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giovedì 31 dicembre 2015
IL CRISTO DEGLI ABISSI
Il Cristo degli abissi è una statua bronzea posta nel 1954 sul fondale della baia di San Fruttuoso, tra Camogli e Portofino all'interno dell'Area naturale marina protetta Portofino, a 15 metri di profondità.
Elevatosi ormai a simbolo di chi nel mare ha riposto passione e vita, il Cristo degli Abissi è immerso nelle acque di San Fruttuoso, all'interno dell'Area Marina Protetta di Portofino.
Posta a oltre 15 metri di profondità, la statua bronzea fu collocato sul fondale nel 1954, il 22 agosto, su impulso della leggenda della subacquea italiana Duilio Marcante, che volle collocare una statua raffigurante Gesù a seguito della morte dell’amico Dario Gonzatti, avvenuta durante un'immersione qualche anno prima, a ricordo dei morti in mare e di quanti gli hanno dedicato la propria esistenza.
Il Cristo fu realizzato dallo scultore Guido Galletti, con le braccia protese verso l'alto in segno d'invocazione. La scultura è alta 2,5 metri e pesa 260 kg. Nel crogiolo furono fuse medaglie di marinai e di atleti, campane, cannoni, elementi navali e perfino eliche di sommergibili americani donati dall'U.S. Navy. A seguito della morte di Marcante fu posta una targa sul basamento della statua in sua memoria.
La statua è stata restaurata recentemente per preservarla dalla corrosione e dalle incrostazioni e per riattaccare la mano che era stata staccata da un'ancora.
Il Cristo degli Abissi è divenuto meta di immersioni subacquee, e numerosi sono i centri diving della zona che organizzano immersioni nello specchio d’acqua antistante San Fruttuoso. L’immersione nella zona in cui si trova il Cristo degli Abissi non presenta particolari difficoltà per la mancanza di profondità del fondale e per la posizione della baia, protetta dai venti di scirocco. Con l’occasione si possono anche ammirare, nella parte meridionale, pareti tappezzate di corallo e spugne, mentre non lontano dalla spiaggia, a circa 18 metri di profondità, si trovano i resti dello scafo del Croesus, una nave a vapore britannica che fu impiegata per trasportare truppe durante la Guerra di Crimea.
Chi fosse impossibilitato o non amasse immergersi potrà osservare il Cristo attraverso un batiscopio o una maschera subacquea, oppure ammirare la copia posta nella chiesa di San Fruttuoso. E non si tratta dell’unica copia: una si trova nel lago Palù, in Val Malenco, dove fu posta nel 1972, mentre un’altra sorge in Florida, a Key Largo. Esiste poi un altro Cristo degli Abissi, in formato ridotto, che si erge sulla banchina del porto di St. George's, capitale dell'isola caraibica di Grenada. L'originale in gesso della statua è invece conservato a Marina di Ravenna nel Museo Nazionale delle Attività Subacquee.
Ogni anno, alla fine di agosto, nella piccola baia si svolge una cerimonia suggestiva , in ricordo di tutti coloro che il mare ha voluto richiamare a se. La benedizione delle acque, la processione alla luce delle torce, l'immersione dei subacquei che raggiungono il Cristo e vi depongono una corona di alloro, la Messa celebrata sulla battigia: sono questi i momenti più suggestivi della notte in cui si rende omaggio al Cristo degli Abissi.
giovedì 17 settembre 2015
LO SQUALO BIANCO
Lo squalo bianco frutto di milioni di anni di evoluzione, rappresenta il vertice delle specie predatorie marine. Le potentissime mascelle con grandi denti triangolari e seghettati ai lati, le generose dimensioni e l’attitudine generalmente aggressiva lo rendono di fatto l’autentico re degli abissi. Al di là degli studi condotti già molti anni fa, si deve ad alcuni subacquei il merito di iniziare a comprendere il comportamento interagendo con il Carcharodon Carcharias nel suo elemento naturale.
E' l’unica specie di squalo che può fregiarsi del nome “Pescecane”. Chi definisce con questo termine altri squali commette un grossolano errore. Alcuni studiosi fanno risalire le origini del Grande Squalo Bianco a milioni di anni fa ed anzi ne individuano nello squalo preistorico Carcharodon Megalodon, o Megalodonte, il progenitore. Di enormi dimensioni (18 metri) il resto delle caratteristiche parrebbero essere molto prossime a quelle del Carcharodon Carcharias. Ma in questi ultimi anni tale teoria è stata messa in discussione riconducendone le origini ad un'altra lontana specie: l’Isurus Hastalis ovvero un lontano progenitore dello Squalo Mako. Fatto sta che dall’esame dei resti fossili sembra ormai certo che nel corso dell’evoluzione lo Squalo Bianco è mutato pochissimo raggiungendo una perfezione predatoria che lo rendono una specie apicale. Esso appartiene alla famiglia Lamnidae composta da altre due specie: lo Smeriglio (Lamna Nasus) ed il Mako (Isurus Oxyrincus). Da notare che i tre squali di detta famiglia sono tutti presenti nel Mediterraneo. Sulle massime dimensioni dello Squalo Bianco esiste ancora incertezza. Anni fa si riteneva che l’esemplare più grosso fosse quello catturato a Malta nel 1986 ovvero 7,13 m. Ma oggi dall’esame accurato delle immagini si tende a riferirne la lunghezza a 6,5 m. Ciò nondimeno anche in assenza di dati specifici alcuni studiosi sostengono che possa raggiungere gli 8 metri di lunghezza. Comunemente uno squalo adulto raggiunge dimensioni intorno ai 4,5 metri. Ma come è possibile riconoscere questa specie? Innanzi tutto dai denti, triangolari e seghettati, disposti su una unica fila sulla mandibola superiore e su più file in quella inferiore. Il terzo dente a destra e sinistra della mascella superiore è piegato verso il centro. La mandibola inferiore blocca la preda, quella superiore, a mò di mannaia ne recide le parti durante il morso. Secondo segno distintivo la coda. Vista dall’alto ai lati può essere notata una carenatura che peraltro contraddistingue le altre due specie delle Lamnidae il Mako e lo Smeriglio. Poi le branchie ampie ed in numero di cinque. Le pinne pettorali presentano alla estremità inferiore una colorazione nera. La forma estremamente idrodinamica ed affusolata vista dall’alto risulta tozza con il muso appuntito. Quando le potenti mandibole entrano in azione una membrana (detta Membrana Nittitante) scende per proteggere gli occhi, che sono molto prossimi alla parte superiore delle enormi fauci. La colorazione è scura sul dorso e chiara, di colore bianco ghiaccio (di qui il nome di questo squalo), sul ventre proprio per facilitarne la mimetizzazione: difficile vederlo se si osserva dall’alto altrettanto difficile vederlo se lo si osserva dal basso. Inutile dire che la pelle è abrasiva e assolve lo scopo tramite contatto con la preda di “informare” il predatore sulle proprie caratteristiche.
Infine, lo Squalo Bianco è un formidabile nuotatore, capace di spostarsi per migliaia di chilometri e di immergersi a notevoli profondità. Da questo punto di vista, occorre osservare che come tutti gli squali, anche il Pescecane è privo di Vescica Natatoria ed è quindi costretto a nuotare in continuazione per respirare. L’ossigeno è infatti filtrato dalle branchie durante il movimento e lo Squalo Bianco non ricorre ad espedienti come quello di rimanere appoggiato sul fondo di tunnel subacquei attraversati da forti correnti, tipicamente adottato da Squali Pinna Bianca di reef e Squali Toro. Superfluo aggiungere che il fatto di dover nuotare in continuazione si riflette sull’appetito dello Squalo Bianco, che definire vorace è un eufemismo. Addirittura come è stato dimostrato da recenti studi condotti in Sud Africa a False Bay può attaccare prede saltando fuori dall’acqua. La enorme massa unitamente alla velocità dell’attacco è tale da tramortire con l’urto la preda, le potenti mascelle fanno poi il resto.
A livello uditivo lo squalo bianco percepisce le vibrazioni sonore a grande distanza e il suo olfatto è molto acuto. Inoltre, come gli altri squali, può percepire dei debolissimi campi elettrici e bio-elettrici generati dall'attività motoria delle sue potenziali prede. Deve questa capacità a particolari organi sensoriali posti sull'estremità del muso chiamate "ampolle di Lorenzini". Grazie ad esse lo squalo riesce a percepire il campo elettrico di una preda a partire da mezzo miliardesimo di volt.
Inoltre, in comune con gli altri pesci e con la maggior parte degli anfibi, possiede la linea laterale, un organo composto da una serie di organi ricettori disposti lungo i fianchi dell'animale, sensibili alle vibrazioni a bassa frequenza e alle onde di pressione generate dal moto di corpi solidi nell'acqua. Le ampolle di Lorenzini e la linea laterale permettono allo squalo bianco di percepire la posizione, la grandezza e i movimenti di una preda, anche senza l'ausilio della vista, cosa utilissima in acque torbide, poco illuminate, o nella fase finale dell'attacco, quando lo squalo ha già ruotato gli occhi all'indietro per proteggerli da eventuali graffi causati dalla preda che si difende. Si è infatti ritenuto, per molto tempo, che la vista giocasse un ruolo secondario nella predazione, ma si è capito recentemente che gli squali bianchi hanno una vista molto acuta, su cui fanno grande affidamento. La perdita parziale o totale della capacità visiva può compromettere le possibilità di sopravvivenza dell'animale: infatti nel momento del morso esso protegge i suoi occhi ruotandoli all'indietro fino a farli sparire dalle cavità oculari, a differenza di altre specie di squali che sono invece provviste di una protezione naturale chiamata membrana nittitante, che si alza come se fosse una palpebra, ma dal basso verso l'alto, con lo scopo di coprirne l'occhio, proprio per evitare qualsiasi lesione. Recenti studi hanno mostrato che di notte tende ad avvicinarsi alle coste molto illuminate per sfruttarne la luce riflessa.
Il grande squalo bianco è uno tra i pochi squali che sollevano regolarmente la testa sopra la superficie del mare per guardare gli altri oggetti: questo comportamento è tipico dei cetacei ma raro nei pesci, ed è noto come spyhopping. Una possibile spiegazione di questa anomalia può essere dovuta al fatto che l'odore viaggia attraverso l'aria più velocemente che attraverso l'acqua, perciò, quella che apparentemente potrebbe essere scambiata per una forma di curiosità, sarebbe invece soltanto un modo di ottimizzare il pur già potente olfatto dello squalo.
Lo squalo bianco è un cacciatore altamente specializzato, anche se la sua dieta può variare molto a seconda della zona in cui vive. Nel Mar Mediterraneo caccia tonni, pesce spada, tartarughe di mare, altri squali, delfini. Non attacca grandi cetacei come le balene ma se si imbatte in una carcassa non esita a divorarla e in queste situazioni sembra essere più disponibile ad accettare la presenza di altri squali e sembra essere anche molto selettivo, divorando soltanto la parte più ricca di grassi e risputa il muscolo, meno nutriente. In altre parti del mondo può, ad esempio, cibarsi prevalentemente di foche o leoni marini. Sembra che non disdegni anche i rifiuti che vengono gettati dalle navi e qualunque tipo di spazzatura possa venire a trovare. Lo squalo bianco caccia le prede agili con una tecnica simile all'agguato, senza girare intorno alle sue prede, ma sorprendendole da sotto. La velocità in risalita, durante la predazione, gli è consentita dal fatto che lo squalo bianco (come tutti gli squali) è privo della vescica natatoria, organo idrostatico presente nei pesci ossei e che serve per poter stare a profondità variabili e che comunque rallenta una risalita rapida.
A Seal Island in Sudafrica, i grandi squali bianchi sono soliti predare le otarie del capo che si trovano in superficie sul pelo dell'acqua avvicinandosi dal basso quasi verticalmente sotto la preda e ghermendola con le fauci. La velocità dell'attacco è così elevata da permettere allo squalo di saltare fuori dall'acqua per la totalità del suo corpo. Questo comportamento predatorio è stato documentato a Seal Island e in California alle Farallon Islands.
Lo squalo bianco caccia preferibilmente nelle ore prossime all’alba e al tramonto poiché in quelle ore le condizioni di luce sono ottimali per effettuare attacchi dal basso verso l’alto mirando alla sagoma della preda senza essere visto. Il tasso di successo degli attacchi varia dal 55% al 40% e poiché ogni attacco comporta un grande dispendio di energie lo squalo prepara i suoi agguati con grande attenzione, adattando il suo stesso stile di vita e i suoi spostamenti, in base ai luoghi e ai periodi di riproduzione delle sue prede. Una volta agguantata la preda lo squalo bianco scuote la testa utilizzando la mascella come una sega per provocare tagli più ampi e profondi al fine di strappare pezzi di carne più grossi, proprio come farebbe un cane. Secondo uno studio del Journal of Zoology pubblicato nel 2009, nel cacciare le foche lo squalo bianco utilizza tecniche di caccia paragonabili a quelle di un serial killer: sceglie e pedina le sue prede a distanza, in cerca del momento migliore per colpire, ed è in grado di trarre esperienza da ogni attacco al fine di aumentare la percentuale di successo e minimizzare il dispendio di energie.
La tecnica di caccia varia a seconda del tipo di preda. Le foche, più piccole, vengono predate dal basso verso l’alto e uccise e divorate immediatamente. Gli elefanti marini del nord, invece, essendo più grandi e pericolosi, vengono morsi posteriormente in modo da far sì che la preda non possa muoversi; così facendo lo squalo attende al sicuro che la preda si dissangui per poi divorarla con calma. Lo squalo bianco può occasionalmente tentare di attaccare lagerinchi, grampi, tursiopi, suse, focene e focenoidi ma la loro velocità e il loro sonar riescono nella maggior parte delle volte a far sì che i suoi attacchi non vadano a segno. Talvolta, se in gruppi numerosi, i delfini possono far allontanare l’aggressore grazie a movimenti della coda e contrapposizioni frontali. Soprattutto se vi sono piccoli da difendere i delfini li circondano e sbattendo fortemente la coda fanno desistere l’animale. Un simile comportamento è stato osservato anche quando ad essere minacciati dallo squalo sono stati dei bagnanti.
Lo squalo bianco è un predatore all'apice della catena alimentare ed è sempre stato considerato privo di predatori naturali. Recenti studi condotti dalla biologa Ingrid Visser, hanno tuttavia dimostrato (con spettacolare documentazione fotografica) che l'orca può uccidere lo squalo non solo per difesa (come si era sempre creduto), bensì, in carenza di prede più facili, può mettere in atto veri e propri assalti di gruppo contro lo squalo bianco con l'intento di cibarsene, tramortendolo a colpi di coda, o addirittura girandolo di proposito sul dorso per provocargli l'immobilità tonica.
Gli squali bianchi sono animali prevalentemente solitari, tuttavia capita che in certi periodi di caccia vi siano assembramenti di molti esemplari in aree ristrette. Dato che queste situazioni possono generare conflitti, gli squali bianchi hanno elaborato una modalità di comunicazione che avviene tramite movimenti del corpo aventi lo scopo di creare una gerarchia che risolva i conflitti in modo non violento. Si è allora scoperto che quando uno squalo bianco vuole prevalere nei confronti di un suo simile, esso compie particolari movimenti che segnalano intenzioni aggressive: inarca la schiena, mostra i denti, apre e chiude le fauci con rapidi scatti, sbatte violentemente la coda sulla superficie e mostra le sue dimensioni girando attorno al rivale. Spesso l’interazione si risolve con la sottomissione di uno dei due animali ma talvolta possono esservi scontri violenti, anche mortali.
Osservazioni sugli squali bianchi in Sudafrica mostrano che la gerarchia si basa sulle dimensioni, sul sesso e sulla stanzialità degli esemplari: le femmine dominano i maschi, gli squali più grandi dominano quelli più piccoli, gli stanziali dominano i nuovi arrivati. I gruppi che si vengono a formare possono essere paragonati a dei “clan” simili a quelli dei gruppi di lupi dove vi è uno squalo dominante su altri squali del gruppo, e dove gli scontri avvengono tra capi e membri di clan rivali.
Questo squalo può vivere dai 30 ai 40 anni. La maturità sessuale è raggiunta a 3,8 metri di lunghezza nei maschi e tra 4,5 e 5 metri nelle femmine. La specie è ovovivipara e, al contrario di quanto sostengono alcune pubblicazioni, questa specie non mostra il cannibalismo intrauterino come verificato nello squalo toro, ma piuttosto si nutre di uova non fecondate. Il parto avviene tra primavera ed estate, e la gestazione dura probabilmente all'incirca un anno. I piccoli alla nascita hanno taglia compresa tra 1,2 e 1,5 metri e hanno i denti dotati di minute cuspidi laterali, con quelli inferiori talora ancora con i bordi lisci anziché seghettati. Il numero massimo di piccoli per figliata si suppone sia tra 10 e 14.
È tra gli squali giudicati pericolosi per l'uomo, insieme allo squalo longimanus, allo squalo tigre e allo squalo leuca (Carcharhinus leucas), e spesso viene esageratamente definito "il mangiatore di uomini". L’idea che lo squalo bianco sia un mangiatore di uomini è iniziata nel 1975 quando nei cinema è apparso il film Lo squalo di Steven Spielberg, adattamento dell’omonimo romanzo di Peter Benchley. In effetti lo squalo bianco è pericoloso per l’uomo qualora se ne entri in contatto, dato il suo morso micidiale e la sua abitudine di attaccare otarie, foche e leoni marini in prossimità della superficie, anche se questi attacchi sono spesso dei morsi esplorativi o potrebbero essere dovuti alla somiglianza che ha, vista dal basso, la forma di un surfista steso sulla tavola rispetto a quella dei mammiferi marini sopracitati. Lo squalo bianco non è però un pericolo in termini assoluti, poiché escludendo le aree geografiche nelle quali è notoriamente presente in alte concentrazioni, la probabilità di incontrare uno squalo bianco durante una normale attività ricreativa è estremamente rara.
Il Florida Museum of Natural History cura un database chiamato ISAF (International Shark Attack File) all’interno del quale vengono censiti tutti gli attacchi di squalo nel quale sono coinvolti gli esseri umani (in acqua e su imbarcazioni). Ovviamente sono registrati soltanto gli attacchi non provocati. Per quanto riguarda lo squalo bianco le statistiche dicono che nel mondo, tra il 1876 e il 2008 vi sono stati 244 attacchi non provocati dei quali 65 si sono rivelati mortali. La stragrande maggioranza degli attacchi avviene in acque superficiali e gli stati più coinvolti sono: Florida, California, Australia, Hawaii, isole Figi, Bahamas e Sudafrica. Il tasso di mortalità degli attacchi è in forte discesa, sia per la sempre maggiore informazione che viene fatta nelle spiagge a rischio, sia per le reti protettive che vengono installate nei luoghi turistici.
Parallelamente all’ISAF è stato istituito anche il MEDSAF (Mediterranean Shark Attack File) che classifica gli attacchi di squalo non provocati nel solo Mediterraneo. Secondo i dati presenti in questo database, dal 1890 al 1998 lo squalo bianco è stato sicuramente responsabile del 60,6% degli attacchi totali di squalo avvenuti nel mediterraneo (37 attacchi) e del 52% degli attacchi mortali (22 morti). È da considerare comunque che molti attacchi, specie in passato, non sono mai stati segnalati. Dal medesimo database si apprende che l'ultimo attacco mortale di squalo nel mediterraneo è stato causato da uno squalo bianco la mattina del 2 febbraio 1989, nel Golfo di Baratti (Piombino), ai danni del sub Luciano Costanzo, molestato a 27 metri di profondità mentre puliva dei cavi sottomarini, e ucciso in superficie mentre tentava di raggiungere la barca di appoggio.
Nonostante questi dati possano sembrare inquietanti, in realtà l'ISAF si propone di spingere l'opinione pubblica verso un approccio più razionale al problema. Ha perciò fornito un dettagliato numero di casi di morte per diversi motivi comparandone i rischi con quelli relativi agli attacchi di squalo. Per citare qualche esempio, soltanto negli Stati Uniti dove vi è una concentrazione di squali bianchi superiore alla media negli ultimi 50 anni vi sono stati 1.930 morti dovute a fulmini contro 25 morti dovute ad attacchi di squalo.
Allo stato attuale non si hanno notizie di squali bianchi in cattività, sebbene alcuni acquari siano riusciti ad ospitarne alcuni esemplari per periodi più o meno lunghi.
Nell'agosto del 1980 una femmina di 2,4 metri, "Sandy" fu ospitata nel California Academy of Sciences a San Francisco in California, ma venne liberata perché si rifiutava di mangiare e sbatteva contro le pareti della vasca.
Nell'agosto del 1981 uno squalo bianco è sopravvissuto per 16 giorni al SeaWorld di San Diego in California, prima di essere rilasciato.
Il Monterey Bay Aquarium ha ospitato e poi liberato cinque diversi squali bianchi in cattività. Il primo esemplare, una femmina, è stato introdotto nel 2004 ed è rimasto in esposizione per 198 giorni, record assoluto di permanenza di uno squalo bianco in cattività. Nell'agosto del 2006 uno squalo bianco maschio è rimasto in vasca per 137 giorni, nell'agosto del 2007 un altro maschio è stato tenuto in cattività per 162 giorni mentre nell'agosto 2008 la permanenza di una femmina è stata soltanto di 11 giorni. L'ultimo squalo ad essere ospitato nell'acquario californiano è stata una femmina che vi è rimasta per 70 giorni ed è stata liberata il 4 novembre 2009, in anticipo sui tempi previsti a causa del comportamento aggressivo che manifestava verso gli altri squali. Quest'ultima è stata l'unica dei cinque squali catturati a morire dopo la liberazione, in quanto nel marzo 2010 è stata uccisa da una rete da pesca. Dei cinque squali, tre sono stati catturati appositamente per essere inseriti nell'acquario, due invece vi sono giunti per cattura accidentale da parte di pescherecci. Tutti gli squali al momento della liberazione sono stati dotati di un sensore che ne ha monitorato gli spostamenti per alcuni mesi.
Il fascino degli squali bianchi spinge molti turisti a recarsi nei luoghi dove è possibile avvistarli e osservarli in immersione. I luoghi più quotati per lo "shark tourism" sono generalmente Seal Island in Sudafrica, l'isola di Guadalupe in Messico, Rottnest Island in Australia e Stewart Island in Nuova Zelanda. Ci sono diversi metodi di approccio. È possibile osservare gli squali dalla barca grazie alle operazioni di pasturazione ("chumming") del mare con sangue e materiali organici di prede abituali degli squali, in modo da attirare lo squalo verso la barca. Un altro metodo è quello di legare alla barca una fune dove all'altro capo viene agganciata la sagoma di una foca: lo squalo vede la sagoma e l'attacca dal basso effettuando un salto fuori dall'acqua, per la gioia delle cineprese dei turisti.
L'osservazione può essere fatta anche in acqua grazie all'ausilio di gabbie metalliche, sempre previa pasturazione del mare circostante. L'osservazione e l'interazione con grandi squali bianchi fuori dalla gabbia viene effettuata solo da pochi e coraggiosi esperti data la pericolosità dell'animale.
Di particolare interesse scientifico e fascino sono le immersioni di Mike Rutzen, che riesce a toccare e quasi a giocare con squali bianchi di notevoli dimensioni.
Attualmente è in corso una polemica tra gli addetti ai lavori sull'opportunità di attirare gli squali con materiali organici, in quanto alcuni ricercatori sostengono che nel tempo gli squali potrebbero associare l'uomo alla presenza di esche e sangue, con relativo pericolo per i bagnanti. Da parte degli operatori turistici viene però fatto notare come questa presunta associazione sia ancora tutta da dimostrare, in quanto le aree di pasturazione sono già aree di caccia per gli squali. Inoltre viene posto l'accento sull'importanza del turismo per la salvaguardia dello squalo: infatti sensibilizzerebbe l'opinione pubblica sulla necessità di proteggere lo squalo bianco e spingerebbe gli abitanti del posto a proteggere le aree turistiche, al fine di salvaguardare il non indifferente indotto economico dovuto alla presenza di questi squali. Questo non toglie che in alcuni stati, come l'Alabama il "chumming" sia vietato per legge, al fine di salvaguardare i bagnanti.
Lo squalo bianco è attualmente minacciato e rientra tra le specie protette dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES). Leggi specifiche sono state inoltre deliberate dagli Stati di Australia, Sudafrica, Namibia, Israele, Malta, Italia, California, Florida e Nuova Zelanda. L'Australia ha messo a punto un piano di recupero globale per i grandi squali bianchi presenti nelle sue acque.
Le cause della diminuzione degli esemplari consistono nel depauperamento del patrimonio ittico di cui lo squalo bianco si nutre, la pesca accidentale soprattutto in tonnare o spadare, quella a scopo sportivo o mirata alla commercializzazione di denti, pinne o mandibole complete, e la presenza di reti alla deriva. Come per gli altri squali è oggetto di pesca commerciale a scopo alimentare per la preparazione della zuppa di pinne di squalo anche se non rientra tra le specie privilegiate, e la sua carne non sembra essere particolarmente pregiata.
L'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) lo ha inserito nella sua lista rossa classificandolo come vulnerabile, stima effettuata quando si riteneva che lo squalo bianco fosse un animale fondamentalmente stanziale. Recentemente, però, uno studio dell'Università di Stanford ha evidenziato che lo squalo bianco compie migrazioni fino a 18 000 km, per cui ultimamente si ipotizza che spesso sia stato contato più volte uno stesso esemplare. Questo significa che la popolazione di squali bianchi nel mondo è stata finora grandemente sovrastimata e si ipotizza un futuro aggiornamento dello stato di rischio, in quanto il nuovo calcolo proposto dall'università di Stanford ipotizza la presenza di soli 3.500 esemplari in tutto mondo, meno delle tigri.
Sostanzialmente cosmopolita è diffuso particolarmente in acque fredde o temperate tra gli 11 e 24 °C, sulla costa o al largo. È particolarmente presente al largo delle coste meridionali dell'Australia, del Sudafrica, della California, del Messico, del nord-est degli Stati Uniti e nell'isola messicana di Guadalupe, in Nuova Zelanda. È tuttavia possibile trovarlo anche in acque più calde, come ai Caraibi. Vi sono aree diventate particolarmente interessanti per l'elevato numero di esemplari presenti, come Seal Island in Sudafrica, dove vi è una colonia di decine di migliaia di otarie che attirano numerosi grandi esemplari di squali bianchi e, di riflesso, numerosi turisti che vengono ad ammirarne le predazioni. In un'area del Pacifico tra Bassa California e Hawaii vi è il cosiddetto White Shark Café, ricco di squali bianchi per ragioni tuttora poco chiare.
Presente anche nel mar Mediterraneo dove vi è una zona di riproduzione nell'area che comprende Sicilia, Malta e Tunisia. Uno studio del 2010 effettuato sul patrimonio genetico di squali bianchi presenti in Turchia, Tunisia e Sicilia e pubblicato sulla rivista Proceedings of the Royal Society ha ipotizzato che gli squali bianchi del mediterraneo siano arrivati dall'Australia 450.000 anni fa attraverso lo Stretto di Gibilterra a causa di un errore nel seguire le correnti marine e che non siano più riusciti ad uscirne. A dimostrarlo sarebbe il loro patrimonio genetico, molto più simile a quello degli squali bianchi australiani rispetto a quello degli squali bianchi atlantici. Lo stesso studio, inoltre, sostiene che poiché gli squali atlantici entrano nel mediterraneo assai raramente, gli squali bianchi del mediterraneo siano isolati geneticamente, fatto che li svantaggia dal punto di vista dell'adattamento evolutivo.
È uno squalo pelagico, ma si avvicina alle coste particolarmente nelle zone dove la piattaforma continentale è molto vicina ad esse o nelle aree particolarmente ricche di potenziali prede (come, ad esempio, colonie di otarie, foche, o pinguini). Non tollera le acque dolci ma può frequentare aree vicino ad estuari e penetrare all'interno di baie saline poco interessate a fenomeni di bassa marea, nonché in aree dove sono presenti scarichi fognari, dato che i residui organici attirano l'attenzione dei sensi dello squalo. Tende a restare ad una profondità che va dalla superficie ai 250 metri, anche se può scendere molto oltre, fino a 1.200 metri e compie numerose tratte trans-oceaniche, per esempio dal Sudafrica all'Australasia, o dalla California alle Hawaii. È assente nelle regioni fredde dell'Artico, dell'Antartico, nel Mar Nero e nel Mar Baltico. Tende ad evitare le zone nelle quali la presenza umana si manifesta con pesca eccessiva e inquinamento delle acque, tuttavia sembra che persista in alcune aree densamente abitate come lo Stretto di Messina o le spiagge californiane e australiane. Di tanto in tanto, questa specie può raggiungere anche il Mare di Okhotsk e la Terra del Fuoco, ma solo raramente.
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domenica 6 settembre 2015
IL SOMMERGIBILE
Tecnicamente il termine sommergibile si riferisce alle unità che hanno prestazioni in immersione (in particolare velocità e manovrabilità) inferiori rispetto a quelle in emersione: concepiti prevalentemente per l'impiego in superficie, mantengono la possibilità di immergersi all'occorrenza, per periodi di tempo limitati.
Invece, il termine sottomarino si riferisce alle unità progettate per navigare e combattere prevalentemente in immersione.
In termini ingegneristici, la differenza è nella diversa forma dello scafo, più “navale” per il primo e più affusolata e cilindrica (a "sigaro") per il secondo e, soprattutto, nella diversa percentuale di riserva di spinta, relativamente alta per un sommergibile (intorno al 30-35%), piuttosto esigua per un sottomarino (circa il 10-15%).
Alla categoria dei sommergibili appartengono quasi tutte le unità progettate fino alla fine della seconda guerra mondiale, quasi sempre dotate di armamento cannoniero sul ponte per poter ingaggiare a cannonate le unità mercantili disarmate o leggermente armate, risparmiando così i preziosi siluri. Se pure sia difficile stabilire quale sia stato il progetto che permise il salto di qualità dal sommergibile al sottomarino, si ritiene che lo spartiacque tra sommergibili e sottomarini sia rappresentato dagli U-Boot Tipo XXI del 1944-45 (ma già la Classe R britannica della prima guerra mondiale presentava una velocità in immersione superiore a quella in superficie). Tuttavia spesso i termini sommergibile e sottomarini sono usati genericamente, come sinonimi.
Una leggenda racconta che intorno al 333 a.C. Alessandro Magno volle farsi calare nelle acque del mar Egeo, racchiuso in uno speciale barile di vetro per poter osservare la vita sottomarina.
A ricordo di questa improbabile impresa furono eseguite numerose incisioni.
Il primo battello subacqueo funzionante fu costruito nel 1624 in Inghilterra su progetto di un inventore olandese di nome Cornelius van Drebbel .
Era un'imbarcazione di legno chiusa che poteva scendere sotto la superficie e riaffiorare a piacere, in quanto usava una paratia di cuoio che poteva espandersi, essere pressata e fatta tornare nella posizione originale, espellendo l'acqua di zavorra. La propulsione era fornita da remi ed un tubo di sfiato portava alla superficie. Il re Giacomo I d'Inghilterra presenziò personalmente ad una immersione nel Tamigi, quando van Drebbel navigò con successo da Westminster a Greenwich.
Durante il XVII ed il XVIII secolo furono fatti molti tentativi per progettare battelli subacquei più efficienti.
Nel 1775 David Bushnell , un americano che ricercava nuovi metodi per attaccare le navi inglesi durante la Guerra d'indipendenza americana, costruì il Turtle.
Era un battello a forma di uovo manovrato da un solo uomo; la propulsione era data da un'elica azionata a mano. Il Turtle era provvisto di una cassa di zavorra che veniva riempita d'acqua per l'immersione e veniva svuotata con una pompa a mano per l'emersione. L'immersione non poteva durare più di mezz'ora perché mancava un mezzo di rifornimento di ossigeno. Il Turtle trasportava una carica di oltre 60 Kg di polvere da sparo, dotata di un meccanismo a tempo. Nel 1776 effettuò un attacco subacqueo alla nave inglese Eagle ancorata nel porto di New York, attacco che però fallì.
Nel 1801 un altro americano, Robert Fulton, costruì in Francia un sommergibile lungo più di 6 metri, con scafo di legno ricoperto di rame, il Nautilus.
Il Nautilus presenta due novità: timoni per il controllo verticale e orizzontale ed aria compressa per il rifornimento di ossigeno. La propulsione in superficie è data da vele sostenute da un albero pieghevole, mentre in immersione è spinto da un'elica a quattro pale azionata manualmente.
Nonostante il collaudo avesse avuto successo, Napoleone si rifiutò di finanziarlo.
Sul sommergibile, considerato non più semplice mezzo navale ma anche unità bellica, si svolsero studi e ricerche che portarono, nel 1863 in Francia, al battello di L. Bourgois e C. Brun: il Plongeur . La propulsione era ad elica mossa da motrice ad aria compressa. Le prove, però, non ebbero un esito felice e il progetto non ebbe seguito.
Durante la Guerra Civile americana furono impiegati dei mezzi subacquei azionati a vapore, i Davids, chiamati così per le loro piccole dimensioni, richiamandosi a Davide contro Golia. Fu costruito anche un mezzo di maggiori dimensioni, il sommergibile Hunley, che aveva un equipaggio di otto uomini.
Nel 1864 l'Hunley riuscì ad affondare la nave Housatonic al largo di Charleston , ma si inabissò a sua volta. Il relitto è stato ritrovato nel 1995 e recuperato nel 2000.
Nel 1861 , l'inventore francese Brutus De Villeroi convinse la Marina Americana a costruire un sommergibile lungo 14 metri, dotato di un sistema di purificazione dell'aria, che fu chiamato Alligator.
Il suo impiego tuttavia si rivelò fallimentare perché il sommergibile era pericoloso e poco maneggevole.
L'Alligator fu comunque il primo mezzo subacqueo della Marina Americana.
Nel 1870 la Marina degli Stati Uniti acquistò dal suo inventore Oliver Halstead la “balena intelligente” , un sommergibile a propulsione manuale, dotato di aria compressa per svuotare le casse zavorra e di un'apparecchiatura di purificazione dell'aria.
La “balena intelligente” non entrò mai in servizio, tuttavia si ritiene sia stata d'ispirazione per John Holland per sviluppare il suo primo sommergibile.
I maggiori progressi nell'evoluzione di sommergibili si devono infatti ad un irlandese emigrato negli Stati Uniti, John P.Holland . Egli cominciò a costruire sommergibili con propulsione a vapore nel 1875 .
Nel 1900 la Marina gli commissionò, per 160.000 $, il sommergibile Holland
(SS-1) .
Era lungo oltre 16 metri e dotato di due motori: uno a vapore per la navigazione in superficie ed uno elettrico per la navigazione in immersione. L'equipaggio era formato da sei uomini.
In quegli anni un grosso contributo fu apportato anche da Simon Lake, che costruì sommergibili dotati di innovazioni tecniche: torretta di comando, sala di controllo e un rudimentale periscopio ruotabile .
Nel 1901 su un progetto di J.P. Holland fu costruito il primo sommergibile della British Royal Navy: fu chiamato Holland I ed era simile all'americano SS-1.
Lo sviluppo dei sommergibili nel corso dell'ultimo decennio aveva spinto molte marine militari a dotarsene, tanto che nella prima guerra mondiale ebbe un impiego fondamentale. I sommergibili ebbero un ruolo importante nel tentativo da parte della Germania, e in modo più limitato anche dell'Austria, di porre rimedio al blocco navale alleato imposto dalla supremazia navale di Gran Bretagna e Stati Uniti, e in definitiva furono una causa determinante per l'ingresso degli Stati Uniti nella guerra. I successivi vent'anni furono fondamentali per lo sviluppo del sommergibile come arma bellica. L'esperienza accumulata nel corso del prima guerra mondiale aveva spinto molti progettisti a provare nuove soluzione tecniche. Nonostante il fervore con il quale si lavorava alla ricerca di nuove soluzioni, allo scoppiare della Seconda guerra mondiale la maggiore parte delle unità era rimasta sostanzialmente uguale a quelle che operarono alla fine della grande guerra. Come già nella prima guerra mondiale il compito dei sommergibili tedeschi fu quello di contrastare il traffico di merci nell'Atlantico, ma rispetto alla prima guerra mondiale le aree nelle quali operarono si estesero notevolmente e la sorveglianza marittima da parte degli alleati era decisamente migliorata. Con l'evolversi del conflitto, la marina tedesca comprese molto presto che i sottomarini che navigavano in emersione erano bersagli facili nei confronti degli aerei da ricognizione e delle navi di pattuglia dotate di radar. Moltissimi furono quindi gli sforzi che la Kriegsmarine fece per migliorare le proprie unità. A partire dal 1942 in poi si iniziò a ridurre gradualmente l'armamento antinave in coperta. Con la diffusione del radar, l'aumento del pattugliamento aereo e il rafforzamento della scorta ai convogli da parte degli Alleati, le occasioni di impegnare bersagli in superficie col cannone si erano rarefatte fino a scomparire. I Tedeschi scelsero pertanto di sbarcare gli ormai (per loro) inutili pezzi di coperta, utilizzando il peso così risparmiato per imbarcare un maggior numero di armi antiaeree, nuovi apparati elettronici e lo "Schnorkel", un dispositivo che consentiva di utilizzare in immersione i motori diesel restando a quota periscopica. I nuovi criteri d'impiego, sviluppati con l'esperienza di guerra, prevedevano che il sommergibile dovesse ormai operare quasi totalmente in immersione: l'incremento delle prestazioni e della permanenza in immersione, anche grazie all'adozione dello "Schnorkel", unitamente alla soppressione dell'armamento di superficie di vecchia concezione portarono alla progettazione dei rivoluzionari (per l'epoca) U-Boot Tipo XXIII (costieri) e, soprattutto, U-Boot Tipo XXI "Elektroboote" oceanici, capaci di sviluppare una velocità di oltre 17 nodi in immersione e completamente sprovvisti di cannone, dotati solamente di 6 tubi lanciasiluri prodieri con 20 armi e di 4 mitragliere antiaeree da 20 mm installate in torretta. Il progresso tecnologico era ormai giunto ad un punto che le capacità in immersione di questi mezzi erano ampiamente superiori di quelle in emersione. Si era quindi compiuto il passo dal sommergibile al sottomarino. Tale rivoluzione fu così stravolgente che unità costruite pochi anni prima risultarono nel giro di qualche anno ormai completamente obsolete: per molti aspetti era quindi iniziata una nuova era.
Il primo sottomarino italiano può essere considerato il Delfino che, impostato nell'arsenale di La Spezia nel 1890, fu completato solamente nel 1896 per tutta una serie di modifiche che furono apportate al progetto originale nel corso della costruzione. Lungo 23,3 metri il Delfino dislocava in emersione 98 tonnellate. La propulsione era fornita da un motore elettrico della potenza di 65 cavalli.
Tra il 1902 e il 1904 fu sottoposto a radicali lavori di rimodernamento che comportarono anche l'imbarco di un motore a benzina per la navigazione in superficie e di un tubo lanciasiluri a poppa. Il Delfino fu sostanzialmente un'unità sperimentale, anche se effettuò 44 missioni d'agguato nel corso del primo conflitto mondiale a difesa del litorale veneto, e fu tra i primi sommergibili a imbarcare una bussola giroscopica e il periscopio.
La Marina italiana decise nel 1903 di dotarsi di questi mezzi e affidò l'incarico all'Arsenale di Venezia di progettare la prima serie di queste unità. Nacquero così i primi sommergibili italiani, la classe "Glauco" su cinque unità ("Glauco", "Squalo", "Narvalo", "Otaria", "Tricheco").
Si trattava di unità di 200 tonnellate di dislocamento, lunghe 36 metri e larghe 4 con armamento costituito da due siluri da 450 mm. I motori erano a scoppio e tale caratteristica fu il motivo per cui questi sommergibili furono soprannominati "benzinari". Il progettista, maggiore del genio navale Laurenti, si attenne al concetto, allora condiviso da molte Marine, di dare allo scafo forme avviate adatte alla navigazione in superficie. Conseguentemente le sezioni trasversali risultarono molto diverse fra di loro e la resistenza strutturale ebbe limitazioni dovute alla forma dello scafo che risultò inadatta a sostenere forti pressioni. Le cinque unità della classe, pur mantenendo inalterate le dimensioni presentarono modeste differenze di dislocamento dovute a migliorie introdotte durante l'allestimento sulle successive unità della classe ed alla definitiva abolizione di un tubo lanciasiluri, adottata a partire dalla seconda unità della serie. Anche le sagome risultarono diverse fra loro per la differente posizione della torretta che, molto prodiera sul "Glauco" assunse, via via sulle ultime unità una posizione centrale.
Anche questi battelli debbono essere considerati sperimentali poiché servirono di base per lo sviluppo dell'arma subacquea italiana. Infatti, oltre alle deficienze insite in ogni prototipo ed a quelle dovute all'insufficiente esperienza della Marina nel campo delle costruzioni di naviglio subacqueo, queste unità lamentarono anche continue noie ai motori. Il loro impiego fu poi limitato dalla presenza a bordo d'elevati quantitativi di benzina, utilizzata come combustibile. I sommergibili furono varati in tempi diversi: il "Glauco" nel 1905, lo "Squalo" ed il "Narvalo" nel 1906, l'"Otaria" nel 1908, il "Tricheco" nel 1909. Entrati in servizio e dopo l'addestramento iniziale, questi battelli operarono, con base a Venezia, prevalentemente lungo il litorale Adriatico.
Allo scoppio del conflitto formarono assieme con "Delfino" e "Foca", la quarta squadriglia, e furono suddivisi fra Venezia e Brindisi ed impiegati per la difesa ravvicinata. Nel 1916 il "Glauco" e l'"Otaria" costituirono un gruppo autonomo di base Taranto, mentre le rimanenti unità furono riunite a Venezia. Nessun sommergibile di questa classe prese parte ad azioni belliche degne di menzione. Il "Glauco" fu radiato nel 1916, tutti gli altri nel 1918.
L'arma principale di cui sono dotati i sommergibili è il siluro. La potenza di fuoco è data dal numero di tubi lanciasiluri approntati, nonché dalla quantità di siluri di riserva imbarcati, dalla potenza dell'esplosivo contenuto nelle "testa di guerra", nonché dalla raffinatezza tecnologica della centralina di lancio e di ciascuna arma (acciarino a percussione/magnetico, propulsione ad aria compressa/elettrica, complessità del sistema di guida giroscopica, sistema di ricerca acustica, griglia di ricerca prefissata, ecc.). I tubi possono essere prodieri o poppieri, ma non tutti i modelli di sommergibile dispongono di tubi poppieri. Alcuni sommergibili degli anni '30 (in special modo francesi) avevano dei complessi lanciasiluri brandeggiabili a centro nave, situati tra lo scafo resistente e il ponte. Nella maggior parte dei modelli, fino al termine della Seconda Guerra Mondiale, sono presenti un cannone antinave (talvolta due) e una o più mitragliere antiaerei, sistemate sulla torretta, che devono essere bloccate e protette prima dell'immersione e riallestite prima di poter essere utilizzate, rendendone così l'uso non immediato.
mercoledì 19 agosto 2015
L'ACQUA
" Un giorno la terra emerse dalle acque per l'opera creatrice di Dio, e come ogni bambino esce dalle acque amniotiche per vedere la luce, così l'emersione, che segue ad un'immersione nel mikvè, ripete simbolicamente ogni volta un processo di rinascita"
Fin dai tempi antichi della religione ebraica, ma ancora ai giorni nostri, il mikvè rappresenta una piscina per le immersioni rituali dei proseliti, in altre parole per coloro che si convertono all'ebraismo.
Tale piscina deve corrispondere a criteri precisi: deve essere costruita nel terreno o ad esso connesso; deve contenere una quantità d'acqua sufficiente ad un'immersione totale; l'acqua deve essere piovana e non può essere veicolata in alcun modo attraverso tubature o contenitori, non può quindi avere interferenze artificiali.
Paradossalmente si può parlare d'acqua che dona la vita, ma anche la morte.
Laddove si rinasce è necessario prima morire, questa è la filosofia della maggior parte delle religioni, in altre parole, la morte del corpo terreno ci permette la rinascita dello spirito e dell'anima ad un'altra vita.
Rimanendo al tema della gravidanza, anche qui si può applicare il concetto della vita che scaturisce da una morte precedente.
Al momento della nascita, infatti, il piccolo lascia l'ambiente in cui ha vissuto per nove mesi e rinasce ad una nuova vita: la sua vita nel grembo materno "muore", attraverso il parto ha una fase di transizione, che si conclude con una nuova nascita, la nascita dell'essere umano alla vita terrena.
Nel mikvè così come nel grembo materno ci troviamo in una situazione transitoria, in un punto di confine fra un passato che non è già più e un futuro che non è ancora.
Fin dall'antichità si parla dell'acqua come fonte originaria della vita e le religioni dalla Genesi alla mitologia Indù, dall'Islam al Corano, citano l'acqua come luogo di nascita delle creature animate e inanimate dell'Universo.
L'acqua viene espressa come principio cosmico femminile, anima del Mondo, Madre per eccellenza, genitrice di vita.
Quest'aspetto femminile lo esprime attraverso attributi di passività, accoglienza, recettività.
Il suo stato liquido la rende libera da qualsiasi vincolo e le dà la capacità di trasformarsi e assumere qualsiasi forma, riempiendo gli spazi e colmando i vuoti.
E' l'elemento che mette in comunicazione, crea un ponte tra lo spirito e la materia.
Se l'acqua è simbolo della vita e la vita nasce dall'amore, l'acqua è anche simbolo dell'amore che, come l'acqua abbraccia senza stringere.
In generale si può affermare che l'acqua, così come può pulire materialmente può "lavare" anche l'anima dal peccato, per questo motivo nelle varie religione essa viene utilizzata attraverso formule e rituali o attraverso persone investite di potere religioso.
Nella religione romana e italica troviamo già i riti di purificazione, attraverso le frequenti cerimonie di lustrazione, che avevano lo scopo di purificare persone e luoghi fisici attraverso l'aspersione di acqua.
Inoltre, per i romani era oggetto di culto, la fonte dedicata alle Camene (ninfe delle fonti), perchè si riteneva, che le sue acque avessero il potere di risanare gli infermi.
La religione ebraica, già nominata in precedenza, afferma che all'inizio della Creazione lo spirito di Dio aleggiasse sulle acque, l'acqua vista quindi come manifestazione di Dio.
Tutto l'antico Testamento esalta il segno di benedizione dell'acqua: il Diluvio e il passaggio attraverso il Mar Rosso segnano la sua forza distruttrice, ma anche la rinascita dell'umanità.
Per la religione cattolica il rituale del battesimo esprime bene il significato rigeneratore di purificazione dal peccato originale.
L'acqua assume quindi un significato di purificazione ed iniziazione.
Gli ortodossi hanno la tradizione, durante il rito del battesimo, di immergere completamente per ben tre volte il neonato nella fonte battesimale.
I musulmani possono compiere la loro preghiera rituale solo in uno stato di purezza e in un passo del corano si legge: "Nessuno può rifiutare l'acqua in eccedenza senza peccare contro Allah e contro l'uomo".
Per l'uomo primitivo che viveva in stretto contatto con la natura, le cose veramente importanti erano poche e riconducibili ai quattro elementi: il fuoco, la terra, l'aria e l'acqua, considerati dunque "divini".
L'acqua tra i quattro elementi è il più presente nella speculazione simbolica, perchè esso più di ogni altro si carica di significati legati all'origine della vita e rappresenta per eccellenza il principio vitale che penetra le cose della natura.
Nel corso degli anni l'acqua ha assunto significati a livello religioso, mitologico, letterario, mantenendo sempre la connotazione di elemento puro e purificatore, ma nello stesso tempo misterioso e inquietante.
Nell'immaginario collettivo l'acqua non ha mai perso completamente la connotazione cosmica di elemento originario, alla stregua del liquido amniotico dell'ambiente protettivo intrauterino.
Nei miti greci si narra che da Oceano, il figlio maggiore di Urano e Gaia, si generarono tutti i mari, i fiumi, le fonti, i laghi e tutte le sorgenti di acqua dolce e salata.
Nell'epica omerica, in particolare, il dio del mare era raffigurato da Poseidone, che esercitava il proprio potere su tutti i mari.
Sarebbero migliaia le citabili leggende e credenze greco-romane, che vedono protagonista l'acqua, ma per amor di sintesi riporto quella che mi ha più affascinata, vale a dire il mito di Egeria.
Egeria era la ninfa che secondo la tradizione sarebbe stata amante e musa ispiratrice di Numa Pompilio.
Alla morte di questi, gli dei impietositi dal suo dolore la trasformarono in fonte, a simboleggiare l'eternità di quell'amore.
L'acqua può anche assumere le funzione di specchio, così come dimostra il mito di Narciso.
Essa permette di scoprire la bellezza e raggiungere la consapevolezza di sé (narcisismo positivo), ma poi Narciso sbaglia, dando amore solo a se stesso e spezzando il compimento del proprio ciclo vitale ritorna alla madre (narcisismo negativo).
Inoltre l'acqua è collegata alle profezie degli oracoli, infatti, spesso, una profezia veniva rivelata attraverso una fontana o una sorgente oppure erano gli stessi siti oracolari che terminavano con una fonte, come gli oracoli di Apollo a Didima, Delfi e Rodi.
In Messico il primo lavaggio di un neonato avveniva tra litanie di ringraziamento alla dea dell'acqua, considerata la vera madre del bambino.
Ungheresi e Finnici pregavano la madre acqua, simile alla madre terra, per avere figli.
In Gambia le donne con problemi di fertilità s'immergevano e s'immergono ancora oggi negli stagni del coccodrillo sacro, perché le loro acque sono ritenute propizie al concepimento.
Gli Aztechi pensavano che la pioggia fosse il seme del dio della tempesta Tlaloc, quindi sottolineavano l'importanza dell'acqua che attraverso la pioggia feconda la terra.
Perfino la luna può essere paragonata all'acqua o addirittura, in talune circostanze, viene citata come la "Signora Delle Acque", perché essa domina le acque, sia corporee, sia degli oceani, inoltre domina i sentimenti, le emozioni.
Nel campo della psicoanalisi (Freud e Jung) viene affidata una grande importanza all'elemento acqua, essendo, infatti, l'acqua materna il primo contatto per gli esseri umani con la vita.
Secondo Jung la proiezione dell'immagine materna sull'acqua conferisce a quest'ultima delle qualità quasi magiche, peculiari della madre, come quelle di dare la vita, appunto attraverso l'acqua.
Nei sogni e nelle fantasie, inoltre, il mare, o una qualsiasi vasta distesa di acqua, significa l'inconscio.
Anche quest'ultimo può essere collegato all'aspetto materno dell'acqua, perché esso viene considerato in psicoanalisi come madre o matrice della coscienza.
L'acqua del mare, per esempio, è liquido e cibo vitale per migliaia di pesci che lì vivono e che si nutrono inconsciamente di particelle infinitesimali di cibo disciolte in esso, al pari di un bambino che si nutre al seno materno senza sapere cosa sta inghiottendo.
Nell'acqua non c'è ricerca di cibo, come c'è sulla terra, ma tutto scorre e fluttua insieme al liquido stesso.
Bachelard, afferma inoltre che l'acqua, tra tutti, è l'elemento che più si avvicina all'uomo per la sua analogia con la scorrevolezza: la vita dell'uomo scorre così come scorre un fiume nel suo letto.
Fabio Piangiani (compositore) afferma che una prima similitudine tra acqua e musica si trova nello scorrere e nel fluire, movimenti che appartengono all'acqua come alla musica, quindi si trovano ad essere simbolo e manifestazione del procedere del tempo.
Nelle sue varie forme (fiume, mere, pioggia, neve, ghiaccio, nebbia...) l'acqua è come la musica, espressione della creazione infinita, che nel suo incessante mutare, rimane sempre se stessa.
Se ci pensiamo l'acqua produce musica e suoni: ad esempio l'infrangersi delle onde, il ticchettio della pioggia, il gorgoglio di un ruscello....
Non dimentichiamo quanti cantanti e compositori abbiano associato al loro lavoro l'elemento acqua: il mare, un fiume, un lago che potevano essere dispensatori di pace e allegria, ma anche di oscuri presagi.
Lo scienziato e ricercatore giapponese Masaru Emoto ha messo a punto una tecnica per esaminare al microscopio e fotografare i cristalli che si formano durante il congelamento di diversi tipi di acqua, come l'acqua di rubinetto di diverse città del mondo, l'acqua proveniente da sorgenti, laghi, paludi, ghiacciai di varie parti del mondo.
Le immagini osservate a microscopio mostrano come l'acqua sia quasi un nastro magnetico liquido in grado di registrare in modo molto sensibile le informazioni energetiche che riceve dall'ambiente.
Si rileva come l'acqua di torrenti e sorgenti incontaminati mostra dei bellissimi disegni geometrici nella struttura cristallina.
Al contrario, l'acqua inquinata, tossica o stagnante, mostra forma e strutture cristalline distorte e non armoniche.
Grazie agli studi sulla musico terapia, Emoto ebbe l'intuizione di esporre l'acqua alla musica per vederne gli effetti sulla struttura.
Quest'esperimento ha evidenziato come l'acqua trattata con parole "positive", forma dei cristalli bellissimi, simili a quelli della neve; l'acqua trattata con parole "cattive" reagisce in modo "negativo", creando forme amorfe e brutte.
Questo ci dimostra sempre di più che l'acqua può avere notevoli effetti benefici se correttamente energizzata ed influenzata, pensiamo per esempio all'omeopatia ed ai fiori di Bach.
Dante Alighieri e nella "Divina Commedia" nella parte riguardante l'inferno, cita i famosi due fiumi dell'oltretomba: Acheronte e Stige.
Il primo segnava il confine con l'oltretomba ed era attraversato dalle anime sulla barca guidata da Caronte, mentre le acque dello Stige erano considerate venefiche e rappresentavano la palude che circonda la città di Dite.
Dante non si limita a dare solo un simbolo di connotazione negativa all'elemento acqua, infatti, nel paradiso cita altri due fiumi, il Lete e l'Eunoè, in cui le anime che stavano per passare in paradiso s'immergevano per cancellare la memoria dei peccati commessi in vita e rafforzare la memoria delle opere buone.
Nell'opera dantesca si vede come l'acqua può segnare un passaggio doloroso per i dannati dell'inferno, ma altresì un passaggio purificatore per i beati del paradiso.
Questo elemento accompagna gli svariati destini degli esseri umani nel bene e nel male.
Ogni elemento possiede una propria dissoluzione, la terra ha la polvere, il fuoco il fumo, mentre l'acqua dissolve nel modo più completo, quindi ci aiuta a morire totalmente.
L'acqua è un liquido flessibile, si muove secondo le impressioni che riceve.
L'acqua assimila, interiorizza, ammorbidisce, mescola, inibisce, omogeneizza, riempie e risolve, si espande, è profonda, ricettiva, purificante e terapeutica.
L'acqua vince sempre, cedendo, cambiando forma, adattandosi alle circostanze, aggirando gli ostacoli che incontra, ma inesorabilmente dalla sorgente in cui nasce piano piano giunge al mare, diventando prima torrente e poi fiume in un continuo processo di trasformazione che è la sua vera forza.
Questo percorso assomiglia un po' a quello che deve affrontare una donna in gravidanza, perché come l'acqua, ella cambia forma, si adatta alle circostanze, incontra ostacoli e paure, che deve avere la forza di riuscire ad aggirare, ma alla fine del percorso di nove mesi, giunge al suo mare, rappresentato dalla nascita del bambino che porta in grembo.
Così come l'acqua dalla sorgente ha l'unico scopo di giungere al mare ed è disposta ad affrontare ogni ostacolo, così la donna dalla sua nascita sviluppa un percorso ricco d'esperienze, gioie e dolori, che quasi sempre la porteranno alla sua naturale realizzazione suprema, quella della procreazione.
L'acqua è la sorgente di vita e mezzo di purificazione e di rinascita.
In India, l'acqua è la materia prima, la Prakriti. Il Brahmanda, l'Uovo del mondo, è covato alla superficie delle acque. Analogamente, nella Genesi, lo spirito di Dio aleggia sulle superfici delle acque. Per i Cinesi, l'acqua è il Wu-chi, il senza culmine, il Caos primitivo. La nozione di acque primordiali è quasi universale. In Polinesia e presso la maggior parte dei popoli austro-asiatici individuano nell'acqua la potenza cosmica. L'acqua è origine e veicolo di ogni forma di vita. La linfa è acqua ed in alcuni testi tantrici l'acqua rappresenta il prana, cioè il soffio vitale. Sul piano fisico, ed in quanto dono del cielo, è simbolo universale di fecondità e fertilità.
Altrettanto generale è la concezione dell'acqua come strumento di purificazione rituale. Dall'Islam al Giappone nei riti degli antichi fu-shui taoisti e naturalmente nelle aspersioni di acqua benedetta del cristianesimo, l'abluzione ha una funzione fondamentale. In India ed in tutto il Sud est asiatico, l'aspersione delle statue sacre e dei fedeli, specialmente al Capodanno, è rito insieme di purificazione e di rigenerazione.
Nelle tradizioni ebraica e cristiana, l'acqua simboleggia innanzi tutto l'origine della creazione. Tuttavia, come avviene per ogni simbolo, l'acqua presenta anche un'ambivalenza totale e a tutti i livelli, come del resto avviene per tutti i simboli. E' fonte di vita e fonte di morte, creatrice e distruttrice. Lo scatenamento delle acque è simbolo delle più gravi catastrofi: in questo caso l'acqua punisce i peccatori, ma non colpisce i giusti che nulla hanno da temere dalle grandi acque.
L'acqua si presenta come un simbolo cosmogonico: poiché essa purifica, guarisce e ringiovanisce, essa introduce all'eternità.
L'acqua possiede in se stessa una virtù di purificazione, ed anche per questo è considerata sacra, e per sua virtù, cancella ogni colpa. L'acqua del battesimo lava i peccati e viene somministrata una sola volta perché essa fa accedere ad un altro stato, a quella di uomo nuovo. Questa scomparsa del vecchio uomo, può essere paragonata ad un diluvio, perché quest'ultimo simboleggia una scomparsa, una cancellazione: un'epoca scompare, un'altra sorge. L'immersione nell'acqua è rigeneratrice, opera una rinascita nel senso che essa è contemporaneamente morte e vita.
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