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venerdì 2 ottobre 2015

I PONTI



Il ponte Siduhe, è un ponte a sospensione che attraversa il fiume Siduhe, nella provincia di Hubei, in Cina. Inaugurato il 15 novembre 2009, con un'altezza di 472 metri tra il piano stradale e il fiume sottostante è attualmente il ponte più alto del mondo.

Si trova lungo l'autostrada West Hurong, che collega Shanghai sulla costa del Pacifico con le città di Chongqing e Chengdu. Il costo dell'opera è stato stimato in 100 milioni di USD.

La particolare conformazione della zona non permetteva di usare metodi tradizionali per stendere il primo cavo del ponte, detto cavo pilota, quindi gli ingegneri sono ricorsi all'uso di un razzo per metterlo in opera. Il cavo è stato steso il 6 ottobre 2006, con un notevole risparmio dei costi.

I due cavi portanti principali pesano ciascuno 3.185 t. Sono formati da 127 trecce disposte in forma esagonale. Ogni treccia è composta da 127 fili di acciaio, per un totale di 16.129 fili per cavo. Ciascun cavo ha una portata di 191,960 kilonewtons. L'impalcato è sorretto da 272 cavi di sospensione, con un peso totale di 130 t.

Il viadotto autostradale di Millau è un ponte strallato che attraversa la valle del Tarn vicino a Millau, nel dipartimento dell'Aveyron (regione del Midi-Pirenei, nella Francia meridionale). Progettato da Michel Virlogeux in collaborazione con lo studio Foster + Partners, è uno dei più alti ponti veicolari del mondo, con la sommità dell'insieme pilastro/pilone a 341 metri; leggermente più alto della torre Eiffel e solo 40 m più basso dell'Empire State Building. Fu formalmente inaugurato il 14 dicembre 2004 e aperto al traffico il 16 dicembre 2004.

Prima che il ponte fosse costruito, il traffico doveva scendere nella valle del fiume Tarn e passare lungo la route nationale N9 vicino alla città di Millau, causando una pesante congestione all'inizio e alla fine della stagione estiva, in luglio e agosto. Il ponte ora traversa la valle del Tarn nel suo punto più basso, collegando la causse du Larzac alla causse rouge, ed è all'interno del perimetro del parco naturale regionale dei Grands Causses.



Il ponte forma l'ultimo collegamento dell'autostrada A75 (la Méridienne), fornendo un continuo tratto di superstrada dal sud di Parigi attraverso Clermont-Ferrand a Béziers. Lo scopo dell'A75 è di aumentare la velocità e ridurre il costo del traffico veicolare che viaggia lungo questa strada. Molti turisti diretti nel sud della Francia e in Spagna seguono questa strada perché è diretta e senza pedaggio per i 340 km tra Clermont-Ferrand e Béziers, eccetto per lo stesso ponte.

Il ponte fu costruito dal gruppo Eiffage, che costruì anche la Torre Eiffel, con un contratto governativo che permette alla compagnia di raccogliere i pedaggi per 75 anni.
Il Viadotto di Millau consiste di un impalcato di acciaio di otto campate supportato da sette pile di cemento. La carreggiata pesa 36 000 tonnellate ed è lunga 2 460 m, misurando 32 m in larghezza per 4,2 m di spessore. Le sei campate centrali misurano ognuna 342 m e le due campate esterne misurano 204 m. L'impalcato ha una pendenza del 3% che scende da sud a nord, e presenta una curvatura planimetrica di raggio di 20 km per dare ai guidatori una migliore visibilità. Ha due corsie in entrambe le direzioni.

Le pile variano in altezza da 77  a 246 m, e si assottigliano nella loro sezione longitudinale da 24,5 m alla base a 11 m all'altezza della piattaforma. Ogni pila è composta da 16 sezioni, ognuna pesante 2,230 tonnellate. Queste sezioni furono assemblate sul sito da pezzi da 60 tonnellate, larghi 4 m e lunghi 17 m, fabbricati in industrie nel Lauterbourg e Fos-sur-Mer dal gruppo Eiffage. Ciascun pilastro supporta piloni alti 97 m. Le pile furono pre-assemblate, insieme con qualche supporto temporaneo, prima che la piattaforma fosse posata tra i pilastri tramite pompe idrauliche controllate via satellite che muovevano la piattaforma di 600 mm ogni 4 minuti.

Il viadotto è il più alto ponte veicolare d'Europa, alto circa due volte il precedente ponte stradale più alto d'Europa, l'Europabrücke in Austria. Il ponte sullo Stretto di Messina in Italia, se costruito come proposto sarà ancora più alto. Il progetto corrente parla di torri alte 382,6 m.

Il viadotto è anche il secondo ponte veicolare più alto misurato a livello della carreggiata. La sua piattaforma, a "quasi 270 m" sopra il Tarn, è leggermente più alta del New River Gorge Bridge nel West Virginia negli Stati Uniti, che è 267 m sopra il New River. Il Royal Gorge Bridge nel Colorado, negli Stati Uniti ha una piattaforma considerevolmente più alta di qualsiasi altra, a 321 m sopra il Fiume Arkansas.

La costruzione iniziò il 10 ottobre 2001 prevedendo una durata di 3 anni per la consegna dell'opera, ma le condizioni meteorologiche prolungarono la costruzione oltre il tempo previsto. A programma rivisto si prevedeva che il ponte fosse aperto nel gennaio 2005. Il viadotto fu inaugurato ufficialmente dal Presidente Chirac il 14 dicembre, 2004 per aprirlo al traffico il 16 dicembre, un mese prima della data programmata.

Dopo la scelta del tragitto con un viadotto elevato, cinque squadre di architetti e ricercatori lavorarono simultaneamente su una soluzione tecnica. L'idea originale del ponte fu sviluppata dal designer francese Michel Virlogeux. Gli architetti del ponte sono parte dello studio britannico Foster and Partners che lavorò insieme con lo studio ingegneristico olandese ARCADIS, responsabile per il disegno tecnico del ponte.

Il progetto richiese circa 127 000 m³ di cemento, 19 000 tonnellate di acciaio per il cemento armato, e 5 000 tonnellate di cemento precompresso con relativi cavi d'acciaio all'interno. Il costruttore afferma che la durata del ponte sarà di almeno 120 anni.

Tra i ponti più lunghi del mondo e quelli più alti presenti in tutti il pianeta, gli Usa in classifica non ci sono. Da una parte del globo all’altra infatti, solo certi territori permettono all’uomo di creare costruzioni così imponenti, ponti in grado di superare canyon e fiumi che un tempo separavano le popolazioni impedendo contatti e comunicazioni.



Il ponte, come ha sottolineato una volta lo scrittore Alessandro Baricco, è una costruzione di pace, un mezzo per unire popoli e genti; peccato che opere tanto maestose vengano spesso rovinate, in primo luogo da Google Earth che tende a deformarli e poi dai tanti innamorati che appena vedono un ponte devono attaccarci un lucchetto; e poi ci tocca pure spendere per toglierli e conservarli.

Il primo  ponte più lungo in assoluto è il Ponte di Akashi Kaikyo nella regione di Kobe-Awaji in Giappone. Questa costruzione eccezionale, completata nel 1998 ha la campata principale lunga la bellezza di 1991 metri.

A questo ponte giapponese ne segue un altro asiatico, il Xihoumen Bridge nell’arcipelago di Zhoushan in Cina, costruito nel 2009. Siamo però ben al di sotto della lunghezza precedente, qui la campata principale è lunga “solo” 1650 metri.

La medaglia di bronzo dei ponti più lunghi del mondo va invece al ponte Storebæltsbroen  in Danimarca. Quello che sicuramente è la costruzione di questo tipo più lunga d’Europa, edificato nel 1998, si trova precisamente a Halsskov-Sprogø e copre un lunghezza di 1624 metri.

Passando invece ai ponti più alti del mondo la medaglia d’oro va a una recentissima costruzione cinese portata a termine nel 2011: il ponte Aizhai, lungo 1176 metri è un incredibile cavalcavia autostradale che collega due tratti di un tunnel, passando il canyon di Dehang. Parliamo di una struttura sospesa alta 355 metri.

Il Russky Bridge, infatti, lungo 1104 metri, è alto “soltanto” 320,9 metri dal suolo. Si trova nei pressi di Vladivostok sullo stretto del Bosforo orientale ed è stato completato nel 2012.






giovedì 17 settembre 2015

LO STRETTO DI MESSINA



"Noi siamo sempre pronti, facciamo questo di mestiere, ci piacerebbe farlo, è una bella cosa, lo dico sempre che il Ponte è una risorsa per il Sud, è importante per il Paese" e per questo "spero che si faccia e continuo a crederci". Lo ha detto l'ad di Salini Impregilo, Pietro Salini commentando le parole del ministro dell'Interno Angelino Alfano, che nei giorni scorsi ha annunciato un Ddl sulla grande opera.

L'infrastruttura "può avere una grande valenza per lo sviluppo del Sud - ha aggiunto Salini - non possiamo lasciare il Sud in mano alla criminalità, dobbiamo investire in quell'area del Paese. Penso che sia un grandissimo investimento per tutti, è una grande fonte di lavoro e un'occasione di rivedere un Paese che pensa in termini di programmi, di visione del futuro".

Lo Stretto di Messina, situato al centro del Mediterraneo, separa la Sicilia dalla penisola Italiana e costituisce il collegamento tra i bacini Ionico e Tirrenico. Dal punto di vista morfologico lo Stretto può essere paragonato ad un imbuto che rivolge verso Nord la parte più stretta, situata tra Capo Peloro e Torre Cavallo (dove presenta l’ampiezza di 1,7 miglia), mentre verso Sud si apre gradatamente (fino a raggiungere una larghezza di 7,5 miglia) tra Capo Scaletta e Punta Pellaro. In corrispondenza della congiungente Ganzirri-Punta Pezzo è presente una soglia la cui parte più elevata si trova a circa 80 metri dalla superficie. A partire da questa sezione il fondale degrada rapidamente fino a raggiungere circa 2000 metri nel tratto antistante Capo dell’Armi (Mar Ionio) e 500 metri nel Mar Tirreno.

Lo Stretto di Messina presenta caratteristiche di unicità che si manifestano principalmente nella ricchezza di vita delle sue acque. Tale condizione di unicità è correlata principalmente con le sue peculiari caratteristiche idrodinamiche. Nello Stretto di Messina confluiscono i due mari Ionio e Tirreno, che presentano fasi opposte di marea, per cui al massimo livello nel Mar Ionio corrisponde il minimo nel Tirreno e viceversa. Per compensare la differenza di livello dei due bacini si genera un flusso d’acqua diretto per circa sei ore della giornata dallo Ionio verso il Tirreno (corrente “montante”) e poi per altre sei ore dal Tirreno verso lo Ionio (corrente “scendente”); entrambe le correnti determinano controcorrenti litorali, denominate refoli o bastardi. Inoltre persiste una corrente stazionaria, con direzione costante e intensità variabile fino ad un nodo, che va nel senso della scendente nello strato compreso tra 0 e 30 metri, mentre al di sotto di tale quota le acque fluiscono in senso inverso. Al termine di ciascuna fase di corrente segue un breve intervallo di stanca, cui subito succede un ribollimento delle acque lungo una fascia trasversale dello Stretto. Il fenomeno, detto “taglio”, è individuabile per il frangente che si genera e si sposta verso Sud, lungo l’asse delle Stretto, in entrambe le fasi di corrente. Successivamente le acque cominciano a scorrere con velocità crescente, raggiungendo il valore massimo (fino a oltre sei nodi in periodi di sigizie) dopo circa tre ore, secondo la nuova direzione assiale. Dal conflitto di queste acque si generano i famosi vortici di cui i vari classici greci e latini tramandarono un pauroso ricordo nella leggenda dei mostri di Scilla e Cariddi.

L’intensità delle correnti e la particolare conformazione delle coste e dei fondali dello Stretto di Messina determinano costanti fenomeni di upwelling, cioè rimonta di acque profonde ricche di nutrienti in superficie. In specifiche zone dello Stretto, dove i fenomeni di risalita sono più intensi, è addirittura possibile reperire organismi batifili, che di solito vivono a profondità comprese tra i 200 ed i 900 metri, sospinti in superficie ancora in vita dall’azione delle correnti.

Per quanto si riferisce al profilo sottomarino dello stretto, esso può essere paragonato ad un monte, il cui culmine è la "sella" (lungo la congiungente Ganzirri-punta Pezzo), i cui opposti versanti hanno pendenze decisamente differenti. Nel mar Tirreno, infatti, il fondo marino digrada lentamente fino a raggiungere i 1.000 m nell’area di Milazzo e, per trovare la batimetrica dei 2.000 m, si deve oltrepassare l’isola di Stromboli. Nella parte meridionale (mare Ionio), invece, il pendio è molto ripido ed a pochi chilometri dalla "sella" è possibile registrare la profondità di 500 m tra le città di Messina e Reggio, oltrepassare ampiamente i 1.200 m poco più a sud (punta Pellaro), per raggiungere i 2.000 m al centro della congiungente ideale capo Taormina - capo d'Armi.

La minore ampiezza (3.150 metri nel punto più stretto) si riscontra lungo la congiungente Ganzirri-punta Pezzo cui corrisponde a livello del fondo una "sella" sottomarina ove si riscontrano le minori profondità (80–120 m). In questo tratto i fondali marini presentano un solco mediano irregolare, con profondità massima di 115 m, che divide una zona occidentale (in prossimità di Ganzirri) caratterizzata da profonde incisioni, da quella orientale di Punta Pezzo, più profonda e pianeggiante.

Caratteristica del settore settentrionale dello stretto è l'ampia valle di Scilla, con una parte più profonda e ripida (circa 200 m). La valle comincia poi ad appiattirsi e ad essere meno acclive verso il mar Tirreno dove prende il nome di bacino di Palmi. Le pareti laterali della valle, profonde e scoscese, si elevano bruscamente conferendo alla sezione trasversale una forma ad "U". Un'ampia ed irregolare depressione, meno incisa (valle di Messina), avente anch’essa sezione ad "U", si riscontra nella parte meridionale. A profondità superiori ai 500 m, la valle di Messina si stringe divenendo più profonda e dando origine ad un ripido canyon sottomarino (canyon di Messina) che si protende fino alla piana batiale dello Ionio.

Tralasciando gli aspetti mitologici, la cui influenza ha permeato per secoli la visione anche artistica dello stretto di Messina i primi studi di carattere scientifico sulle correnti dello stretto di Messina si devono a Ribaud, vice-console francese a Messina, che nel 1825 pubblica un compendio di quanto noto all'epoca su tale argomento. Le sue osservazioni hanno rappresentato un punto fermo per quasi un secolo. Da segnalare anche la pubblicazione nel 1882 di un "manuale pratico" molto dettagliato da parte di F. Longo, comandante di navi mercantili particolarmente esperto dello stretto.



Finalmente, a distanza di quasi un secolo dalle osservazioni di Ribaud, il particolare regime delle correnti dello stretto fu studiato per la prima volta con grande dettaglio scientifico mediante la raccolta sistematica di dati mirati ad una conoscenza completa dei fenomeni, durante le campagne di studio della Nave Marsigli della Marina Militare, svolte durante gli anni 1922 e 1923 sotto la direzione del prof. Vercelli (fisico, direttore dell’Istituto geofisico di Trieste); furono indagate anche le caratteristiche fisico-chimiche di quelle acque grazie alle analisi condotte da Picotti (chimico dello stesso istituto).

Dall’insieme dei risultati raccolti vennero costruite le "Tavole di Marea" dello stretto, tuttora edite dall’Istituto idrografico della Marina (I.I.M. Pubbl. n° 3133), dalla cui lettura è possibile conoscere le previsioni della corrente (velocità e direzione) in due punti (punta Pezzo in Calabria e Ganzirri in Sicilia); è inoltre possibile calcolare, grazie a formule molto semplici, le previsioni di corrente in altri 9 punti.

Nel corso degli anni sono state effettuate periodiche verifiche di tali misure, con strumenti sempre più sofisticati, che hanno di fatto confermato l’ottimo lavoro svolto nel 1922-1923. Anche le ulteriori elaborazioni di Defant (1940) hanno contribuito all’aumento delle nostre conoscenze ed alla migliore comprensione dei fenomeni dinamici dello stretto di Messina.

Nel 1980, al fine di valutare la possibilità di uno sfruttamento delle correnti dello stretto per la produzione di energia, è stata condotta dall’OGS (Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale) di Trieste una campagna di misure su lungo periodo per conto dell’ENEL, con il posizionamento in 9 punti dello stretto, nell’area di minore ampiezza compresa tra le congiungenti Ganzirri-Punta Pezzo e Capo Peloro-Scilla, di una serie di catene correntometriche con 3 moderni correntometri ciascuna, per un totale di 27 strumenti di misura operativi in situ per un periodo di 4-6 mesi.

A partire dalla metà degli anni 80, la Ponte di Archimede S.p.A. inizia ad interessarsi del problema con un diverso approccio (posizionamento in superficie su struttura galleggiante ed asse verticale) e con la collaborazione di una ditta specializzata in propulsori per la navigazione ad asse verticale (VOITH GmbH).

I primi esperimenti iniziano nel 1986, passano dal brevetto per la turbina idraulica ad asse verticale KOBOLD nel 1998, per giungere all’impianto pilota ENERMAR posto in attività nello stretto nel marzo 2002 e collegato alla rete elettrica nazionale nel mese di marzo 2006.

La piattaforma, ancorata 150 m al largo di Ganzirri (Sicilia), ha un diametro di 10 m, è dotata di elica a tre lame alta 5 m ed è in grado di erogare 100 kW con una velocità della corrente di 3 m/s. I risultati sperimentali indicano in circa 22.000 kWh l'energia utile estraibile annualmente. In questo sito, considerata l'area interessata dalle correnti, l'energia totale estraibile dallo stretto di Messina sarebbe pari a 538 GWh.

In aree marine lontane dallo stretto di Messina, il mar Tirreno è mediamente più freddo e meno salato del mare Ionio, mentre, lungo tutta la costa siciliana compresa tra capo Taormina e Messina, i fenomeni di upwelling, portando in superficie acque di profondità, determinano che le acque ioniche presenti negli strati superficiali dello stretto siano sensibilmente più fredde di quelle riscontrabili alla medesima quota in altre zone del mar Ionio. Per le acque di superficie estive le temperature nello stretto sono mediamente più basse di 4 - 10 °C. Delle masse d’acqua del mar Mediterraneo (superficiali, levantine intermedie, profonde), e quindi del mar Ionio e del mar Tirreno, soltanto quelle superficiali e levantine intermedie sembrano entrare in gioco nello stretto di Messina, come confermato dalle misure di salinità nell’arco di 24 ore effettuate davanti a Ganzirri.

Dall’esame di questi dati si può osservare che acque sottostanti la Levantine Intermediate Water (LIW) non raggiungono lo stretto, infatti l’isoalina di 38,7 e sporadici valori di 38,8 indicano nella LIW il confine inferiore delle acque che possono rimontare dal mar Ionio. È possibile affermare, inoltre, che dal mar Tirreno provengono esclusivamente acque superficiali.

Secondo Defant (1940), solo metà dell’acqua ionica risalita nello stretto passerebbe nel mar Tirreno ove, in accordo ai dati di Vercelli e Picotti (1926), sarebbe condizionata nel suo movimento (orizzontale verso NW e verticale verso il fondo) sia dalla maggiore densità, rispetto a quella delle acque tirreniche, sia dalle stesse acque che da tale bacino fluiscono a sud parallelamente alla costa calabrese sia, infine, da un vortice stabile a rotazione ciclonica centrato a nord dell’ingresso settentrionale dello stretto.

Il transito nello stretto di Messina delle diverse masse d’acqua, in funzione del regime di corrente, determina quindi l’incontro di acque tra di loro non immediatamente miscibili. Poiché solo una parte delle acque che si presentano sulla sella riesce a passare nel bacino contiguo e di queste una parte cospicua, perdendo velocità, staziona ai confini dello stretto per ritornarvi nuovamente con il successivo flusso, è possibile riscontrare con frequenza corpi d’acqua che, cambiando bacino, vanno ad occupare quote diverse da quelle originarie in funzione di un nuovo equilibrio dinamico negli strati d’acqua del bacino ricevente. Questo continuo spostamento e lento mescolamento di acque è un fattore ulteriore di vivificazione dell’area dello stretto di Messina. Infatti, i sali di azoto e fosforo trasportati negli strati superficiali dalle acque profonde ioniche non riescono ad essere utilizzati immediatamente dal fitoplancton nelle zone di grande turbolenza, mentre ciò può avvenire ai margini dello stretto, ove la velocità della corrente si riduce notevolmente.

Il modello semplificato risultante può essere così riassunto: arricchimento nell’area della "sella"; massimo di clorofilla e produzione di sostanza organica qualche chilometro a sud (punta Pellaro), degradazione e mineralizzazione della sostanza organica (prima prodotta a nord) nella parte più meridionale dello stretto (capo dell’Armi).

Le correnti di upwelling fanno sì che le acque dello stretto siano nettamente più ricche di plancton rispetto a quelle dei mari adiacenti, il che favorisce una maggiore diversità ittica.

Le condizioni idrologiche dello stretto di Messina sono straordinarie, e del tutto peculiari e speciali sono i popolamenti che esso ospita. Infatti, l’intenso idrodinamismo e le caratteristiche chimiche delle acque dello stretto sono in grado di condizionare gli organismi che in esso vivono e, anzi, riescono ad influenzare l’intero assetto biologico dell’ambiente determinando uno straordinario ecosistema, unico nel mar Mediterraneo per biocenosi ed abbondanza di specie; lo stretto di Messina, quindi, costituisce un fondamentale serbatoio di biodiversità.

Le intense ed alterne correnti, la bassa temperatura e l’abbondanza di sali di azoto e fosforo trasportati in superficie dalle acque profonde determinano la disponibilità di una grande quantità di sostanza organica utilizzata sia dagli organismi pelagici sia, soprattutto, dai popolamenti bentonici costieri. Tutto ciò, insieme ai fenomeni associati, determina un vero e proprio riarrangiamento ecologico che nelle specie a prevalente distribuzione occidentale tende a simulare una condizione di tipo "atlantico". Infatti, numerose specie prettamente atlantiche, come ad esempio le laminarie (grandi alghe brune), pur se presenti in qualche altra zona del mar Mediterraneo solo nello stretto di Messina  riescono a formare comunità ben strutturate formando delle vere foreste sottomarine a riprova delle ottimali condizioni ambientali.

È importante segnalare a questo proposito che sia le laminarie di bassa profondità (Sacchoryza polyschides), sia i popolamenti profondi a Laminaria ochroleuca, e le comunità vegetali associate, sono strettamente dipendenti dalle caratteristiche fisiche e biologiche del substrato. Come è noto, infatti, per completare il loro ciclo vitale, questi organismi richiedono un substrato solido già colonizzato da rodoficee calcaree, in assenza delle quali l’insediamento non può avere luogo.



Lo stretto di Messina, confine fra i due bacini occidentale ed orientale del mar Mediterraneo, è un punto importante di osservazione dei flussi migratori delle specie che si trovano nei due bacini. In quest’area pervengono o transitano comunità planctoniche, anche di lontana origine sia orientale sia atlantica. Fra le specie bentoniche, di particolare rilevanza è la presenza di Pilumnus inermis, in precedenza considerato esclusivamente atlantico, che rappresenta una delle specie più rilevanti nell’associazione a Errina aspera (idrozoo), noto endemismo dello stretto di Messina, su cui vive un Mollusco cipreide (Pedicularia sicula), riscontrabile a livello della sella fra 80 e 110 m, ove sono presenti numerose altre specie fra cui l’ofiura Ophiactis balli ed i crostacei Parthenope expansa e Portunus pelagicus (immigrato lessepsiano). Da segnalare ancora il dente di cane gigante (Pachylasma giganteum). Grande importanza biologica ed ecologica è anche da ascrivere alle già citate Laminariales dello stretto (Sacchoryza polyschides e Laminaria ochroleuca). Infine, sembra doveroso evidenziare sia la presenza di Albunea carabus e di cospicui insediamenti di Pinna nobilis sia, per quanto si riferisce invece ai popolamenti vegetali, la presenza di Rodoficee calcaree e di vaste praterie di Posidonia oceanica, ampiamente distribuite per areale e per profondità. Degna di nota, sempre per gli organismi vegetali, è anche la presenza di Phyllariopsis brevipes, Phyllariopsis purpurascens, Desmarestia dresnayi, Desmarestia ligulata, Cryptopleura ramosa specie che sono da ritenersi di estrema importanza perché presenti solo in quest’area o in poche altre aree molto ristrette del mar Mediterraneo.

Dal punto di vista faunistico lo stretto di Messina è considerato da sempre il paradiso degli zoologi, per l’enorme biodiversità che lo caratterizza. Le specie di invertebrati bentonici sono quelle che destano maggiore interesse. Il fondale è arricchito da una grande varietà di forme e colori dovute all’abbondanza di celenterati (attinie, madrepore e coralli).

Un chiaro esempio sono le "foreste" di gorgonie gialle e rosse (Paramuricea clavata) dei fondali di Scilla. Queste, aderendo al substrato, creano un vero e proprio bosco, ambiente ideale ad ospitare numerose altre specie bentoniche.

Le specie ittiche sono ben rappresentate da cernie, saraghi, dentici, castagnole, leccie, ricciole ed in periodo invernale dagli splendidi Zeus faber conosciuti anche come pesce San Pietro.

Indubbiamente lo stretto di Messina, trovandosi lungo una delle principali direttrici migratorie del mar Mediterraneo, è un punto fondamentale di transito per la migrazione di numerose specie. Certamente le più conosciute e rilevanti, da un punto di vista economico ed ambientale, sono i grandi pelagici, cioè tonno rosso (Thunnus thynnus), alalunga (Thunnus alalunga), palamita (Sarda sarda), aguglia imperiale (Tetrapturus belone) ed il pescespada (Xiphias gladius).

Le caratteristiche idrodinamiche e la ricchezza dello stretto determinano il transito in acque superficiali di questi pesci che possono essere catturati con le particolari barche chiamate feluche o passerelle, attive solo in questa parte del mar Mediterraneo. Inoltre, solo nello stretto, pur se con attrezzi diversi, è possibile catturare il tonno in tutto l’arco dell’anno e di tutte le classi d’età (dalle forme giovanili agli organismi adulti) perché sarebbe presente una popolazione stanziale che periodicamente si muove tra i due mari limitrofi: il Tirreno e lo Ionio.

Da considerare ancora che lo stretto di Messina è un punto di passaggio obbligato per le migrazioni dei cetacei, probabilmente il più importante nel mar Mediterraneo in termini di diversità di specie. Degni di segnalazione, oltre a tutte le specie di delfini presenti in Mediterraneo, sono le balenottere e particolarmente i capodogli che attraversano lo stretto per andare nell’area delle Isole Eolie probabilmente a fini riproduttivi.

Infine, è da evidenziare la presenza di alcuni importanti selacei che migrano attraverso lo stretto di Messina, quali Carcharodon carcharias (squalo bianco, il quale è attratto dai delfini e tonni che qui sono più abbondanti rispetto ad altre zone del Mediterraneo ) ed Hexanchus griseus, conosciuto come squalo capopiatto.

Altra peculiarità dello stretto di Messina è la presenza di una varia e numerosa fauna batipelagica (comunemente chiamata anche fauna abissale) che, trasportata in superficie dalla corrente proveniente da Sud (corrente montante), può essere facilmente catturata ancora in condizioni vitali nei punti di maggiore turbolenza (vortici o scale di marea), o trovata spiaggiata lungo la riva in particolari condizioni meteo-marine. Esempi classici da menzionare sono Chauliodus sloani (pesce vipera), Argyropelecus hemigymnus (pesce accetta o ascia d’argento) e Myctophum punctatum (pesce diavolo).

Tali organismi batipelagici, che vivono in grandi quantità nelle profondità del mar Mediterraneo (tra i 300 ed i 1.000 m ed anche oltre), pur non avendo alcun valore commerciale sono una fondamentale risorsa trofica per l'ecosistema marino in genere e per lo stretto in particolare. Alcune specie non vengono trasportate in superficie dalle correnti in maniera totalmente passiva, ma effettuano ben definiti movimenti verticali, risalendo in superficie soprattutto durante la notte (migrazioni nictimerali).

La gran parte di questi pesci dall'aspetto mostruoso, in maggioranza dotata di particolari organi luminosi chiamati fotofori, è facilmente reperibile nello stretto.

La loro abbondante presenza, segnalata in ambito scientifico dall’ittiologo messinese Anastasio Cocco, richiamò a Messina tra la seconda metà del XIX secolo e l'inizio del XX secolo scienziati provenienti da tutta Europa che potevano trovare, in modo relativamente semplice, il materiale più vario ed abbondante per i loro studi. Krohn, per primo definì lo stretto di Messina come il paradiso degli zoologi. Per ricordare i più importanti tra questi studiosi, furono presenti a Messina per svolgere ricerche di zoologia, anatomia ed embriologia il già ricordato Krohn, Ruppel, Muller, Claus, Kolliker, Gegenbaur, Keferstein, Metschnikoff, Hertwig, Foll, ed Anton Dohrn, che in quegli anni fondò la Stazione Zoologica di Napoli, ancora oggi prestigioso centro di ricerca di livello internazionale, a lui intitolato in anni recenti.

Lungo le coste siciliane e calabresi dello stretto è presente un biotopo costiero di notevole interesse, costituito da un complesso biocenotico che, per la sua particolare origine e struttura, non può passare inosservato (infatti, nella sponda siciliana, rientra nei confini della Riserva naturale Lagune di capo Peloro). Si tratta di un tratto esteso di costa compreso tra capo Peloro e S. Agata, interessato dalla presenza di una panchina rocciosa che, dalla linea di spiaggia, si porta fino ad alcuni metri di profondità.

Questa formazione, interpretabile come una beach rock, si situa in una posizione di raccordo tra il piano mesolitorale e la frangia superiore del piano infralitorale. Tale struttura rappresenta l’unico substrato duro naturale per le comunità bentoniche all’interno di questa fascia batimetrica, lungo il versante siciliano dello stretto.

Inoltre, per la sua particolare morfologia, per la distribuzione topografica, ed in funzione dei particolari condizionamenti determinati dal regime idrodinamico dello stretto, la struttura ospita comunità bentoniche del tutto originali, rispetto a quanto noto per la generalità dei biotopi mediterranei affini. Oltre al suo rilevante interesse in termini di documentazione geologica (testimonianza di età tirreniana) e antropologica (anticamente utilizzata come cava per macine da mulino), la struttura è di grande importanza in quanto ospita estese formazioni a Vermetus, cioè un biotopo protetto a livello comunitario. Tali formazioni rappresentano inoltre un caso unico nel mar Mediterraneo, in quanto ubicate sulla superficie del conglomerato, anziché disposte nella tipica formazione a trottoir.

Le due province che si affacciano sullo stretto sono Messina e Reggio Calabria. Nel secondo dopoguerra si impose l’idea di porre rimedio all’arretratezza e al sottosviluppo meridionale tramite la creazione di grandi poli industriali, che richiedevano a loro volta la realizzazione di grandi infrastrutture di collegamento, che nel caso dello stretto di Messina sarebbe stato l'attraversamento stabile. In questo clima, alla fine degli anni ‘60 venne approvato il cosiddetto “Progetto 80” ovvero il programma economico nazionale 1971-1975, che tra le altre, prevedeva la creazione dell’Area Metropolitana dello stretto di Messina, da realizzarsi attorno all’attraversamento stabile. Tale previsione veniva condivisa dai piani regolatori generali di Giuseppe Samonà e Quaroni/Castelli come una proiezione pianificatoria di ampio respiro, mentre non ebbe successo a livello regionale, tanto che gli strumenti di programmazione regionale successivi non solo non proponevano uno sviluppo unificato dell’area dello stretto, ma al contrario prevedevano uno sviluppo infraregionale, in cui era prevista una espansione preferenziale verso l’entroterra dei grandi centri.

L'attraverso ferroviario avviene imbarcando il treno nel traghetto. Il tempo totale impiegato dalle Ferrovie dello Stato per la traversata e i suoi preparativi è di quasi 2 ore (calcolato come il tempo che intercorre tra l'arrivo del treno a Villa S. Giovanni e il momento in cui il treno è in grado di ripartire da Messina)
Reggio Calabria - Messina (11 km):
un tempo veniva svolto l'intero traffico tra le due regioni fino alla costruzione dell'approdo di Villa San Giovanni che ha consentito lo spostamento dell'intero traffico ferroviario e la maggior parte del traffico automobilistico, ciò ha permesso di alleggerire il traffico nel porto di Reggio sfruttando la minore distanza tra le due coste che intercorre a nord;
oggi tra i due porti di Reggio e Messina si svolge parte del traffico di traghetti che permettono di trasportare persone e automobili tra le due città dello stretto;
si svolgono collegamenti veloci tra i due porti tramite navette ed aliscafi che permettono di trasportare persone tra le due città;
Reggio Calabria - Tremestieri (ME) (11 km):
si imbarca dal porto di Reggio verso il nuovo approdo di Tremestieri, inaugurato nel 2005 nella zona Sud di Messina;
Villa San Giovanni (RC) - Tremestieri (ME) (14 km):
gran parte del traffico pesante si svolge dall'approdo di Villa San Giovanni verso il nuovo approdo di Tremestieri. È in progetto l'ampliamento dell'approdo siciliano con la costruzione di nuovi invasi, che serviranno a liberare totalmente il porto di Messina dal traffico con destinazione l'attraversamento dello stretto.




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martedì 15 settembre 2015

IL BOSFORO



Nella storia, il Bosforo ha sempre avuto una notevole importanza commerciale e strategica. Nel V secolo a.C., la città-stato di Atene, dipendente dal grano importato dalla Scizia, mantenne strette alleanze con le città che controllavano lo stretto, tra le quali, particolare peso raggiunse Bisanzio, colonia di Megara. Le stesse considerazioni indussero l'imperatore romano Costantino I a fondare qui, nel 330, la nuova capitale dell'impero, Costantinopoli, che durante il medioevo rimase tra le più popolose città europee.

Nel 1453 la città venne conquistata dai turchi ottomani, che a tale scopo costruirono sui due lati dello stretto le fortificazioni di Anadoluhisari (1393) e Rumelihisari (1451). Il controllo del Bosforo continuò a essere al centro di diversi conflitti nella storia moderna, in particolare la guerra russo-turca (1877-1878) e l'attacco da parte delle potenze alleate ai Dardanelli nel 1915 durante la prima guerra mondiale. E non solo: la guerra di Troia, al di là della giustificazione che è stata data, cioè il rapimento della bella Elena da parte di Paride, figlio del re di Troia, fu mossa dai greci proprio per il controllo dello stretto dei Dardanelli e del Bosforo.

Il Bosforo deriva dalla lingua di Tracia ma le origini sono sconosciute. In lingua Greca invece vuol dire "il passaggio della giovenca" e riferisce ad un mito dell'Io, una di tanti amanti del dio Giove (Zeus). Secondo il mito, per nascondersi dalla gelosa moglie di Giove il dio aveva trasformata la ragazza in una giovenca e poi la quale era forzata ad attraversare dal Bosforo a nuoto e scappare fino alla Ionia in forma di una mucca inseguita da un tafano mandato da Era (Hera) per disturbarla fino all'eterno.

La formazione del Bosforo risale al periodo dei movimenti dei continenti quando era un piccolo fiume. Lo stretto potrebbe essersi formato attorno al 6000 a.C. quando le acque del Mediterraneo salirono di livello fino a raggiungere il Mar Nero.

Il Bosforo ha una posizione molto strategica perche' e' l'unica uscita dal Mar Nero. Numerose civilta' dell'antichita' e le loro armi hanno voluto sempre controllare questo passaggio fra Asia Minore e l'Europa, e raccogliere il pedaggio. Uno dei ragioni piu' importanti nel scegliere la localita' dove fondare la citta' di Istanbul, ovvero l'antico Bisanzio, fu proprio lo stretto del Bosforo. Oggi, le acque del Bosforo sono considerate nella legge del marittimo internazionale e sono ad accesso libero ai navi, pagando un pedaggio naturalmente. Il traffico marittimo commerciale qui e' molto intenso, e comprende migliaia di petroliere provenienti dal Mar Nero nella loro rotta verso il Mediterraneo. Ogni anno, circa 50-60 mila navi commerciali passano dal Bosforo in transito.


È lungo 30 km., largo da un massimo di 3 km. alle bocche a un minimo di uno a Kandïllï e ad Orta. È profondo in media 30-40 m., e deve in realtà la sua origine all'affondamento di una valle fluviale, che nel Pliocene ancora mandava le sue acque attraverso l'Egeide verso il Mar Nero. Ha tuttora l'aspetto di una tipica valle di erosione. Le rive della Tracia e quelle asiatiche dell'antica Bitinia sono assai simili nei riguardi del rilievo, dell'aspetto fisico e della vegetazione, e presentano la massima altezza (m. 247 s. m.) nei monti KabataS, presso la foresta di Belgrado (Belgrat Ormanï) sulla riva europea. Ambedue le costiere sono ricche di acque correnti e ricoperte di una lussureggiante vegetazione, il che conferisce al paesaggio un aspetto magnifico.
Il braccio di mare è percorso da quasi tutte le compagnie di navigazione straniere che fanno rotta per il Mar Nero, e le due rive sono battute dai vaporetti di una compagnia di navigazione turca, che fa il servizio dal Ponte di Galata fino a Rumelikavagï, impiegandovi in media due ore e mezzo. Numerosi sono i villaggi posti lungo le rive. Si può dire che fino a Therapia (Tarabya) si ha una continuazione dei sobborghi di Istanbul e un succedersi continuo di case e di ville.

Il primo approdo sulla riva europea è quello di KabataS provvisto di un piccolo molo. È una propaggine di Pera e si adorna di edifici e monumenti degni di nota. Due chilometri più avanti è il villaggio BeSiktaS, che possiede la tomba del famoso corsaro Barbarossa. A sette chilometri da Pera troviamo KuruçeSme (fontana secca), residenza estiva dei facoltosi levantini; prossimo ad esso è il villaggio degli Albanesi (Arnayutköy), oggi abitato da Greci e da Ebrei. Nelle vicinanze di questo paese si trova il Capo della Corrente (Akinti Burnu) e così chiamato per la corrente impetuosa delle acque, tanto che tutti i carichi debbono essere rimorchiati da vaporetti. Il Bosforo poi si allarga in una vasta baia con un paesaggio incantevole: sulla riva europea vi è l'approdo di Bebek, l'antim Cheleae. Al 10° chilometro da Istanbul il Bosforo si fa più stretto e la corrente diviene impetuosissima: la località viene detta dai Turchi Keitan Akintisi. Si incontra infine Rumelïhisarï o castello di Rumelia, detto anche Bogaz Kesen, costruito da Maometto II nel 1452, cioè un anno prima della conquista di Costantinopoli. Si crede che corrisponda all'antico promontorio; quivi infatti le acque sono tranquille e la corrente è minima. In questo punto la tradizione vuole che Dario gettasse il ponte di barche dove passarono 700 mila uomini, guidati nella guerra contro gli Sciti. Al chilometro dodicesimo da Pera vi è il villaggio di Boyacïkoyü o villaggio dei tintori, abitato prevalentemente da Armeni e Greci e quasi unito al paese di Emïrgan, l'antica Kyparódes o villaggio dei Ciprioti immigrati. Procedendo sempre sulla riva europea si incontrano successivamente Yeniköy (l'antica Cantes Bacchiae), e la celebre Thérapia (Tarabya), che per analogia ha sostituito l'antico nome di Farmakeion, la cui origine risale alla leggenda di Medea; è così chiamata per la dolcezza del clima e per la bontà delle sue acque. Nel golfo sbocca la vallata del Krio neró (acqua fresca), così chiamata per le sue acque minerali freschissime. All'estremità settentrionale del golfo, doppiando il Capo della Calce (Kïrecburnu) si può scoprire da lontano il Mar Nero. A 19 km e mezzo da Istanbul si trova il più aristocratico dei villaggi del Bosforo: Büyükdere o la grande vallata, abitato da cristiani. Poco dopo si nota il capo delle tombe o Mesarburnu (antico promontorio Sintas), dove si elevava un tempio a Venere Meretrice. Altri villaggi sulla riva europea sono Yenimahalle e Rumelikavagï, ultima stazione dei battelli costieri. Prima dell'imboccatura del Bosforo sul Mar Nero, cioè alle isolette Cyanee, si trovano i paesi di Büyük Liman, Garïpçe e Rumelï Fenerï.



Seguendo nel senso contrario, dal Mar Nero al Mar di Marmara, la costa asiatica troviamo Anadolu Fenerï, Poiras Kale, che porta un forte, a difesa dell'entrata. Ad Anadolukavagï si fermano tutti i battelli per ottenere la libera pratica. Sul promontorio Hieron (120 m.) si leva un poderoso castello genovese, chiamato dai Turchi Yoros Kalesi che si crede costruito nel sec. XIV. Poco lungi si elevava il tempio di Giove "del buon vento", elevato dai Calcedoni e trasformato da Giustiniano in un tempio cristiano. Presso Anadolukavagï si eleva la collina YuSa Tepesi o Monte del Gigante (m. 195). Poco dopo si trovano i villaggi di Beykoz, Unkiar Kalesi, PaSabahçe, Cubuklu. A 13 km da Costantinopoli il battello si ferma a Kanlïca (il Villaggio sanguinante), situato presso il promontorio omonimo (Kanlica Burnu): quivi sbocca il vallone di Peha Körfez e più lontano la vallata del Büyük Göksù, che bagna l'incantevole prateria delle Acque dolci dell'Asia. A 11 km, dal ponte di Galata si trova l'approdo di Anadoluhïsar o castello d'Asia, detto anche Güzelhisar (Bella fortezza); poco dopo si vede la località Kandïllï (la lanterna), così chiamata dal fanale, che era issato sul promontorio per far riconoscere ai naviganti le rive dello stretto, nel punto dove la corrente è rapidissima. Seguono i villaggi di Vaniköy ai piedi della collina Icadiye, poi Cengelköy, Beylerbey, alla base del monte Bulgorlu, Kuzguncük a 5 km. da Scutari; in ultimo Scutari (Üsküdar), che dista dall'approdo una ventina di minuti. Il battello costeggia la torre di Leandro o della Vergine (Kiz-Kalesi) che s'innalza a 30 m. s. m. all'entrata del Bosforo. Scutari ha due approdi: Harem e Salacak Iskelesi.

Dalla denominazione del Bosforo, di cui possediamo minuta descrizione geografica per l'antichità in uno scritto di Dionisio di Bisanzio, è designata la grande battaglia navale ivi combattutasi, nell'autunno del 318 a. C., fra le forze di Antigono e quelle di Poliperconte. Antigono, stretta alleanza con Cassandro e con Lisimaco contro Poliperconte, si disponeva a passare in Europa attraverso l'Ellesponto, per congiungersi con Cassandro. Per parare il pericolo, Poliperconte fece partire alla volta della Propontide (Mar di Marmara) la flotta al comando di Clito, mentre quella di Antigono e di Cassandro si radunava nell'Ellesponto (stretto dei Dardanelli) al comando di Nicanore. La battaglia, che ci è descritta da Diodoro (XVIII, 72; cfr. Polieno, IV, 6, 8), si combatté nel Bosforo, in vicinanza del Mar Nero: la vittoria arrise in un primo momento a Clito, che poté affondare 17 navi avversarie e catturarne circa 40. Nella notte però Antigono, con l'aiuto degli alleati Bisanzî, fece passare lo stretto ad una parte delle sue truppe e con esse attaccò, all'alba, il campo nemico, mentre le 70 navi superstiti della flotta di Nicanore l'attaccavano dalla parte del mare. L'abile manovra sorprese completamente Clito; tutta la flotta cadde, senza possibilità di resistenza, nelle mani del nemico: lo stesso Clito fu ucciso nella fuga dai soldati di Lisimaco.

Il ponte sul Bosforo, chiamato anche primo ponte sul Bosforo è uno dei due ponti di Istanbul, in Turchia che attraversano lo stretto del Bosforo e che permettono di collegare l'Europa con l'Asia (l'altra è il ponte Fatih Sultan Mehmet, chiamato anche il secondo ponte sul Bosforo.)

Il ponte si trova tra Ortaköy (sul lato europeo) e Beylerbeyi (nella parte asiatica).

Si tratta di un classico ponte sospeso a cavi parabolici e impalcato sottile di tipo aerodinamico, con piloni in acciaio e pendini di sospensione inclinati che formano maglie triangolari. La sua lunghezza complessiva è di 1.510 metri per 39 m di larghezza. La distanza tra le torri (campata principale) è 1.074 m e la loro altezza sul livello della strada è di 105 m. Il ponte sul Bosforo era il quarto ponte sospeso al mondo per la lunghezza della campata, quando fu completato nel 1973 era il più lungo al di fuori degli Stati Uniti. Fu realizzato dagli ingegneri Roberts e Brown con la collaborazione dell'italiano Almerico Meomartini.