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domenica 13 settembre 2015

IL PESCE INVISIBILE



Avvistato per la prima volta nel 1939 il pesce Macropinna microstoma, che abita nel mare al largo della California, con il suo cranio trasparente era rimasto un mistero a lungo.
Ma dopo vari studi un gruppo di ricercatori di Monterey Bay Aquarium Research Institute ha finalmente svelato i suoi segreti.
Vivendo negli oscuri fondali marini, fino a 800 metri, questo buffo pesce ha sviluppato una vista speciale, grazie alla forma degli occhi e al cranio trasparente. Che gli permettono di raccogliere e immagazzinare tutta la luce necessaria per vedere anche nella semi oscurità. Gli occhi inoltre possono muoversi, secondo gli scienziati, all’interno della copertura trasparente, permettendo di controllare tutto quello che gira loro intorno. In particolare le prede, piccoli pesci di cui si nutrono e che catturano con manovre molto veloci e precise.
La calotta trasparente rende perfettamente visibili tutti gli organi interni della sua testa, conferendo all’animale un buffo aspetto. I ricercatori hanno potuto riprendere l’animale grazie a un veicolo comandato a distanza.



In realtà, quelli che a prima vista ci sembrano due occhietti tristi sono chemiorecettori, in pratica delle narici. E quella che ci sembra una testa trasparente è uno schermo protettivo per gli occhi. E dove sono gli occhi? Sono quelle due grandi semisfere verdi. Anzi le semisfere sono solo i cristallini. Il resto degli occhi sono due “barilotti” cilindrici che sostengono i cristallini. Questo sofisticato sistema ottico, che assomiglia ad un paio di binocoli puntati verso l’alto, è immerso in un liquido trasparente contenuto nella cupola protettiva, anch’essa trasparente.

Per capire le ragioni di tale stranezza bisogna, come sempre, capire dove vive e come vive: le forme degli organismi viventi sono il risultato di un complesso adattamento evolutivo all’ambiente.

Macropinna microstoma  vive nelle acque del Pacifico settentrionale, a profondità comprese tra i 700 e i 1000 metri dove la luce del sole è debolissima o non arriva affatto. I suoi grandi occhi verdi sono sensibili anche al debole chiarore residuo proveniente dalla lontana superficie e hanno due posizioni di funzionamento: nella modalità “di ricerca” sono rivolti verso l’alto per distinguere le ombre di eventuali prede che contrastano con il chiarore dello sfondo; nella modalità “di inseguimento” gli occhi puntano in avanti e fanno da guida per il nuoto in modo che la piccola bocca sia direzionata verso la preda.

Che questo sistema di caccia sia ben congegnato ce lo fa capire il notevole volume dell’apparato digerente.



Il pesce cattura piccole prede ma disdegna la carne di medusa. Inoltre un suo terreno di caccia favorito sembra essere quello tra i tentacoli di un  sifonoforo degli abissi del genere Apolemia. I sifonofori sono particolari idrozoi, simili solo apparentemente alle normali meduse. In realtà si tratta di colonie di individui specializzati (zoidi) in stretta simbiosi. I sifonofori del genere Apolemia hanno la forma di nastri, lunghi anche dieci metri, coperti da tentacoli urticanti per mezzo dei quali catturano copepodi e altri piccoli organismi. Il nostro pesce dalla testa trasparente diventa ladro: si intrufola tra i tentacoli del sifonoforo per strappargli le prede intrappolate. Ed ecco che la cupola trasparente espleta la sua funzione di scudo che protegge gli organi più delicati e preziosi: gli occhi.





lunedì 10 agosto 2015

LE STATUE DELL'ISOLA DI PASQUA



Le antiche leggende dell'isola parlano di un capo clan in cerca di una nuova casa. Il posto che scelse è quella che noi oggi conosciamo come isola di Pasqua. Alla sua morte, l'isola venne divisa tra i suoi figli. Ogniqualvolta un capo di uno dei clan moriva, un moai veniva posto sulla tomba dei capi. Gli isolani credevano che queste statue avrebbero catturato i "mana" (poteri soprannaturali) del capo, oltre a favorire la protezione degli dèi. Credevano che mantenendo i mana dei capi sull'isola, si sarebbero verificati eventi propizi, sarebbe caduta la pioggia e le coltivazioni sarebbero cresciute. Questa leggenda potrebbe essere cambiata rispetto all'originale, dal momento che si è tramandata oralmente per lungo tempo. Qualsiasi cosa potrebbe essere stata aggiunta a questa leggenda per renderla più interessante.

Specialmente intorno ai moai sono state spesso rinvenute delle tavolette di legno con incisi i misteriosi segni della scrittura di allora detta rongorongo, scrittura che sinora nessuno è riuscito a decifrare completamente. Si tratta di segni intagliati nel legno con stili di ossidiana o con denti di squalo, rappresentanti perlopiù figure umane, falci di luna, animali e piante che si succedono con ritmo bustrofedico.

I moai venivano scolpiti direttamente nelle cave, sdraiati con la faccia in su. Successivamente venivano staccati e trasportati sino alla costa dove altri operai li rifinivano. Il viaggio poteva durare anche un anno e non è chiaro come ciò avvenisse. L'ipotesi che riscuote più favore è anche quella più suggestiva: il moai sarebbe stato trasportato in posizione eretta e questa idea rispecchia la tradizione orale che vuole che i moai raggiungessero la loro destinazione camminando. In realtà Thor Heyerdahl, nel corso di una spedizione effettuata nel 1955, dimostrò come il trasporto fosse fattibile con l'uso di corde e pali in pochi giorni ad opera di una squadra di qualche decina di persone.

I moai hanno tutti un aspetto simile: le labbra serrate con il mento in alto; l'atteggiamento è ieratico e severo tale da suscitare rispetto.



Oggi le orbite degli occhi sono vuote, ma un tempo avevano una pupilla di ossidiana circondata da una sclera di corallo bianco, come si può osservare nell'unico moai vedente rimasto (e restaurato).

Ci sono 1000 moai conosciuti sulla superficie dell'isola. La quasi totalità di questi sono stati ricavati da un tufo basaltico del cratere Rano Raraku, dove si trovano quasi 400 statue incomplete. Questa roccia a grana eterogenea è relativamente tenera, a differenza del basalto, che deriva dalla solidificazione di un magma. I cappelli sono invece stati ricavati da un tufo rossastro proveniente dal piccolo cratere di Puna Pau, distante circa 10 chilometri da Rano Raraku.

La cava di Rano Raraku sembra essere stata abbandonata all'improvviso, con alcune statue lasciate ancora incomplete nella roccia. Tra queste vi è la statua più grande, lunga 21 metri. Praticamente tutti i moai completati furono probabilmente abbattuti dagli indigeni qualche tempo dopo il periodo della costruzione, ma anche i terremoti potrebbero aver contribuito al ribaltamento delle statue.

Sebbene vengano spesso identificati con le teste, molti dei moai hanno spalle, braccia, torsi, che sono stati piano piano, negli anni, sotterrati dalla terra circostante.

Il significato dei moai è ancora oggi poco chiaro ed esistono ancora molte teorie a proposito.

La teoria più comune è che le statue siano state scolpite dai polinesiani abitanti a partire dall'anno 1000 d.C. Il significato più comune tramandato dagli attuali discendenti maori è quello di essere monoliti augurali portatori di benessere e prosperità dove volgono lo sguardo. Per questo nell'isola di Pasqua molti di essi sono rivolti verso il mare, per auspicare sempre un'abbondante pesca. Si ritiene inoltre che i piccoli moai siano le rappresentazioni degli antenati defunti o di importanti personaggi della comunità, a cui vennero dedicate come segno di riconoscenza, mentre per quelli grandi tra le tante spiegazioni possibili vi è anche quella a sfondo religioso. I moai sono stati probabilmente artefatti molto costosi; non solo la scultura di ogni statua avrebbe richiesto anni di lavoro, ma avrebbero dovuto anche essere trasportate per tutta l'isola fino alla loro posizione finale. Non si sa esattamente come i moai siano stati spostati, ma quasi certamente il processo ha richiesto slitte e/o rulli di legno. Si pensa che la domanda di legno necessaria a supportare la continua erezione di statue abbia portato al totale disboscamento dell'isola. Questo spiegherebbe perché la cava sia stata abbandonata all'improvviso.

Sono stati rintracciati vari altri tipi di raffigurazioni, come ad esempio le statuette in legno di toromiro che simboleggiano, presumibilmente, gli spiriti degli antenati e le emblematiche statuette moai Kava Kava con le loro rappresentazioni di corpi umani smagriti, probabilmente a causa della scarsità di cibo.

Nel corso degli anni, gli studiosi le hanno provate tutte, ipotizzando che gli abitanti dell’epoca avessero utilizzato funi, rulli, slitte di legno, ma nessuna spiegazione sembrava convincente. Ora i due archeologi ha elaborato una nuova teoria: i Moai- come vengono chiamati i monoliti- sono stati progettati per essere spostati in posizione verticale, sfruttando un movimento a dondolo con il semplice utilizzo di corde e manodopera.



Terry Hunt, dell’Università delle Hawaii, e Carl Lipo, dell’Università di Long Beach (California), hanno lavorato a stretto contatto con l’archeologo Sergio Rapu, nativo dell’isola di Pasqua- anzi, di Rapa Nui, secondo la lingua locale- per sviluppare la loro idea. Sono partiti dall’osservazione della forma arrotondata dei corpi panciuti che permette di spostare i Moai facilmente in avanti mentre, nello stesso tempo, le basi molto pesanti consentono di farli oscillare da un lato all’altro.

Con un esperimento, promosso dal National Geographic Society , i due archeologi hanno dato prova che è relativamente semplice e veloce far muovere la copia di una statua alta circa 3 metri per qualche centinaio di metri ricorrendo solo a  tre corde robuste, 18 persone e un po’ di abilità. Strumenti, questi, di cui  gli antichi abitanti dell’isola potevano sicuramente disporre.

In passato, altri tentativi per risolvere questo mistero erano invece falliti. Nel 1986, l’ingegnere ceco Pavel Pavel  insieme all’esploratore norvegese Thor Heyerdahl avevano pensato di azionare un montante, alto 4 metri,  che con un movimento di torsione spostava in avanti un colosso di pietra. Ma la squadra si era presto fermata, perchè il meccanismo aveva danneggiato la statua.

In seguito, era stato l’archelogo americano Charles Love, con il suo numeroso team, a mostrare una strada alternativa, ricorrendo ad una slitta di legno sulla quale un blocco scolpito pesante circa 9 tonnellate si era mosso per circa 45 metri. Ora, Hunt e Lipo hanno escogitato un sistema che si avvicina molto a quello che da sempre raccontano gli indigeni. Come Suri Tuki, giovane guida turistica, che ha confermato:”Noi di Rapa Nui sappiamo la verità: le statue camminavano da sole.”