'isola fece sempre parte del cosiddetto Principato di Taranto.

A governare l'isola fu inviato un capitano regio e un numeroso seguito di funzionari e di soldati italiani e francesi, e venne intrapresa una radicale trasformazione della società corfiota attraverso la concessione di feudi a baroni provenienti dall'Italia e dalla Provenza, quali i Tocco, i Capece, gli Hulot, gli Altavilla; fu ugualmente modificata la struttura amministrativa dell'isola perché, pur lasciando al loro posto i decarchi istituiti dai despoti epiroti, tutto il territorio fu inquadrato in quattro balivati (Agirù, Oros, di Mezzo e Alefchimo). I continui scambi con la costa italiana portarono poi all'immigrazione nell'isola di numerosi ufficiali e funzionari pugliesi. Nello stesso tempo si cercò di instaurare una gerarchia ecclesiastica cattolica, con l'istituzione di un arcivescovo latino a Corfù e abolendo pertanto il vescovato ortodosso, sostituito da un semplice protopapas, eletto da un collegio di preti e di laici.

Le pressioni religiose dei governatori angioini crearono notevole malcontento tra i Corfioti, e di questa situazione, congiuntamente ai dissidi esistenti a Napoli tra i vari pretendenti al trono, trassero profitto i Veneziani, che sul finire del XIV secolo, vinto il conflitto con Genova, avevano dato inizio a una decisa politica espansionistica lungo le coste albanesi e greche. Nel 1386 i Veneziani assediarono Corfù con un imponente esercito, sotto la guida del signore di Padova Francesco da Carrara, ottenendo alla fine la resa del presidio napoletano e la dedizione della città. Ai Corfioti la Repubblica concesse ampi privilegi e la conferma di tutti i precedenti ordini e statuti, e soprattutto si impegnò per trovare un accordo con la potente aristocrazia baronale che dominava l'isola. L'acquisto, inizialmente solo militare, divenne definitivo solo nel 1402, quando il re di Napoli Ladislao II cedette definitivamente tutti i suoi diritti a Venezia per 30.000 ducati d'oro.

Sotto il dominio veneziano Corfù fu governata da un patrizio veneziano che, con il nome di Bailo, era nominato per due anni e amministrava la giustizia nell'isola con l'assistenza di due consiglieri, anch'essi veneziani. Ad affiancarlo nelle questioni militari erano un Provveditore e Capitano, il Capitan grande della fortezza vecchia e il castellano del castello della campana nella città vecchia. Nel 1715, dopo la perdita del Peloponneso vi si trasferì il Provveditore Generale da Mar, un senatore nominato dalla Repubblica che aveva il comando supremo della flotta in tempo di pace e al quale fu dato anche il governo civile, criminale e militare delle Isole Ionie. A lui erano portate in appello tutte le sentenze pronunciate dai tribunali e dai rettori delle terre dipendenti che, nel XVIII secolo erano, oltre a Corfù, le isole di Zante, Cefalonia (con Itaca), Santa Maura (o Leucade) e Cerigo, oltre ai due distretti di Prevesa e Vonizza sulla prospiciente costa albanese. La città era retta da un regime aristocratico, essendo consentito l'accesso al consiglio e alle principali cariche pubbliche solo da quelle famiglie (in parte discese dagli antichi baroni francesi e napoletani) iscritte al libro d'oro, redatto nel 1572. L'organo principale dell'amministrazione comunale era il Maggior Consiglio, che si riuniva annualmente per eleggere il Minor Consiglio, dal quale erano eletti tutti i vari ufficiali della città e dei quattro baliati del suo distretto, oltre alle isole di Paxò e Antipaxò e ai borghi fortificati di Butrinto e Parga, situati sulla terraferma. Memorabile rimane poi il secondo assedio Turco del 1716 durante il quale i 8.000 soldati tra veneziani e corfioti, comandati dal condottiero tedesco Johann Matthias von der Schulenburg tennero testa agli incessanti attacchi di forze molto superiori per circa un mese fino a che queste non dovettero precipitosamente ritirarsi alla notizia delle sconfitte subite per opera degli eserciti asburgici guidati da Eugenio di Savoia.

Dopo un breve periodo sotto la dominazione francese, decretata dal Trattato di Campoformio che aveva assegnato ai transalpini l'Eptaneso, detto anche Isole Ionie, l'isola entrò a far parte della Repubblica delle Sette Isole Unite, sotto protettorato russo-ottomano ma a guida italo/veneto-greca. Fu questa la prima esperienza di autogoverno greco (durata 1800-1807), in cui ebbero un ruolo principale i greco-Veneti, tra i quali Giovanni Capodistria.

Il Trattato di Parigi del 1815 stabilì però che Corfù, sempre insieme alle Isole Ionie di cui è parte, divenisse protettorato del Regno Unito fino al passaggio alla Grecia nel 1864.

Durante la prima guerra mondiale, Corfù servì da rifugio all'Esercito serbo in ritirata che venne trasportato sull'isola dalla Flotta Alleata.

Nel settembre 1923 il neo-primo ministro Mussolini fece occupare per circa un mese l'isola, con mire annessionistiche (Crisi di Corfù).

Nel corso della seconda guerra mondiale, Corfù fu occupata dall'Esercito Italiano nell'aprile 1941. Tale occupazione durò fino al settembre 1943: durante questo periodo, sempre insieme alle Isole Ionie, venne amministrata come entità separata rispetto alla Grecia con l'intento di prepararne l'annessione al regno d'Italia, valendosi dell'appoggio dei Corfioti italiani. In seguito alla resa dell'Italia, Corfù divenne teatro di un'aspra battaglia tra il 18º Reggimento fanteria della Divisione Acqui, comandata dal colonnello Luigi Lusignani, e le truppe tedesche della Wehrmacht. Dopo 12 giorni di attacchi delle forze preponderanti aeree e terrestri tedesche le truppe italiane furono sopraffatte e gli ufficiali italiani, fra cui il tenente Natale Pugliese e lo stesso comandante dell´isola Luigi Lusignani, furono fucilati e i loro corpi gettati in mare dalla fortezza di Corfù. In seguito i tedeschi tentarono di trasportare i prigionieri italiani sopravvissuti in Germania, dal porto di Corfù, utilizzando la motonave Mario Roselli; la nave venne attaccata nei giorni 9 e 10 ottobre 1943 dagli alleati causando più di 1.300 vittime e l'affondamento della stessa. Si calcola che dei 10-11.000 prigionieri italiani presenti sull'isola, solo 2.000 si salvarono.

Dal 1944 è tornata alla Grecia ed è meta di turisti grazie al clima mite e alla bellezza del mare; gli unici resti delle numerose dominazioni sono un palazzo reale di epoca classica, un teatro veneziano e alcune fortificazioni dello stesso periodo.

A Corfù, il 24 giugno 1641, è nata suor Maria Arcangela Biondini (Giovanna Antonia), figlia di Angela Cicogna e di Andrea Biondini, vicegovernatore dell'isola per conto di Venezia.

Nativo di Corfù è stato anche Giovanni Capodistria, primo presidente della Grecia libera (1830).

Viene identificata nell'Odissea con l'isola dei Feaci.




Corfù, o Kerkyra, è tra le più belle e affascinanti isole greche. Meta ideale per tutti coloro che amano le belle spiagge e la natura, Corfù è famosa anche per le sue accoglienti città, i luoghi incantati nascosti dai suoi ricchi boschi verdi e i pittoreschi villaggi tradizionali.

Kerkyra è la più settentrionale delle isole ioniche ed è situata a largo della costa occidentale della Grecia: è la più verdeggiante, con oltre 2 milioni di alberi di ulivo, e la seconda per dimensione.

Intorno alla Spianada, l’ampio piazzale situato tra il centro storico e la vecchia città, si sviluppa la città Corfù o Kerkira, il capoluogo dell’isola.

La città è un labirinto di vicoletti lastricati di ciottoli stretti e tortuosi, chiamati kantounia che nascondono caratteristiche piazzette e adorabili caffè tradizionali oltre che a numerosi ristorantini.

Il quartiere antico merita davvero una visita: il suo fascino vi sorprenderà con la ricchezza delle architetture e la fortezza del sedicesimo secolo vi riporterà indietro nei secoli.

Piccole cappelle, antiche dimore e numerosi negozietti di artigiani, sono particolarmente belli e convenienti quelli di progettazione e produzione di gioielli greci in oro, vi accompagneranno lungo la vostra visita. Molte anche le bancarelle e i negozi di prodotti tipici locali come miele selvatico e dolci.

Molto bella anche la passeggiata sul lungomare verso la baia di Garitsa.

Il Palazzo Reale fu costruito a picco sul mare, nei primi anni dell’ottocento, dai governatori inglesi. Oggi è la sede della civica Galleria d’arte e del Museo d’Arte Asiatica, che raccoglie oltre 10 mila pezzi raccolti in estremo oriente.

Il fascino delle vie è dovuto allo stile architettonico tipicamente veneziano, in particolare nel quartiere della Spianada dove si può ammirare la più bella piazza della Grecia. Ma non mancano segni delle altre dominazioni, ad esempio il palazzo Liston ed i suoi portici sono d’ispirazione francese e le chiese sono tipicamente bizantine. Molto suggestiva la passeggiata serale sulle kandounia, le stradine lastricate, e sotto i portici della Spianada.
Il museo archeologico ospita il frontone ovest del tempio di Artemide e numerose vestigia dell’arte statuaria arcaica.
Il museo bizantino o Andivouniotissa è ospitato in una chiesa del quattrocento e raccoglie icone e dipinti bizantini.

Nella Piazza del Municipio o San Giacomo ci sono la cattedrale cattolica Agios Iakovos (San Giacomo) e quella che era la loggia dei nobili veneziani, ora Municipio della città.
La Chiesa di Agios Spiridonas è la più importante chiesa della città, dedicata al patrono Spiridione. Da notare il soffitto affrescato e il sarcofago d’argento del santo.

Altrettanto impressionanti sono i vecchi palazzi, che sono stati costruiti durante la seconda occupazione francese (1807-1814 imperiale) come gli edifici in rue Rivoli, a Parigi. Gli edifici più significativi della città sono i due castelli veneziani, il vecchio e il nuovo, i palazzi, le chiese, il tempio di Palaiopoli, la Chiesa di Agios Spyridonas (patrono dell’isola), il monastero di Platitera, il municipio, il vecchio edificio della prefettura, la società di lettura, Palazzo dell’arcivescovo latino, la costruzione “Liston” e suoi portici e e il Museo archeologico di arte asiatica.

La costruzione di Acillion in Corfù nello stile architettonico di Pompei, anche se include elementi delle tradizioni ioniche, romane ed eoliche. Il castello è stato chiamato “Achillion” in onore di Achille, che ammirava l’imperatrice. Dopo la sua morte nel 1898, l’Achillion non fu abitato per nove anni, fino al suo acquisto da parte dell’imperatore di Germania Guglielmo II, nel 1907.
Il Kaiser apporto’ parecchie modifiche all’interno e all’esterno del palazzo. Ha rimosso le due statue di Achille, costruito un edificio, che chiamò la casa dei cavalieri, al fine di ospitare il suo battaglione, rinnovo’ i giardini. Durante le guerre mondiali, il palazzo venne utilizzato come ospedale e quartier generale. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Achillion divenne un immobile pubblico.

All’interno del palazzo, si possono ammirare bellissimi dipinti di pittori italiani e austriaci, di grande effetto sono i dipinti di Aggelos Gialinas, un pittore da Corfù. Il murale più notevole è l’affresco della camera reception che mostra Achille che trascina il cadavere di Ettore di fronte le mura di Troia. Nelle camere, si possono ammirare gli oggetti personali di Elisabetta e Guglielmo II, mobili, gioielli, ecc.
Sono anche esposte statue che rappresentano gli eroi dalla storia greca antica e della mitologia, così come ritratti e pentole. La decorazione della cappella cattolica ospitata nel palazzo è di sorprendente bellezza. Sparse tra gli splendidi giardini e le fontane troviamo le belle statue delle nove Muse e degli antichi filosofi greci, come pure una grande statua di Achille, creata nel 1909 dallo scultore tedesco Goetz, commissionata da Guglielmo II
La più impressionante di tutte è la statua di “Achille morente” creata dallo scultore tedesco Ernest Gustav Herter. Un altro edificio in Achillion veniva utilizzato per ospitare i mezzi di trasporto, le carrozze e i cavalli.

Aggelokastro di Corfù fu costruita nel XIII secolo da Michele Angelo II, figlio dell’arcivescovo dell’ Epiro Michele Angelo I.
La tradizione dice che il fondatore era alla ricerca di rocce pericolose e ripide per costruire su di essa una fortezza inespugnabile. Così attraverso’ l’area di Aggelokastro e vi costrui’la fortezza, per gentile concessione dell’arcivescovo dell’ Epiro.
Scopo del forte era di proteggere gli abitanti dai pirati dell’Africa e da i veneziani.
Per un periodo fu la capitale dell’isola ed ivi visse in qualita’ di governatore.
Nel 1403, dal castello, hanno combattuto con successo contro i pirati di Genova.
L’entrata del castello è una porta ogivale, ma all’interno ci sono solo le rovine delle camere e i locali di deposito.
In una grotta buia, c’è una chiesa dedicata agli Arcangeli Michele e Gabriele, dove si può ammirare un notevole affresco della Vergine Maria.

La Fortezza Gardiki a Corfù si dice sia stata costruita da Michele Angelo II. Gli unici resti del castello sono rovine risalenti al XIII secolo.
La fortezza è costituita da otto torri forte che creano la sua forma ottagonale.
Gli scavi nella zona circostante fanno luce sui metodi utilizzati in epoca paleolitica..

Esso è stato denominato Kanoni (cannone) dopo l’installazione della batteria di artiglieria dai francesi nel 1798. Uno dei cannoni della batteria si trova ancora al chiosco turistico. Di fronte a Kanoni c’è il monastero di Vlaherna, collegato alla terraferma da un molo di cemento e costruito nel XVII secolo.
Da lì si può visitare Pontikonissi.
Secondo la leggenda, questa era la nave di Phaiakes che, dopo aver portato Ulisse ad Itaca, era stata pietrificata. Un’altra leggenda sostiene che questa è la roccia dove Ulisse si è schiantato a causa della tempesta.
Sull’isola di Pontikonissi sorge la cappella bizantina di Pandokrátor.
La vista spettacolare dalla Kanoni ha ispirato il pittore tedesco Becklin disegnare “L’isola dei morti”.
Questa sito è la parte più affascinante dell’isola ed è sempre stato il luogo dove tutti gli abitanti dell’isola amano passeggiare.

Nel 1831 fu costruito su una tenuta molto grande. Inizialmente era una residenza estiva per l’alto Commissario inglese F. Adam.
Successivamente divenne la residenza estiva della famiglia reale greca.
Nei dintorni di Mon Repo, ci sono state due scoperte: nel 1822 il tempio di Aesculapins (VI secolo A.C.) e nel 1912-1914 l’altare della dea Diana (VII secolo A.C.).
A Mon Repo, c’e’ una magnifica vista dalla collina di Analipsi, si vedono le rovine dell’antica città e la basilica di Palaiopoli.
La spiaggia a Mon Repo è bella e attrae molti turisti in estate

La fortezza di San Marco comprende di due castelli e due bastioni. Sulla sinistra, c’era il bastione di Sarandaris e il bastione di Agios Athanassios, entrambi collegati al castello da un triplo muro.Le due fortezze, la vecchia e la nuova, erano collegate da una galleria sotterranea e da un di bastione che circondava l’area della città contemporanea. La nuova fortezza aveva accesso ai suoi bastioni attraverso corridoi, tunnel sotterranei e gallerie.
Oggi sono rimaste in piedi solo due porte con l’emblema del Leone di San Marco.
La nuova fortificazione ha avuto un significativo ruolo difensivo, anche nelle recenti guerre, i suoi portici sono stati usati come rifugio per la gente
La fortezza è famosa per la sua architettura .

Prima del ponte, si può ammirare la statua in marmo del Feldmaresciallo tedesco Schulenburg, che coraggiosamente difeso l’isola durante l’assedio turco nel 1716.
Fu costruita da un importante scultore italiano A. Corradini, durante il dominio veneziano che fu originariamente ospitato nella fortezza. Tra la fortezza vecchia e la città, si trova il canale di Contra Fossa (150 m. lungo, 10-15 m di larghezza), con i basamenti di Saborniano e Martinego.
La costruzione dell’edificio iniziò con i veneziani, dopo l’assedio turco nel 1537 e fu completata nel 1588. Aveva quattro porte e due picchi (Korifes, dal nome di Corfù.)
Il primo picco (51 m. alt) fu costruito dai bizantini e fu chiamato “Castell del Mar”, detto anche”Castell Vecchio”, mentre il secondo picco (65 m. alt) fu costruito dai veneziani e fu chiamato “Castell di Terra”o”Castell Nuovo”.
I veneziani estesero la città oltre la fortezza, e all’interno costruirono archi, carceri, locali di deposito e nuove abitazioni per i soldati, i nobili e i politici.
La nuova città richiedeva una nuova fortificazione e una nuova fortezza. Gli archi sotterranei della fortezza dimostrano l’esistenza di un collegamento sotterraneo con isolotto di Ptihia (alias Vido).
Oggi, si possono ancora vedere le rovine delle mura veneziane, le fortificazioni aggiuntive costruite dagli inglesi, la Torre dell’orologio, gli edifici Dorici e la Chiesa di San Giorgio, costruita nel 1840, durante l’occupazione inglese.

I palazzi di San Michele e San Giorgio sono stati costruiti dal maggiore inglese S. Whitmore. Gli inglesi iniziarono la costruzione nel 1819 che si concluse nel 1823. I palazzi sono stati costruiti per essere utilizzati come residenza per l’alto Commissario inglese Più tardi vi fu installato il quartier generale del battaglione del monastero di San Michele e San Giorgio, che fu fondato nel 1818 da dipendenti inglesi della Colonia delle isole Ionie. Più tardi, dal 1864 al 1913, i palazzi furono utilizzati come residenza reale estiva.
Oggi i palazzi ospitano la biblioteca pubblica, il servizio archeologico e il Museo d’arte asiatica che fu donato dalla famiglia Manou.
All’interno dell’edificio, le camere sono decorate con rappresentazioni mitologiche dell’isola ionica, scolpite da Prosalentis.
Ci sono anche sontuosi lampadari, e le finestre esibiscono le medaglie vinte da San Michele e San Giorgio .
Nei giardini splendidamente decorati, domina la statua dell’Alto Commissario inglese F.Adam.

La Corfù Antica era stata fondata con il nome di Chersoupolis, dai Corinzi, nel VIII secolo A.C..
Le mura (IV secolo A.C.) che circondano la città su tre lati, sono stato costruite in modo tale da essere circondate dalla porta di Alcinoo (l’attuale baia di Garitsa) a nord, dalla laguna di Chalkiopoulos, nota anche come la baia di Chelaios, ad ovest, e il mare di Mon Repo, a est.
Il mercato della città fu costruito a nord dell’attuale baia di Garitsa.
L’Acropoli è stato costruita dove oggi si trova Analipsi.
L’unica torre esistente del muro era situata all’ingresso del porto di Alcinoo, mentre oggi è la Fondazione della Chiesa di Agios Athanasios.
Non lontano dal cimitero, si può vedere la torre di Neratziha, dove si erge la Chiesa della Vergine Maria e dove viene cnservata la statua .

Nella zona di Garitsa, gli archeologi hanno scoperto tracce di tombe di epoche arcaica e classica, che facevano parte dell’antico cimitero della città. Tra queste, la più significativa è la statua di Menekratis.
La flotta della città trovava rifugio nel ben protetto porto della baia di Chelaios. L’ingresso della baia era formato da due isolotti della Chiesa di Vlaherna e la verde Pontikonissi che è di fronte.
La città è caratterizzata da templi sparsi di tutte le dimensioni, costruiti dai primi abitanti di Corinto ed Evoia.
I templi più significativi e più grandi, costruiti nel VII e vi secolo A.C., sono il tempio di Hera, Diana e Kardaki , costruito in onore di Apollo, e il tempio di Dioniso.
Le reliquie e i reperti di questi templi sono esposti nel Museo Archeologico locale.

I reperti archeologici più significativi dell’isola sono tenuti qui, in tempi passati. sono stati esposti nel Museo archeologico di Corfù.
Il più interessante di questi reperti è il frontone occidentale di Gorgo in pietra (17 m. di larghezza e oltre 3 m. alte) e parte del tempio di Diana (590-580 A.C.), costruito da un artista in stile corinzio.
Il frontone greco più antico, ancora in esistenza, rappresenta il Gorgo alato circondato da serpenti, i due figli, Pegaso e Crisaore (secondo il mito, sono nati dal suo sangue dopo la sua decapitazione da Perseo) e due leoni-pantere, mentre sui lati si possono vedere le rappresentazioni delle battaglie dei Titani.
Secondo gli archeologi, il frontone aveva colori vivaci, mentre il Gorgo era connesso con Diana, la dea che ha protetto gli animali e le bestie.

Un’altro reperto da ammirare è parte del frontone sinistro arcaico trovato durante gli scavi nella zona di Figaretto (500 A.C.), che rappresenta una scena di un simposio di vini. Inoltre si possono ammirare reperti di epoca Neolitica, da Sidari, tra cui pentole, utensili e le teste di leone del tempio di Hera (VII secolo A.C.).
Altri interessanti reperti sono il Leone arcaico (VII secolo A.C.), scoperto vicino alla statua di Menekratis, così come un lavello bluastro dell’ Attica (VI secolo A.C.).
Tra gli altri, ci sono notevoli reperti dalle tombe di Garitsa (VII-VI secolo A.C.), dal tempio delle Rose (v secolo A.C.), dal tempio di Diana a Kanoni (480 A.C.), Mon Repo, dal tempio di Apollo, statuette di tipico artigianato antico, oggetti in rame e avorio, una lapide con le lodi per l’antico eroe Arnias, il capitello della colonna di Xembaros (VI secolo A.C.), e poi le monete, la più significativa raffigura una mucca, coniata dopo la liberazione di Corfù dai Corinzi.

Corfù è un vero paradiso per tutti gli appassionati dello snorkelling, delle immersioni e degli sport acquatici, nonché per tutti coloro che amano le lunghe distese di sabbia, da quelle attrezzate per i turisti a quelle più selvagge, magari piccole insenature dove è possibile trovare un po’ di privacy anche in agosto.

La spiaggia più famosa di Corfù è sicuramente la spiaggia di Paleokastritsa, dove approdò Ulisse dopo il naufragio.



venerdì 22 gennaio 2016

TAVOLARA



Tavolara è un'isola della Sardegna nord-orientale, parte del comune di Olbia nella subregione della Gallura.

La presenza dell'uomo sull'isola è attestata con certezza dal neolitico medio e numerosi reperti sono stati rinvenuti presso la grotta del Papa. Nel paleolitico superiore Tavolara era collegata alla terraferma e all'isola di Molara ma in seguito all'innalzamento del livello del mare e alla continua erosione esercitata dal moto ondoso e dai fortissimi venti si separò prima dalla terraferma e solo diecimila anni fa dalla vicina isola. Hermaea è il nome antico dell'isola di Tavolara. Durante il Medioevo si sa poco dell'isola che quasi sicuramente non fu abitata stabilmente ma utilizzata come difesa militare. Pare che poco dopo l'anno 1000 sull'isola si sia insediata una colonia di pirati. Ancora nel '700, il naturalista Francesco Cetti scriveva che spesso sull'isola erano presenti i corsari. Dopo l'arrivo dei coloni genovesi, alla fine del Settecento, la popolazione dell'isola crebbe fino ad un massimo di una sessantina di abitanti, in gran parte grazie all'arrivo di pescatori ponzesi in cerca di aragoste, per poi essere abbandonata definitivamente agli inizi degli anni sessanta. Sviluppata in passato l'industria della produzione di calce, facilmente ricavata a partire dal locale substrato roccioso e dall'abbondante legname di ginepro mediante appositi forni ben visibili presso il porticciolo.

Spunta sul mare con pareti verticali come una montagna di calcare e granito alta oltre 500 metri. Nell'isola l'ecosistema si è conservato intatto in virtù dei difficili approdi che nei secoli l'hanno preservata dagli interventi antropici. Il settore orientale, zona militare, è inaccessibile. Al contrario nella striscia di terra bassa, chiamata Spalmatore di Terra, si trovano spiagge, un porticciolo, due ristoranti tipici e qualche casa. Insieme alle vicine isole Molara e Molarotto, su cui vivono 150 esemplari di mufloni, oggi è un parco marino. I suoi bordi granitici sono attraversati da grotte e nicchie. Sulla striscia sabbiosa Spalmatore di Terra crescono gigli di mare mentre la roccia è ricoperta da cespugli di ginepro, elicriso, rosmarino e lentisco. Ma sull'isola di Tavolara ci sono anche da bellissimi esemplari di flora come l'Erodium coricum, una varietà di geranio, e l'Asperula deficiens, rarissima, che qui ha trovato l'habitat ideale. Si racconta che nel secolo scorso Carlo Alberto, re di Piemonte e Sardegna, sbarcato sull'isola a caccia delle mitiche capre dai denti d'oro (fenomeno causato da un'erba che lascia quei riflessi), ne fosse rimasto affascinato al punto da nominare il suo unico abitante, Paolo Bertolini, ''re della Tavolara''. D'estate Tavolara si raggiunge facilmente da Olbia. Le acque della riserva, caratterizzate dal blu dei paesaggi sottomarini, possono essere esplorate con immersioni guidate in vari luoghi. Ad esempio, a sud di Tavolara, a Teddja Liscia, astree, stelle rosse, cernie, ma anche gorgonie gialle appaiono tra gli anfratti e i cunicoli nei blocchi di calcare. Fra le località della costa vicina all'isola, la spiaggia La Cinta, lunga circa 5 km, ricoperta di sabbia bianchissima in cui si sente il profumo di ginepri, rosmarini, lentischi, è un ambiente naturale unico al mondo. Da alcuni anni Tavolara fa da sfondo ad un'interessante rassegna cinematografica estiva, che coinvolge artisti di grande fama e richiama un pubblico appassionato. L'isola di Tavolara è raggiungibile via mare partendo da Porto San Paolo. Nel periodo estivo ci si arriva anche con imbarcazioni private da Olbia e Golfo Aranci.




Scriveva il naturalista Francesco Cetti (1726-1778): "L'isola di Tavolara nominata per le sue capre selvatiche, si nomina pure per i suoi smisurati topi. Gente approdata in quell'isola ne trovò in qualche parte il terreno sì fattamente smosso, che li credette opera de' porci". Cetti non riuscì a vedere i topi di Tavolara, ma riuscì a vedere le pelli di quelli dell'isola di san Pietro, dei quali pure si diceva che erano molto grossi. Dal momento che queste pelli appartenevano a una specie conosciuta, pensò che così doveva essere anche per quelli di Tavolara. Con ogni probabilità, invece, si trattava del Prolagus corsicanus, un roditore poi estintosi, del quale sull'isola restano abbondanti resti ossei sub-fossili. Le parole di Cetti sembrano essere l'ultima testimonianza della sopravvivenza di questo animale (ci sarebbe un'altra notizia del 1882, ma l'identificazione dei ratti citati con il Prolagus è controversa). È possibile che l'estinzione dei prolaghi, su Tavolara come nel resto della Sardegna, possa essere stata causata proprio dall'arrivo del ratto nero, una specie estranea al popolamento insulare e progressivamente diffusasi al seguito dell'uomo nel corso degli ultimi duemila anni.

L’Area naturale marina protetta Tavolara - Punta Coda Cavallo si sviluppa lungo uno dei tratti di costa più belli e suggestivi del Mar Mediterraneo.

Completano lo scenario, il profumo della macchia mediterranea, i sapori della cucina gallurese, la varietà dei colori e dei ricami degli abiti tradizionali e l’ospitalità del popolo sardo, insieme gentile e riservato.

Nonostante possa sembrare un luogo selvaggio e disabitato, Tavolara ha una misteriosa stirpe reale con tanto di blasone e con la residenza di Casa Bertoleoni, presente nello Spalmatore di Terra (una lingua di terra pianeggiante a forma di mezza luna). L’origine di questa regalità ha dell’incredibile. Un tale Giuseppe Bertoleoni decise di lasciare l’isola della Maddalena e la sua famiglia per andare nell'isola di Tavolara per prendersi un fazzoletto di terra e coltivarla (dopotutto era disabitata). Si costruì una modesta casa nella zona dello Spalmatore di Terra, ma con tutti i conforti per una vita autosufficiente, forno ovile e orto, compresa una piccola cinta muraria "difensiva", nonostante fosse l'unico abitante dell'isola.

Ma ciò che fece la differenza furono una serie di colpi di fortuna. Nel 1815 Gioacchino Murat, re di Napoli, durante un Viaggio in Sardegna fu sorpreso da una tempesta che lo scaraventò sull’isola dove fu salvato da Bertoleoni che lo accolse con tutti gli onori. Il re di Napoli non si dimenticò mai di lui e narrò spesso di aver incontrato e sopratutto di esser salvato dal “Signore di Tavolara”.

Tavolara veniva raccontata con un aura favolistica, anche perchè era abitata dalle mitiche "capre dai denti d'oro". Questi animali avevano effettivamente i denti gialli fatto però dovuto all’alimentazione di una particolare specie di foglie che si trovava solo in quella zona della Sardegna.

In seguito nel 1836 Carlo Alberto di Savoia, re di Piemonte e di Sardegna, affascinato da questi racconti si recò sull'isola di Tavolara per cercare le mitiche capre dai denti d’oro. Invece dei mitici animali gli si presentò il signor Bertoleoni come re di Tavolara e lo accolse a sua volta con grande rispetto e regalità. Il luogo era talmente affascinante e paradisiaco che, già che c'era, non potè resistere nel soggiornarvi una settimana promettendogli che lo avrebbe nominato ufficialmente sovrano dell'isola regalandogli in pegno un orologio d'oro.
Mantenne la promessa e al suo ritorno nominò ufficialmente re di Tavolara con tanto di carta protocollare depositata alla Prefettura di Sassari, quest'uomo di umili origini che viveva accanto ad animali unici al mondo.

Il figlio di Giuseppe Bertoleoni, Paolo fu così “costretto” a inserire sulla facciata della casa lo stemma di Paolo I re di Tavolara, organizzando l'isola come autentico "stato". Sposò una donna sarda, Italia Murru, che divenne "regina" e che gli diede un figlio, Carlo I, che ricevette, verso la fine dell'Ottocento, la visita ufficiale della regina Vittoria del Regno Unito riconoscendo il Regno di Tavolara.

Ad oggi a Buckingham Palace, nel salone dove sono custoditi gli stemmi di tutti i regni del mondo, vi è anche quello di Tavolara, con la dicitura: «La famiglia reale di Tavolara, nel golfo di Terranova Pausania, il più piccolo regno del mondo».

Ad oggi è possibile visitare il cimitero dove sono presenti tombe sormontate da una corona, compresa la Tomba del Re di Tavolara.