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mercoledì 8 giugno 2016

LA GIORNATA DEGLI OCEANI



L'impegno delle Nazioni Unite nella giornata mondiale degli Oceani è rivolto quest'anno soprattutto ai rifiuti, e in primis alla plastica. Si stima che ogni anno finiscano in acqua circa otto milioni di tonnellate di plastica. Rifiuti che si rimpiccioliscono gradualmente e vengono assimilati da numerosi organismi marini entrando in circolo nella catena alimentare (di cui fa parte anche l’uomo che si nutre di pesce). Secondo uno studio pubblicato lo scorso anno su Proceedings of the National Academy of Sciences, fino al 90 per cento degli uccelli marini di tutto il mondo ha residui di plastica nelle viscere.

Pesca eccessiva e insostenibile, distruzione degli ecosistemi marini e riscaldamento delle acque sono i gravi problemi del nostro Mediterraneo secondo il Wwf. Un chiaro  segno del malessere del nostro mare è la grande diffusione delle meduse: mentre prima si registravano picchi di presenza di meduse ogni 10-15 anni oggi abbiamo cadenze annuali.

Un oceano pulito significa vivere in un pianeta più sano: questo è l’importante messaggio diffuso dalle Nazioni unite in occasione della Giornata mondiale degli oceani 2016. Il focus di quest’anno è l’inquinamento delle acque causato dalla plastica, fattore che ha avuto un forte impatto sia sugli ecosistemi che sulla fauna marina. Alcune tra le conseguenze più drammatiche dovute all’inquinamento sono lo sbiancamento delle barriere coralline, tra cui la Grande barriera australiana, e il cambiamento nella catena ecologica marina. Uno studio pubblicato di recente su Science ha permesso di evidenziare che alcune larve, cresciute in un ambiente marino saturo di plastica, hanno iniziato a modificare le proprie abitudini alimentari, preferendo la plastica al plancton. Comportamenti che conducono queste specie alla morte.

Secondo le stime attuali, ogni anno finiscono nel mare circa otto milioni di tonnellate di plastica, numeri sono destinati a duplicare nei prossimi vent’anni e a quadruplicare entro il 2050.

È come se, ogni minuto, venisse scaricato nei mari un camion pieno di plastica. Nonostante le raccomandazioni dei Governi, che premono per sistemi di riciclaggio più efficienti, i dati non sono incoraggianti: solo il 5% della plastica prodotta viene poi riciclata correttamente, il 40% finisce in discarica e un terzo finisce negli ecosistemi sensibili, tra cui gli oceani.

Gli oceani non sono solo una fondamentale risorsa ambientale, ma economica: in termini di risorse e industrie, gli oceani garantiscono oggi il 5% del Pil mondiale, generando circa 3mila miliardi di dollari l’anno.

Gli oceani coprono tre quarti della superficie terrestre, garantiscono la sopravvivenza di 3 miliardi di persone e generano circa 3 mila miliardi di dollari all'anno in termini di risorse e industrie, il 5% del Pil globale. Salvaguardare la loro salute è dunque essenziale per assicurare non soltanto la sopravvivenza delle specie che li abitano, ma anche la nostra. E la priorità, sottolinea l'Onu, è ridurre la quantità di plastica che viene gettata in mare, quantificata in circa 1,09 milioni di chili ogni ora, 8,8 milioni di tonnellate ogni anno. Soltanto nel nostro Paese la plastica rappresenta fino all'80 per cento dei rifiuti in mare aperto e sulle coste.



I danni di queste isole galleggianti di plastica sono spaventosi. I primi a farne le spese sono gli animali marini, che ingeriscono soprattutto i sacchetti, credendoli prede. La diminuzione nel Mediterraneo delle tartarughe dipende in gran parte dalla plastica, le Caretta caretta si cibano di meduse e scambiano le buste per cibo o finiscono impiglate in fili di plastica. Mancando le tartarughe marine, aumentano le meduse, con uno scompenso generale della catena alimentare che porta al progressivo depauperamento di tutta la fauna. Alcuni studi hanno inoltre accertato che, indirettamente, anche noi finiamo per "nutrirci di plastica", o meglio delle sostanze tossiche che la compongono. I pesci ingeriscono infatti quelli che gli esperti chiamano "coriandoli di plastica" e mangiando le loro carni assimiliamo microframmenti con sostanze tossiche.

L'Onu auspica una azione globale per ridurre l'uso della plastica, così come raccomandato anche dal World Economic Forum che nel suo dossier "La nuova economia della plastica - Ripensare il suo futuro"  dello scorso gennaio, aveva sottolineato che è prioritario trovare un nuovo modello di utilizzo degli imballaggi e delle plastiche in genere. L'usa e getta provoca infatti una perdita per l’economia pari a 80-120 miliardi di dollari l’anno, il 95% del valore materiale di questi imballaggi. Trovare efficaci sistemi di riciclo e riutilizzo, riducendo il rilascio dei rifiuti nell'ambiente, farebbe dunque bene non soltanto agli oceani, ma all'economia in generale.
  
Non c'è Paese che possa dirsi innocente nell'azione di soffocamento degli oceani con la plastica, ma ci sono economie che incidono più di altre sullo stato di salute dei nostri mari. Cina, Filippine, Thailandia, Vietnam e Indonesia, da soli, sono responsabili per il 60% della plastica che ogni anno finisce negli oceani e sempre il rapporto del World Economic Forum prevede che se non ci sarà un deciso cambio di rotta entro il 2050 negli oceani ci sarà più plastica che pesci.




giovedì 21 aprile 2016

IL PESCE PIPISTRELLO



La famiglia degli Ephippidae comprende 15 specie di pesci d'acqua salata, appartenenti all'ordine dei Perciformes.

Alcune specie sono comunemente conosciute come pesci pipistrello e pesci forcella.

Questi pesci sono diffusi in tutti gli oceani, raramente in lagune e foci fluviali.

Il corpo è alto, schiacciato ai fianchi: visto di profilo ha forma vagamente circolare. La bocca è piccola e i denti sono inseriti anche nel palato. Le pinne pettorali e ventrali sono allungate, mentre la dorsale e la pinna anale seguono la linea del corpo: spesso sono allungate. La coda è a delta o forcuta.
Alcune specie presentano pinne estremamente allungate (Platax pinnatus) mentre altri si discostano dalla forma generale della famiglia, avendo corpi tozzi e pieni (Proteracanthus sarissophorus ).
La livrea è varia, secondo la specie.

Alcune specie sono pescate per l'allevamento in acquario. Spesso sono ospiti di acquari pubblici.

Il pesce pipistrello è lungo circa 15 cm, con una testa piatta, larga, coperta da piccoli aculei che, seppur dall’aspetto non proprio rassicurante, sono innocui. Le creature in questione, con rossetto da pin-up, rigorosamente waterproof, che Madre Natura ha deciso di truccare esageratamente, vivono in mari tiepidi e temperati, su fondali di tipo sabbioso, a circa 100 metri di profondità; sono carnivori,  nutrendosi di molluschi, granchi, gamberi e piccoli pesci e la loro pinna dorsale non ricopre un ruolo nel mantenere l’equilibrio, trasformandosi, piuttosto, in una protrusione sopra il capo, in grado di attrarre le prede; proprio come avviene nelle rane pescatrici che raggiungono l’età adulta. Le sue labbra sono tanto brillanti da risultare quasi fosforescenti.



Il pesce pipistrello dalle labbra rosse,pessimo nuotatore che cammina sul fondo dell’oceano utilizzando le pinne come zampe, scoperto di recente, è un motivo in più per lasciarsi trasportare dalla bellezza incontaminata delle Galapagos, isole di grande attrattiva turistica che, per i naturalisti, costituiscono un importante termometro dello stato di salute del nostro pianeta, esattamente come l’Antartide e la Foresta Amazzonica, poiché il loro ecosistema è talmente complesso, da essere fragilissimo e sensibile ad ogni piccolo cambiamento. Si ritiene che la funzione delle labbra rosso brillante sia quella di migliorare il riconoscimento della specie durante la deposizione delle uova.



mercoledì 17 febbraio 2016

IL PESCE VOLANTE



Gli Exocoetidae, noti comunemente come pesci volanti o pesci rondine, sono una famiglia di pesci ossei appartenenti all'ordine Beloniformes.

Questi pesci hanno tutto sommato una struttura del corpo abbastanza ordinaria, il corpo è affusolato e siluriforme, la bocca è piccola, rivolta verso l'alto e dotata di denti piccoli, l'occhio è, al contrario, grande. Le squame sono grandi e molto dure.
Quello che rende inconfondibili gli esocetidi sono i caratteri delle pinne: le pinne pettorali sono in tutte le specie molto lunghe, in molte specie raggiungono la pinna dorsale se non la pinna caudale.

A seconda delle specie le pinne ventrali possono o meno essere allungate (molto meno delle pettorali) e si possono distinguere i "pesci volanti a due ali" e "pesci volanti a quattro ali". La pinna caudale, profondamente forcuta, ha il lobo inferiore più lungo del superiore. Le pinne dorsale e anale sono basse, di solito opposte e simmetriche.

Il colore degli adulti è uniformemente blu sul dorso e bianco argenteo sul ventre, i giovani possono essere variamente colorati ed avere lunghi barbigli o pinne pettorali con disegni vivaci.

Questi caratteristici pesci sono diffusi in tutti gli oceani e sono molto più comuni ed abbondanti nei mari caldi. Nei mari europei di solito non si trovano più a nord del golfo di Guascogna anche se questi veloci nuotatori si possono a volte incontrare a centinaia o migliaia di chilometri di distanza del loro areale abituale. Nel mar Mediterraneo sono comuni due specie (Cheilopogon heterurus e Hirundichthys rondeletii) e ne sono presenti altre due, molto rare (Exocoetus volitans e Exocoetus obtusirostris).
Sono tipici pesci d'alto mare, vivono in acque aperte lontano dalle rive, cui, a parte poche specie, non si avvicinano mai.



La caratteristica che rende particolari questi pesci è la capacità di effettuare, mediante le ampie pinne pettorali, "voli" più o meno lunghi fuor d'acqua per sfuggire ai predatori. Dapprima il pesce percorre una tratta rettilinea a pelo d'acqua, poi le pinne pettorali vengono spiegate, il pesce fuoriesce dall'acqua e la pinna caudale vibra velocemente sfiorando l'acqua con il lobo inferiore allungato per conferire la velocità necessaria al "decollo". Il volo dura al massimo una trentina di secondi e raggiunge un'elevazione di solito inferiore al metro mentre la tratta percorsa può raggiungere alcune centinaia di metri. Le pinne ventrali, nelle specie che le hanno allungate, hanno funzioni stabilizzatrici.
Gli Exocoetidae sono fortemente attratti dalle luci e spesso si trovano sulla coperta delle imbarcazioni che non abbiano murate troppo alte dove planano attratti dall'illuminazione di bordo. Tutte le specie sono gregarie.
Sono catturati da cetacei, tonni e marlin e lampughe.
Sono carnivori e si nutrono soprattutto di pesciolini.

Le uova in molte specie hanno filamenti che attaccano ai sargassi mentre in alcune altre, come ad esempio le specie europee, ne sono prive. I giovani, hanno aspetto diverso dagli adulti; vivono in superficie e utilizzano le pinne pari per mantenere il galleggiamento.

La forma allungata aiuta il pesce volante ad acquisire abbastanza velocità per solcare la superficie dell'acqua. Le grandi pinne pettorali, a forma di ala, gli permettono di tenersi in volo.

I pesci volanti riescono a elevarsi così in alto che i marinai, spesso, li trovano sui ponti delle navi.

Per poter spiccare il volo o planare, il pesce volante raggiunge una velocità subacquea di circa 60 chilometri all'ora. Puntando verso l'alto, il pesce volante a quattro ali rompe la superficie e battendo rapidamente la coda ancora sott'acqua comincia la sua corsa. Poi spicca il volo, raggiungendo anche i più di un metro di altezza e planando per lunghe distanze che possono sfiorare anche i 200 metri. Una volta riavvicinatosi alla superficie, è in grado di continuare la sua corsa battendo la coda, senza tornare a immergersi completamente nell'acqua.
In questo modo, il pesce volante è capace di estendere la durata e, planando più volte di seguito, anche la lunghezza dei suoi voli fino a 400 metri.

Purtroppo, non sono però in grado di sfuggire al loro maggiore predatore: l'uomo. I pesci volanti sono infatti oggetto di pesca in diverse parti del mondo, dal Vietnam, ai Caraibi, fino alle Barbados, dove il loro consumo dal punto di vista alimentare è parte della cucina tradizionale locale.



lunedì 28 settembre 2015

TESORI SOMMERSI



I relitti custoditi dai fondali di mari e oceani sarebbero, calcolando il tutto a partire da circa 3000 anni fa, più di tre milioni. Questo genere di cifre lasciano sempre un po' perplessi. Registri di navigazione con dati attendibili si hanno a partire dall'epoca delle prime grandi navigazioni, ovvero intorno alla fine del 1400. Sui dati relativi alle navi fenicie affondate nel 600 a.C. sembra doveroso dubitare.
Eppure è fuor di dubbio che nella quiete delle profondità marine le navi siano tante; se tre milioni non sono una cifra rigorosamente calcolata, sono però assolutamente verosimili.
Il 12 settembre del 1857 la nave da trasporto Central America affondò al largo della Carolina del Nord, a causa di un uragano. Con una scelta di assoluta imprudenza, 60 banche nord americane avevano stipato la nave di lingotti e monete d'oro, per un valore complessivo intorno ai 200 milioni di dollari. Finirono tutti in fondo al mare e con essi, purtroppo, anche 425 persone che si trovavano a bordo.
In tremila anni, quanto oro è finito in fondo al mare? Quante pietre preziose? Non solo: quanti reperti, di grande valore archeologico e artistico? Anche in questo caso possiamo dire che la mancanza di una valutazione precisa non ci allontana dalla sensazione che immense siano le ricchezze custodite sotto le onde.
Ma una cosa vale tanto se rendere "praticabile" tale valore non richiede costi che lo travalicano. Alcune regioni italiane, per esempio, sono ricchissime di oro, ma si tratta di una presenza molto dispersa: per recuperare un grammo bisognerebbe movimentare 5 tonnellate di terra.

Un mistero marittimo lungo 73 anni delle due navi gemelle, battenti bandiera tedesca, affondate la notte del 19 dicembre 1940 tra Livorno e la Gorgona, per essere finite su un campo minato in mare.
Per trovare il loro tesoro nascosto, un cimitero di lamiere in fondo agli abissi del Mar Tirreno, P. V., professione artigiano, gli istruttori M. B. e D. B. e A. B., hanno studiato mappe e rotte per più di due anni. «L’idea ci è venuta tra il 2010 e il 2011 - raccontano in coro - siamo appassionati di subacquea e di relitti, avevamo sentito parlare di queste navi scomparse ad un’ora di distanza l’una dall’altra e abbiamo iniziato ad informarci». Da allora hanno accumulato foto e notizie spulciando giornali e vecchi registri navali. Durante l’inverno, spesso nel weekend, sono saliti alternativamente a bordo di un gommone e di un’imbarcazione con la strumentazione necessaria, e hanno setacciato l’area dove i piroscafi, lunghi 160 metri ciascuno, potevano essersi inabissati. Nei mesi scorsi le ultime conferme dall’ecoscandaglio che ha fornito l’effettiva posizione della “Geierfels” e della “Freiefels” che tradotto dal tedesco significa, guarda caso, “Avvoltoio sulla roccia” e “Libera sulla roccia”.



«Lo scorso fine settimana ci siamo immersi nel punto dove pensavamo che si trovassero i relitti a circa tre miglia e mezzo a est dell’isola di Gorgona e a 15 da Livorno». Tre dei quattro componenti del Gsd team hanno pinneggiato per quasi 140 metri. Poi in mezzo al blu delle profondità marine è comparso prima il ponte di comando con i sette oblò, le maniche a vento, i pennoni. E ancora gli argani a vapore con i quali venivano caricate a bordo perfino le locomotive, e pure le stive. «In una delle due navi - si legge in una scheda che le riguarda - c’era anche un campo da tennis».
«Purtroppo - vanno avanti - siamo potuti rimanere a quella profondità soltanto per pochi minuti, poi siamo dovuti risalire». Per gli amanti dei numeri i tre sub sono rimasti alla profondità di 140 metri per un quarto d’ora e per risalire in superficie hanno dovuto effettuare una decompressione di 201 minuti, oltre tre ore e mezzo, usando quasi cinque bombole ciascuno.

Un bottino da oltre 1 milione di dollari in monete d'oro. L'ha trovato una famiglia di cacciatori di tesori nelle acque a largo di di Fort Pierce, circa 200 chilometri a nord di Miami, in Florida. Il bottino era contenuto nel relitto di una nave spagnola affondata nel 1715. Tra i tesori, 51 monete d'oro coniate nell'anno del naufragio e collane preziose. "Non è stata un'impresa facile trovare il relitto - spiega Brent Brisben, co fondatore della 1715 Fleet - Queens Jewels LLC che detiene i diritti della scoperta - Nello stesso anno affondarono altri 11 galeoni lungo la stessa rotta a causa di un uragano che interessò la costa della Florida"

Duemila monete d'oro conservatesi per circa 1000 anni sul letto del Mediterraneo. La scoperta è stata fatta da quattro sub mentre facevano immersione nello specchio di mare antistante Cesarea, uno dei siti archeologici romani più importanti di Israele. Le monete risalgono al periodo Fatimidia, il Califfato che intorno l'anno 1000 copriva gran parte del Medio Oriente, dell'Africa del nord e della Sicilia. Il tesoro, ha ipotizzato la sovrintendenza di archeologia marina israeliana, proviene da una nave naufragata in prossimità della costa, che trasportava in Egitto il ricavato della tasse locali o gli stipendi dei soldati fatimiti di istanza a Cesarea.




domenica 23 agosto 2015

LA FORMAZIONE DEI MARI



Tra le teorie più accreditate c’è quella che mette in relazione l’origine delle acque con il graduale raffreddamento della Terra. Quest’ultima era ricoperta, inizialmente, da una nuvola di gas e vapori incandescenti rilasciati dalla crosta e dai vulcani. Col tempo, il nostro pianeta cominciò a subire un lento e graduale raffreddamento che portò alla condensazione del vapore che, dunque, si trasformò in acqua. Questa precipitò al suolo insieme con l’anidride carbonica dando origine ai primi mari e oceani.

Teorie più recenti hanno invece ipotizzato che parte dell’acqua presente sulla Terra sia stata generata dall’impatto con comete (o altri corpi) ghiacciati. Oggi, infatti, si è scoperto che le comete hanno nuclei ricchi di acqua. Tuttavia, diversi studiosi dissentono con questa teoria in quanto sarebbe stato dimostrato che l’acqua contenuta nelle comete non ha caratteristiche analoghe a quelle dell’acqua terrestre.

Un’ultima ipotesi spiega come l’acqua, inizialmente, fosse contenuta in alcuni tipi di rocce costituite da particolari composti (silicati idrati). Con il passare del tempo (circa un miliardo di anni), tali composti, avrebbero cominciato, lentamente, a liberare l’acqua contenuta al loro interno dando così origine a una sorta di oceano primordiale.

Gli oceani dominano lo scenario attuale della superficie terrestre, occupandone più dei due terzi. Benché sulla Terra l'acqua esista sia in forma di vapore, di liquido e di ghiaccio, la fase liquida è di gran lunga la più abbondante ed è principalmente raccolta nei mari e negli oceani. Il vapore è quella presente in quantità minore. Il rapporto fra il contenuto totale di vapore nell'atmosfera e il contenuto totale degli oceani è meno di 1 a 100.000. In altri termini, gli oceani hanno uno spessore medio di circa 4 chilometri che aumenterebbe di poco più di un paio di centimetri se tutto il vapore dell'atmosfera, condensando, vi venisse riversato.

I ghiacci sono presenti in una quantità intermedia: produrrebbero, sciogliendosi interamente, un aumento di 60 metri del livello del mare.



Gli scambi fra fase liquida e vapore sono particolarmente intensi. La radiazione solare riscalda la superficie oceanica, da cui l'acqua evapora, soprattutto nelle regioni tropicali, ad un ritmo di circa un metro all'anno. Questo processo viene limitato dalla concentrazione massima di vapore nell'aria, che, alla superficie terrestre, è di circa 30 grammi per chilo d'aria: un bicchierino di whisky per ogni metro cubo di atmosfera. Poiché tale valore di saturazione aumenta esponenzialmente con la temperatura, ossia l'aria calda può trattenere una maggiore quantità di vapore dell'aria fredda, il rapporto quantitativo fra vapore e liquido dipende dalla temperatura dell'aria.

L'aria, contenente il vapore prodotto per evaporazione, alla superficie del mare, sale all'interno della troposfera, i 10 chilometri inferiori dell'atmosfera terrestre, si espande al diminuire della pressione con la quota, quindi si raffredda, il vapore condensa, e precipita sulla superficie terrestre come pioggia o neve. Il vapore permane nell'atmosfera in media per una settimana, durante la quale può venire trasportato per migliaia di chilometri.

Le caratteristiche di questo processo ciclico determinano la prevalenza della fase liquida rispetto al vapore e quindi l'esistenza degli oceani nella loro quantità attuale. Questo scenario persiste da più di 4 miliardi di anni, durante i quali gli oceani hanno cambiato forma a causa della deriva dei continenti e quindi anche la loro circolazione si è modificata. Glaciazioni sono state identificate a partire da due miliardi e mezzo di anni fa. Inizialmente gli oceani erano presumibilmente più caldi per effetto di un maggiore effetto serra.

Ma in realtà questi cambiamenti, fondamentali per l'ecosistema ed il clima in cui viviamo, sono piccoli in confronto alla veloce evoluzione iniziale. Infatti, all'inizio della storia della terra una grigia incandescente atmosfera, satura di quantità enormi di vapore d'acqua avvolgeva la terra, e non esisteva nulla di confrontabile con gli oceani attuali. Come si sono formati gli oceani? Sono sempre stati presenti, fin dall'origine della Terra? Le teorie recenti sostengono che il nostro pianeta, al pari di Venere e Marte, si formò con un violento processo circa 4,5 miliardi di anni fa. Nella nube protoplanetaria del sistema solare iniziarono a formarsi dei granuli rocciosi, i granuli crebbero in planetesimi, i planetesimi in corpi di dimensioni variabili da 1 a 100 km ed una successione di violente collisioni determinò la formazione della Terra. Al termine di questo processo di accrescimento sulla Terra assieme agli altri costituenti del pianeta era arrivata anche l'acqua. In realtà, sebbene il nostro ambiente sia dominato dalla presenza dell'acqua, in percentuale non è molta; attualmente solo lo 0,25 per mille della massa totale del pianeta è costituita da acqua.

In altri termini, il rapporto fra la quantità d'acqua presente sulla Terra e la massa totale del pianeta è quello che c'è fra un bottiglione d'acqua e un cubo di ferro il cui lato misura un metro.



Da dove e' arrivata? Oltre ai planetesimi, che erano, probabilmente, corpi ormai privi di apprezzabili quantità d'acqua, anche le comete, proveniente dalle regioni esterne del sistema solare e costituite da grandi quantità di ghiaccio, contribuirono all'accrescimento della Terra.

Secondo alcune stime, le comete portarono, durante la fase di accrescimento, circa 10 volte il contenuto attuale di acqua degli oceani. Quindi al momento della formazione della Terra, la quantità d'acqua oggi riscontrata era ampiamente disponibile. Questa disponibilità, tuttavia, non assicura la formazione di un pianeta ricco di acqua, a causa dell'estrema violenza del processo di formazione: in 100 milioni di anni un corpo di circa 10 chilometri crebbe nella Terra con le sue dimensioni attuali, ossia, oltre 6.000 chilometri di raggio. L'energia degli impatti fuse la superficie terrestre, produsse un oceano di magma, da cui fuoriuscivano getti di vapore e gas che costituivano la primordiale atmosfera. Mentre gli impatti meno violenti aumentavano la massa della Terra, quelli più violenti gliene sottraevano e ne strappavano, proiettandola nello spazio, la primitiva atmosfera. Ancor oggi, le componenti volatili sfuggono all'attrazione terrestre negli strati esterni dell'atmosfera. A 500 chilometri sopra la superficie terrestre, nell'esosfera, la densità è così bassa che le singole molecole di gas, attraversano lunghe distanze, centinaia di chilometri, senza collidere fra loro e possono, al pari di proiettili lanciati lontano dalla terra, sfuggire al suo campo di gravità se superano una velocità di soglia, circa 11 km/s. Questa velocità può essere acquisita attraverso urti con altre molecole, particelle o fotoni. La stessa agitazione termica delle molecole di un gas nell'esosfera ne può determinare la fuga dal campo di attrazione terrestre.

Nella rovente atmosfera iniziale della Terra, questo processo di fuga era molto più efficiente di ora. Esso agì sommato allo svuotamento dell'atmosfera dovuto agli impatti durante l'accrescimento della Terra. Così, è probabile che grandi quantità d'acqua si siano decomposte per fotolisi nella parte esterna dell'atmosfera e siano andate perdute. Questi processi determinarono la scomparsa quasi completa dell'acqua sia in Marte, più piccolo della Terra e quindi con una gravità inferiore e una minore velocità di fuga, sia in Venere, più caldo della Terra per un effetto serra più intenso.

Gradualmente gli impatti diminuirono mentre la massa di asteroidi e planetesimi si concentrava progressivamente nei pianeti attuali e la quantità di corpi con orbite in collisione diminuiva. Gradualmente la Terra si raffreddò. Il rovente vapore dell'atmosfera, invece di sfuggire all'attrazione terrestre, iniziò a condensare e ricadere sulla superficie terrestre per formare i primi mari. Il raffreddamento non fu una tranquilla transizione. Gli oceani furono presumibilmente più volte vaporizzati interamente da colossali impatti. La presenza stessa del vapore acqueo nell'atmosfera determinava un enorme effetto serra e un'altissima temperatura in superficie. Così, nonostante la somiglianze nella composizione iniziale e nella collocazione nel sistema solare di Venere, Marte e Terra, solo quest'ultima riuscì a conservare l'abbondante riserva d'acqua e a formare immensi oceani, che ora possiamo ammirare, consapevoli della loro complessa origine ed iniziale precarietà.